
Parmenide, venerando e terribile- Un saggio di
- Filippo Venturini
- sul filosofo di Elea
- rec. di
- Giovanni Sessa
Filippo Venturini è, per formazione, archeologo. Nel corso degli anni ha partecipato a diverse importanti campagne di scavo. Attualmente, è impegnato, come mostrano le sue ultime fatiche, nello studio della filosofia presocratica. È da poco comparsa nelle librerie, per i tipi de il Cerchio, una sua significativa monografia, Venerando e terribile. Parmenide: Politico, scienziato e mistico (per ordini: info@ilcerchio.it). Il volume si segnala, non solo per l’acribia filologico-filosofica messa in campo dall’autore, ma anche per l’originale esegesi dei testi del pensatore dell’Essere. Venturini presenta e discute l’intero corpus dei frammenti del filosofo avvalendosi, il più delle volte di sue traduzioni (con testo greco a fronte) e, solo in alcuni casi, fa ricorso alla versione canonica Diels-Kranz, così come è stata accolta da Giovanni Reale. Chiude il saggio un’appendice. In essa lo studioso ricorre all’espediente di un manoscritto ritrovato, attraverso il quale tenta di trasmettere al lettore: «il frutto delle sue impressioni intuitive durante la lettura e la traduzione dei frammenti» (p. 22). Si tratta di uno scritto attribuibile a Uthnian Ibn Suwaid, alchimista. Un’opera ellenistica tradotta in latino con il titolo, Turba Philosophorum. Gli ultimi versi di questo scritto non sarebbero stati accolti nel poema “Sulla Natura” dall’Eleata, ma sarebbero stati trasmessi oralmente, nel corso dei secoli, dai suoi discepoli.- ...
- L’intento del volume è quello di mostrare che la vulgata storiografica, affermatasi nel corso dei secoli, che ha visto Parmenide, filosofo dell’Essere, contrapposto a Eraclito quale filosofo del divenire, è errata e fuorviante. Tale ermeneutica ha finto con il leggere il filosofo di Elea quale responsabile della rottura dell’unità della kultur ellenica, in quanto avrebbe separato il filosofare dalla religione, dal sostrato mitico di quella civiltà, e dalla scienza. Sarebbe stato, sic et simpliciter, il fondatore della metafisica. Per mostrare l’inanità di tale posizione teorica, criticata, del resto, già nelle opere di Jean Beaufret, allievo di Heidegger, Venturini ripercorre le tappe fondamentali della vita di Parmenide che, al pari di Eraclito, fu figlio della Magna Grecia e come questi visse in una polis a vocazione mercantile: «Entrambi parteciparono attivamente alla vita politica di Elea e di Efeso, avendo come obiettivo principale [….] quello di limitare il potere sovversivo della moneta» (p. 8). Parmenide riuscì a dare alla propria città una Costituzione stabile, la sua idea politica si fece mondo, mentre Eraclito, in questo ambito fallì, non ebbe ascolto da parte dei suoi concittadini. A essi lasciò: «i brandelli del suo corpo, ricoperti di sterco, ai quali gli efesini avrebbero tributato quegli onori che avevano negato al sapiente quando era in vita» (p. 9). Entrambi i filosofi vissero, nelle vive carni, le tensioni essenziali dell’animus ellenico, la tensione politica e quella mistica (Colli). Ciò che li divise furono le diverse “equazioni personali”, Parmenide fu uomo dal tratto spirituale apollineo, Eraclito un dionisiaco. Questi, non casualmente, alla fine dei suoi giorni: «si volle perdere nella natura selvaggia […] lo dimostra la sua morte, avvenuta per smembramento, chiaramente rimandante al mito di Dioniso» (p. 11).
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- Detto questo, Venturini rileva che, anche in Parmenide, l’iniziale impulso alla filo-sofia (thymós) ebbe natura dionisiaca. Un impulso che egli sublimò attraverso metis, misura razionale, successivamente: «dignificata dall’intuito […] la capacità di comprendere (nous)» (p. 11). Eraclito transita dal thymós al nous senza mediazione analitica. Di contro, l’Eleata che fin dal “Proemio” del poema ha chiaro il senso dell’Essere, sottopone ad analisi rigorose tali intuizioni originarie, trasformandole in un: «dogma figlio del dubbio» (p. 13). Per questo, la seconda parte del poema parmenideo mostra la perizia dell’autore nella polymathia, nel sapere medico, geografico, fisiologico, ambiti sottoposti a critica da Eraclito. Ma, si badi: «tale tipo di conoscenza è nefasta, secondo l’Efesino, solo se svincolata dalla consapevolezza che tutto è radicato nell’essere» (p. 13). Tale consapevolezza è del tutto evidente in Parmenide, che neppure nega realmente il movimento. Egli si presenta quale auriga, “signore del movimento”, fedele all’assunto centrale dell’etica greca: «la competizione/conflitto, dunque polemos, al quale Eraclito riconosceva il ruolo di signore assoluto» della vita (p. 14). L’auriga per eccellenza è Apollo, associato ad Helios. Egli è kouros, giovinetto delle iniziazioni: questo è l’appellativo con il quale la dea, significativamente, accoglie Parmenide. Kouros è sintesi, avrebbe chiosato Hilmann, di Puer e Senex, testimonianza del perpetuo incipit vita nova. Parmenide, dirà Platone, è Maestro, per questo, “venerando e terribile”.
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- Venturini ritiene che dogma, essendo in uno Themis e Dike, sia: «definizione appropriata per le parole di Parmenide […] frutto di una convergenza tra umano e divino che si è tramutata in legge-tradizione» (p. 19). Lo straniero, discepolo di Parmenide, nel Sofista di Platone ci fa capire, comunque: «che la sola dialettica, il solo metodo scientifico non bastano per intuire l’essere, affidandoci ad essi continueremmo a girare a vuoto nel labirinto delle dimostrazioni» (p. 22). Solo facendo il silenzio in noi, potremmo addivenire al kairos estatico, all’“occasione propizia” affidandoci a metis. Tutto ciò ha attinenza con la centralità dell’arte nautica in Grecia, condotti da un timoniere affidabile, metis. Il kairos è breccia nel continuum spazio-temporale, va colto al“momento opportuno” al quale ci induce la capacità di attesa. Kairos ha tratti comuni a quelli di chaos, all’indeterminato femminile della notte, in cui si dissolvono il principium individuationis, gli enti di natura: è “vissutezza” della dynamis, possibilità. Il kairos sorge repentino come la physis, come il “fulmine” eracliteo, è uno svelarsi, un “venire alla luce” che rimanda alle tradizioni misteriosofiche, così vive nel pitagorismo al quale Parmenide si formò (Tonelli). La filosofia dell’Essere di Parmenide, al pari della visione di Eraclito, è lógos physikós.
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- Venerando e terribile è libro di rilievo che parla al nostro presente. La possibile conciliazione delle prospettive dei due pre-socratici, ci sollecita a pensare a una filosofia futura capace di sottrarsi tanto al dialettismo presente in Parmenide, quando al rinvio al “nascosto” che si evince nei frammenti di Eraclito. È necessario guardare a un lógos physikós atto a rivelare che l’essenza si dà solo nell’esistenza e che l’opposizione di essere e nulla è portato del “canone maggiore” del pensare (Ronchi), affermatosi in Europa a muovere dalla filosofia classica platonico-aristotelica.
Filippo Venturini, Venerando e terribile. Parmenide: politico, scienziato e mistico, il Cerchio, pp. 258, euro 28,00.








