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Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

venerando e terribile


  • Parmenide, venerando e terribile
  • Un saggio di
  • Filippo Venturini
  • sul filosofo di Elea
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  •  

  • Filippo Venturini è, per formazione, archeologo. Nel corso degli anni ha partecipato a diverse importanti campagne di scavo. Attualmente, è impegnato, come mostrano le sue ultime fatiche, nello studio della filosofia presocratica. È da poco comparsa nelle librerie, per i tipi de il Cerchio, una sua significativa monografia, Venerando e terribile. Parmenide: Politico, scienziato e mistico (per ordini: info@ilcerchio.it). Il volume si segnala, non solo per l’acribia filologico-filosofica messa in campo dall’autore, ma anche per l’originale esegesi dei testi del pensatore dell’Essere. Venturini presenta e discute l’intero corpus dei frammenti del filosofo avvalendosi, il più delle volte di sue traduzioni (con testo greco a fronte) e, solo in alcuni casi, fa ricorso alla versione canonica Diels-Kranz, così come è stata accolta da Giovanni Reale. Chiude il saggio un’appendice. In essa lo studioso ricorre all’espediente di un manoscritto ritrovato, attraverso il quale tenta di trasmettere al lettore: «il frutto delle sue impressioni intuitive durante la lettura e la traduzione dei frammenti» (p. 22). Si tratta di uno scritto attribuibile a Uthnian Ibn Suwaid, alchimista. Un’opera ellenistica tradotta in latino con il titolo, Turba Philosophorum. Gli ultimi versi di questo scritto non sarebbero stati accolti nel poema “Sulla Natura” dall’Eleata, ma sarebbero stati trasmessi oralmente, nel corso dei secoli, dai suoi discepoli.
  • ...
  • L’intento del volume è quello di mostrare che la vulgata storiografica, affermatasi nel corso dei secoli, che ha visto Parmenide, filosofo dell’Essere, contrapposto a Eraclito quale filosofo del divenire, è errata e fuorviante. Tale ermeneutica ha finto con il leggere il filosofo di Elea quale responsabile della rottura dell’unità della kultur ellenica, in quanto avrebbe separato il filosofare dalla religione, dal sostrato mitico di quella civiltà, e dalla scienza. Sarebbe stato, sic et simpliciter, il fondatore della metafisica. Per mostrare l’inanità di tale posizione teorica, criticata, del resto, già nelle opere di Jean Beaufret, allievo di Heidegger, Venturini ripercorre le tappe fondamentali della vita di Parmenide che, al pari di Eraclito, fu figlio della Magna Grecia e come questi visse in una polis a vocazione mercantile: «Entrambi parteciparono attivamente alla vita politica di Elea e di Efeso, avendo come obiettivo principale [….] quello di limitare il potere sovversivo della moneta» (p. 8). Parmenide riuscì a dare alla propria città una Costituzione stabile, la sua idea politica si fece mondo, mentre Eraclito, in questo ambito fallì, non ebbe ascolto da parte dei suoi concittadini. A essi lasciò: «i brandelli del suo corpo, ricoperti di sterco, ai quali gli efesini avrebbero tributato quegli onori che avevano negato al sapiente quando era in vita» (p. 9). Entrambi i filosofi vissero, nelle vive carni, le tensioni essenziali dell’animus ellenico, la tensione politica e quella mistica (Colli). Ciò che li divise furono le diverse “equazioni personali”, Parmenide fu uomo dal tratto spirituale apollineo, Eraclito un dionisiaco. Questi, non casualmente, alla fine dei suoi giorni: «si volle perdere nella natura selvaggia […] lo dimostra la sua morte, avvenuta per smembramento, chiaramente rimandante al mito di Dioniso» (p. 11).
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  • Detto questo, Venturini rileva che, anche in Parmenide, l’iniziale impulso alla filo-sofia (thymós) ebbe natura dionisiaca. Un impulso che egli sublimò attraverso metis, misura razionale, successivamente: «dignificata dall’intuito […] la capacità di comprendere (nous)» (p. 11). Eraclito transita dal thymós al nous senza mediazione analitica. Di contro, l’Eleata che fin dal “Proemio” del poema ha chiaro il senso dell’Essere, sottopone ad analisi rigorose tali intuizioni originarie, trasformandole in un: «dogma figlio del dubbio» (p. 13). Per questo, la seconda parte del poema parmenideo mostra la perizia dell’autore nella polymathia, nel sapere medico, geografico, fisiologico, ambiti sottoposti a critica da Eraclito. Ma, si badi: «tale tipo di conoscenza è nefasta, secondo l’Efesino, solo se svincolata dalla consapevolezza che tutto è radicato nell’essere» (p. 13).  Tale consapevolezza è del tutto evidente in Parmenide, che neppure nega realmente il movimento. Egli si presenta quale auriga, “signore del movimento”, fedele all’assunto centrale dell’etica greca: «la competizione/conflitto, dunque polemos, al quale Eraclito riconosceva il ruolo di signore assoluto» della vita (p. 14).  L’auriga per eccellenza è Apollo, associato ad Helios.  Egli è kouros, giovinetto delle iniziazioni: questo è l’appellativo con il quale la dea, significativamente, accoglie Parmenide. Kouros è sintesi, avrebbe chiosato Hilmann, di Puer e Senex, testimonianza del perpetuo incipit vita nova. Parmenide, dirà Platone, è Maestro, per questo, “venerando e terribile”.
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  • Venturini ritiene che dogma, essendo in uno Themis e Dike, sia: «definizione appropriata per le parole di Parmenide […] frutto di una convergenza tra umano e divino che si è tramutata in legge-tradizione» (p. 19). Lo straniero, discepolo di Parmenide, nel Sofista di Platone ci fa capire, comunque: «che la sola dialettica, il solo metodo scientifico non bastano per intuire l’essere, affidandoci ad essi continueremmo a girare a vuoto nel labirinto delle dimostrazioni» (p. 22). Solo facendo il silenzio in noi, potremmo addivenire al kairos estatico, all’“occasione propizia” affidandoci a metis.  Tutto ciò ha attinenza con la centralità dell’arte nautica in Grecia, condotti da un timoniere affidabile, metis.  Il kairos è breccia nel continuum spazio-temporale, va colto al“momento opportuno” al quale ci induce la capacità di attesa.  Kairos ha tratti comuni a quelli di chaos, all’indeterminato femminile della notte, in cui si dissolvono il principium individuationis, gli enti di natura: è “vissutezza” della dynamis, possibilità.  Il kairos sorge repentino come la physis, come il “fulmine” eracliteo, è uno svelarsi, un “venire alla luce” che rimanda alle tradizioni misteriosofiche, così vive nel pitagorismo al quale Parmenide si formò (Tonelli).  La filosofia dell’Essere di Parmenide, al pari della visione di Eraclito, è lógos physikós.
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  • Venerando e terribile è libro di rilievo che parla al nostro presente. La possibile conciliazione delle prospettive dei due pre-socratici, ci sollecita a pensare a una filosofia futura capace di sottrarsi tanto al dialettismo presente in Parmenide, quando al rinvio al “nascosto” che si evince nei frammenti di Eraclito. È necessario guardare a un lógos physikós atto a rivelare che l’essenza si dà solo nell’esistenza e che l’opposizione di essere e nulla è portato del “canone maggiore” del pensare (Ronchi), affermatosi in Europa a muovere dalla filosofia classica platonico-aristotelica.

  • Filippo Venturini, Venerando e terribile. Parmenide: politico, scienziato e mistico, il Cerchio, pp. 258, euro 28,00.

  • la liberta e i suoi nemici Autori Vari

  • A.A.V.V.,
  • "La libertà e i suoi nemici"
  • (a cura di Nicola Iannello, IBL Libri, Torino 2026, pp. 398, € 16,00)
  • rec. di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Quando si pensa ai nemici della libertà, il ricordo, fino a due secoli fa, va al “dispotismo orientale”; più recentemente alle dittature e soprattutto ai totalitarismi del XX secolo.  Si trascurano due classi di nemici, in particolare i filosofi e gli intellos che “...pur proclamandosi suoi difensori, hanno forgiato gli strumenti concettuali per limitarla... Da Rousseau a Marx, da Freud a Keynes, dalla Scuola di Francoforte ai filosofi postmoderni, questo libro traccia una galleria di ritratti intellettuali che hanno contribuito a erodere le fondamenta della società libera. Utopisti in cerca della società perfetta, scienziati sociali convinti di poter pianificare il destino umano, pensatori incapaci di accettare l’imprevedibilità della storia: tutti accomunati da una profonda sfiducia nella libera interazione tra individui”   (si legge sulla copertina).
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  • Ai quali occorre aggiungere coloro (quanti in Italia!) che sbandierano un liberalismo di facciata per sostenere “diritti” di scarso rilievo, anche perché di sparute minoranze (come adozioni gay, gravidanze a pagamento, ecc. ecc.) ma poi non fanno nulla, anzi riducono le tutele di tutti verso il potere.  Come scrive Iannello nell’introduzione “La libertà come la intendiamo oggi è un’acquisizione relativamente recente: i diritti degli individui, il governo limitato, l’elezione democratica dei governanti, il diritto di opposizione, sono tutte conquiste moderne e ancora lontane dal trovare un’applicazione universale”. Ma succede che vi siano “pensatori che hanno contribuito a forgiare strumenti concettuali impiegati per comprimere la libertà… Talvolta alienato dal mondo in cui vive, il filosofo immagina comunità politiche totalmente altre, talmente perfette da non trovare posto per l’uomo in carne e ossa. Il perfettismo è uno dei più insidiosi nemici della libertà. Molti pensatori non sanno accontentarsi dell’imperfezione delle società sulla terra e finiscono per non comprendere che la perfezione non è di questo mondo”.
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  • Il settecento francese ne è un esempio, col costruttivismo del legislateur; ancor più il socialismo di Marx fondato sulla convinzione di aver scoperto la chiave per realizzare la società perfetta: cambiare la natura umana, mutando i rapporti di produzione. Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle.  Iannello si chiede poi: “Sarà poi un caso che gran parte delle utopie – da Thomas More a Tommaso Campanella a Etienne Cabet – siano di stampo comunista?”.   
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  • Personalmente ritengo che le utopie vadano divise in due tipi: quelle che non negano presupposti (Freund) e regolarità (Miglio) del politico e quelle che lo fanno (Marx e non solo), che il mio amico Gianfranco Lami chiamava “utopismi”.  Ai primi sono da ricondurre pensatori come Platone, Campanella (ed altri) che vagheggiano repubbliche perfette, ma senza pretendere di modificare le “leggi” della politica. Così sia nella “Repubblica” di Platone che nella “Città del sole” vi sono i guerrieri (e quindi non è eliminata la regolarità di amico-nemico); ci sono governi e governanti, i filosofi e la triade Pon-Sin-Mor di Campanella (quindi c’è la regolarità del comando-obbedienza); anche quella del pubblico/privato, rimane, anche se con un “privato” ridotto.
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  • L’altro tipo, riuscendo a costruire l’uomo nuovo per la società perfetta, prescinde dalle regolarità, o pretende di poterle cambiare.  Il prototipo si legge nel libro di Isaia, ma il profeta aveva dalla sua la logica del Dio onnipotente e creatore, il quale come ha fatto il “legno storto” dell’umanità, così può raddrizzarlo, onde i popoli, come profetizza Isaia, “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.  Scrive Roberta Adelaide Modugno nel saggio dedicato alle utopie “L’approccio all’utopia da cui il presente saggio prende le mosse tiene ben presente e parte del presupposto che l’utopia va mano nella mano con lo scientismo, con quello che Friedrich von Hayek definisce costruttivismo e abuso della ragione, cioè a dire con la fiducia assoluta nelle infinite possibilità creative della razionalità umana in materia di istituzioni sociali e politiche. Con costruttivismo e abuso della ragione si fa riferimento a un’ingegneria sociale infallibile in grado di progettare tutto, di ricostruire tutto da capo eliminando sofferenze, conflitti e disuguaglianze”.   Fiducia mal riposta, soprattutto quanto non tiene conto delle (predette) regolarità.
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  • Tra i nemici della libertà il lettore trova anche degli insospettabili (e dei poco sospettabili) come Keynes e Kelsen (ma non solo). Quanto al giurista boemo, Serena Sileoni sostiene che “La sua costruzione verticistica dell’ordinamento giuridico è così completa da poter sistematizzare, alla base del fenomeno giuridico, la volontà normativa privata, così da rendere il diritto un sistema autosufficiente da qualsiasi altra contaminazione esterna, che sia di stampo naturalistico o sociologico, e da concepirlo come un insieme integrale e chiuso in un’unica forma piramidale”.  Ma questa costruzione ha due limiti fondamentali: il primo che ad eliminare ogni elemento estraneo, il risultato è di tessere una coperta troppo corta che lascia scoperti (e al freddo) le spalle o i piedi. Il secondo è l’enfatizzazione della sanzione come carattere necessario del diritto “La sanzione e con essa la regola di diritto esistono non perché ci sia accordo all’interno di una certa comunità che una certa condotta sia da stigmatizzate o premiare, non perché esistano dei principi dotati di autorevolezza intrinseca, dei valori condivisi o dei presupposti politici che indichino ciò che si può fare e ciò che non si può fare. Esiste la sanzione perché esiste una norma superiore che attribuisce ad una determinata autorità la legittimazione a imporre quella sanzione”.
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  • Diversamente da altri giuristi come Hauriou o Bruno Leoni, le cui concezioni sono molto diverse. Il giurista francese riteneva che esistono (in ogni ordinamento politico) due diritti: il diritto istituzionale (fondato sul rapporto comando/obbedienza) e quello comune generato spontaneamente dai rapporti (paritari) tra essere umani. Non troppo diversamente pensava Bruno Leoni. A proposito della concezione del quale scrive la Sileoni “Potremmo anche azzardare un parallelismo, che è stato ispirato proprio dalla teoria del diritto come pretesa di Bruno Leoni, per cui la legge positiva di Kelsen sta alla pretesa di Bruno Leoni come l’economia pianificata sta al libero mercato… Nella teoria di Leoni, noi rispettiamo la vita altrui perché la maggior parte di noi riconosce una regola per cui uccidere è un gesto riprovevole ed è proprio perché la maggior parte di noi riconosce che quella regola viene elevata a norma giuridica, anche attraverso la sanzione”.   
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  • E si potrebbe continuare a lungo, dato che il volume è ricco di spunti e di sorprese.  Soprattutto le sorprese sono da non perdere: rompono il plumbeo conformismo fondato su tanti idola che élite decadenti si premurano di coltivare e diffondere.   Ed è interesse generale che si cambi coltivazione.

 

  • Faust

  • Il
  • Faust
  • di
  • Ioan Petru Culianu
  • Un volume sul senso del mito
  • rec.di
  • Giovanni Sessa

  • Ioan Petru Culianu (1950-1991) è pensatore originalissimo, eclettico, le cui prospettive teoriche non sono inquadrabili in qualsivoglia rigida scolastica. Formatosi con Mircea Eliade e Ugo Bianchi è stato, in uno, storico delle religioni e delle idee ma, per chi scrive, fu anche autentico filosofo. Lo mostra, in tutta evidenza, un suo volume appena comparso nel catalogo Bietti, Faust (per ordini: 02/29528929). Si tratta di una pubblicazione composita che raccoglie la trascrizione, di Emanuela Guano, di un seminario che lo studioso romeno tenne all’Università di Siena, presso la sede di Arezzo, su invito di Grazia Marchianò, nel trimestre marzo/giugno del 1990. Il volume è aperto dall’introduzione della stessa Emanuela Guano e dall’ampia e contestualizzante prefazione della curatrice, Roberta Moretti.   L’Appendice presenta, inoltre, una conferenza di Culianu intitolata, La sacralità femminile, un saggio conclusivo di Horia C. Cicortaş, nel quale l’autore si interroga sui rapporti del pensatore con la cultura romena del Novecento, in particolare con gli intellettuali della “giovane generazione”, nonché due interviste. La prima, di Emanuela Guano a Culianu, indaga le relazioni sussistenti tra mito e storia; la seconda, di Roberta Moretti a Grazia Marchianò.
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  • Il seminario dedicato a Faust rivela il tratto più vitale e profondo della ricerca di Culianu, ad un anno dalla sua tragica scomparsa (fu assassinato all’Università di Chicago). La curatrice, con pertinenza argomentativa, chiarisce che, al fine di pervenire a un’organica esegesi delle tesi dello studioso transilavano, risulta dirimente porre a confronto il mito di Faust con i miti edenici, rinvianti all’Unità originaria, pre-dualistica, presenti in ogni civiltà: «Se Faust è un mito moderno che si rivolge a Occidente, quello del Paradiso terrestre è posto ad Oriente» (p. 19). Un Oriente, si badi, da intendersi in termini di “geografia sacra” e che, in realtà, rinvia a un Nord estremo, vale a dire al Polo assiale, quale: «soglia della dimensione “al di là”» (pp. 19-20). Da un punto di vista generale, Faust richiama la dimensione dell’Adam terrestre: «è […] un mito che rappresenta lo smarrimento dell’uomo moderno» (p. 22). Tale mito è stato continuamente ripensato nel corso del tempo, rielaborato. Culianu muove, in queste pagine, dalla Roma Imperiale e dalle prime comunità cristiane che vivevano in essa. Paradigma di Faust è da individuarsi in Simon Mago che fece credere di essere risorto come Cristo. La leggenda si perpetuò attraverso la storia di Cipriano e Giustina. Il “patto con il diavolo” fece la sua comparsa nel VI secolo con la leggenda di Teofilo di Adana, per il quale: «il demonio instilla nel povero chierico un’ambizione […] tormentata» (p. 24), al punto da indurlo a vendere l’anima al diavolo per ascendere al soglio vescovile.
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  • La prospettiva muta con l’Umanesimo, periodo nel quale il mago diviene scienziato: «La tecnologia […] è una magia democratica, che permette a tutti di godere delle facoltà straordinarie di cui si vantava il mago» (p. 25). I testi sulla stregoneria della fine del Quattrocento non fecero che sottolineare il tratto perturbante del femminile, come attestano i cambiamenti allora intervenuti nella moda, tesi a mitigare la fascinazione propria della sessualità del “sesso debole”. Con la Riforma, in particolare con il Calvinismo, tale tendenza si radicalizzò. Un testo dal quale si evince tale iter è il Volksbuch del 1587, una sorta: «di monito morale e teologico in linea con i principi protestanti» (p. 27), mirante a diffondere la nuova etica evangelica tra le masse. In tale contesto esistenziale il peccato di Faust, teso a conoscere: «ripete quello dei progenitori del genere umano; nella sua ansia di emulare Dio» (p. 27). Durante la Controriforma si riaffacciò la storia di Cipriano e Giustina, con il fine di stimolare gli uomini all’“astensione” sessuale. La sacralità del femminile per Culianu è, di contro, inscritta nel reale, non può essere tacitata. Il Faust di Goethe individuò la possibilità di salvezza per l’uomo nella polarità luce-tenebre, inviante all’Unità androginica dell’origine, in modalità altra rispetto a quella protestante. Tesi sopravvissuta fino al termine del Primo conflitto mondiale quando, di fatto, tale possibilità si inabissò nel Tramonto di Spengler e nelle macerie alle quali erano state ridotte l’Europa e la Germania. Culianu, inoltre, chiarisce come, con il Faust di Mann: «ci si svincoli dai concetti metafisici di Inferno e Paradiso» (p. 31): salvezza e perdizione assunsero, da allora, tratto terrestre: viviamo quali lacerti, frammenti, l’uomo ha, ormai, tratto residuale. In tale congerie spirituale, la musica diviene strumento imprescindibile, atta com’è a inviare gli uomini verso la luce o le tenebre.
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  • Molte sono, quindi, le variabili del mito di Faust. Culianu chiosa: «la stessa storia, lo stesso personaggio si adattano a un contenuto sempre mutevole. Non c’è quindi un mito di Faust inteso come nucleo significativo, ma esiste soltanto uno schema vuoto che si adatta a ogni messaggio» (p. 39). Tale situazione è condivisa da qualsivoglia mito. La volontà di ripetere, in modalità diverse, la storia di Faust, di fatto, chiarisce l’esistenza di una continuità del mondo: «che […] rappresenta l’impermanenza connaturata alla realtà in cui viviamo» (p. 41). Ciò che resta della eliadiana “sostanzialità” del mito (Furio Jesi) è lo schema vuoto che, nelle diverse epoche storiche, è stato riempito dai rispettivi modelli cognitivi-culturali.
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  • Per questo, ci pare di poter affermare, che Culianu è filosofo dell’origine: «Il vuoto è la non-entità per eccellenza, ciò da cui tutto prende forma […] al di là di ogni dualismo, nella vacuità cessa ogni costruzione analitica» (p. 40). Viene meno, in tal modo, il primato del concetto, di ogni onto-teo-logia. Culianu si pone, in queste pagine, quale rappresentante del “canone minore” (Rocco Ronchi) del pensiero europeo, in una linea teorica che muove da Cusano, Bruno e giunge, nel Novecento, ad Andrea Emo. Un canone che si espone, oltre le dicotomie escludenti, dualiste, indotte dal principio d’identità e dai suoi succedanei della non-contraddizione e del terzo escluso, sull’indicibile.    Una lezione da meditare…

  • Ioan Petru Culianu, Faust, a cura di Roberta Moretti, Bietti, pp. 220, euro 22,00.

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ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
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  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
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  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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