
Tolkien, il professore che amava i draghi- Una raccolta di scritti di
- de Turris
- rec. di
- Giovanni Sessa
- A volte, le esistenze degli scrittori si intrecciano tra loro. La vita intellettuale di Gianfranco de Turris, “padre del Fantastico italiano”, è strettamente legata a quella di uno degli autori sui quali si è maggiormente soffermata la sua attenzione esegetica, quella di J. R. R. Tolkien. Entrambi si sono spesi per l’affermazione di un mondo altro, centrato sulla sacralità della natura e della vita e, per questo, i due intellettuali hanno patito l’ostracismo della critica militante mainstream. Nomi, di certo, divisivi quelli dello studioso italiano e del noto docente di Oxford. Resta il fatto che le tesi di de Turris in tema di letteratura fantastica, al pari delle opere dell’autore del Signore degli Anelli, nonostante ciò, hanno avuto una diffusione non comune.
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- L’ermeneutica deturrisiana di Tolkien è testimoniata da un volume, da poco nelle librerie per i tipi di Lindau, intitolato, "Il professore che amava i daghi. Miti e simboli in J. R. R. Tolkien". La silloge raccoglie trentuno testi di natura diversa, pubblicati tra il 1979 e il 2026, ed è chiusa, in Appendice, da un’ironica pièce teatrale, Teatrino Tolkieniano. Il volume è impreziosito dalla prefazione di Paolo Paron e dall’introduzione contestualizzante di Guido Andrea Pautasso. Il lettore, inoltre, può avvalersi, per orizzontarsi in tema, della monumentale, per quantità e qualità, bibliografia deturrisiana su Tolkien, prodotta dal 1968 ai nostri giorni. Si tratta di una vera e propria summa dell’esegesi mitico-simbolica dell’opera dell’inglese, imperdibile per gli appassionati del Fantasy. Questo genere letterario, rileva l’autore, ha, in particolare in Tolkien, una struttura simile a quella dei miti antichi: «...eroi e divinità, avventure e assedi, ritorni a casa e compiti straordinari da assolvere […] l’irrompere di elementi estranei nel reale quotidiano che lo trasformano e gli fanno assumere un’altra veste» (p. 31). Per gli antichi i miti avevano carattere sacro e religioso, tratto “sostanziale” e “fondante”. Al contrario, il lettore moderno del Fantasy, considera tale narrazioni a mo’ di finzioni” scaturite dalla fervida immaginazione, dalla creatività e dalla psicologia del narratore.
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- Esiste, tuttavia, a dire dello studioso italiano, un collegamento tra mito e fantasia. Tale legame è ravvisabile nelle figurazioni immaginali proprie del mito e del fantastico contemporaneo. Queste, nonostante l’offuscamento cui il mito è andato incontro nel corso del tempo, hanno conservato il valore essenziale delle prime rappresentazioni mitologiche. Si tratta di immagini archetipiche che: «...possiedono in loro ancora una propaggine, una scintilla del sacro del mito originario da cui derivano» (p. 35). Non è casuale che il termine immagine derivi: «dal latino, imus, profondo» (p. 35). La fortuna dei libri di Tolkien è da data dalla presenza - nelle loro pagine «di queste specifiche “radici”» (p. 37). Per entrare nella “Terra di Mezzo” è, pertanto, imprescindibile: «il metodo di interpretazione simbolica» (p. 37), il cui valore è negato dalla critica à la page degli Eco, dei Cotroneo e del collettivo Wu Ming, con i quali de Turris polemizza con persuasività di accenti e ampia documentazione filologica. L’approccio “orizzontale” al fantastico, pur necessario, si ferma all’aspetto “esteriore” di tali narrazioni, coglie, puntualmente, come il genere fantasy sospenda, come rilevò Lovecraft: «quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos» (p. 42). Ciò che viene messo in discussione in modalità radicale in tale lettura è la validità assoluta del principio logico d’identità, che distingue rigidamente il possibile, dall’impossibile. Il fantastico tolkieniano merita, di contro, un’esegesi “verticale”, centrata, stante la lezione di Eliade: «...sulle irruzioni del sacro […] nel mondo», che lo fanno “essere” (p. 44). Lo storico delle religioni romeno sostenne, inoltre, che il mito ha trovato nella letteratura e nel cinema (apprezzò non poco, Il Circo di Fellini), le proprie scialuppe di salvataggio. Per questo il romeno, al pari de Turris, non fu solo saggista, ma si dedicò anche alla narrativa. È il riferimento alle immagini archetipiche a distinguere la fantasia dalla fantasticheria moderna, criticata da Zolla quale esito degenerato dello psicologismo soggettivista moderno.
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- Le pagine de, Il professore che amava i draghi, hanno, per chi scrive, valore eminentemente filosofico. In esse echeggia, non ricordato dall’autore, la tesi di un pensatore italiano oggi trascurato, Ernesto Grassi, che nel suo, Potenza della fantasia, lesse il fantastico nella sua valenza gnoseologica. La realtà è il prodotto di un’azione fantastica che si manifesta nel tratto, meravigliante e terrifico in uno, della physis. I concetti non possono tacitarlo né normarlo per sempre. Prima o poi esso riemerge.
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- Di rilevo, inoltre, ci sembra il saggio che l’autore dedica al problema dello gnosticismo in Tolkien. Dalle sue pagine si evince come il grande scrittore, nella sua opera di “sub-creazione” del reale, non sia stato animato da alcun radicale dualismo, neppure da quello che distingue nettamente il bene dal male. L’inglese non ebbe intenzioni emendative nei confronti della realtà, fu un anti-moderno che accettava il mondo con i suoi limiti e tra essi, perfino, il male. Tolkien suggerisce di guardare al Potere, anche a quello politico, non in termini meramente escatologici, o come vorrebbero gli interpreti mainstream, in modalità “libertaria”. Il suo linguaggio “poetico”, depotenziato dai recenti traduttori, invita, semmai, a una fuga dal carcere realista in cui l’uomo, modernamente, è stato rinchiuso dal primato logo-centrico ed empirista. Lo scrittore guarda alla libertà quale principio che si dà nella vita tutta, in ogni sua manifestazione. Sostanzialmente, egli fu “un pagano convertito” al cattolicesimo.
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- Recentemente, Elly Schlein, segretaria del PD, ha sostenuto: «Dobbiamo riprenderci Tolkien!» (p. 341). De Turris commenta: «Non si può “riprendere” quel che non è suo» (p. 344). Il mondo ideale di Tolkien nulla ha in comune con la “religione dei diritti”, della quale la Schlein e la sua parte politica sono latori. Il professore che amava i draghi non è solo l’opera omnia deturrisiana sul padre degli Hobbit, è un libro che indica la strada da seguire nella confusione imperante nella post-modernità. Da leggere e meditare.
- Gianfranco de Turris, "Il professore che amava i draghi. Miti e simboli in J. R. R. Tolkien", prefazione di P. Paron, introduzione di G. A. Pautasso, Lindau, pp. 393, euro 26,00.








