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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Pinocchio

  • Pinocchio svelato
  • Una raccolta di saggi dedicati al capolavoro di
  • Collodi
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Carlo Collodi, al secolo Carlo Lorenzini (1826-1890), ha scritto un’opera tra le più lette e apprezzate, presto tradotta in moltissime lingue. Ci riferiamo a, Le avventure di Pinocchio. Il libro uscì dapprima a puntate sul «Giornale per i bambini» diretto da Guido Biagi a muovere dal 7 luglio 1881, per poi essere raccolto in volume. Al pari dei racconti contenuti nel deamicisiano, Cuore, ha contributo a formare l’immaginario degli italiani nel periodo post-risorgimentale. Prezzolini ha sostento che, Le avventure di Pinocchio sono il più grande capolavoro della letteratura del nostro paese.
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  • In occasione dei duecento anni della nascita del suo autore, è comparso nelle librerie, per i tipi dell’editore Bietti, l’agile volume, Pinocchio svelato. Il testo raccoglie, con il patrocinio della Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella e di Naxoslegge, saggi in tema di quattro eminenti studiosi, Gianfranco de Turris, Grazia Marchianò, Emilio Servadio, Elémire Zolla, preceduti da brevi introduzioni contestualizzanti. Alla termine del volume compaiono, inoltre, le bellissime illustrazioni collodiane realizzate dall’incisore e pittore Sigfrido Bartolini. La prefazione è del curatore, Andrea Scarabelli. I nomi e le storie intellettuali degli autori di Pinocchio svelato chiariscono, di per sé, che i loro contributi mettono in atto un’esegesi simbolico-realizzativa delle avventure del brattino di legno.
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  • Tali avventure, nel corso del tempo, sono state interpretate in termini psicanalitici, biblico-teologici, ermetico-simbolici. Collodi, probabilmente vicino alla Massoneria, ha utilizzato per la stesura delle Avventure, l’intero humus della cultura europea, rielaborando in modalità originale. Sostanzialmente, si tratta della delineazione di un percorso esistenziale anagogico che condurrà il burattino inerte e passivo, la “pietra grezza”, a trasformasi, dopo aver attraversato svariate prove, in uomo, in “pietra levigata”. Come in Dante, tale trasformazione implica il confronto con l’archetipo femminile (Beatrice-Fata turchina). La guida dantesca nella Commedia, è ben noto, fu Virgilio, mentre la guida di Pinocchio nel libro di Collodi è rappresentata dal Grillo parlante. Lo rilevano, nel volume, Zolla e lo psicanalista ed esoterista Servadio.
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  • Scarabelli scrive che la peculiarità del burattino è data, fin dall’incipit del racconto, dall’ambizione: «di divenire un bambino in carne ed ossa […] È sostanza inerte chiamata ad essere qualcosa di più» (p. 18). All’inizio, Pinocchio condivide la condizione delle marionette di Mangiafuoco, privo di reale personalità e soggetto agli automatismi psico-fisici. Il suo agire risulta inconsapevole, disperso tra le cose del mondo: «Una “macchina” (Gurdjieff), simbolo di una vita sonnambolica e passiva», prosegue il prefatore (p. 19).  Per questo, il burattino di legno finisce, seguendo Lucignolo, nel Paese dei Balocchi dove subisce una trasformazione katagogica, divenendo un ciuchino. Questa è solo una delle tante “prove” affrontate da Pinocchio. Tra le altre, vanno ricordate la truffa del Gatto e la Volpe, il duplice arresto, la malattia e l’impiccagione, testimonianze di un’evidente frattura tra il burattino e l’ordine costituito. Il processo realizzativo di Pinocchio, quindi, è scandito in stazioni: si tratta, infatti, di un iter strutturato sub specie interioritatis, dal quale è possibile evincere uno specifico riferimento simbolico-numerologico (Marchianò). Gli scenari del narrato sono luoghi nei quali: «Tutto ritorna, tutto muta, si espande, si contrae, con l’eroe che si allontana e si avvicina, come l’ellisse di un pianeta attorno al sole» (p. 20). Ciò che distingue nettamente, in tale contesto, il protagonista dalle marionette di Mangiafuoco è da ravvisarsi nella sua propensione al sacrificio, che lo porta a offrire la propria vita al fine di sottrarre Arlecchino a morte certa.  È tale atto eroico-erotico a salvarlo, a consentirgli il risveglio. Centrale, in tale processo, risulta la scelta.
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  • Essa è presente virtualmente, quale scelta tra possibili, in ognuno di noi. Pinocchio è pinolo: «il seme della pigna “colmo di potenzialità che si svilupperanno un domani”» rileva a riguardo Gianfranco de Turris (p. 43). Pertanto, a parere di chi scrive, Pinocchio svelato rivela che Collodi è stato latore, alla fine del secolo XIX e in piena età positivistica, di una filosofia del possibile centrata sul primato della dynamis, della libertà-potenza. Il possibile rappresenta, infatti, il presupposto teorico imprescindibile di qualsivoglia processo iniziatico.
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  • Nel romanzo, il tramite della scelta è simbolizzato dalla figura di Geppetto, individuato come padre da Pinocchio stesso. L’anziano artigiano concede al burattino il proprio destino. Per tale ragione, il falegname sarà, alla fine del narrato, salvato dal “figlio” che, come Enea con Anchise, uscito dal ventre dal Pescecane, lo terrà saldamente sulle proprie spalle. Tutto ciò non si sarebbe realizzato senza il confronto con l’eterno femminino. Il primo incontro con tale archetipo avviene ne, Le avventure, nel momento in cui Pinocchio sta per essere impiccato, sta per confrontarsi con la morte iniziatica e vede in lontananza una luce soffusa provenire dalla casina della bambina turchina. Tale flebile luminosità è indicatrice di un femminino agonizzante, ma tale archetipo riappare successivamente nel suo pieno lucore. Come il protagonista, anche la Fata, muore per risorgere. Si tratta, nota Zolla, di una femminilità eterna, depurata degli elementi temporali: essa vive nella “pigna” dei possibili. Il femminile è il daimon che induce il burattino alla scelta conveniente e giusta in: «un percorso evolutivo interiore» (p. 29), che gli permette di trasformare la morte in effettiva realizzazione. Così, Pinocchio, una mattina davanti allo specchio, si scopre ragazzo e non più burattino di legno.
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  • Pinocchio svelato non è, sic et simpliciter, degna celebrazione dell’anniversario collodiano, ma volume che parla a quanti, nel nostro tempo, si ostinino a “pensare dalla fine” nell’età dell’esautorazione del pensiero, indicando una via altra-non altra rispetto a quella segnata dalle filosofie della necessità logo-centriche.

  • AA.VV., Pinocchio svelato, prefazione di Andrea Scarabelli, Bietti-Amazon, pp. 129, euro 6,99.

  • Cassese com si misura una democraxia

  • Sabino Cassese
  • Come si misura una democrazia
  • Proposte per riparare l’Italia
  • (Solferino Editore, 2026, pp. 268, € 19,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.
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  • Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.  Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”.
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  • I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi.
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  • Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.
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  • Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.  Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.
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  • Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica. Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.  Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.
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  • E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).
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  • Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore.    Di cui, in ogni caso, è bene che i governanti tengano conto.


  • Hamsun

  • La vita culturale dell’America moderna
  • di
  • Knut Hamsun
  •  rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  

  • Il norvegese Knut Hamsun (1859-1952) è uno degli scrittori più grandi della fine dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Nel 1920 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura e i suoi libri colpirono profondamente lettori e critica, tanto da essere ampiamente discussi. Memorabili risultano, in particolare, i romanzi dal tratto autobiografico, Pan e Fame. Dal primo emerge prepotentemente la fascinazione per la natura selvaggia del grande Nord, che il giovane Hamsun subì durante il suo soggiorno in una cittadina collocata oltre il Circolo Polare Artico, lavorando quale bracciante nella Norvegia settentrionale; nel secondo, di contro, lo scrittore, che durante il Secondo conflitto mondiale fu vicino al nazionalsocialismo, trascrisse la drammatica esistenza che condusse in Danimarca, nella città Christiania, tentando di sopravvivere avendo, quale unica compagna di vita, la fame.
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  • In tale circostanza, il giovane narratore scoprì il tratto fantasmatico della vita urbana e moderna. Hamsun fu, fin dagli esordi, intellettuale antimoderno. Fu essenzialmente uno spirito libero e solitario che guardava la vita con gli occhi di un contadino contemplativo e nostalgico. Tali caratteri esistenziali sono una costante nella produzione letteraria del grande norvegese. Lo conferma la recente pubblicazione, per Bietti editore, del suo, La vita culturale dell’America moderna, uscito in prima edizione nel 1889, un anno prima di Fame, quale sviluppo di un paio di conferenze tenute presso il Circolo Studentesco di Copenaghen.
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  • Il volume, preceduto dalla prefazione contestualizzante di Tore Hamsun, presenta la significativa e attualizzante postfazione di Eduardo Zarelli e le Appendici, Cielo oscuro e Festina lente.  Il testo è articolato in cinque capitoli: in essi l’autore si confronta con i diversi aspetti della vita intellettuale americana, dalla letteratura alla arte figurativa, dall’arte drammatica agli effetti prodotti dalla visione del mondo americana sulla vita quotidiana. L’indagine ha tratto eminentemente critico e illumina l’essenza escatologica della civilizzazione statunitense. La prosa di queste pagine, se l’opera viene posta a confronto con le ulteriori esperienze letterarie di Hamsun, può risultare cruda, acerba, eccessivamente carica di pathos, ma il libro è comunque godibile. Si tratta pur sempre dell’esordio di un grande scrittore. Il volume fu occasionato dai due soggiorni di Hamsun oltreoceano in periodi diversi, che durarono complessivamente quattro anni: dal febbraio 1882 all’autunno 1884 e dall’autunno 1886 all’estate 1888. Scrive Tore Hamsun: «Vi giunse (negli USA) come un comune emigrante e lottò ogni giorno per sbarcare il lunario, conquistare una posizione tra i compatrioti e mantenere in vita il fuoco del talento letterario che gli bruciava dentro» (p. 15). Il volume è latore, di fatto, di una polemica implicita nei confronti del suo compatriota Bjørson, noto letterato portato in trionfo, durante la sua permanenza negli USA, dai propri connazionali.
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  • Entriamo ora nelle vive cose della trattazione di Hamsun. Fin dall’incipit del narrato le intenzioni polemiche di Hamsun nei confronti della vita culturale americana risultano chiare: «La prima cosa che sconvolge il forestiero spossato dal lungo viaggio è il frastuono indemoniato, l’irrequietezza, la vita frenetica per le strade, l’affrettarsi inquieto e precipitoso con cui ci si muove ovunque» (p. 41).
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  • Arrivare negli Usa, già alla fine del secolo XIX, implicava l’ingresso nell’officina moderna, avere a che fare con la “mobilitazione totale” di uomini e cose, aver accesso diretto al Ge-stell, all’Impianto della tecno-scienza al servizio della “Forma-Capitale”. Nell’America moderna l’esistenza umana è consumata dall’endiadi lavoro-consumo: «Il cuore degli uomini batte all’impazzata se ricevono un foglietto giallo dal tesoriere della città e corrono a perdifiato per pagare le tasse» (p. 43). La vita individuale, nonostante l’esaltazione formale della libertà, è interamente assorbita da quella dell’Apparato.  Tale situazione si accompagna a un esasperato patriottismo, che induce i cittadini a credere di vivere nel miglior mondo possibile, nel regno della libertà.  Nella realtà contemporanea ciò ha indotto qualche intellettuale a ipotizzare la “fine della storia”. Essa si sarebbe realizzata politicamente nella democrazia parlamentare e nel “regno della merce” messo in scena dal capitalismo cognitivo. In questo senso, il libro di Hamsun ha tratto profetico. Lo scrittore sostiene che l’autocelebrazione americana, in realtà, è sostanziata da crassa ignoranza: «Lo straniero […] si meraviglierà che questo popolo, tanto innamorato di sé, sappia poco o nulla degli altri» (p. 45). È questo non-sapere a produrre: «la fiducia ingenua e cieca degli americani di poter sconfiggere qualsiasi eventuale nemico» (p. 44), una fiducia mai venuta meno, si pensi a Trump che, ancor oggi, sostiene candidamente di poter riportare all’Età della Pietra i nemici della sua politica.
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  • Le espressioni artistiche e letterarie degli americani, sostiene Hamsun, sono infarcite di una semplicistica visione utilitarista della vita e sostenute dalla visione messianica, discendente dal puritanesimo neo-gnostico, che induce questa civilizzazione a voler ridurre a sé, alla propria visione del mondo, gli altri popoli della terra ricorrendo anche all’esportazione “balistica” della democrazia.
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  • Si badi, suggerisce Zarelli, se il “male americano” è il nemico con cui battersi, è necessario non pensarlo in termini “assoluti”. L’America ha anima plurale. L’autore della postfazione ricorda, con pertinenza argomentativa, che la cultura americana ha espresso anche un pensiero critico nei confronti della dismisura capitalistica e cita in proposito, tra gli altri, Emerson, Thoreau, Pound e Kerouac. L’atteggiamento esistenziale da recuperare, per contrastare la “Forma-Capitale” è stato ben esemplificato da Hamsun nel saggio, Festina lente, “Affrettati lentamente”.  Tale espressione è: «ossimoro della ponderatezza e dell’azione duratura, come il simbolo della tartaruga con la vela usato da Cosimo de’ Medici» (p. 265).  Esso implica l’agire in armonia con il flusso naturale delle cose, come insegna il sapere tradizionale. 
  • ...
  • Il volume, La vita culturale dell’America, alla luce di questo suo insegnamento, è di stringente attualità. Rileva la necessità di curare il disordine esistenziale degli uomini del nostro tempo, al fine di ricostruire il tessuto comunitario lacerato dal nosos, la malattia contemporanea della dismisura, di matrice americana.

  • Knut Hamsun, La vita culturale dell’America moderna, prefazione di Tore Hamsun, postfazione di Eduardo Zarelli, Bietti, pp. 27, euro 20,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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