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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Sulk declino dellumano

  • Sul declino dell’umano
  • Un testo di
  • Alter Spirito
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Alter Spirito è docente di filosofia nei licei. La sua produzione letteraria è chiara espressione di pensiero-poetante. Ha, infatti, già dato alle stampe diverse raccolte poetiche e una serie di testi di natura eminentemente filosofica, dai quali si evince una notevole capacità scrittoria di natura aforistica. Anche la sua ultima fatica, conferma appieno tale propensione. Ci riferiamo a, Sul declino dell’umano, nelle librerie per Ortica editrice. Si tratta di un testo coinvolgente, nel quale Spirito si confronta, da un lato, con quella realtà storico-esistenziale che Roberto Calasso definì l’innominabile attuale, vale a dire la società post-moderna in cui tutto, anche l’uomo, è in dissoluzione e, dall’altro, colloquia con se stesso, analizzando, mosso dal dubbio scettico, il proprio percorso scrittorio e di vita.
  • ...
  • Sappia il lettore, innanzitutto, che il nostro autore è un eretico ribelle nei confronti degli idola intellettuali e politici del tempo presente. Il suo dire non mira a conciliare il lettore con lo stato presente delle cose, al contrario, ha tratto urticante, pugnace, in quanto risulta essere trascrizione della visione tragica del mondo: «Se la vita è disordine, lacerazione, caos e mancanza, la scrittura […] tenta disperatamente di disalienare quel che resta della vita stessa. Non riuscendoci» (p. 7).
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  • Lo scrivere è, dunque, in tal senso, esercizio in cui si prova a custodire, illusoriamente, l’umano. Esercizio, almeno per alcuni, tra questi Spirito, comunque assolutamente necessario e irrinunciabile. È il dolore, quando sia profondamente avvertito, a indurre a una scelta siffatta, a fare della scrittura una dimora nella quale celarsi di fronte all’inclemenza spirituale del tempo presente (Gomez Davila). Ma scrivere oggi, o comunque esprimersi, implica aver contezza del lacerto, del frammento, nel quale la vita è stata dispersa, atomizzata, dal capitalismo computazionale.
  • ...
  • Il pensiero non può che farsi testimonianza della vita nuda, finita e dolente che, ab origine, ha inscritta in sé la negazione originaria, che ha il volto della morte. Per questa ragione, Spirito è autore sintonico, nei contenuti e nella scelta dell’aforisma, al mondo ideale messo a tema dal filosofo Andrea Emo. Egli, lo sostiene apertis verbis, è convinto che, nella società dello spettacolo, sia necessario aver cura dello sguardo, in quanto è consapevole, con Pessoa, che: «ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo» (p. 10).   Spirito invita all’accettazione del qui e ora, del limite del nostro ex-sistere, del nostro apparente “stare fuori” dal principio e rimpiange: «solo quelle lacrime che non sono riuscito a versare» (p. 11). Malattia e dolore sono stimoli per la creatività, sono reattivi spirituali che consentono a chi se ne faccia latore di vivere euforicamente (da eufero, “ben sopportare”). Di questa realtà, Spirito possiede chiara consapevolezza: egli sa che l’aporia non è data dalla morte, ma anima la vita intimamente, dall’interno, e quindi il suo esercizio di parresia non dà luogo ad alcun contemptus mundi, a fughe in un altrove esperito in senso trascendente. L’altrove è tutto qui, è custodito, emianamente, nella vita nuda.
  • ...
  • Si salva esclusivamente chi abbia davvero rinunciato alla salvezza. Sapere che tutto è abitato da una negazione, spinge a dire “no” a ciò che ci circonda, a preferire: «il “no” come unica condizione ontologica» (p. 13). La nostra vita è perpetua tensione che, leopardianamente, conduce verso un oltre mai raggiungibile in termini definitivi. L’uomo deve rinunciare a qualsivoglia possesso, perfino al possesso di sé stesso, deve provarsi a vivere, con Epicuro, nascosto al mondo dei più, in una vocazione autenticamente anarchico-aristocratica: «Ovunque si guardi vi è un continuo nascere e morire», (p. 16), un uscire e un tornare all’origine che non ha fine».  Il pensiero-poetante di Spirito si nutre di indigenza: «che sa ancora essere vicina alle cose umili e vere» (p. 16).   È necessario perdersi, preservando il grumo sofferente della nostra vita: «nel vento e nel sole» (p. 18) guardare alla physis quale unica trascendenza possibile.  Soltanto la vita nuda è irriducibile al Potere, alla sua costitutiva anarchia. Il foro interiore dell’eretico è il luogo della libertà possibile.  L’amore per la vita si innalza dalla disperazione: «Vivere di poco […] coltivare uno spazio intimo […] fare dell’interiorità un luogo dove la nostra esperienza trovi la propria dimora» (p. 23). Tale heimat è quiete nel movimento. Spirito sa dell’inanità degli opposti: essi vivono con-fusi nel caos della vita, di là dei dualismi statuiti dal primato concesso al concetto e agli universali. La vita è singolare unicità.
  • ...
  • In tale prospettiva si incontra davvero l’Altro. Esso non appare più come il diverso da sottomettere, ma è esperito anch’esso quale manifestazione dell’origine, che in tutto si concede. Depone le armi, in tal modo, l’uomo del risentimento, che detesta nell’altro se stesso e la Parola si ri-sveglia, esce, nella solitudine di chi pensa attraverso il “no”, dallo stato di attuale mortificazione. Si tratta di un elogio dell’imperfezione e dell’incompiutezza, forse le sole nostre possibile “perfezioni”.   Per presentare tale visione delle cose, l’autore fa riferimento a pensatori e poeti di ogni epoca, tra gli altri, Emo, Sartre, Weil, tesi a cogliere, pur nella lacerazione dell’esistenza, la sua Bellezza costitutiva: «parole squarciate (le loro) urticanti e irregolari che riescono più di ogni luce a far emergere e a soppesare le più laceranti oscurità» (p. 45). Spirito invita a riscoprire la terribile potenza del riso, a “ridere del mondo”, stante la lezione del Leopardi dello Zibaldone. Il riso riconduce al Centro, in faccia al caos della vita e induce il demartiniano “ethos della trascendenza”, atto a far tollerare l’esistenza, in quanto, in ultima istanza: «la vita dl mondo […] non è altro che il continuo decomporsi di Dio» (p. 96), dell’origine negativa. Purtroppo anche la scrittura, oggi ridotta a merce tra le merci dalla Forma-Capitale, è stata depotenziata.
  • ...
  • Questi alcuni dei temi toccati da Spirito in, Sul declino dell’umano. Un libro centrato su una “comunicazione d’esistenza” che prende per il collo il lettore e le false e facili certezze cui siamo adusi. Per questo è un libro di rilievo, è per tutti e per nessuno.

  • Alter Spirito, Sul declino dell’umano, Ortica Editrice, pp. 127, euro 12,00.

 

 

  • MOSAICO FILOSOFI

  • MACHIAVELLI
  • nel
  • CAMPO LARGO 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • La situazione contemporanea è colma di politica, e più precisamente, di politico. Siamo tornati quindi a chiedere lumi, come sempre, a Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuti con l’usuale cortesia.
  • ...
  • Riuscirà il centro-sinistra a realizzare il “campo largo”?
  • Di sicuro, tenuto conto però, di quanto la fortuna condizioni il corso degli eventi, come scrissi nel “Principe”.
  • ...
  • Ma ci sono differenze e rivalità, anche personali, notevoli.
  • Distinguiamo: quanto alle rivalità personali, e cioè alla scelta del capo, sono evidenti: anche spesso si sono fatti la guerra tra loro.  Tuttavia c’è una necessità: che se non si accordano, il capo non ci sarà. Non ci sarà neanche il campo largo, la Meloni stravince. Rimarranno tutti a bocca asciutta: situazione che a loro non garba affatto.  Quanto alle diversità ideali o ideologiche, vale un discorso simile: che se vuoi battere un nemico, devi provvederti di forze superiori… Ai tempi miei Venezia era lo Stato italiano più forte: tuttavia se si accordavano per combatterla gli altri quattro, avrebbe perso la guerra. Nel secolo scorso l’Asse fu battuto dall’alleanza tra capitalismo e comunismo, che più differenti non potevano essere. Ma andavano di buon accordo nel dividersi gran parte del Mondo.
  • ...
  • Ma nel caso nostro occorre trovare il consenso dei cittadini.
  • E infatti lo stanno cercando con i soliti sistemi. Il primo è modulare i messaggi sull’orecchio dei differenti uditori. Ma il motivo è lo stesso. Ad esempio considerate come hanno commentato i tumulti nelle città italiane la settimana passata…: chi ha detto che sono degenerati perché c’erano pochi poliziotti, altri che il Governo strumentalizzava le violenze; altri ancora che le ragioni dei manifestanti erano condivisibili (e così via). Tanti percorsi diversi ma con un unico punto d’arrivo: la colpa del Governo. Al momento giusto, cioè nella cabina elettorale solo quest’ultimo avrebbe contato.
  • ...
  • Ma hanno annunciato che avranno un programma deciso in comune.
  • Che faranno, come al solito, con il sistema che Pascal attribuisce ai redattori della condanna della tesi di Arnaud: di essere d’accordo sulle parole usate, ma divergenti sul loro significato: cioè sull’essenziale. Col risultato che, dopo le elezioni, ricominceranno a litigare, ognuno con le sue giustificazioni.
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  • Ma non pensa che qui abbiano applicato il Suo consiglio che per il governante (o l’aspirante tale) è meglio parere che essere?
  • Il loro punto debole è di averlo applicato male; per così dire pro domo sua. Bisogna capirlo tutto. Perché hanno contravvenuto all’altro consiglio: che è meglio non toccare il patrimonio dei sudditi. Scrivevo che è meglio ucciderli che ridurli in miseria. Loro invece li hanno impoveriti e non sono cambiati: sono gli stessi a sbandierare le stesse soluzioni (e derivazioni), anzi la stessa soluzione: mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non contenti di un trentennio di fallimenti.
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  • E Vannacci?
  • Sperano nel generale, applicando la conseguenza del principio che ricordavo: dividere il nemico, riducendone le forze. Divide et impera. Come aggiungere “amici” vuol dire aumentare. Scipione lo applicava in modo egregio.
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  • E allora come finirà?
  • Come girerà la fortuna, la virtù consiglia di comportarsi in un modo ma anche i più virtuosi (lo erano assai più dei vostri contemporanei) non sempre reggono i colpi della fortuna, come capitò al Valentino.

 

  • Tolkien

  • Tolkien, il professore che amava i draghi
  • Una raccolta di scritti di
  • de Turris
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • A volte, le esistenze degli scrittori si intrecciano tra loro. La vita intellettuale di Gianfranco de Turris, “padre del Fantastico italiano”, è strettamente legata a quella di uno degli autori sui quali si è maggiormente soffermata la sua attenzione esegetica, quella di J. R. R. Tolkien.  Entrambi si sono spesi per l’affermazione di un mondo altro, centrato sulla sacralità della natura e della vita e, per questo, i due intellettuali hanno patito l’ostracismo della critica militante mainstream.  Nomi, di certo, divisivi quelli dello studioso italiano e del noto docente di Oxford.  Resta il fatto che le tesi di de Turris in tema di letteratura fantastica, al pari delle opere dell’autore del Signore degli Anelli, nonostante ciò, hanno avuto una diffusione non comune.
  • ...
  • L’ermeneutica deturrisiana di Tolkien è testimoniata da un volume, da poco nelle librerie per i tipi di Lindau, intitolato, "Il professore che amava i daghi. Miti e simboli in J. R. R. Tolkien".  La silloge raccoglie trentuno testi di natura diversa, pubblicati tra il 1979 e il 2026, ed è chiusa, in Appendice, da un’ironica pièce teatrale, Teatrino Tolkieniano. Il volume è impreziosito dalla prefazione di Paolo Paron e dall’introduzione contestualizzante di Guido Andrea Pautasso. Il lettore, inoltre, può avvalersi, per orizzontarsi in tema, della monumentale, per quantità e qualità, bibliografia deturrisiana su Tolkien, prodotta dal 1968 ai nostri giorni.   Si tratta di una vera e propria summa dell’esegesi mitico-simbolica dell’opera dell’inglese, imperdibile per gli appassionati del Fantasy.  Questo genere letterario, rileva l’autore, ha, in particolare in Tolkien, una struttura simile a quella dei miti antichi: «...eroi e divinità, avventure e assedi, ritorni a casa e compiti straordinari da assolvere […] l’irrompere di elementi estranei nel reale quotidiano che lo trasformano e gli fanno assumere un’altra veste» (p. 31). Per gli antichi i miti avevano carattere sacro e religioso, tratto “sostanziale” e “fondante”. Al contrario, il lettore moderno del Fantasy, considera tale narrazioni a mo’ di finzioni” scaturite dalla fervida immaginazione, dalla creatività e dalla psicologia del narratore.
  • ...
  • Esiste, tuttavia, a dire dello studioso italiano, un collegamento tra mito e fantasia. Tale legame è ravvisabile nelle figurazioni immaginali proprie del mito e del fantastico contemporaneo. Queste, nonostante l’offuscamento cui il mito è andato incontro nel corso del tempo, hanno conservato il valore essenziale delle prime rappresentazioni mitologiche. Si tratta di immagini archetipiche che: «...possiedono in loro ancora una propaggine, una scintilla del sacro del mito originario da cui derivano» (p. 35). Non è casuale che il termine immagine derivi: «dal latino, imus, profondo» (p. 35).   La fortuna dei libri di Tolkien è da data dalla presenza - nelle loro pagine «di queste specifiche “radici”» (p. 37). Per entrare nella “Terra di Mezzo” è, pertanto, imprescindibile: «il metodo di interpretazione simbolica» (p. 37), il cui valore è negato dalla critica à la page degli Eco, dei Cotroneo e del collettivo Wu Ming, con i quali de Turris polemizza con persuasività di accenti e ampia documentazione filologica.  L’approccio “orizzontale” al fantastico, pur necessario, si ferma all’aspetto “esteriore” di tali narrazioni, coglie, puntualmente, come il genere fantasy sospenda, come rilevò Lovecraft: «quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos» (p. 42). Ciò che viene messo in discussione in modalità radicale in tale lettura è la validità assoluta del principio logico d’identità, che distingue rigidamente il possibile, dall’impossibile. Il fantastico tolkieniano merita, di contro, un’esegesi “verticale”, centrata, stante la lezione di Eliade: «...sulle irruzioni del sacro […] nel mondo», che lo fanno “essere” (p. 44).  Lo storico delle religioni romeno sostenne, inoltre, che il mito ha trovato nella letteratura e nel cinema (apprezzò non poco, Il Circo di Fellini), le proprie scialuppe di salvataggio. Per questo il romeno, al pari de Turris, non fu solo saggista, ma si dedicò anche alla narrativa.  È il riferimento alle immagini archetipiche a distinguere la fantasia dalla fantasticheria moderna, criticata da Zolla quale esito degenerato dello psicologismo soggettivista moderno.
  • ...
  • Le pagine de, Il professore che amava i draghi, hanno, per chi scrive, valore eminentemente filosofico. In esse echeggia, non ricordato dall’autore, la tesi di un pensatore italiano oggi trascurato, Ernesto Grassi, che nel suo, Potenza della fantasia, lesse il fantastico nella sua valenza gnoseologica. La realtà è il prodotto di un’azione fantastica che si manifesta nel tratto, meravigliante e terrifico in uno, della physis. I concetti non possono tacitarlo né normarlo per sempre. Prima o poi esso riemerge.
  • ...
  • Di rilevo, inoltre, ci sembra il saggio che l’autore dedica al problema dello gnosticismo in Tolkien. Dalle sue pagine si evince come il grande scrittore, nella sua opera di “sub-creazione” del reale, non sia stato animato da alcun radicale dualismo, neppure da quello che distingue nettamente il bene dal male. L’inglese non ebbe intenzioni emendative nei confronti della realtà, fu un anti-moderno che accettava il mondo con i suoi limiti e tra essi, perfino, il male.  Tolkien suggerisce di guardare al Potere, anche a quello politico, non in termini meramente escatologici, o come vorrebbero gli interpreti mainstream, in modalità “libertaria”.  Il suo linguaggio “poetico”, depotenziato dai recenti traduttori, invita, semmai, a una fuga dal carcere realista in cui l’uomo, modernamente, è stato rinchiuso dal primato logo-centrico ed empirista.  Lo scrittore guarda alla libertà quale principio che si dà nella vita tutta, in ogni sua manifestazione. Sostanzialmente, egli fu “un pagano convertito” al cattolicesimo.
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  • Recentemente, Elly Schlein, segretaria del PD, ha sostenuto: «Dobbiamo riprenderci Tolkien!» (p. 341). De Turris commenta: «Non si può “riprendere” quel che non è suo» (p. 344). Il mondo ideale di Tolkien nulla ha in comune con la “religione dei diritti”, della quale la Schlein e la sua parte politica sono latori. Il professore che amava i draghi non è solo l’opera omnia deturrisiana sul padre degli Hobbit, è un libro che indica la strada da seguire nella confusione imperante nella post-modernità. Da leggere e meditare.
  • Gianfranco de Turris, "Il professore che amava i draghi. Miti e simboli in J. R. R. Tolkien", prefazione di P. Paron, introduzione di G. A. Pautasso, Lindau, pp. 393, euro 26,00.

TAVOLETTA Heliopolis NON AVER PAURA DI DIRE

Tavoletta NON AVER PAURA DI DIRE


  • Tavoletta  Heliopolis
  • 42 AUTORI
  • "NON AVER PAURA DI DIRE"
  •   Collana Tabulae 
  • Questa pregiata tavoletta Heliopolis uscì  in parallelo con un e-book stesso testo.
  • Ma al di là della ormai storica collana a cui tanti scrittori hanno partecipato,
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  • Se è vero che oggi è improponibile non cercare di comunicare e nello stesso tempo tutto si sfilaccia nella quantità e nell’indifferenziato, allora questo ossimoro vivente, questo duplice registro, serve a soddisfare un’esigenza ineludibile rimanendo fedeli alla profonda vocazione
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Il Cavallo del Fato

 

 

Scultura:

"IL CAVALLO DEL FATO"


1 Cavallo del Fato fianco 1

"IL CAVALLO DEL FATO", Scultura di  Sandro Giovannini,   2017
(alt. 3 mt., lungh. 2,50, largh. 1, materiali vari)

 

  •  I 
  • Memoria

La scultura nasce come una sfida ideale al tempo attuale e riporta una passione ed una cura priva di orpelli, essenziale, significativa. Non è solo un rischioso tentativo di ripercorrere con un passo lento e progressivo un mito antico che è andato consumandosi nei secoli quanto una prova che un uomo costantemente può compiere per riprendere il discorso dell’origine, sempre possibile.  (1)

L’incudine ed il martello sono la stessa materia umana sottoposta alla legge entropica che prima dà e poi toglie e poi ridà ancora, senza alcuna pietà, nel primo senso e nel secondo. La pietas invece è tutta nella ricostruzione che un uomo compie, accanto al suo totem, reggendolo per le redini, alleato di spazi e conquiste da tempo immemorabile, come astro di riferimento tra alcuni altri, in una ferma costellazione teologica, sapendo che può perderlo e perdersi con esso. Il cavallo, “scuotitore della terra” (enosichthon), catafratto, dedicato, sacrificabile. Il racconto dice infatti del cavallo come inganno per conquistare Ilio, ma noi sappiamo bene, dagli scavi nel sito di Troia, non risultare affatto un insediamento acheo nella città. (2) Quindi l’inganno che fonda il mito potrebbe rivelarsi duplice; il cavallo simbolo del terremoto, innegabile travaglio di un sommovimento comunque avvenuto, sacro a Poseidone, ma gestito dalla potenza astuta ed atroce di Atena, prima come Palladion teucro,  poi come Vittoria romana, (3) valido a fondare forse una falsa sconfitta dalla quale promana una certa vittoria, anch’essa senza tempo. E’ l’antica storia dell’incudine e del martello, ove l’uomo, il fabbro, l’artefice, l’ingannatore, il distruttore, infine il fondatore e il pio, riesce, assieme al suo antenato, a caricarsi addosso la sua colpa, la sua paura ed il suo coraggio, tutti inevitabili al destino ed affrontabili nella vacuità.   (4)

 

 

  • II
  • Confronto

Confronto sui materiali. Il legno innanzitutto, scarto delle navi e dei tanti apprestamenti, ora scarto di produzione nell’immane mercato in cui siamo immersi tutti e dell’altro legno, invece, molto prezioso, a tasselli di mosaico radicali e profumati, lavorati uno per uno. E poi il piombo greve della condotta sotterranea e della lotta di fronte, usbergo di ogni scontro a viso aperto, richiamo al duplice materiale tossico dell’esistenza ma anche immune alla corrosione, dialettico come sconfitta e riscatto. La pesanteur come dimensione, inevitabile, di fondo. La commistione dei materiali e delle forme attira il già detto della “scrittura esterna”, (5)  con un’approssimazione al rispecchiamento dello spettatore nella torre merlata e nell’antico muro di truia, che avviene al punto più alto della rappresentazione umana e dell’utopia, con l’iscrizione della profezia di Enea, che instaura la nostra vera storia e che rimanda, nel suo rito lustrale e fondatore, al tanto giovane perdurante ed attestato lusus troiae, (6) labirintico parto della memoria ancestrale. (7) Ma su tutto dominano le dee, ambedue già consumate da secoli e sempre in complessa diatriba tra racconto letterario e mito, già copie di copie, la Minerva Tritonia del sacello di Enea a Lavinio e quella romana dell’Altare della Vittoria, sottostante, inquieta nei suoi ultimi anni di vittoria, quasi ad invertire (e ribadire) la partenza nemica e disastrosa. L’inganno, la divergenza e la rovina, incombono perennemente come le due dee, una sopra composta dall’autore in arte di terra sull’altra, trovata, in fusione di bronzo. Il rispecchiamento duplice quindi avviene anche nella materia più dura e significativa e non solo nell’immagine alta e transeunte che noi proiettiamo di noi stessi, sulle pareti cangianti del tempo. Il bronzo è l’altro che domina dal livello della sua epoca a ricordarci che non tutto, anche oggi, è necessariamente di plastica.

 

  •  
  • III
  • Atteggiamento

L’autore non cerca nulla che non sia nell’opera, quindi il lavoro più volte rifatto, non solo il progetto presuntuoso, l’affidamento costante, la protezione ormai benevola, quotidiana, persino il possibile gioco infantile per un ideale destinatario, ragioni semplici di un asseverarsi nei sempre perseguiti sogni della giovinezza, il tutto nella compagnia di una bestia, possiamo dire, non tanto immaginaria quanto storica. Che, nel suo alternato passaggio da sconfitta a vittoria, perenni, non inganna e non tradisce più. E’ un segno continuo, forse pesante ma caldo. L’animale viene ancora offerto in sacrificio allo sguardo di favorevoli e contrari, non sappiamo più quanto capaci realmente di vedere questo, fuori dagli ammiccamenti di mercato; determinato invece, nella proiezione fantastica, ad un sacrificio ben più ampio, ad una storia che non si arresta neanche con la caduta, apparentemente irreversibile, del racconto iniziale... Quindi più che il cavallo troiano qui vi è il cavallo del fato, ovvero un processo che mai trova requie e spiegazione piena se non in una auto rappresentazione che forse sa meno ordinatamente della storia, sperimentando più sapientemente il mito...

 

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ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto Heliopolis 
  • in formato PDF  od in cartaceo 
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

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