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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • KAOS CACCIARI ESPOSITO

  • CACCIARI - ESPOSITO
  • "KAOS"
  • (Il Mulino, Bologna 2026, pp. 134, € 16,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Uscito da poche settimane, questo libro, composto da due saggi sul Kaos, è stato abbondantemente (e meritatamente) recensito, sia per le prospettive da cui parte (lontane dagli anatemi e dalle ovazioni della stampa mainstream) che dal tema trattato.
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  • Cos’è il Kaos? Scrivono gli autori nella premessa “Le Muse di Esiodo ci ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis, è Chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno. Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi… Questo è il vero pericolo; la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili… Chaos è principio morfogenetico, genererà necessariamente nuovi Ordini... Ciò che l’arte e la mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali tecno-economiche”; e la Tecnica? “Priva di energia politica, è incapace di pacificare i conflitti in corso in un nuovo assetto giuridico. Se può sfondare tutti i nomoi precedenti, non sa fondare un nuovo nomos. Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione. Resiste alla sua emarginazione, creando nuovo Chaos. Così dietro tutti i progetti di ordine cosmopolitico si affaccia il fantasma dell’anarchia, della guerra civile mondiale”.
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  • A riflettere su questa aporia è la geopolitica: «Nulla è meno “statico” dello Stato – necessariamente tendente ad una potenza che può essere di volta in volta contenuta, trattenuta, ma non azzerata. Per questo, contrariamente a quanto è accaduto nei primi decenni del secolo scorso, la geopolitica contemporanea, oltre che della forza, è scienza del limite… Per ogni soggetto politico il Possibile confina da un lato con il Necessario e dall’altro con l’Impossibile».  Ciò serve a spiegare la situazione attuale, dove all’ordine bipolare precedente il crollo del comunismo, non si è sostituito alcun ordine, perché quello unipolare dell’egemonia americana si è rivelato inconsistente e quello multipolare dei “grandi spazi” è nelle doglie del parto e dell’identità del nascituro.
  • La brillante esposizione e la dotta (e logica) argomentazione degli autori ha generato, come cennato, molte recensioni da prospettive politiche, politologiche e filosofiche. Manca la prospettiva giuridica, o meglio, giuspublicistica, onde cerco, da giurista dilettante, di ovviare.
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  • In primo luogo il Kaos, come disordine, non è (solo) il contrario dell’ordine, e non ha (solo) connotazioni negative. E’ una condizione storica di transizione, di passaggio da un (vecchio) ordine a uno nuovo: il disordine è la fase necessaria di instaurazione di un ordinamento, di una forma nuova della comunità. Non è determinato dal diritto, ma lo distrugge e lo crea. Le concezioni che più somigliano a quelle degli autori sono di Jhering (la forza crea il diritto per salvare la vita), di M. Hauriou su le gouvernement de fait (che progressivamente diventa gouvernement de droit) e di Santi Romano (in particolare, ma non solo, vedi il saggio su Rivoluzione e diritto). Se è una condizione storica del Mouvement social (scriverebbe Hauriou) il Kaos è quindi necessario e ineliminabile.  Non distrugge (solo) l’ordine: è la creazione di quello nuovo, è il travaglio della storia.
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  • In secondo luogo, e come conseguenza, la funzione morfogenetica del Kaos è rapportabile sia alla teoria ciclica della successione tra forme politiche che a quelle del carattere nei cambiamenti di costituzione. Quanto alla concezione ciclica, è così diffusa che è inutile, tra i tanti che l’hanno condivisa, ricordare i giuristi (non tutti ovviamente). Quanto al cambiamento di costituzione sempre indotto dalla crisi, dal disordine e dalla lotta (violenta) fu enunciata da Spinoza (ma ripresa, in modi diversi da Jhering, Santi Romano e Carl Schmitt). Sempre a Spinoza dobbiamo l’antecedente della teoria del rapporto tra possibile, necessario e impossibile. Ma prima di Spinoza era già ripetuto dai giuristi romani nel Corpus juris: ad impossibilia nemo tenetur, obligatio rei impossibilitis nulla est, e così via. Quindi oltre un millennio prima del filosofo olandese. Anch’essa ripetuta (poi) da tanti legislatori e giuristi successivi, tra gli altri, Del Vecchio.
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  • Al rapporto tra possibile e impossibile, dobbiamo anche la concezione dello spazio.  Lo spazio del diritto è delimitato dal possibile. Ma i limiti del possibile sono quelli non solo del comando ma anche della lotta (il campo di battaglia). E dei comportamenti relativi. Agli spazi della terra o del mare e ai relativi diversi tipi di guerre si è aggiunto (Schmitt) nel XX secolo lo spazio aereo, e poi nel XXI secolo il cyberspazio.   Tutti campi di battaglia nuovi resi possibili dal progresso tecnico. Che come ha ampliato il possibile, lo ha fatto con lo spazio del conflitto.
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  • Cacciari scrive è: «Illusionspolitik l’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente” Ordine politico (di qualsiasi natura lo si immagini). La rete della globalizzazione è tutta buchi politici… Anche l’idea, logicamente assurda (non è questa la sede per dimostrarlo) dello iustum bellum, che riempie oggi la bocca degli stolti di tutto il mondo, nasce da qui. Ma come potrà essere garantita la terzietà del giudice in un conflitto tra Stati?» e prosegue “O piuttosto, ancora, sarà da una catastrofe “rigenerante” da una globale violenza costituente, che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo, esso non verrà da un "Tribunale terzo”. Per la verità gran parte dei giuristi contemporanei non sono d’accordo. Tuttavia tra quelli che hanno previsto il contrario, condividendo il giudizio di Hegel che non c’è Pretore tra gli Stati, come esempio di sintesi tra tesi opposte, può ricordarsi Maurice Hauriou. Il quale sosteneva che ogni comunità umana organizzata genera due tipi di diritto e di giustizia: quella intergroupale tra pari e quella istituzionale-disciplinare, tra non pari.  Per cui né la situazione di parità elimina la giustizia istituzionale-disciplinare né questa elimina quella, perché entrambe fondate su caratteristiche naturali dell’uomo: la naturale socievolezza e l’essere zoon politikon.
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  • Scrive Esposito, concludendo il suo saggio «il chaos, quanto più esteso, tanto più reclama la possibilità di un nuovo ordine. Chaos e nomos si oppongono, ma sono allo stesso tempo complementari. Perciò oggi è quanto mai urgente riattivare una rinnovata prassi istituente… Rinnovata nel linguaggio e nelle intenzioni, la geopolitica è aperta ad un confronto produttivo con il costituzionalismo democratico e pluralista. Innanzitutto perché è in essenza pluralista – escludendo la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo unipolare. E poi perché considera essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro… Del resto, nonostante le pretese di universalità, il diritto ha sempre una dimensione, o almeno un’origine, locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli. Perciò è sbagliato contrapporlo alla geopolitica. Ogni costituzione giuridica poggia su un dato materiale senza il quale si dissolverebbe in pura estrazione. Ma la terra, per farsi spazio politico, richiede una legge che la determini. E’ questo nodo metafisico a legare chaos e cosmo in un medesimo destino». E tale stretto rapporto è avvertito e fondamentale nelle concezioni realistiche del diritto e nei giuristi che le hanno sostenute.

  • GAEDOR Rosati

  • "Gaedor, il destino dietro la locanda"
  • Un racconto fantasy di
  • Riccardo Rosati
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
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  • Riccardo Rosati è studioso di formazione poliedrica. Yamatologo e anglista è accorto esegeta del mondo del fantastico, nonché sceneggiatore di fumetti. Ha all’attivo un numero considerevole di pubblicazioni. È nelle librerie, per i tipi dell’editore Progetto Babele, la sua ultima fatica, Gaedor, il destino dietro la locanda (per ordini: redazione@progettobabele.it). Si tratta di un racconto fantastico chiuso da un’Appendice, se abbiamo ben inteso, dal tratto autobiografico, Rough/Touch. Presentazione e postfazione sono firmate rispettivamente da Stefano Santarelli e Donato Altomare. Al termine del racconto vero e proprio, Rosati ha inserito un “Glossario dei nomi e dei luoghi” che permette al lettore di essere introdotto nella complessa struttura narrativa del libro, nella quale risuonano le parole del mito e di antiche Saghe.
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  • Gaedor, dietro la locanda, confessa l’autore, ha avuto una lunga gestazione, rappresentando, in qualche modo, la summa del suo iter culturale. Pertanto, se da un lato, è facilmente rilevabile in esso l’intreccio del genere fantasy con i Giochi di Ruolo, dall’altro si evince una lettura critica della contemporaneità mediata dal riferimento valoriale al mondo della Tradizione. Tale aspetto rende il racconto di stringente attualità.  Inevitabile, in tale contesto, lo ricorda Santarelli, l’emergere dell’influenza della mitologia tolkieniana centrata sulla perenne lotta tra il Bene e il Male. Protagonisti principali del racconto sono un nano, due elfi e un umano, accompagnati nella cerca da una serie innumerevole di altri personaggi, personificanti potenze di trascendenza immanente, viva in qualsivoglia ente di natura. L’incipit del narrato è ambientato nell’anno 1220 del calendario nanico, ovvero nell’anno 200 della Fondazione di Gadeor, capitale: «del più potente e ambizioso regno esistente» (p. 17) sul pianeta di Beargoz.
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  • A Dagalor, Ryuga, Mytril e Partalas, nella locanda “Il Lupo d’Oro”, viene affidato un compito improbo. Gaedor, città avente per simbolo un G alata, viveva una condizione di estrema difficoltà, essendo posta sotto assedio dalle forze malefiche insediatesi a Irosh, isola inospitale situata nella zona nord est del pianeta di Beargoz. Qui esercitava il proprio potere, perturbante l’Ordine, il semidio Avigell, postosi a capo di una setta di mezziorchi e uomini: «pronti a ricevere il marchio sotto la Torre di Shamdûr» (p. 5). Avigell era sostenuto da un’armata di Vampiri. I Quattro vennero incaricati di ritrovare e di riattivare i poteri benefici di un antico manufatto, l’Holyalcon.  Tali poteri potevano essere riacquisiti in forza dell’acqua salvifica di un fiume che scorreva nelle viscere del Grande Vulcano di Iarosh.  I protagonisti, consci dei rischi che l’impresa comportava, pur tra mille dubbi e titubanze, finiscono per accettare l’incarico quale destino ineluttabile, che li chiamava in causa in prima persona.
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  • Rosati mostra grande attenzione nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, il loro mondo interiore, soffermandosi finanche sui loro pensieri reconditi, frutto del loro passato riemergente. I Quattro hanno contezza della loro origine, la ri-cordano, l’hanno infissa nel “cuore”, “centro” tradizionale delle loro personalità, del Sé, di ciò che essi erano realmente. In tali descrizioni, l’autore è memore della prosa coinvolgente e onirica di Lovecraft, atta a proiettare il lettore in paesaggi alieni nei quali, tragicamente, in senso greco, male e bene, meraviglia e terrore, si danno in uno. Il carattere degli spazi attraversati nella cerca ha il medesimo stigma: la loro natura richiama a sé ma, al contempo, atterrisce. Lo si evince, in particolare, dalla descrizione dei boschi notturni, nei quali appaiono d’improvviso al chiarore della luce lunare, figure eteree di bellezza sovrumana (in particolare una figura femminile) che repentinamente dispaiono, riuscendo, comunque, a parlare alla profondità dell’anima dei cercatori. Giunti a Irosh, trovarono accoglienza in una locanda tra i cui avventori vi erano: «numerosi elfi e umani intenti a parlare di chissà quali loschi affari» (p. 41). Qui: «Non si percepiva la commistione di razze, che era invece una delle sensazioni maggiormente palpabili all’interno della Capitale Imperiale» (p. 41). Segno tangibile questo del fatto che i personaggi di Rosati, al fine di compiere l’impresa, avrebbero dovuto procedere all’unisono, superando le differenze che li contraddistinguevano.   Ben presto, i Quattro incontrarono un Cavaliere Nazahir, Rolh-en Dir, che li spronò a mettersi in marcia per il Grande Vulcano. L’ascesa alla montagna di fuoco, esteriore ed interiore, procedette tra mille pericoli, superati attraverso espedienti evocanti alcune atmosfere dei manga e anime giapponesi. Lasciamo al lettore il gusto di immergersi nella narrazione e di scoprirne i particolari. Qui basti cennare al fatto che la cerca ebbe successo. Gli eroi di Rosati si sottrassero per tempo alla marchiatura del Caos di Avigell, recuperarono l’Holyalcon che salvò Gaedor, in un’epica battaglia conclusiva, dalla forze del sovvertimento dell’Ordine.
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  • Per l’autore, come mostrano queste pagine, il genere Fantasy non mette in scena, sic et simpliciter, una “fuga dalla realtà”: egli è convinto, come seppe Cristina Campo, che le fiabe invitano a vedere nel visibile la presenza dell’invisibile, consentono di avvicinarci a ciò che “sempre è”. La fantasia sottrae gli uomini al dominio del meramente tangibile, è il pre-requisito della logica atto a sottrarre la visione delle cose al primato del concetto istituito dal logo-centrismo.  Rosati è fedele alla narrativa degli Inklings, pur con sfumature diverse dalla scolastica tolkieniana e mostra apertura, come notato da Santarelli, anche alle nuove tendenze del fantastico.
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  • Smorza, in una parola, il rigido dualismo che connota le pagine del professore di Oxford. Questo, a parere di chi scrive, il merito maggiore di, Gaedor, il destino dietro la locanda.

  • Riccardo Rosati, Gaedor, il destino dietro la locanda, presentazione di Stefano Santarelli, postfazione di Donato Altomare, Progetto Babele, pp. 100, euro 8,00.

  • Chassard

  • "Heidegger e il pensiero dell’essere"
  • Un saggio di
  • Pierre Chassard
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Pierre Chassard (1926-2016) è stato un intellettuale di primo piano, autore di un numero considerevole di saggi, noto in Italia per il suo, La religione dei diritti dell’uomo. Considerazioni critiche. Collaborò, inoltre, con la rivista «Nouvelle Ecole». Il suo pensiero è immanentista e sovrumanista. Tale posizione emerge, in tutta evidenza, dalle pagine del suo ultimo lavoro pubblicato nella nostra lingua, nelle librerie per i tipi di Moira, nella traduzione di Stefano Vaj: “Heidegger e il pensiero dell’essere. Una critica nietzschiana”.  Il volume è impreziosito dalla prefazione di Giovanni Damiano che evidenzia, a beneficio del lettore, gli innegabili meriti esegetici del lavoro di Chassard, ma anche alcuni suoi limiti.
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  • Lo studioso francese mostra, innanzitutto, una conoscenza profonda dell’opera di Heidegger. Si sofferma, con acribia filologica, tanto sui testi heideggeriani del primo periodo, sia su quelli successivi alla “Svolta”.  L’intento dell’autore è, come rileva Damiano, mostrare, che la filosofia del tedesco: «...sarebbe un’ontologia ancora tutta interna alla metafisica, specificatamente di tipo platonico-cristiano […] una cripto-teologia» (p. 7), per dirla con Nietzsche.  La filosofia del pensatore di Röcken, come esplicitato dal sottotitolo, rappresenta di contro, la testimonianza di un pensiero che seppe guardare davvero alla vita nuda, indicando in modalità aurorale al pensiero moderno una reale via di superamento dei dualismi prodotti dalla metafisica classica e dal logocentrismo.
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  • Chi scrive è stato segnato dalla lettura dei Saggi su Heidegger di Karl Löwith e, quindi, non può che condividere l’assunto di fondo da cui muove Chassard.  Anche a nostro giudizio, il percorso heideggeriano è connotato dal ricorso al lógos astratto, che ha indotto il grande filosofo tedesco, non solo ad imbrigliare la propria ontologia nei dualismi essere/nulla, essenza/esistenza, ma a pensare per concetti. La sua ossessione per l’Essere è l’ossessione per un universale, che finisce per tacitare il thauma, da cui è sorta l’interrogazione filosofica. Tale “meraviglia tragica” sorge di fronte alla singolarità di ogni ex-sistere, in faccia al misterium che essa custodisce, esposti come siamo alla dynamis, alla dimensione del possibile, mai completamente tacitata dall’“attualizzarsi” (in senso aristotelico) di ogni vita.  L’ontologia di Heidegger si traduce in una nuova henologia, come ben chiarisce, in molti plessi di questo libro, Chassard, centrata su un lavoro paziente e complesso di “scorticamento” del linguaggio filosofico-metafisico della tradizione europea. Un tentativo questo che, se da un lato, mostra la grandezza della speculazione heideggeriana, dall’altro ne ha segnato il fallimento, il suo, come notò nell’introduzione ai Contributi alla filosofia Franco Volpi, ricadere su se stessa.
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  • L’intero iter di Heidegger è centrato su opposizioni radicali: Essere/esserci, autentico/inautentico, Evento/temporalità. L’astrattezza concettuale che lo connota ha impedito al tedesco, almeno in alcuni luoghi della sua sterminata e stimolante opera, di pensare in termini di concretezza il possibile nuovo inizio della storia.  Anche l’Heimat anelata diviene, nel contesto henologico, un universale: il nuovo possibile radicamento, almeno alla luce di certa scolastica da cui l’opera del tedesco andrebbe liberata, risulta senza patria, senza tradizione. 
  • ...
  • In Essere e tempo, nota Chassard: «Heidegger […] arricchisce la metafisica con categorie proprie dell’ente umano» (p. 76). La ricerca della fatticità, del senso dell’essere del da-sein, è implicata nel pensiero metafisico, è subordinata al senso generale dell’Essere: «l’esser-ci, esistenzialmente pre-occupato, e certamente più che un semplice “esser-al-mondo” formale, non può che introdurvi una nota particolare, interamente superficiale e tinta di affettività» (p 77).  Per Chassard, Heidegger si pone, nelle pagine dell’opera ricordata, in continuità con la metafisica della soggettività, in sequela di Cartesio (stante la lezione di Moretti, a parere di chi scrive, anche in Nietzsche risulta, in parte, rilevabile tale continuità).
  • ...
  • La Cura viene in tal modo ridotta: «...a una semplice disposizione vuota e formale, anteriore a ogni comportamento» (p. 80), a ogni scelta concreta. Apprezzabile nell’analisi dello studioso francese è l’accostamento dell’Essere del tedesco al “Dio senza nome” di Eckhart: «...posto sotto il segno del “nulla”, inteso come Ni-ente e non come mero nihil negativum» (p. 8). Ciò indusse il filosofo dell’Essere a cogliere il tratto inaugurale del Sacro, quale elemento che precede il divino e ne permette il dispiegarsi, il farsi mondo, physis.  Detto ciò, con il prefatore conveniamo nel sottolineare che Chassard, attento alla lezione di Nietzsche, avrebbe comunque dovuto leggere in termini positivi e non negativi come si evince dalle pagine di Heidegger e il pensiero dell’essere, la valorizzazione heideggeriana dell’origine greca messa in scena dai Sapienti.  Questi ebbero contezza che l’origine: «...è sempre impura e imperfetta […] per nulla sottratta al divenire e alle peripezie della storia, che […] ne sono parte essenziale e ineliminabile» (p. 9).
  • ...
  • Il libro di Chassard è, quindi, per certi tratti illuminante, mentre, per altri, risulta connotato da eccesiva vis polemica. Riteniamo che, per poter leggere convenientemente Heidegger, e lo stesso volume di Chassad, sia necessario far riferimento agli interpreti italiani del tedesco, non ultimo Ernesto Grassi.  Questi, nel volume Potenza della fantasia, comprese che per recuperare la physis quale luogo dell’origine, sarebbe stato dirimente porsi oltre il domino esclusivo del lógos e guardare alla fantasia. L’origine è, a suo dire, enunciabile, “raccontabile” (Hans Blumenberg).  Il linguaggio fantastico, quale pre-requisito del lógos e suo terminus ad quem, è atto ad assecondare l’immediatezza della vita nuda, a rilevarne il tratto metamorfico, ludico, mai normabile, il misterium vitae, in cui universale e individuale si dicono ambiguamente in uno.
  • ...
  • Lo seppe Andrea Emo, filosofo inascoltato, il quale ha scritto che l’approccio fantastico al reale (che non ha a che fare con la fantasticheria, altra cosa che reperta Zolla) è risolutivo rispetto ai problemi della logica dicotomica ed escludente, rilevabili in Heidegger.  Un’origine, quella tematizzata da certo pensiero italiano, che implica il rischio, un’origine nient’affatto salvifica e armonicista.

  • Pierre Chassard, "Heidegger e il pensiero dell’essere. Una critica nietzschiana", prefazione di Giovanni Damiano, traduzione di Stefano Vaj, Moira Edizioni,  pp. 173, euro 15,60.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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