
"La cultura scorretta"- Un saggio di
- Italo Inglese
- rec. di
- Giovanni Sessa
- Italo Inglese è giurista e saggista con alle spalle un numero considerevole di pubblicazioni. La sua ultima fatica, La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana (1946-2026), nelle librerie per Solfanelli editore, è volume interessante e di stringente attualità. Nelle sue pagine, l’autore intrattiene criticamente il lettore sulla vexata quaestio dell’egemonia culturale della sinistra in Italia, vigente almeno dagli anni successivi al termine del Secondo conflitto mondiale. Tale situazione si è perpetuata fino a giungere ai nostri giorni, in forza del lavoro di reciproca legittimazione che i “chierici” dell’establishment hanno messo in atto grazie al controllo dei mezzi di informazione e, per altro verso, attraverso la riduzione all’irrilevanza degli intellettuali che, dal 1946 al 2026, hanno teso ad abbattere i confini segnati dal “politicamente corretto”.
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- Ebbene, Inglese ci dice che tali pensatori non furono affatto irrilevanti e si sofferma sul loro lascito ideale. Lo fa con persuasività di accenti e ampia documentazione in “medaglioni” che consentono, anche al lettore meno informato, di formarsi un’idea chiara dei sistemi di pensiero, a volte complessi, degli intellettuali controcorrente. Il libro è articolato in otto densi capitoli, godibilissimi sotto il profilo della prosa. Il saggista discute il portato ideale delle principali correnti che hanno animato la cultura del dissenso: dal tradizionalismo al pensiero rivoluzionario-conservatore, dal fascismo di sinistra alla Nuova Destra, dal pensiero conservatore a quello cattolico, intrattenendosi, inoltre, sull’“altra letteratura” e sull’arte non-conforme. Individua, nello specifico, ciò che rende identificabile tale cultura: «pur nella varietà delle sue sfaccetature» (p. 218), vale a dire l’opposizione al degrado della modernità e della post-modernità.
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- In tale ambito, un ruolo di primo piano è stato svolto dal tradizionalismo di Julius Evola. Del pensatore romano, il saggista ricostruisce, con dovizia di particolari, l’iter speculativo, a suo dire connotato dalla difesa della civiltà dell’essere. Mette in luce la critica evoliana dello spiritualismo contemporaneo e della psicanalisi, latori di aperture katagogiche, verso il basso, rileva, inoltre, la profeticità delle posizioni del filosofo nei confronti della società dei consumi come del capitalismo e del marxismo, centrati sul riduttivismo utilitarista e materialista. Presenta gli aspetti più rilevanti del razzismo spiritualista evoliano, altro da quello meramente biologico, nonché la visione ciclica e regressiva della storia e l‘idea, politica e spirituale, dell’Impero, quale alternativa ai nazionalismi. Discute l’opposizione radicale del tradizionalista al Cristianesimo e la sua concezione metafisica della sessualità. Infine, analizza le posizioni dissidenti di Evola nei confronti del socialismo nazionale. Il giudizio conclusivo su Evola è il seguente: «La sua evocazione […] di una Tradizione intesa come “trascendenza immanente” […] ha il carattere di una fantasiosa utopia o tutt’al più di una mitologia» (p. 33). Quella di Evola, prosegue Inglese, fu visione metapolitica, attenta a elevare spiritualmente, in un mondo di rovine, l’uomo differenziato, ma poco adatta: «a trasporre sul piano delle applicazioni concrete i principi normativi che enuncia» (p. 33). A nostro parere tale giudizio trascura il senso profondo della filosofia evoliana, l’idealismo magico, cui l’autore si limita a cennare. Nelle opere filosofiche, infatti, Evola è latore di una concezione aperta della storia, nient’affatto metafisica. In tale visione, l’origine è sempre possibile, perfino nell’Età Ultima. Ciò fa di Evola un filosofo che nulla ha a che fare con il mito incapacitante e lo rende, di contro, pensatore cui guardare per uscire dalla mestizia del tempo presente, al pari del rivoluzionario-conservatore Giorgio Locchi, cui Inglese dedica un significativo “medaglione”.
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- Altro tradizionalista indagato in queste pagine è Scaligero, che fu amico e, per un certo tratto, sodale di Evola. Questi, con il romano, condivise il giudizio negativo sulla modernità, pur non aderendo alla critica evoliana del Cristianesimo: «Sia il pensiero di Evola che quello di Scaligero sono connotati da una dimensione utopistica che […] nel secondo si identifica nella possibilità spirituale esperibile da ciascun individuo» (p. 42). A nostro giudizio si tratta, come rilevò Del Noce in un polemica con Zolla, di utopia classica e non di utopismo moderno. L’utopia indica la tensione a superare il nosos, la malattia contemporanea, al fine di rendere nuovamente ordinato l’animo dei singoli, presupposto essenziale per ricostruire, stante la lezione di Voegelin, il tessuto comunitario. Zolla è letto da Inglese quale intellettuale estraneo al nostro tempo. Egli: «ricercava le verità risalendo agli archetipi che le generano» (p. 50). La numerologia, nel suo tentativo epistrofico, fu particolarmente importante. Nell’ultima fase, lo studioso sincretista ebbe un’infatuazione per le possibilità liberanti della realtà virtuale ed elaborò un’interessante esegesi del ruolo della moneta, al pari di Auriti.
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- Di vivo interesse è la ricostruzione del percorso teorico transattualista di Ugo Sipirito. Questi, muovendo da Gentile, giunse al problematicismo. Ebbe intuizioni profetiche relative alla trasformazione del marxismo nella “religione dei diritti”, oggi dominante.
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- Significative le analisi del “socialismo tricolore” di Accame e del contributo storiografico fornito da Marco Tarchi, “al di là della destra e della sinistra”, al pensiero dissidente. Particolarmente valorizzato, ci pare, l’“innovare conservando” di Prezzolini, Longanesi e Veneziani. Il lettore dovrebbe, inoltre, soffermarsi, sul pensiero di Andrea Emo, la cui trattazione è inserita nel capitolo dedicato all’“altra letteratura” (per noi Emo è, invece, eminentemente filosofo). L’autore si intrattiene, in particolare, sull’antimodernismo politico emiano, che non scade mai in mera reazione. Il nobile veneto considerava la democrazia liberale forma politica epidemica, in quanto i suoi apparati tendono a sovrapporsi al popolo. La cosa è divenuta evidente con il nuovo regime della governance. La filosofia di Emo, che muove da Gentile per assumere nel suo sviluppo valenza ultrattualistica, al pari di quella evoliana, ha spessore teoretico. Mette in discussione il principio d’identità sul quale è stato costruito, non solo il pensiero europeo, ma la stessa storia d’Europa e del mondo.
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- Questi solo alcuni degli autori scorretti interrogati da Inglese. Il suo libro è lavoro importante. Consente di cogliere l’ubi consistam delle proposte ideali non-conformi italiane. Esse furono espressioni di grandi individualità intellettuali. Si tratterebbe di suscitare, attorno a loro, interesse crescente, perché il loro lascito possa divenire patrimonio condiviso. La cultura scorretta è un apprezzabile tentativo in tal senso.
- Italo Inglese, La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana (1946-2026), Solfanelli, pp. 235, euro 18,00.






