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rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Marc Auge

  • Potere: senso e repressione in Marc Augé
  • di
  • Sandro Giovannini
  • “Tutti i gruppi umani hanno cosmologie, rappresentazioni dell’universo, del mondo e della società che propongono ai loro membri dei riferimenti per conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile, quello che è permesso e vietato. Questi punti di riferimento possono materialmente inscriversi nello spazio (per esempio sotto forma di statue, santuari o luoghi naturali caratteristici), imprimersi sugli utensili e gli strumenti della vita quotidiana, a volte sulla carne, per esempio sotto la forma di scarifìcazione. I miti sviluppano le cosmologie e i riti le mettono in opera: le vite individuali si ordinano essenzialmente sul modello così disegnato. Quanto più è forte l’adesione a questo modello, tanto meno libertà è presente, mentre è presente tanto più senso. Gli individui non hanno voglia di fare altro da quello che gli è imposto o consentito: sanno cosa devono fare ed anzi sanno meglio ancora cosa non devono fare. Il loro mondo è senza libertà ma impregnato di senso.” (l)  
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  • Raramente ho trovato una frase che meglio racchiudesse in sé la possibilità di comprendere storicamente l’esistente, fuori dalla categorie o dalla modellistica. Infatti se la riflessione giunge a tanta efficacia è perché è duttilmente aperta al presente ed al futuro, oltre che verificata sul passato. La cosmo-tecnologia, infatti, implicata da Augé per il presente e dalla quale si attende sviluppi ulteriori e conseguenti sui due piani per lui primari della scienza e della relazione antropologica (2), non è qualcosa di diverso dall’enunciazione di una cosmologia etnologica o di una antropologia di tipo eminentemente filosofico, sia pur lui superando la cosiddetta etnologia culturalista e rifiutando decisamente la meta-antropologia e l’etnologia-pretesto, ove, rovesciato, il vecchio mito del buon selvaggio ancora viaggia e si infrange sul “meno-aperto” (emergenza del Despota prima e dello Stato poi) e sul “più repressivo” (surdeterminazione dei rapporti materiali di produzione e della società di classe e/o dello psichismo moderno marxfreudianamente inteso).   E’ che per Augé, probabilmente, l’induzione e la deduzione, in modo più o meno consapevolmente storico, hanno lavorato dialetticamente a produrre una rappresentazione complessiva che può essere validata, con le opportune disposizioni di genere, in ogni situazione di spazio e di tempo. In “Le forme dell’oblio”, (2000, Il Saggiatore), Augé ha poi ben ritmato le dimensioni che, attraverso la consapevolezza, la speranza o l’illusione, viviamo tutti nello spazio-tempo, al di là del trascorrere insignificante.
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  • Il ritorno, la sospensione e l’inizio, sono misure che agiscono in noi sia come richiami mitici (mitico-collettivi o mitico-personali), sia come atemporalità del racconto o del letterario, sia come forme rituali che ripetono ed inaugurano contestualmente il tempo vecchio ed il tempo nuovo. In tutti questi tre elementi dello spazio-tempo, o meglio, della nostra percezione di esso, la dimensione lineare scolora e progressivamente si perde. Come a dire che potrebbe crollare, proprio in virtù di questo, la sottile ma certo non leggera mistificazione di una spazialità o temporalità unidirezionale, da noi imperante da circa due millenni, con la relativa illusione di un senso lineare, unico, comunque si strutturi (dal meglio al peggio o dal peggio al meglio): comunque da un prima ad un dopo univocamente causali, al posto di una trasposizione continua e sostanzialmente circolare di ritornanti elementi (sia pur intesi, nel senso nella rarefazione o della leggerezza dell’ultimo Heidegger, Licthung, radura dell’essere o, in Noica, della medietà, costitutiva ma non escludente, solo per fare due eminenti esempi). Questo tanto per citare e possibilmente tacitare la solita accusa di un fuoriuscire dal circolo ermeneutico crismato dallo storicismo filosofico, accusa che facilmente e velocemente viene puntata addosso a chi si azzardi ad inquietarsi, a dritto ed a rovescio, per tanta mistificazione divenuta storia e/o storiografia. Ed, in altre parole, per capacitarci a discutere d’una potenzialmente efficace atemporalità o supertemporalità (concetto per certi versi assimilabile alla surmodernità di Augé, per certi suoi chiari tratti laico-stoico-gentili) non liquidabile subito come metafisica, in quanto innervata e sostenuta fenomenologicamente. Ed antropologicamente, infatti, tale surmodernità, presenta dei tratti deviati e quasi irriconoscibili rispetto a quelli consolidati e riconoscibili delle diverse scolastiche a cui siamo tutti adusi, ma basta confrontarci con alcuni passaggi logici di Augé in uno dei suoi libri più belli e difficili per rendersene conto. (3)   Anche per questo Augé considera una forzatura o peggio una caricatura il concetto di repressione come legato all’emergenza improvvisa e sempre molto difficoltosamente investigabile, di ciò che non sarebbe più una “società primitiva”. Quindi oltre la cosiddetta “società primitiva”, pur considerando legittimi i quadri (peraltro sempre più allungati e sempre meno compulsivi) di rappresentazione storica quali le bande dei cacciatori-raccoglitori, le comunità di villaggio, le società lignatiche etc., derubricando lo stesso concetto generale di “società primitiva”, quale categoria capace di supportare ancora complessivamente similari stili di vita ma in un quadro ordinante molto meno restrittivo. (4)  
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  • Ma stando a più verificabili (e prossimi) processi storici (sia pur applicati in spazi e tempi diversi: dalle sopravvivenze etnologiche più o meno dipendenti dal contatto (con l’altro ma soprattutto con l’occidente), alle società storicamente investigate ed applicando quindi l’equazione senso/libertà, in una valorizzazione che presenti ormai la libertà nella sua più spinta versione individuale e quindi come dice Augé (riferendosi all’occidente): “...Abbiamo iniziato a sfuggire da questo mondo nel XVIII secolo...” (5), il vero problema, comunque, del presente (già per noi da tempo ed in crescendo vertiginoso per tutto un mondo vieppiù globalizzato), è che l'attuale cosmo-tecnologia è addizionatrice di libertà (non certo però nella risultante direzionale ultima del “capitalismo della sorveglianza”) e sottrattrice di senso nello stesso istante e nella stessa sua ragione efficace. Anche per questo Augé auspica un aumento della produzione individuale di senso. Ovvero se certifica nelle grandi narrazioni, nelle cosmologie, il produttore del senso collettivo, rinviene nel (nostro) tempo presente le tracce che sempre più marcano le nuove sensibilità dell’individualismo di massa. Questo individualismo di massa (e massa dell’individualismo... essendo difficile rappresentarseli altrimenti) è, a sua volta, estremamente contraddittorio, perché, nel mentre subisce inarrestabilmente il fascino dei “non-luoghi” come luoghi che non dipendono “...dalle loro intrinseche qualità estetiche, ma dal cambiamento di scala che vi si esprime. Gli spazi del codice rivelano l’assenza di ogni simbolismo. Al loro interno ci sentiamo soli, perduti, di volta in volta liberati o esaltati (libertà provvisoria, esaltazione passeggera). Oppure ne riconosciamo l’immagine e vi ritroviamo i segni del consumo quotidiano: sono troppo familiari, troppo pieni in un certo senso, e troppo vuoti in un altro senso. La coscienza della mancanza si è spostata: essa non riguarda tanto un senso perduto, quanto un senso da ritrovare”, (pag. 138) ... nello stesso tempo scopre in sé “...una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali” (meno essi devono all’intervento umano) più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali”. (pag. 37)  Come a dire, secondo lui, che, il massimo dell’alienazione al proposito ...fuga dalla cosmopoli, etc., etc., in una ipotetica nuova arcadia se non (meglio) nel bosco jungeriano, potrebbe produrre persino il massimo della coscienza del “non sé” e quindi, paradossalmente, del Sé. Ma, per noi, se non ci fosse neanche questa paradossale ipotesi di fuoriuscita utile ed onorevole da tali rovine e macerie, da un bosco nuovo ad una nuova arcadia, peraltro tutte oneste utopie, qualsiasi presa d’atto della nostra condizione attuale - quindi senza alcuno sbocco finale - sarebbe solo errore ed orrore. Ma in più, per Augé, c’è anche la naturale e ben frequentata (e comprensibile) fuga dalla responsabilità di una posizione ideologica chiara, non necessariamente a monte, ma almeno a valle a fronte della trasformazione, compulsiva, in atto. Illuminante come Augé racconti come esemplare l’esperienza che fa Camus a Tipasa in Algeria (nel 1952 e quindi quando già molte situazioni stavano profondamente cambiando), “...il ritorno a Tipasa (possiamo immaginare che lo abbia rivisitato più volte nel pensiero) è dunque per lui una fuga al di fuori della storia verso la coscienza del tempo puro, verso la sola coscienza del tempo. Siamo posti oggi dinanzi alla necessità opposta: quella di reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia”. (Rovine e macerie pag. 43)   Diciamo almeno, considerando la concezione che Augé ha della storia: ...per non farcela scorrere sopra come la pioggia... Quindi anche tutti i discorsi sul colonialismo ed il neo-colonialismo, ove la coscienza antropologica ha sofferto di contraddizioni micidiali. Comunque, se la comunicazione interpersonale ed intersociale aumenta a dismisura mimando la relazione (entro le tre figure dell’eccesso di cui parla Augé: “...la sovrabbondanza di avvenimenti, di spazio, di individualizzazione dei riferimenti) (6), spesso solo per darci indicazioni del tutto superflue ma reputate sempre più necessarie per il potere stesso, parafrasando nello stile del famoso aforisma wildiano, oltre ad esporci ben più pericolosamente a ben altre verificabilità, ecco che è dal cuore dello stesso processo di apertura che si determina la chiusura, e che il senso diviene insensato e la libertà una schiavitù.
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  • Diciamo quindi che è questo l’orizzonte esistente ed è questo che ci fornisce il miraggio aggiornato ed usufruibile, oltreché la direzione ove il vento tira o la marea monta. Tutto rimescolandosi, nella modernità più attorta, non fa che riportarci ad una costante che, tutto modificando, tutto lascia sostanzialmente invariato (al proposito del potere, della repressione e dei relativi e costitutivi rapporti), anzi favorisce una messa in forma molto più invasiva. Il cangiante rapporto senso/libertà, ove, nell’occidente globale la libertà è soprattutto un racconto catturante nella performante forma autogenerativa (la colossale autodenuncia dei dati) e nel surplus comportamentale del target di Google e di Hollywood per la maggior gloria della fascinazione del mercato (oltre a noi, per troppi: vedi i sud e gli est). Ma profondamente spietata nell’effettiva forma/capitale. Il rapporto senso/libertà è circolarmente verificato nella sua invarianza, con buona pace d’ogni devota e/o prudente minimizzazione. Con facilità ideologica, tale rapporto circolare, ma anche estruso per la tangente impazzita, viene dato in una lettura solo meglio/peggio. Forse sarebbe più onesto dire: spaventosamente diverso nella sostanziale (feroce) identità di sempre. Del potere. Ma con mezzi, ormai, esplosi, (7)  
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  • Ma se possiamo applicare tutto ciò alla narrazione fondamentale, ovvero alla cosmologia che ci avvolge e ci fa esseri del tempo in cui siamo, più o meno consapevoli in termini di coscienza storica (questo - se ce lo meritiamo - ci può spettare ancora), il centro di tutto questo è il rapporto tra potere e repressione: “...Ora se è evidente che la definizione e la formazione dell’identità dipendono in larga misura dalle configurazioni politiche e sociali (la letteratura consacrata alla nozione di persona è a questo riguardo molto ricca), può sembrare al tempo stesso legittimo supporre che questa formazione dell’identità sia precisamente la peculiarità del potere (quale ne sia la forma) e il segreto della sua efficacia, in tutte le forme del potere, la figura individuale si inscrive nella configurazione complessiva che delimita la totalità del possibile e del pensabile; questo limite determina, propriamente, l’ideologia per effetto della quale ragione individuale e ragione sociale tendono ad identificarsi in tutte le società. (...) ...in ogni società, repressione psichica e repressione sociale si definiscono vicendevolmente. Ma questo non è il postulato dei meta-antropologi. Ciò che essi respingono, fra l’altro, nella nozione di natura umana è lo schema intellettuale universalistico che le corrisponde e secondo il quale forme omologhi possono e debbono trovarsi nelle diverse culture, l’evoluzionismo latente o esplicito che sottende i loro discorsi pretende che la storia dell’umanità vada dal più aperto (la società primitiva) al più repressivo (lo Stato); una lettura alla rovescia del senso della storia permette loro, un po’ contraddittoriamente, di fare del secondo l’ossessione della prima, negandogli al tempo stesso un carattere di necessità storica.” (8)… “Il potere si abbatte sempre su individui.” (9) e, se questo è un fatto antropologicamente verificato, il vero problema è la definizione di quale logica presieda, “nel” potere, per la determinazione dei ruoli, sia sociali che individuali. Ma gli individui ormai sono miliardi. Anche perché “…Dedurre il vissuto individuale concreto dai miti d’origine, dalle cosmogonie, dalle forme rituali o dalle teorie antropologiche locali è certamente sacrificare ad una concezione strettamente esegetica del simbolismo. Quest’ordine intellettuale non è espresso, o all’occorrenza imposto all’individuo, se non come richiamo all’ordine.” (10)   Ove il richiamo all’ordine esplicitamente diviene elemento ben più complesso e problematico della semplice categoria repressione. Se è vero quindi che il richiamo all’ordine è ben più complessa dimensione della repressione pura e semplice ed implica un riferimento a fattori simbolici, palingenetici e alcune volte (molto efficacemente) persino messianici, in tal modo sollevando parte della responsabilità civile dell’individuo, è anche vero che, come Augé dice: “...Il totalitarismo logico-sociale non toglie nulla alle difficoltà della pratica e all’angoscia del vivere. La tendenziale identificazione dell’ordine sociale, dell’ordine individuale e dell’ordine intellettuale mette a confronto le pratiche con i temibili rischi della necessità retrospettiva e ineluttabile. Nessuno è al riparo dal rischio, ma gli individui sono diversamente armati per fronteggialo e questa disuguaglianza è, in ultima analisi, sociale.” (11)  
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  • In un tale contesto di atteggiamento viene da richiamare il pensiero stoico, sul versante più specificatamente laico che storico, e nel campo della teoria del religioso la riflessione del pensiero tradizionale secondo la linea UTR. (12) Indipendentemente dalle diatribe storico/filologiche sulla sua maggiore o minore aderenza al concetto/mondo, variabile, nell’interpretazione storico/critica, di Tradizione.    Cioè a dire che la repressione come espressione del potere agisce non solo per vie esterne, ma principalmente ormai per vie interne, innerva ogni struttura umana, comunque essa si costituisca e qualsiasi sia il grado, possibile o praticabile, d’autocoscienza rispetto allo stesso problema del potere. Certamente alla base del problema della repressione come espressione del potere c’è il problema ineliminabile ed inaggirabile delle differenze (certamente non solo economiche), sia nelle società di classe sia nelle società senza classi, essendo il potere (anche per Augé: pag. 16 Poteri…) ben anteriore alla comparsa delle classi. Le differenze innervano ogni società, qualsiasi sia la sua ideologia, in quanto “...l’ideologia è sempre ideologia del potere in qualsiasi tipo di società... (...) ...tutte le società sono repressive ed impongono allo stesso tempo un ordine individuale e un ordine sociale.” (13)
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  • In pagine memorabili Augé coglie tutte le contraddizioni del doppio orientamento che informa l’odierna letteratura in scienze sociali: il neoevoluzionismo e quello del rifiuto della dicotomia natura/cultura. E sostituisce, integrandole senza negarle totalmente, tutte le principali vie interpretative dell’antropologia in una nuova sintesi che è quella dell’ideo-logica, ovvero della logica delle rappresentazioni in una data società. Qui è molto importante anche che la simbolica, o come la definisce Augé, l’ordine della simbolizzazione (che, prima e dopo, costituisce intrinsecamente la rappresentazione), sia considerata fondamentalmente diacronica, un rapporto d’ordine sintattico (14), che struttura secondo un logos complessivo (ove simbolica e logica quindi sono correlate sempre ma non sempre in diretta corrispondenza) la rappresentazione (in sé e di sé) del potere. (15)   Infatti le forme del potere sono limitate in qualità di vere e proprie forme simboliche (=per questo sono stato sempre interessato alla “identità simbolica”, che altri, ben migliori di me potrebbero aver definito, anche, “finzione suprema”), indipendentemente dall’immensa varietà delle scelte paradigmatiche e dal carattere non meccanicistico delle combinazioni sintagmatiche. Perché alla storia si chiede sempre un senso, dice Augé, ma questa richiesta di senso è ben prima e ben di più del senso stesso che si vuol dare alla storia (= si potrebbe dire banalmente: è una scelta obbligata di senso - indipendentemente da che senso sia) ed è il potere che controlla l’accesso al senso e questo accesso al senso si muove tra cooptazione ed esclusione in una dialettica di apparati simbolici ove comunque viene privilegiata la narrazione di un passato eminente. Ma il “passato eminente” diviene però la controprova di un “futuro necessario”, proprio ora, quando il futuro si dilegua in un pessimo eterno presente di “non tempo”ovvero quello della globalizzazione uniformante, nemico intrinseco dell’“eterno presente”, che in tutt’altra epoca - ha avuto, ha nella nostra visione e forse avrà per molti più di noi, ancora, vero senso compiuto. (16)
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  • In tale direzione anche la “storia” diviene centrale per la narrazione del potere, in quanto senza un senso della storia non si potrebbe attribuire un senso complessivo all’esistente stesso oltre che al potere. Sarà ancora un altro potere (un contropotere, un controsenso) semmai, a determinarne una restaurazione od una possibile fuoriuscita, tramite rivolte e rivoluzioni. Questo potere è connaturato alla cooptazione ed all’esclusione e quindi alla repressione proprio perché struttura il senso e la storia. E la “storia” “...forse non è se non la storia della creazione del senso e delle sue costrizioni...” (...) “Non si può riscrivere la storia ma la si può reinterpretare...” (…) “L’attitudine politica o filosofica che consiste nel riprendere in considerazione, facendosene carico, gli elementi passati, nel ripensare la storia, non è dunque totalmente arbitraria, anche quando mitizza od inventa questa storia, perché con la sua sola esistenza essa le attribuisce una possibilità supplementare... (...) ...va da sé, tuttavia, che la storia non potrebbe interamente dipendere dall’attualità e che esiste un confine tra le metamorfosi storiche di un’istituzione, le quali rivelano progressivamente la sua complessità e le sue potenzialità, e le ricostruzioni arbitrarie che modellano il passato sulle esigenze del presente. In ogni caso, l’esigenza del senso passa attraverso un pensiero del passato”. (17)  Capacità sottile d’immettere nel dibattito storiografico questa potenzialità, che non deve divenire deviazione o falsificazione proprio nel momento in cui diviene convintamene revisione. Ovviamente, come s’intende subito, bisogna ben stabilire il confine fra “riscrittura del passato” che è condizionata dai miti transeunti, dalle mode ideologiche o dalle compressioni geostrategiche e le vere e proprie falsificazioni alla Zdanov o alla Orwell, che storicamente sono esistite e continuano ferocemente ad esistere, che esisteranno ancora e che tutti possiamo agevolmente constatare. Ove per di più la validazione delle mitizzazioni o delle rappresentazioni è scelta in base a fattori del tutto opportunistici.   La “riscrittura del passato” risulta quindi, oggettivamente, di ardua definizione ed una sua chiara delimitazione comporterebbe comunque qualità quasi sovrumane di onestà intellettuale, capacità documentativa e discernimento spirituale.
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  • Anche perché per sostenere nobilmente ma assieme efficacemente la sublime inutilità della paidetica, si può accettabilmente credere come Augé che “La follia della storia è una follia ripetitiva. Gli orrori si ripetono. I progressi della tecnologia non fanno che amplificarne gli effetti.” (18)   La “postura” stoica, nella relazionalità civile e quella UTR nella sfera del sacro, sopra ricordata, ci sembrano, diversamente dal cangiante atteggiamento che si accalca forsennatamente tra impegno e riflusso, le migliori linee anche per sopportare e supportare tale “inutilità” (19), fornendone una versione efficacemente produttiva oltreché, appunto, nobilmente testimoniale.
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  • Quindi anche dall’intelligente ed apregiudiziale controllo dei dati etnologici si può inferire un senso organico alla teoria sul potere, confrontandosi produttivamente con ogni visione diversamente orientata, da quelle ontologiche a quelle fenomenologiche, da quelle psicologiche a quelle sociologiche, da quelle storiche a quelle ideologiche. Il merito di Augé è di far interagire, nella sua visione, i dati disponibili della ricerca sul campo e le ipotesi interpretative con grande equilibrio.
    Note:
  • 1) M. Augé, Perché viviamo, 2004, Biblioteca Meltemi, pag.11.
  • 2) Idem, cit. : “L’utopia planetaria che ho evocato è un’utopia dell’educazione, della piena occupazione e della sicurezza per tutti; è un’utopia necessaria e la sola che valga, con quella della scienza, se si ammette che la vita individuale degli uomini non ha altra finalità che l’affermazione di sé attraverso la relazione con gli altri.”, pag. 129. D’altra parte, un’utopia di tale sconfinata grandezza, del tutto, ovviamente irrealizzabile, se non accettando sacrifici pesantissimi alla dimensione dell’amata “libertà”, è simpatico che si giustifichi (“...non ha altra finalità...”) con un minimalismo simile di supporto. La pars destruens di Augé risulterebbe così altamente istruttiva e la pars construens del tutto “contratta”, oltre che poco convincente.
  • 3) M. Augé, Genio del paganesimo, Universale Bollati Boringhieri, 2008, pag. 98: "...Cristianesimo e paganesimo costituiscono due antropologie distinte e inconciliabili. Le modalità dell'uno e dell'altro possono essere innumerevoli (diverse quanto le ipotesi individuali recensite da Montaigne nell'Apologie de Raimond Sebonde e concernenti per esempio la definizione e la localizzazione dell'anima), ma esse si lasciano ordinare secondo due linee radicalmente divergenti: per il pagano il Dio unico non esiste, e in termini più astratti, è egualmente vero il contrario.  Questa divergenza impedisce qualunque lettura involuzionista o evoluzionista del fatto religioso, anche quando questa lettura distingua tra magia e religione. Questa distinzione, lo si è visto, è in primo luogo carattreristica di coloro per i quali la magia è essenzialmente la religione degli altri..."  Anche se, per quanto mi riguarda personalmente, parlerei, comunque, di "impedimento" parziale, più che assoluto. 
  • 4) M. Augé, Poteri di vita poteri di morte, 2003, Raffello Cortina edit., pag. 9-11. Interessante al proposito che, già dagli anni ’60 le risultanze archeologiche in Göbekli Tepe e di seguito nel sito gemello di  Karahan Tepe (e di un’altra decina di siti più o meno provvisoriamente individuati, sia cultuali che abitativi, forse ancora più antichi) riferite a migliaia di anni antecedenti alle più antiche risultanze precedenti, hanno comportato notevoli crisi di protocolli interpretativi.
  • 5) Perché..., cit., pag. 1l.
  • 6) M. Augé, Non luoghi, 2002, Elèuthera, pag, 41.
  • 7) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 180: “Che siano diverse è evidente. Che siano altre, è una menzogna.”
  • 8) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 7.
  • 9) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 10... Ancora: “...dall’altra parte rivela il carattere esplicitamente differenziale, implicitamente non egualitario e manifestamente costrittivo della configurazione complessiva in cui queste rappresentazioni si articolano, si coniugano, si precisano e si ordinano una rispetto all’altra...” (...) “...Ma questa bella logica, di cui il discorso culturalista rende parzialmente conto, non ha nulla d’armonioso se non l’ideologia che esprime o piuttosto che costituisce. Si tratta dell’armonia stessa dell’ordine - ordine indifferentemente, intellettuale, morale e sociale. Essa individua componenti biologiche e psichiche, definisce linee di ereditarietà e regole di eredità, riti e diagnosi, prescrive e proscrive: in breve stabilisce l’insieme del possibile e del pensabile. E tuttavia, ciò che è possibile non lo è per tutti allo stesso titolo, ciò che è pensabile non lo è per tutti allo stesso modo, la somma del possibile e del pensabile costituisce una sistematica delle differenze sia in modo esplicito, designando posti e ruoli (il lignaggio, la stirpe, il villaggio, il quartiere, il padre, il figlio, lo zio, il nipote), sia in modo implicito, in quanto, designando questi luoghi rappresentativi, esso ne situa al tempo stesso l’altrove e stabilisce con ciò stesso lo statuto di coloro che devono tenerne conto senza potersene far carico, tutti coloro che non possono riferirsi ad essa se non per misurare la propria debolezza e la propria insignificanza rispetto alle linee di forza e di senso, tutti coloro che la suddivisione temporale delle genealogie e la casualità delle nascite successive hanno allontanato dalla stirpi maggiori e dai fratelli primogeniti, tutti coloro che hanno solo un accesso effimero e passivo - per testimoniare o per subire - allo spazio del potere.”
  • 10) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 1l.
  • 11) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 74.
  • 12) Unità Trascendente delle Religioni... U.T.R. Almeno per quanto riguarda il piano universalistico, tradotto da un livello metafisico ad uno ontologico ad uno socio-civile, più che nella linea del cosiddetto senso della storia. La lettura utr (e - come sopra accennato - non ne diamo una versione rigida, per intenderci, dogmatica, ma fluida, secondo un orizzonte comparativo di taglio esoterico, esperienziale...) interpreta infatti in una logica ondulatoria il processo storico accanto alla dottrina tradizionale dei cicli, che sulla lunga espressione spazio/tempo (dipendendo comunque i tempi dai ritmi, i quali ritmi quindi portano in sé una loro cogenza causale, che, nel breve medio-periodo, può essere legittimamente persino letta come necessitata ed inequivoca) inverte i processi finalisticamente intesi, rinnovando il respiro cosmico e quindi rendendo quantomeno limitata, se non del tutto incorretta, l’interpretazione esclusivamente unidirezionale. In modo antidicotomico, questo, in una sostanziale insondabilità dei processi macrocosmici…
  • 13) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 18.
  • 14) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 70.
  • 15) M. Augé, Rovine e macerie, 2004, Bollati Boringhieri, pag. 137: “Gli uomini hanno bisogno di poter pensare i loro rapporti reciproci. Ognuno ha bisogno di poter pensare il suo rapporto con gli altri, o per lo meno con alcuni altri, e, per far ciò, di inscrivere questo rapporto in una prospettiva temporale. Il senso sociale (il rapporto) ha bisogno, per svilupparsi, del senso politico (di un pensiero dell’avvenire). In altri termini, il simbolico (il pensiero del rapporto) ha bisogno della finalità.” La finalità è legata inscindibilmente alla sensazione (individuale, collettiva) del tempo “che deve venire” e quindi al “futuro”... ogni ipotesi sulla “fine della storia” è quindi del tutto inattuabile.
  • 16) “...Il movimento di ritorno acquista un senso soltanto nell’atto che lo proietta verso il domani. Scrivere significa strappare il passato al passato, proiettando nel futuro, ossia davanti a noi, la fonte del senso che tutti ci dicono essere dietro di noi. Come detto, abbiamo creduto a lungo che il passato dominasse sul presente e che la storia singolare o collettiva non fosse altro, con alcune eccezioni e contraddizioni, che lo sviluppo del passato. Per quanto riguarda la scrittura, questa visione, marxista o psicoanalitica, è riduttiva, perché difetta della scommessa sul futuro. Dovremmo optare invece per l’intuizione libera che sopravanza le decisioni prese e costituisce ciò che chiamiamo creazione o, se si preferisce, poesia...”, Marc Augé, in un’intervista di Marco Dotti, del 2015.
  • 17) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 127-129.
  • 18) M. Augé, Rovine..., cit., pag. 135.
  • 19) M. Augé, Sulla gratuità. Per il gusto di farlo!, Mimesis, 2018.

  • Camera di kafka

  • HOTEL OCCIDENTALE
  • La camera di Kafka
    Un saggio di
  • Paolo Gera
  • rec.di
  • Giovanni Sessa
  • Paolo Gera è autore di espressività polimorfica, la sua vis creativa lo ha spinto verso la produzione poetica. Nonostante ciò, lo studioso si è, a più riprese, cimentato anche con la narrativa e la saggistica. In tale ambito letterario, Gera ha prodotto opere di rara potenza esegetica, sostenute da una prosa penetrante e rivelativa. Lo mostra, in tutta evidenza, la sua ultima fatica, "Hotel occidentale. La camera di Kafka", nelle librerie per i tipi di Agorà & Co, nella collana Lo specchio di Dioniso diretta da Angelo Tonelli.   Si tratta, come esemplificato dal sottotitolo, di un volume dedicato al grande scrittore praghese.
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  • Il testo è sostenuto dalla discussione critica della bibliografia più accreditata in tema. Il lettore è immesso in una sorta di “biblioteca di babele” borgesiana nella quale ci si potrebbe facilmente smarrire. Gera, di contro, fornisce dei segnavia chiarissimi, seguendo i quali il lettore ha proficuo accesso al mondo ideale di Kafka.  In tale universo simbolico, come in tutte le grandi opere, è possibile entrare o dalla porta principale o da pertugi laterali.  L’ingesso scelto dall’autore è esemplificato dal titolo, Hotel occidentale, nome della struttura nella quale era impiegato Karl Rossmann, il protagonista del primo romanzo di Kafka,  Il disperso.  Gera dispone in una stanza di questo hotel, la 1925, dei mobili, in particolare un letto, una scrivania, nonché stampe e foto appese alle pareti, che diventano strumenti atti a discutere i rapporti che lo scrittore intrattenne con se stesso, con la propria interiorità, e con il mondo esterno nel quale visse.
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  • Sotto il profilo del metodo, pur muovendo dai testi del grande praghese, Gera legge l’universo ideale teatralmente messo in scena da Kafka, discutendo le tesi espresse in tema da Andres, Brod e, tra gli altri, dal duo Deleuze-Guattari. I due filosofi francesi: «sottolineano come Kafka abbia rifiutato le categorie tradizionali […] di narratore e personaggio» (p. 11), rilevando come la letteratura del praghese sia connotata da: «concatenamenti collettivi d’enunciazione» (p. 11).  Alla luce di tale assunto, Gera si adopera a mostrare in qual modo gli oggetti quotidiani custoditi nella stanza dell’hotel siano saturi delle più profonde intenzioni intellettuali dello scrittore ebreo e della sua visione del mondo. Nel caso di Kafka: «i mobili e gli oggetti della stanza hanno un valore interpretativo peculiare […] non stanno fermi sul luogo, ma camminano e si spostano, fuggono dal loro significato originale» (p. 12), dando luogo al fenomeno che Deleuze e Guattari hanno chiamato deterritorializzazione, sospesi, come sono, tra concretezza e assurda impensabilità.  Nell’hotel appare, nel proprio abituale nascondimento, la logica immutabile del Potere, centrata sul controllo e la sorveglianza.  Oggetti, figure e tipi umani si inseguono in una sarabanda fantasmagorica, simile a quella messa in atto dai personaggi: «sull’orologio della Piazza della città Vecchia di Praga, ma con i meccanismi nuovi e già arrugginiti della società capitalista» (p. 12).
    ...
  • La società contemporanea a Kafka in realtà, stante la lezione in tema di Benjamin, era, a tutti gli effetti, ancora una società primitiva, pervasa di violenza e sempre alla ricerca, come seppe Girard, di capri espiatori.   Il Potere è sempre unito alla vita nuda, che alita sul letto e la scrivania dell’hotel.   Merito maggiore di Gera è, a parere di chi scrive, aver rilevato come Kafka abbia avuto contezza dell’instabilità metamorfica della vita, che la logica binaria ed identitaria tentano vanamente di normare.
  • ...
  • La sua filosofia è centrata sul primato del possibile: «la logica assume una sua dimensione sghemba, non progressiva, zenoniana […] i luoghi da raggiungere si fanno sempre più lontani […] Nella stanza è sospeso il principio di non contraddizione» (p. 14).  Tutto è reversibile, se si vuole magico, come nella migliore letteratura fantastica o iniziatica.   La scrivania ha una sua “funzione”, certo, ma per Kafka essa può essere il feticcio dei burocrati della società industriale (lo scrittore era un impiegato), quanto l’oggetto della libera creazione letteraria, adusa a mettere in scacco il produttivismo seriale imperante. I letti che compaiono nei racconti dello scrittore a tutto servono: «tranne che a dormire e fornicare, ma il potere che viene esercitato dai giacigli […] ha stretto un patto saldissimo con il sesso e con il sonno» (p. 16).
  • ...
  • Nella camera 1925 è, in realtà, rinchiuso l’eterno imputato, colui che, in qualche modo, si oppone al Potere, sul quale presto cadono gli sguardi degli astanti, della società tutta. Questa potenza visiva fa esplodere, all’intorno, un’impensata bellezza. Essa è propria dell’imputato, incarnazione mitica, anche nell’età moderna, della figura di Adone. Gli dèi che punirono la hybris di Adone si sono trasformati in freddi burocrati della governance.  Josef K., protagonista de Il processo, è un Adone contemporaneo che rifiuta, al pari di Kafka stesso, il ruolo sociale del marito e del burocrate e lo rifiuta in nome della libera creazione, in nome della tutela del proprio “foro interiore” in cui vige il principio che anima la vita, la dynamis, libertà-potenza, l’asservimento all’Impianto sociale e, per questo, deve essere punito, giustiziato.
    ...
  • È un fuori legge, che la società della sorveglianza non può tollerare, è un uomo solo che vive nella res nullius. La solitudine è il suo status esistenziale: il suo esser altro dalla massa ha tratto esclusivo, in qualche modo aristocratico.
  • ...
  • Conclusivamente, il Kafka di Gera è uomo appeso a un principio-infondato, la libertà-possibiilità e, in quanto tale, è anche paradigma politico della possibilità di un mondo altro-non altro da quello in cui viviamo. È uomo della soglia, non casualmente un ampio capitolo è dedicato all’oggetto “porta”, è spirito dionisiaco. La nostra esegesi di, Hotel occidentale, in quanto lettura, per quanto possibile attenta, di un’opera di vaglia, è forse una riscrittura della stessa. Ce ne scusiamo con l’autore. Ci auguriamo che in questa riscrittura possano risuonare alcune delle intenzioni ermeneutiche di Gera.

  • Paolo Gera, Hotel occidentale, La camera di Kafka, Agorà & Co., pp. 212, euro 18,00.

  • Pound

  • "Pound e/o Pasolini"
  • Un saggio di
  • Luca Gallesi 
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Luca Gallesi, saggista e giornalista di spessore, è noto studioso di Ezra Pound.  Al poeta statunitense ha dedicato un numero considerevole di pubblicazioni. La sua ultima fatica in tema è un libro davvero significativo. Ci riferiamo a, Pound e/o Pasolini, nelle librerie per i tipi di Ares.  Le sue pagine consentano di far luce su due autori controcorrente, critici della società consumista e capitalista che, pur avendo perseguito strade politiche diverse, in un iter di ricerca segnato da passioni e patimenti individuali, in realtà, a ben vedere, sono stati intellettuali in qualche modo complementari.  Il volume è impreziosito dall’introduzione contestualizzante di Giuseppe Garrera.  Le vite e la visione del mondo dei due protagonisti del testo: «Si incrociarono imprevedibilmente nel 1967, grazie a una memorabile intervista televisiva che si è trasformata in una testimonianza di straordinaria attualità» (p. 13).
  • ...
  • Sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso, Pound e Pasolini sembrano far riferimento a due mondi inconciliabili. Appartengono a generazioni diverse. Pasolini: «è ben inserito […] nell’ establishment culturale, mentre l’anziano poeta si è quasi ritirato dalle scene» (p. 13), si è lasciato alle spalle il tempus dicendi ed è entrato nel tempus tacendi. Le lettere dell’intellettuale friulano all’editore italiano di Pound, Scheiwiller, sono chiara testimonianza di un pathos astioso, dettato dal pregiudizio politico, nei confronti dell’autore dei Cantos, che fu, per lunghi anni, recluso in un manicomio criminale a causa della sua adesione al fascismo. Gallesi ricorda, inoltre, che nel 1965, Pasolini espresse un giudizio demolitore nei confronti del Dante di Pound, giudizio fondato su un’evidente incomprensione ideologica.  Pound fu critico aspro dello stile di vita americano, Pasolini era fortemente attratto dalla cultura del Nuovo Mondo.  Eppure, i due uomini erano accomunati, sotto il profilo esistenziale, dalla comune origine contadina e dal ritenere la poesia unica paideia possibile in un mondo ormai desacralizzato, atta a porre sotto accusa la devastazione della natura e della psiche umana, prodotta dalla dismisura usuraia del neo-capitalismo.
  • ...
  • Pound, non diversamente dall’italiano, confessa in un’intervista di: «combattere per resistere all’idea che l’Europa e la civiltà stiano andando all’Inferno» (p. 17). L’impegno dei due intellettuali, nota Gallesi, non fu, sic et simpliciter, politico, ma ebbe tratto eminentemente etico-sociale.  Tale impegno nell’americano fu indotto dall’adesione all’etica confuciana. L’autore di Pound e/o Pasolini ricostruisce, alla luce della bibliografia critica più accreditata, le vite tormentate dei due intellettuali, chiarisce, con persuasività d’accenti, la loro articolata visione del mondo, soffermandosi, in particolare, sul ritorno di Pound in Italia. Presenta, inoltre, l’incontro tra il poeta americano e uno dei massimi rappresentanti della beat generation, Allen Ginsberg: «Pound […] è incuriosito da questo giovane capellone» (p. 38), che ammira la sua poesia ma che: «condivide anche le sue idee economiche considerandole attuali» (p. 39), soprattutto in merito al tema della guerra, esploso prepotentemente nel dibattito pubblico a seguito del divampare del conflitto in Vietnam.  Nel medesimo frangente temporale anche Pasilini incontrò Ginsberg: «Il poeta beat fa parte della nuova sinistra americana, che Pasolini considera uno dei fermenti culturali più importanti del suo tempo» (p. 40). Ginsberg fu uomo coraggioso: ebbe l’ardire di difender Pound dagli attacchi di critici letterari legati alla CIA.
  • ...
  • Certo, Pound fu, a suo modo, “fascista”, Pasolini, dopo la Seconda guerra mondiale si schierò con gli “antifascisti” fuori tempo massimo: a tal proposito, Gallesi opportunamente nota che Pierpaolo, da uomo libero, scrisse anche su Il Reporter, finanziato da Arturo Michelini e fu introdotto al Corriere della Sera da Gaspare Barbiellini Amidei, uomo che certo non appartenne alla sinistra. Le parabole esistenziali e ideali di Pound e Pasolini si incontrarono durante la ricordata intervista televisiva girata nell’ottobre del 1967 e mandata in onda il 7 giugno di quello stesso anno: «Il merito di quel memorabile incontro va interamente ascritto a un allora giovane inviato della Rai […] Vanni Ronsisvalle» (p. 54).  Questi era amico di Pasolini ma anche ammiratore della poesia dell’americano. Grazie a lui furono superate le iniziali diffidenze di Olga Rudge, preoccupata dei risvolti politici che l’intervista avrebbe potuto provocare.  L’intervista è inserita nel documentario, Un’ora con Ezra Pound, prodotto dalla Rai per la rubrica “Incontri”, curata da Gastone Favero. La voce narrate che apre il programma e intervalla il dialogo tra i due intellettuali, è di Arnoldo Foà.  I Cantos sono, invece, commentati da Carlo Izzo, Eugenio Montale e Sergio Pautasso.
  • ...
  • Dall’intervista, ricostruita e discussa criticamente da Gallesi nelle sue parti più rilevanti, si evince l’intero mondo ideale e poetico di Pound, comprese le sue idee di economista eretico. Una lettura dirimente per l’esegesi del contributo intellettuale poundiano che consente, anche in forza della fluidità della prosa dell’autore, di cogliere la straordinarietà di questo documento televisivo. Gli “antimoderni” Pound e Pasolini si incontrarono grazie al mezzo televisivo, la cui “diabolica” criticità avevano entrambi stigmatizzato. Particolarmente significative, ci paiono le battute che i due si scambiano in merito a Joyce, Eliot, Brâncuşi. Inoltre, a proposito dei Cantos, nota l’autore: «È importante sottolineare come Pound non accetti affatto lo sbrigativo giudizio di coloro che sostengono la casualità delle citazioni […] che sono invece […] parti di un tema principale che viene ripreso e ripetuto, come in una partitura musicale» (p. 84). Pierpaolo lascia, durante l’intervista, cadere il pregiudizio politico nei confronti del poeta, e da allora: «Pound è sempre più presente nella produzione di Pasolini» (p. 112). ...
  • Nel film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, dedicato al tema dell’“anarchia del potere”, al termine di torture infernali inferte ad alcuni dei protagonisti della pellicola, si sente alla radio la voce di Pound che legge il canto XCIX nel quale è riprodotto l’Editto sacro, testo di precetti etici confuciani. Le violenze del film sono la negazione dei versi di Pound e dei valori fondamentali per i quali il grande poeta si è battuto. Rappresentano un controcanto salvifico rispetto alla dismisura del tempo presente.

  • Luca Gallesi, Pound e/o Pasolini, introduzione di G. Garrera, Edizioni Ares, pp. 136, euro 14,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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