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Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Poche riflessioni di
  • S. G.
  • sul testo
  • di Gabriele Sabetta
  • (IL TEMPO REDENTO)
  • ...
  • Nell’interessante e concentratissimo saggio di Gabriele Sabetta ci sono moltissimi spunti (che sottolineo virgolettati in grassetto corsivo) che muovono una mia realissima curiosità, e qui, solo alcuni fra i tanti collegati, altro non potendo ormai per quel pudore del dichiararsi se non per quella humilitas che Sabetta... richiama all’interno dello spazio della persona e del tempo del sacro e dell’enigma, sempre indeducibile e/ma risalibile.  (Paragrafi III e IV)
  •  
  • - “La logica del senso”. La sua pluridimensionalità attiva. Senza senso non esiste logica e senza logica il senso parla ben male. Tutti vorrebbero dominare l’uno e l’altra, ma leggendo (ad esempio, imprevedibile) Augé, ho scoperto che svelare il senso del potere (ed il potere del senso) significa scoprire la doppia/vita, sempre estremamente violenta, del vivente. Qui si colloca anche la reinterpretazione del tempo (soprattutto) passato perché esso ha un valore ideo-logico (e non solo ideologico) che crea il senso che crea il potere. Non è possibile uscire dal fornire senso al presente al passato ed al futuro, ma certo tende a prevalere il senso offerto al passato per il suo fornire facili e spendibili motivi di potere all’oggi e al domani. E il potere riguarda tutti, sia chi lo promuove che chi lo subisce. Qui il pudore e l’humilitas, non sono certo prima dimensioni etiche che conoscitive, proprio perché la logica dell’utile si può ridurre a “limite dell’utile”, persino dentro ogni processo realizzativo, se sappiamo essere lucidi con la nostra stessa desumibile “volontà di potenza spirituale”. Il che - se riuscissimo veramente prima a comprenderlo e poi a viverlo - spazzerebbe via molte prosopopee. La pratica di una praticabile saggezza potrebbe essere quindi un bilanciamento anche all’interno di “...quell’elemento folle che affiora al di qua dell’ordine imposto”. E, giustissimamente quindi, non ridurre mai, il sacro in noi, a promessa di rassicurazione.  (Par. I)
  • ...
  • - “...Può darsi che il divino resti invisibile perché gli si rivolgono domande inadeguate..”. Avviene che magari lo si cerchi tra i diecimila incensi e paramenti e poco tra i miliardi di galassie in un mare incommensurabile di vuoto cosmico, debolissimo e ricchissimo di come e perché. Le due follie forse sono la medesima interrogazione. Non ridurre il divino ad una”risposta ultima” , sarebbe comunque un bel koan (progressivo) se fosse tradotto in zen, ma la posta della nostra vita pensante è quasi sempre troppo alta per non cadere nella trappola (o nella tangente impazzita) dell’assoluto. Ci caschiamo spesso ed un buon rispetto per il relativismo, quello giusto, come parafrasa un grande storico per lo scetticismo, forse è bagno di humilitas/utile. Che dovrebbero essere opposti, ma in tale direzione - forse - diverrebbero collaboranti. ¿Abbracciare il collo del cavallo esausto, cos’è, poi?, atto primo di follia o atto primo di salvezza?   ¿Resa della verità (=come arrendersi dell’intimo all’inesorabile esterno mondano “del secolo”) o verità della resa? (=svelamento efficace della nostra finitudine/infinitudine ontologica).   Non lo so. E pure non so se sia più bello o più giusto: “...L’equivoco di fondo sta nel credere che l’incontro con il divino assomigli all’ascolto di un discorso risolutivo...” In tal modo si metterebbe fuori campo, fuorigioco come direbbe qualcuno - comunque - il credere rispetto allo sperimentare. (Par. II)
  • ...
  • - “...Con “persona” si può intendere un concetto alternativo a quello di soggetto: alla base della persona non sta l’identità immobile del soggetto, ma un’identità dinamica...”   Certamente e sappiamo anche tutti che la persona è la maschera di scena. Inter-cambiabile. Pessoa=persona. Ma le grandi anime ci hanno fatto delle belle magistrali lezioni (a dritto ed a rovescio) a proposito della doppia/anima (tripla, quadrupla...) e della sua suprema finzione (=l’imperativo categorico, l’identità simbolica, et coet.) e tra la persona e l’essenza (=sorta di ego ur-encefalico e d’imprinting perdurante, quello tendenzialmente singolare, anche se ha centri semiautonomi, come il polipo). “...Mentre il soggetto del sapere oggettivante considera la natura un insieme di risorse a disposizione della propria volontà di potenza, la persona riesce a scorgere che la natura ha un valore proprio e autonomo...“ Questa ottima evidenza avverrebbe in una complessione equilibrata. Ma la compresenza di persona ed essenza resta altamente problematica ¿Ma allora... la personalità (=persona - e qui, Par. III - colgo comunque qualche comprensibile differenza potenzialmente divaricante tra varie epistemi al riguardo) e l’essenza (=semplificando forse troppo: la cultura e la natura), possono crescere armonicamente senza violenza reciproca? Me lo chiedo spesso - senza risposta - e non esagero. (Par. III)
  • ...
  • - “...Lo svelamento della massima evidenza presuppone l’esperienza del nulla, un’esperienza che sgomenta la ragione orgogliosa...” Leggo di “spiritualità” quasi tutte le sere prima di addormentarmi (fuori delle cose di pura veglia) e non so se serve come sonnifero/viatico alla mia coscienza intorpidita o come vincetossico. Perché il Nulla è proprio la voragine in cui ci si “...consegna ad ogni forma e tuttavia non si permane in nessuna...”, proposito ottimo e certamente illuminante e sicuramente quel fondo dell’anima che pleromaticamente indicano, quasi tutti quelli che se ne intendono, ma che ci può consegnare al nulla, indeterminato ma anche indeterminante... Nel mio caso, in corpore vili, ho paura, parecchio, di questo.   “...C’è qualcosa di così evidente da risultare invisibile dietro l’abitudine della vita ordinaria: l’evidenza che qualcosa esiste, mentre potrebbe non esistere”. Wittgenstein lo diceva nel Tractatus, sorprendentemente: “...Non come è il mondo, ma che esso è, è il mistico.” Tradotto anche: “...Ciò che è aldilà della ragione non è come l’universo esista ma il fatto che esso esista”. (6.44) Ciò che esiste è inconfutabile per la ragione, a differenza di ciò che - sempre per la ragione - risulta come “...fraintendimento della logica del nostro linguaggio...” (Wittg. Tract. Pref.) e pertanto genialmente Sabetta dice: “...invisibile dietro l’abitudine della vita ordinaria”. Verità segreta esposta in evidenza. Qui è proprio ove si genera il vortice continuo dell’apparenza, infatti Wittg. dice anche: “Il senso del mondo deve trovarsi al di fuori del mondo. Nel mondo tutto è come è e tutto avviene come avviene; non vi è in esso alcun valore – e se vi fosse, non avrebbe alcun valore”. Questo perché sempre secondo lui.: “...Ciò che lo rende non-casuale non può trovarsi nel mondo, poiché altrimenti sarebbe di nuovo casuale. Deve trovarsi al di fuori del mondo”. (6.41) L’apparenza, Māyā in divinis, è vera, perché è come è (la magia vera nel/del mondo) eppure ne constatiamo continuamente la distorsività, rispetto non solo a ciò che vorremmo (comprensibilmente) poter credere ma anche a ciò che sentiamo che potrebbe proprio altrimenti essere. E questo che sentiamo che potrebbe altrimenti essere si affaccia appena lavoriamo tra i vari noi e gli altri (noi). Possibili. (Par. IV)
  • ...
  • - “...La verità non si presenta come un oggetto compiuto, che si possa raggiungere e dominare per via conoscitiva: essa si offre piuttosto come coscienza di un’origine inesausta”. L’origine inesausta della verità sarebbe forse in rapporto con “L’esistenza è un dono inaspettato”, dono che ci consegna potenzialmente ad ogni forma nella nostra forma specifica e ci spinge “...tuttavia di non permanere in nessuna...” Persino quando si voglia essere più fedeli alla lealtà che alla verità, ci si confronta necessariamente con i cambiamenti di contesto. La libertà vera risiederebbe quindi nella nostra possibilità (realistica) di scelta. “L’origine inesausta” ed il “sempre possibile” sono dei punti fermi della nostra eticità pensante in qualità di nostro pensiero di lealtà... la lealtà come supporto alla verità, o forse meglio ancora la lealtà che supporta una verità investigabile meglio di quanto non possa farlo la logica, se lasciata disperatamente sola con se stessa. (Par. V)
  • ...
  • - “...Mentre il conoscere mantiene una distanza tra soggetto e oggetto, l’essere annulla quella separazione: è lo spazio del sacro, dove la verità non si pensa soltanto - ma si vive”. La trasformazione allora avverrebbe per osmosi tra ciò che vogliamo e possiamo ancora essere, ora. (Par. VI)

  • MOSAICO FILOSOFI

  • Il tempo redento:
  • il sacro, la persona e l’abisso della libertà
  • di
  • Gabriele Sabetta

  • I.
  • Ciò che rende l’uomo – o per meglio dire, il suo esser-ci – un mistero a se stesso è da sempre il nucleo di ogni riflessione filosofica o religiosa. L’uomo non si esaurisce in ciò che si può contare o misurare: egli eccede continuamente il dato, si protende oltre l’immediato, interroga il sacro e, insieme, si scopre cercato da qualcosa che lo supera. Non si tratta di una semplice curiosità intellettuale, ma di una struttura originaria del suo essere, della sua capacità di andare oltre se stesso e di intuire dimensioni che sfuggono all’esperienza quotidiana. Che nell’uomo dimori una traccia di eternità lo si intuisce già da un fatto elementare: egli può, almeno per un istante, guardare il mondo senza ridurlo allo specchio dei propri istinti, senza trattare la natura come puro strumento al servizio del proprio io.
  • La tradizione che pensa l’essere come stabile presenza – come qualcosa di pienamente dato, rappresentabile e manipolabile – ne offre una lettura parziale. Pensato in modo più radicale, l’essere non è presenza fissa, ma un accadere di manifestazione e nascondimento, che si dà nel tempo, nella relazione con gli altri, in un divenire incessante. In questa prospettiva il sacro non è un’idea astratta, ma il fondamento di uno sguardo che separa nettamente l’esistenza umana dall’esperienza puramente scientifica o tecnica. Solo ciò che si sottrae alla logica della tecnica può porle un limite. Gilles Deleuze, nella “Logica del senso”, metteva in luce la vera dualità platonica: non quella tra intelligibile e sensibile, tra idea e materia, ma una dualità più segreta, sepolta nei corpi stessi – tra ciò che subisce l’azione dell’idea e ciò che vi si sottrae. Le cose misurate ricadono sotto il dominio delle idee; ma sotto di esse resiste quell’elemento folle che affiora al di qua dell’ordine imposto. La tecnica, del resto, non è mai neutrale: porta con sé i valori dell’utile. Il punto non è condannare in blocco il sapere scientifico, ma opporsi alle pretese di assolutizzazione che il sapere tecnico coltiva.
  • Un razionalismo unilaterale ha deformato con violenza l’uomo europeo, nel lungo processo di disciplinamento che ha accompagnato l’industrializzazione. E tuttavia, se è ingenuo credere di poter usare la tecnica come un semplice strumento senza restarne catturati, sarebbe altrettanto sbagliato demonizzarla. Le scelte tecniche vanno mediate dalla saggezza. Il problema sorge quando, nell’età moderna, le possibilità tecniche crescono in modo abissale rispetto alla saggezza: è questa forbice sempre più ampia tra i mezzi a disposizione e la capacità umana di governarli il vero pericolo. Se un argine esiste contro il circolo vizioso della tecnica, esso è dato soltanto dal sacro, cioè da ciò che sfugge al calcolo e alla previsione del soggetto. Non però un sacro ridotto a promessa di rassicurazione, né esaurito in dogmi e riti formali: in quel caso non sfuggirebbe affatto alla logica dell’utile. Anche il sacro, infatti, viene trattato come tecnica quando lo si usa per rispondere ai bisogni della psicologia umana; e la logica dell’utile, varcando i confini del sacro, lo profana. È per questo che il mistero del sacro incute timore: il sacro autentico è assenza di protezioni, perché il bisogno di protezione si traduce inevitabilmente in calcolo dell’utile.
  • II
  • Il sacro non raggiunge chi si rinchiude in una autosufficienza ripiegata su di sé. Rudolf Otto, nella sua analisi del numinoso, ne ha colto la natura ambivalente: esso si mostra sotto due volti opposti, il tremendum (che incute terrore) e il fascinans (che attrae). La forza che salva e risana è al tempo stesso una violenza che scuote e mette in crisi; ed è salvifica proprio in quanto demolisce le nostre certezze e ci rimette in discussione. Se si elimina questo versante inquietante, il sacro viene ridotto a semplice fattore di stabilizzazione. La salvezza che esso promette presuppone invece che vengano destabilizzate le sicurezze erette dalla prospettiva egocentrica; un sacro ridotto a produttore di sicurezza non è altro che una profanazione del pensiero che oggettiva.
  • Il dio di cui Nietzsche annunciava la morte era il dio onnipotente, colui che detiene una risposta definitiva per ogni domanda. Il contatto con il divino fallisce proprio quando lo si cerca come risposta ultima. Può darsi che il divino resti invisibile perché gli si rivolgono domande inadeguate o lo si cerca nei luoghi sbagliati, mentre esso si presenta con un volto del tutto diverso da quello che gli attribuiamo. L’equivoco di fondo sta nel credere che l’incontro con il divino assomigli all’ascolto di un discorso risolutivo o all’assistere a un miracolo che infrange le leggi fisiche; e poiché ciò non accade, si finisce per dubitare di dio.
  • Dopo il crollo delle certezze metafisiche e gli orrori del Novecento, resi disincantati dai nichilismi del consumo, non possiamo più prestare fede a quella forma di presenza del divino di cui si è parlato per secoli: dio si ritira dal mondo. Il cristianesimo, più di ogni altra religione, ha dovuto confrontarsi con un divino che, entrando nell’esperienza, non solo non è stato riconosciuto, ma è stato deriso e crocifisso. Un tale contatto non ha risolto per miracolo tutti i problemi, ma ha mantenuto aperto il tempo e non ha neutralizzato il futuro.
  • III
  • Nonostante quanto le scienze hanno apportato, l’uomo non è mai stato così incomprensibile a se stesso come oggi. Egli non si lascia dedurre dal concetto di ragione: è piuttosto l’essere capace di superarsi e di aprirsi al mondo, colui che sa pronunciare un no – strutturalmente incapace di trovare in questo mondo un appagamento definitivo. Questa apertura gli è resa possibile dalla sua natura eccentrica, per cui egli oltrepassa il proprio mondo. La persona è anzitutto singolare, non il soggetto di un’attività razionale uguale in tutti gli uomini. È una singolarità irripetibile, che possiede valore assoluto in quanto totalità in atto.
  • Con “persona” si può intendere un concetto alternativo a quello di soggetto: alla base della persona non sta l’identità immobile del soggetto, ma un’identità dinamica. In ogni atto concreto la persona si esprime per intero, libera di mutare sottraendosi alle leggi della causalità meccanica. La persona è tale in quanto compie l’atto del superamento di sé, la cui espressione più alta è l’amore.
  • All’essenza della persona appartiene inoltre l’atto del tacere, cioè il libero atto del nascondersi. Una persona viene conosciuta soltanto nel suo lasciarsi conoscere, e può reagire a un tentativo non voluto di oggettivazione con il sentimento del pudore. Mentre il soggetto del sapere oggettivante considera la natura un insieme di risorse a disposizione della propria volontà di potenza, la persona riesce a scorgere che la natura ha un valore proprio e autonomo. La persona non cerca l’eternità in un astratto aldilà, ma in una disintegrazione degli schemi dell’esperienza sensibile: qui il sovrasensibile coincide con una ultra-esperienza, dalla cui pienezza traboccante l’esperienza oggettivante seleziona solo una parte infinitesima di dati. La persona non vive nel tempo profano della vita quotidiana – continuo, omogeneo e irreversibile – ma nel tempo sacro, qualitativamente diverso, che scorre ma può essere riattualizzato mediante il rito.
  • IV
  • Nelle società arcaiche, il tempo autentico è quello sacro, legato al momento originario narrato dal mito. Le grandi festività segnano delle fratture nel tempo profano e permettono la rigenerazione ciclica del mondo, offrendo una possibilità di rinnovamento opposta alla percezione moderna del tempo come definitivamente perduto. L’uomo è il prigioniero platonico che si libera dalle catene e, uscendo dalla caverna, riesce a percepire un nuovo ordine di realtà. Questa ritrovata apertura al mondo presuppone la virtù per eccellenza del cristianesimo: l’humilitas. Una volta raggiunta tale disposizione emozionale – divenendo sensibili non solo alla pienezza del proprio essere, ma anche a ciò che si trova al di là dei propri confini – si creano le condizioni per cogliere l’enigma e la sacralità dell’esistenza. Sciolto dalle illusorie certezze dell’ego, l’uomo è di nuovo capace di provare meraviglia nei confronti di ciò che viene considerato ovvio. C’è qualcosa di così evidente da risultare invisibile dietro l’abitudine della vita ordinaria: l’evidenza che qualcosa esiste, mentre potrebbe non esistere. Questa evidenza suprema dimostra di esser tale solo per l’ego, mentre dal punto di vista dell’humilitas è foriera di meraviglia. Finché lo sguardo rimane fisso sul proprio valore, l’ego rimane imperturbabile, ma tale solidità viene spezzata nell’atto dell’humilitas: nel completo abbandono di se stessi si osa gettarsi al di là dell’io, dove si spalanca il terribile vuoto. Lo svelamento della massima evidenza presuppone l’esperienza del nulla, un’esperienza che sgomenta la ragione orgogliosa, la quale vive nello stratagemma di rimuovere il problema del proprio non-essere e della morte. L’ovvietà dell’essere si svela così come il meccanismo di autoprotezione fondamentale dell’ego. Il punto di partenza è invece la constatazione fattuale che qualcosa c’è, pur essendo infondato e completamente gratuito.
  • Nello scavalcare la positività fattuale, tuttavia, a volte poniamo troppo in fretta la domanda sul fondamento e, non trovandone uno necessitante, cadiamo nel nichilismo. Lo sguardo deve invece restare fisso su ciò che aleggia miracolosamente sul nulla, cogliendo l’assoluta gratuità insita nel fatto che l’esistenza è un dono inaspettato. Dietro tale gratuità, che trascende il calcolo della ragione, riemerge la dimensione del divino. Solo abbandonando ogni determinazione voluta dallo schematismo razionale è possibile attingere all’eterno Mögen di cui parla Schelling nelle Conferenze di Erlangen: quella facoltà di consegnarsi a ogni forma e tuttavia di non permanere in nessuna. La sapienza coincide con l’eterna libertà; l’uomo, dopo la caduta nel finito, cerca vanamente la via attraverso il sapere statico, ma un’intima affinità lo lega all’eterna libertà del divenire. La possibilità del nuovo inizio sta proprio nell’immediato contatto con la libertà eterna che costituisce il fondo dell’anima umana.
  • V
  • La verità non si presenta come un oggetto compiuto, che si possa raggiungere e dominare per via conoscitiva: essa si offre piuttosto come coscienza di un’origine inesausta. Oltre la struttura razionale che blocca il divenire, si apre infatti l’abisso reso manifesto dalla morte di Dio, una voragine capace di rimettere in moto il processo. Solo l’anima umana, in quanto fondo abissale dell’individuo che rinuncia alla propria individuazione, può costituire la via d’accesso alla libertà assoluta. E ciò può accadere soltanto nell’attimo, quando l’eterno giunge a coincidere paradossalmente con il tempo. In lingua tedesca, del resto, il termine che designa il sacro, das Heilige, deriva dall’aggettivo heil (sano, salvato) e dal verbo heilen (guarire, redimere). Il rimando alla guarigione e alla salvezza è immediato: il sacro è ciò che protegge dalla morte esistenziale e si realizza in un’apertura estatica verso l’altro. Di fronte a questa apertura, l’atteggiamento dell’ego si rivela una chiusura ripiegata su di sé: cercando metodicamente il proprio interesse, l’ego finisce per incontrare sempre e solo se stesso, proiettando all’esterno una realtà artificiale. L’amare è invece un atto innovativo, che vuole fare spazio a ciò che ancora non è. Ma l’essere si manifesta solo a determinate condizioni: il divino è pudico nel senso che ama nascondersi a chi resta nella logica egocentrica, e proprio nel nascondersi il pudore si carica di bellezza. Nella prospettiva dell’ego, gli altri uomini hanno soltanto un’esistenza d’ombra; ma la mortificazione dell’ego (non della persona) consente la rinascita a vita nuova. In questo senso il fenomeno del pentimento mette in luce un divenire creativo, capace di schiudersi al nuovo liberandosi dal passato o modificandolo. L'essenza della vera identità viene fraintesa se la si legge come qualcosa di predeterminato a cui si sarebbe costretti a restare fedeli; essa implica invece l’idea di una coerenza nel mutamento e nella libertà. La persona riesce a sospendersi al di sopra del proprio passato: ci si accorge con sgomento che quel passato, pur restando lo stesso, non è più il nostro passato, poiché tra noi ed esso si è inserito qualcosa di intangibile che ce lo rende estraneo. Qui però il rapporto temporale non va inteso come un semplice spostamento dal passato al presente. Non ci limitiamo a lasciarci alle spalle ciò che è stato: estendiamo a un passato oggettivamente identico una trasformazione soggettiva già avvenuta nel presente. Il passato, in altri termini, non resta immobile mentre il presente avanza; è il presente che, trasformandosi, ridetermina retroattivamente il senso di ciò che è stato. Sperimentiamo così il presente come libero rispetto al passato e scopriamo che è possibile redimere la memoria. Il futuro autentico si dischiude solo nella misura in cui il passato viene ridisegnato; senza questo ridisegno resteremmo schiacciati dalla forza gravitazionale della pura ripetizione. Ne segue che non esiste un rapporto univoco dal passato al presente: il senso e il valore complessivo della nostra vita possono essere modificati da ogni attimo della nostra esistenza. La storia consapevole ci rende liberi dal potere della storia vissuta, dimostrando che il passato è in ogni istante ri-apribile.
  • VI
  • La libertà costituisce il significato ultimo dell’essere. Il tempo non procede soltanto dal passato verso il futuro: esso scaturisce dall’attimo stesso, come irruzione di un evento nuovo che sopraggiunge inatteso. Questa irruzione dell’eterno nel tempo è l’atto stesso della creazione continua, un piano che precede ogni tempo oggettivabile. Nel tempo assoluto, l’inizio creativo resta aperto e rende il futuro indeducibile rispetto al passato. Una simile concezione, che consente di intendere il sacro come irruzione nell’ordinario, offre all’essente la possibilità di deviare dal tempo della successione causale, sottraendolo al magma dell’esperienza ripetitiva.
  • Il tempo contagiato dall’eternità è un tempo creativo, non concluso. L’eterno opera inserendo spazi di libertà nel tempo, e il sacro viene a simboleggiare il contatto salvifico con il punto di un nuovo inizio, dotato di una densità esistenziale superiore rispetto all’empirismo sensibile. L’eterno non è un periodo collocato prima o dopo la morte, né un luogo ultramondano, ma piuttosto una forma di esistenza sovrasensibile: è l’attimo che viene salvato dal deperimento. L’eternità non si misura, e il sacro si identifica con il nuovo inizio creativo che rende possibile la nuova vita.
  • Nel cammino spirituale ciò che conta davvero non è il conoscere, ma l’essere. Il conoscere appartiene alla mente razionale, analizza ed è orientato alla ricerca dell’utile, dell’efficienza. Tuttavia, la spiritualità non può essere posseduta come un sapere, perché riguarda una trasformazione interiore. Possiamo accumulare concetti elevati e restare tuttavia identici a prima: in questo caso abbiamo conosciuto, ma non siamo diventati. L’essere implica invece esperienza diretta, presenza e incarnazione; significa permettere che una verità agisca dentro di noi e modifichi il nostro modo di sentire e di agire. Mentre il conoscere mantiene una distanza tra soggetto e oggetto, l’essere annulla quella separazione: è lo spazio del sacro, dove la verità non si pensa soltanto – ma si vive.
  • Piccola bibliografia:
  1. W. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, Milano 1968
  2. W. J. Schelling, “Conferenze di Erlangen” in “Scritti sulla filosofia, la religione, la libertà”, Milano 1974
  3. Otto, “Il Sacro”, Milano 1976
  4. Eckhart, “Opere tedesche” (ed. it. a cura di M. Vannini), Milano 2002
  5. Cusinato, “Scheler. Il Dio in divenire”, Padova 2002
  6. Scheler, “La posizione dell’uomo nel cosmo”, Roma 2006
  7. Hadot, “Il velo di Iside”, Torino 2006
  8. Eliade, “Trattato di storia delle religioni”, Torino 2008
  9. Evola, “L’individuo e il divenire del mondo”, Roma 2015
  10. Mortari, “María Zambrano. Respirare la vita”, Milano 2019
  11. Avens, “Heidegger, Hillman e gli angeli. Per una nuova gnosi”, Roma 2019
  12. C. Corriero, “Il dono di Zarathustra”, Torino 2019
  13. Sessa, “Tertium datur”, Roma 2025

  • Francesco Borgonovo I NUOVI PADRONI DEL PENSIERO

  • Francesco Borgonovo
  • I nuovi padroni del pensiero
  • (Liberilibri 2026, pp. 12, € 15,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.
  • ...
  • Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.
  • Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità - di comandare e dirigere le masse (gli psichici) - che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.
  • ...
  • Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini  in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).
  • ...
  • Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.
  • ...
  • Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».
  • ...
  • Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

 

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
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  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
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  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
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  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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