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Rivista Online Heliopolis

rivista online hp 2021 2

Rubriche Editoriali

rubrica editoriale

  • Blumenberg

  • "Elaborazione del mito"
  • Un importante saggio di
  • Hans Blumenberg
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Hans Blumenberg (1920-1996) filosofo tedesco di primo piano del secolo XX, ha ricoperto rilevanti incarichi accademici, influenzando profondamente l’esegesi del mito nell’età contemporanea. È nelle librerie, per i tipi di Mimesis, una sua opera dirimente in tema, Elaborazione del mito (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/21100089). Il volume è arricchito dalla postfazione di Andrea Tagliapietra, che immette il lettore nelle vive cose del pensiero blumberghiano.
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  • Il testo è articolato in cinque parti costituite, complessivamente, da diciannove capitoli, ricchi e stimolanti sotto il profilo ermeneutico. Per avere proficuo accesso alle tesi del pensatore è necessario muovere da questa asserzione di Tagliapietra: «La filosofia di Blumenberg è quella […] di un lettore» (p. 727), meglio di un “lettore assoluto”, la cui attività ha significatività ma possiede anche il tratto dell’interminabilità. L’esistenza umana è sospesa tra il tempo della vita e tempo del mondo (titolo di un’altra opera del filosofo di Lubecca). Il Codice dell’immaginario europeo, costruito sulla visione biblica ha, quale inizio e fine, due figure iperboliche, “Apocalisse e Paradiso”, che si sovrappongono l’una sull’altra. In tale prospettiva, l’assolutezza perseguita dagli uomini, a dire del pensatore tedesco, coincide con: «la fine di ogni esperienza possibile» (p. 728), pone fine alla storia.
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  • La modernità illuminista ha reagito contro tale: «assolutizzazione del tempo» (p. 728) attraverso l’innovazione tecnologica e le filosofie della temporalità, concretizzatesi nell’età del romanzo e negli storicismi delle religioni secolari. La loro azione ha rappresentato, chiosa l’autore della postfazione, un contro movimento nei confronti del tempo assoluto della natura. Il tempo ha acquisito carattere dinamico, è divenuto potenza della storia stessa. Tale tempo umano si è sedimentato nel racconto, come colse Ricoeur, e presuppone la figura del lettore: «alle prese con il paradigma della leggibilità del mondo» (p. 729). Chi legge è, pertanto, una sorta di: «spettatore trascendentale» (p. 729).  La lettura condensa l’ars longa, il tempo perpetuo del mondo raccolto nelle storie mitiche e nei volumi prodotti in fasi successive dagli uomini, e lo distilla: «come in un alambicco alchemico, nella vita del lettore» (p. 730). In tale figura antropologica, la ricezione e i suoi intrecci vivificano l’ascoltato o il letto, facendolo aderire al tempo della vita, un tempo centrato sulla digressione, sulle ambigue e apparenti diversità che, in verità, nelle cose, vivono sempre in uno.
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  • Tale tesi diviene in Elaborazione del mito, metodo ermeneutico. Le pagine di questo volume sono animate da un incessante e labirintico incedere di riferimenti e digressioni. Blumenberg, nell’approccio al mito, scarta la “via breve” della logica binaria, si lascia alle spalle la razionalità strumentale e tesse l’“elogio dell’ornamento”.   La sua filosofia è un contro-modello rispetto al pensiero dominante. Filo-sofare implica, a suo dire, trattenersi sulle: «curve sinuose della pensosità, sulla libera esitazione, sullo scarto e l’indugio […] della singolarità pensante» (p. 732).  Per questo, Blumenberg si rivolge all’impianto culturale complessivo di un’epoca, non alla sola filosofia accademica, al fine di rilevare l’ubi consistam delle cose e, in questo caso, del mito. Egli fu, in tal senso: «filosofo della secondarietà, della metafilosofia» (p. 734), in colloquio costante e aperto con arte, musica e letteratura: «Blumenberg ricontestualizza l’interminabile testualità della filosofia e allo stesso tempo depotenzia il fascino dell’originario» (p. 735), come comunemente inteso. Pensosità è connessione del pensiero con: «il tempo a termine di ciascuno […] con il mondo della vita» (p. 735), nota Tagliapietra. Il mito si mostra al nostro autore nell’iperbolico lavoro messo in atto, nel corso della storia, dalla “macchina mitologica”. Il mito è sempre plurale, sempre trascritto dall’oralità, sempre modificato. Blumenberg, in queste pagine, critica la lettura del mito fornita dalla psicanalisi e dalla scienze umane, centrata sull’ a-storicità delle pulsioni ataviche e naturali, proprie di un umano assorbito, in toto, nella natura. Si pone oltre le interpretazioni terrifiche e ludiche (Jakob Burckhardt) dell’origine mitica e rigetta la domanda dalla quel tali tesi hanno preso le mosse: «che cos’è il mito?», sostituendola con il quesito: «che cosa fa il mito?». Il filosofo si occupa della funzione e non della sostanza dei racconti mitici.
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  • La funzione primaria del mito è la parola atta riempiere il caos dell’origine, a dare forma al mondo. La struttura mitica è essenzialmente fondata sulla ripetizione e la variazione che determinano la metamorfosi mitica. La ripetizione è costanza iconica del tema mitico, lo rende individuabile nonostante lo stratificarsi delle variazioni, come accade nel jazz: «il fascino della metamorfosi è il fascino del divenir altro dello stesso» (p. 739), incentrato sul rifiuto della rigidità escludente del principio d’identità, al fine di preservare la “meraviglia” di ciò che ci viene incontro, nella natura e nella storia. Le storie raccolte in Mille e una notte, sono paradigmaticamente testi a struttura mitica, prendono tempo, ritornano su se stesse in trame complesse simili a quelle che caratterizzano i tappeti orientali (Cristina Campo), illuminando il tempo. Il mito non può prescindere dalla metafora: essa rappresenta il nucleo originante la trama del racconto. Proprio per questo, il sapere mitico: «trasferisce significatività e prospettiva di senso, ossia valore soggettivo e individuale, alla vita vissuta» (p. 741), sottraendola alla muta imperatività degli universali della logica dicotomica. Il mito non ha a che fare con una condizione storica pre-logica, ma è terminus ad quem cui il pensiero deve guardare per recuperare sintonia con la singolarità nella quale la vita sempre si dice. Il mito libera dalla dogmatica filosofico-teologica e, come mostra il capitolo che Blumenberg dedica all’analisi della figura di Prometeo, si sottrae al primato demonico-faustiano. Il primo capitolo, imperniato sulla discussione della divisione arcaica dei poteri, svela il tratto politico dei racconti mitici.
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  • Il libro doveva inizialmente contenere un saggio dedicato alla politicità del mito nel mondo contemporaneo, espunto per volontà dell’autore e pubblicato postumo con il titolo, Prefigurazione. Blumenberg, in esso fa riferimento ai casi di Napoleone ed Hitler: sostiene che è sempre pericoloso pensare al mito in termini di prefigurazione, come fecero i due personaggi in questione, in quanto, nella vita, non vi è eterno ritorno dell’identico. La prefigurazione può celare il rischio del fallimento e assumere il volto di una tragica parodia.

  • Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, postfazione di Andrea Tagliapietra, Mimesis, pp. 747, euro 34.00.

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  • Cromwell

  • "Cromwell, il dittatore puritano"
  • Un volume di
  • Hilaire Belloc
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa

  • È da poco nelle librerie, per Iduna editrice, un volume di Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano (per ordini: associazione.iduna@gmail.com). Il testo è arricchito dalla prefazione contestualizzante di Maurizio Pasquero, che introduce proficuamente il lettore alle vicende che videro coinvolto l’uomo politico inglese di formazione puritana. Questo volume, uscito in prima edizione nel 1927 in Gran Bretagna, rappresenta un preannuncio della monumentale biografia intellettuale di Cromwell pubblicata da Belloc nel 1934, che, ancora oggi, rappresenta un punto fermo della bibliografia in tema.
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  • Il libro che qui brevemente analizziamo, scrive il prefatore, è centrato su: «una indagine psicologica e caratteriale concepita “per arrivare all’uomo e presentare […] in uno schizzo, il mortale che egli fu» (p. I). I cinque densi capitoli nei quali il volume è articolato, sono di godibilissima lettura, come nelle corde del biografismo di matrice anglosassone. In essi, viene analizzata la formazione sociale e religiosa di Cromwell, il suo cursus honorum militare e politico. Il testo ha, per sfondo, le tragiche vicende che in Inghilterra portarono alla contrapposizione tra il Parlamento, dominato dai puritani, e il re, Carlo I Stuart. Il contrasto degenerò, tra il 1642 e il 1649, in aperta guerra civile, la cui conclusione fu la decapitazione del sovrano con la successiva proclamazione della “repubblica”.
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  • Le pagine del libro rivelano, non soltanto l’animus del protagonista, ma il senso profondo della rivolta puritana che, non casualmente, il filosofo austro-tedesco Eric Voegelin nel saggio, Politica puritana, interpretò quale esordio della modernità neo-gnostica. Si trattò di fatto, del primo tentativo di realizzare “il regno di Dio sulla terra”. Belloc (1870-1953), francese di nascita ma inglese d’adozione, è stato una delle penne cattoliche più brillanti del frangente storico nel quale visse. Convinto critico della modernità, fu sodale di G. K. Chesterton nell’elaborazione della teoria economica conosciuta con il nome di “Distributivismo”, antitetica alla prassi politico-sociale del liberalismo. Date queste premesse, il giudizio di Belloc su Cromwell non poteva, di certo, essere generoso. Lo scrittore: «non condivide niente degli ideali e della prassi politica» (p. IV) cromwelliana, ma, in ogni caso, riconosce all’uomo: «grande abilità e vigore di carattere» (p. IV). Gli antenati del futuro dittatore si erano battuti per sradicare gli ideali cattolici da territorio inglese, al fine di perseguire i propri interessi mercantili e, tale eredità, agì in profondità sulla formazione del giovane Oliver. Questi trascorse la giovinezza nell’agiatezza della magione paterna, Hinchinbrooke House, della quale furono ospiti Elisabetta la Grande e Giacomo I. Nella stessa abitazione, probabilmente, fu trattenuto, quale prigioniero in transito, anche Carlo I. Cromwell, in questa prima fase della sua esistenza, ebbe chiara consapevolezza della propria posizione sociale e si affermò nella società dei nouveaux riches.
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  • Su di lui svolse una funzione prioritaria il mito, per lui assolutamente negativo, dell’Invincibile armata spagnola di Filippo II, pronta ad invadere l’Inghilterra. Ciò lo fece propendere per un radicale anti-papismo. Lesse la Geneva Bible calvinista, che ebbe 150 ristampe, anche se, per lo stile fascinoso, apprezzò maggiormente la versione anglicana del testo: «Fino ai quarant’anni il futuro Lord protettore si palesa agli occhi dello scrittore come un politico […] “molto comune”» (p. VI). I successi militari, poco dopo, gli concessero l’aura di “eletto”, alla quale aspirava con tutto se stesso. Nelle sconfitte egli lesse, semplicemente, degli “avvisi”, che gli avrebbe inviato, in prima persona, il Signore. La messa a morte di Carlo I è stata la più “machiavellica” delle sue trame: «volta a rafforzar il suo potere personale» che, a dire di Belloc, rimase sempre privo di vera progettualità politica. Cromwell avversò la Chiesa di Stato: «sopra ogni cosa […] gli premevano la libertà di culto (concessa agli ebrei, ma non ai cattolici!) e l’autonomia dei diversi gruppi evangelici» (p. VIII). Da essi trasse gli uomini, religiosamente motivati, del New Model Army, braccio armato dell’intrapresa neo-gnostica. Fu tollerante perfino nei confronti dei levellers e dei diggers, che si opponevano alle enclosures.
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  • Mosso dal sogno di realizzare la “Gerusalemme celeste” in terra inglese: «vent’anni dopo lo ritroviamo coperto di sangue» (p. IX). Fu spietato nei confronti degli irlandesi e mise in atto vere e proprie deportazioni di massa. Fu, per tale ragione, l’inglese più odiato nell’Isola di Smeraldo ma, per le medesime ragioni, fu detestato anche dagli scozzesi. Contestato dal Parlamento nel 1653, si sbarazzò di tale istituzione. Instaurò, subito dopo, un vero e proprio regime autoritario, che ambiva controllare perfino la moralità dei nuovi sudditi e avrebbe voluto spingersi a controllare il “foro interiore” degli uomini. Essendo incapace di guardare oltre il proprio “particolare”: «fallì clamorosamente anche nella scelta del suo successore» (p. XI). Richard, suo primogenito, si mostrò del tutto inane ad assolvere i compiti che gli erano stati assegnati. Chiuse i suoi giorni poco prima di compiere il sessantesimo anno d’età, vivendo costantemente nel terrore di essere assassinato, nonostante la sua “elezione” divina.
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  • La visione neo-gnostica non è morta con Cromwell ma si è drammaticamente manifestata nella storia dei secoli successivi, fino all’ecatombe degli eventi novecenteschi. Per questa ragione, il libro, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano, è di stringente attualità.  Insegna, quantomeno, a diffidare degli “unti” dal Signore e di quanti sostengono che il mondo debba essere emendato in nome di Dio, di una classe o di una razza.

  • Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano, prefazione di Maurizio Pasquero, Iduna, pp. 110, euro 12,00.

  • La disinformazione

  • La disinformazione quale arma politica
  • Le analisi di
  • Francesco Bigazzi e Dario Fertilio
  • rec.di
  • Giovanni Sessa

  • Il mondo contemporaneo è essenzialmente l’età della post-verità. Gli uomini, per dirla con Aleksander Solženicyn, sono indotti a “vivere nella menzogna”. Ogni esercizio di parresia, di dire e difendere il vero, viene marginalizzato. Nel Novecento, in particolare nei regimi totalitari, si ricorreva alle “maniere forti”, ai lager e ai gulag, per tacitare le voci dissidenti. Oggi la governance si avvale di strumenti altri, apparentemente diversi, ma non meno liberticidi, centrati sul politicamente corretto che ha colonizzato l’immaginario e il senso comune contemporaneo. L’attuale soft power si serve, prevalentemente, della disinformazione costruita dall’apparto, assai vasto e pervicace nella propria azione, di “chierici fedeli” allo stato attuale delle cose, al fine di preservarsi, di auto-conservarsi. Tale condizione è, di fatto, al centro di un recente volume di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio intitolato, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, comparso nel catalogo della Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it).
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  • Bigazzi, noto giornalista e scrittore, ha diretto l’Ansa in Russia e Polonia ed è uno dei massimi studiosi dell’Europa dell’Est, in particolare, del dissenso nei paesi comunisti; Fertilio, di origini dalmate, è saggista, romanziere e giornalista. Con Vladimir Bukovskij ha promosso la giornata della memoria per le vittime dei totalitarismi, Memento Gulag. Il volume, in dodici densi capitoli, accompagnati da vasta documentazione storico-epistolare, raccolta nei sette Allegati che accompagnano il narrato, si occupa di casi eclatanti di dezinformacija messi in atto, attraverso la collaborazione dell’apparato mediatico, per orientare l’opinione pubblica e mettere a tacere la verità di “fatti” storicamente incontrovertibili.  In queste brevi note ci occuperemo, a mo’ d’esempio, di alcuni di essi. Il libro, va rilevato in prima battuta, è di godibile lettura. La prosa di Bigazzi e Fertilio coinvolge il lettore nel tentativo di renderlo cosciente che la “disinformazione” può e deve essere sconfitta. Tale compito spetta a uomini liberi dal pregiudizio ideologico, a studiosi e giornalisti che non abbiano rinunciato al dovere di informare, a un genere di professionisti, al quale i due autori appartengono, non piegati dal conformismo nei confronti del pensiero unico.
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  • Il narrato muove dalla strage di Katyn' (dal 3 aprile al 19 maggio 1940 di circa 22.000 prigionieri di guerra) perpetrata durante il Secondo conflitto mondiale dai Sovietici ai danni dell’esercito polacco e inizialmente attribuita, attraverso un’opera di evidente manipolazione dei fatti, ai nazisti. Esempio questo di quanto sarebbe accaduto in seguito, in particolare nella storia della seconda metà del Novecento, per assolvere il comunismo dalle proprie tragiche responsabilità. Caso esemplare, in tal senso, è rappresentato dal “falso Ščaranskij”, che coinvolse, non casualmente il «Corriere delle Sera», nel momento in cui il suo direttore, Piero Ostellino, era impegnato a ricondurre la testata milanese nell’alveo della cultura liberale. Ščaranskij era un dissidente sovietico ebreo a lungo detenuto nei gulag che, una volta ottenuto il permesso di espatrio in Israele, fece pervenire, attraverso un’agenzia londinese, un “memoriale” al «Corriere», nel quale, di fatto, raccontava la sua detenzione in URSS in toni edulcorati. Dopo la pubblicazione, egli smentì di essere stato l’autore di quelle pagine che, di contro, erano state costruite ad hoc dal KGB, per screditare il mondo del dissenso a tutto vantaggio della sinistra nostrana: «Gli ultimi brandelli di incertezza si sarebbero dissipati soltanto nei giorni seguenti, quando si scoprì che né il presunto giornalista inglese autore del servizio, né la società londinese titolare dei diritti esistevano davvero» (p. 25).
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  • Non dissimili furono i casi che coinvolsero, sempre al «Corriere», l’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi, al quale il responsabile della pagine culturali del quotidiano, Armando Torno, aveva chiesto di collaborare. Una mail di un lettore inesistente, probabilmente inviata da un membro della “commissione interna” del quotidiano, si lamentava del fatto che un membro delle Waffen SS, quele Flippani Ronconi era stato, non poteva collaborare a un giornale antifascista. La gran cassa mediatica fece il suo corso: l’illustre sanscritista fu licenziato e Torno dismesso dal suo incarico. L’operazione di disinformazione era così compiuta: «la complicità con l’ideologia nazista, per amalgama, era estesa ad Armando Torno. Giustificando […] la normalizzazione della redazione culturale con l’ingresso di un giornalista allineato» (p. 29). Ancor più tragico il caso di Walter Tobagi, dapprima isolato nella redazione della testata milanese, presentato dal sindacato interno quale “uomo di Craxi”, pericoloso perché, in più scritti, ebbe il coraggio di denunciare la violenza del terrorismo rosso. Il 28 maggio 1980, il giornalista cadde colpito a morte dagli uomini della “Brigata 28 maggio”.
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  • La giornalista americana Claire Sterling nel 1982 sostenne, alla luce di un’inchiesta accurata e documentata, che l’attentato a Papa Wojtyla era stato organizzato dai servizi segreti di Sofia: «Era la famosa “pista bulgara” che […] conduceva senza possibilità di errore al mandante sovietico» (p. 31). Naturalmente l’autrice e la sua tesi furono silenziate.
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  • Nel 1992, a seguito dell’apertura degli archivi sovietici, riemerse una lettera compromettente nella quale Palmiro Togliatti scriveva, a proposito degli alpini italiani prigionieri in URSS: «Non trovo nulla da dire se molti moriranno» (p. 10), testimonianza chiara del suo asservimento allo stalinismo. «La lettera di Togliatti - chiosano gli autori - è rimasta sotto gli occhi di tutti […] alterata vistosamente in alcuni passaggi importanti» (p. 10), come accade nel racconto di Poe, La lettera rubata. Bigazzi, che riportò l’attenzione sul fatto, fu isolato e denigrato. La stampa asservita si proponeva, inoltre: «di danneggiare la casa editrice italiana che l’aveva avallata» (p. 11). Si sbarrò, in tal modo, la strada agli studiosi che volevano far luce su quanto emergeva dagli archivi sovietici: «la dezinformacija mirava a sottrarre la figura di Palmiro Togliatti alla dannazione della memoria» (p. 11). Dannati dovevano rimanere solo gli avversari delle sorti progressive del mondo.
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  • Il volume di Bigazzi e Fertilio è di grande attualità: parlando di ciò che è accaduto qualche decennio fa, ci invita a vigilare e ad agire per l’informazione libera anche nel presente.

  • Francesco Bigazzi - Dario Fertilio, La lettera rubata di Togliatti e altre manipolazioni della storia, Oaks, pp. 103, euro 12,00.

ANTICIPAZIONE delle "Ragioni Generali" sulle "ISTALLAZIONI CREATIVE" Heliopolis
  • SOMMARIO libretto Istall creat

  • Si anticipa qui di seguito una parte della documentazione accessoria che è
  • a servizio logico del libretto
  • "ISTALLAZIONI CREATIVE"
  • Heliopolis,
  • (design: Sandro Giovannini)
  • pubblicato anche in cartaceo nel 2025 per la 
  • Heliopolis Edizioni 
  • di idee e materiali di scrittura.
  • Tale libretto, come si deduce dalla copertina qui riportata, consiste in una cinquantina di pagine  con una
  • Appendice
  • che contiene anche queste "Ragioni Generali", qui anticipate. 
  • Molte le foto a corredo delle "Istallazione creative", sia reali (realizzate) che virtuali (in proposta).
  • ...Chi volesse ricevere l'omaggio del libretto (virtuale) Heliopolis 
  • in formato PDF  
  • potrebbe prenotarlo comunicando a
  •   giovannini.sandro@libero.it
  •  la propria mail...

  • RAGIONI GENERALI
  • “Istallazioni creative”
  • (Heliopolis, 1985-2025)
  •  
  • L’idea si é concretata in medie e grandi realizzazioni parietali, per interni ed esterni, che hanno convogliato molte delle nostre precedenti esperienze con e su materiali più diversi tramite tecniche specifiche per cuoio, pergamena, stoffa, carta pregiata, legno, radica, oro, argento, rame, piombo, plexiglass, marmo, resina, terracotta, microcemento, encausto, mosaico, serigrafia, digitale, scrittura manuale, incisioni e/o traforazioni laser, tramite metodologie ispirate all’antico e trattate modernamente.
  • ...
  • Ora, mélange e sovrapposizione di tecniche miste e citazionismo, ricavando il maggior vantaggio da una visione urfuturista, (consapevolmente, da noi solo evocata), ove tutti i lasciti del secolo mai esaurito entro l’eterna guerra civile europea, vissuti tramite una lettura conciliativa e giustapposta di ragioni spirituali e sentimenti materiali, ricerca ancora, seppur disperatamente, una sua armonica potenzialità espressiva.  Queste “istallazioni” non richiedono astrusi strumenti decodificativi e non ammiccano inutilmente a potenzialità indimostrate od indimostrabili.  Sono alla portata di molti, ovviamente ai relativi livelli, proprio perché già comprendono in sé elementi storicizzati seppur complessi, classici, moderni, comunque resi contemporanei. E sperabilmente espressivi.  Il complesso non può e non deve prospettarsi nuovo, ma considerando lucidamente, oggi, le logiche della “catastrofe simbolica” di tanta teoria a riguardo del mercato automatico attuale e delle relative superfetazioni artistiche del mito del “marchio/marchiatura”, dispiegato ormai senza tregua, risulta ancora del tutto spiazzante, soprattutto per ricomposizione difficile tra mastro e maestro, in controtendenza assoluta con il superego narcisista del mito fasullo del “creativo”.  
  • ...
  • La problematicità, quindi, non è tanto o solo nell’essere fuori dal prevedibile schema dell’opera troppo individualizzata nelle sue varie declinazioni, quanto nell’idea/incrocio di varie logiche espressive, che è anche risultato di un percorso che vocazionalmente ha incluso molte esperienze da noi fatte nei decenni tramite il comunitarismo creativo, ovvero una sorta di lunga stagione poetica, critica e metapolitica operata comunque con un senso più ampio di quello dell’artista singolo, non per difetto d’individualità o per vezzo modaiolo, ma per rifiuto dell’artistismo e del maledettismo, persino oltre la solita nozione di “gruppo” artistico, in quanto tentata su vari livelli (poetico, letterario, artistico, metapolitico, saggistico, editoriale, organizzativo...).  Esperienza maturata poi anche in validi percorsi individuali.  La tecnica applicata quindi del montaggio e dello smontaggio - interpretata qui esteticamente più che meccanicamente, può raggiungere una sua risultante pratica.  Tramite diversi moduli artistici, l’intercambiabilità, concetto/chiave, infatti, non permette solo cambi e sovrapposizioni (=di scenario espressivo) ma anche eventuali sostituzioni nel tempo.  Cosa che, in più, lega il destinatario con un rapporto di maggiore durabilità.  Con diversi stili applicabili per una risultante figurativa, evocativa, storica, letteraria, sempre facilmente riconoscibile.  Anche con specifici “lacerti artistici inclusi”.  Nello specifico delle “istallazioni creative”, il risultato, poi, non va letto come “prendere o lasciare”, isolato dalle sia pur minime potenzialità condivisibili della committenza, ma come valore realmente interagente con la fruizione e la committenza stesse.  Non solo a parole, non solo con la parola, ma nel manufatto.
  • ...
  • Con il coinvolgimento diretto di una “presenza” precisa - sia pur necessariamente trasfigurata - della committenza e della fruizione contestuale, tramite due apparati specifici, diversamente mandati ad effetto, e sempre presenti.  Un’immagine della committenza, familiare e/o evocativa/interna, su intesa con i produttori (a vario titolo) ed una specularità, operabile di volta in volta, che rende immediatamente percepibile la fruizione, riflettendo (oltreché, ovviamente, inglobando).
  • ...
  • Nelle “istallazioni creative”, a differenza decisiva rispetto a tutte le altre produzioni paraeditoriali Heliopolis, però, dobbiamo sottolineare che, tali manufatti replicabili in base allo stile scelto di volta in volta a seconda della ragione contestuale, ambiscono avere un livello eminentemente arredativo e scenografico, pur con una indubbia pregnanza artistica dovuta agli inserti con maggiore o minore caratura creativa, di volta in volta inseriti.  Questa potrebbe apparire una capitis deminutio, ma è una piccola voragine su mondi lontanissimi.  
  • ...
  • La complessiva “scrittura esterna” (1) della ragione e del sentimento del nostro tempo, ha quindi una valenza di sommatoria epocale e di tentato recupero terminale, che non può essere disconosciuta facilmente, se non a prezzo di un rifiuto aprioristico al confronto dialogico tra norma e scarto, confronto ormai ampiamente storicizzato. (2)  Gettati nel tempo e condizionati dal clinamen. Ma con una  realizzazione identica a sé. (3)  Al proprio stile. (4)  L’evocazione riconosciuta che diviene espressa ricerca dell’identità simbolica (5)  tramite una rappresentazione scenografica di volta in volta messa in atto, tra essere e sapere, (6)  ove la comprensione dei produttori, dei committenti e dei fruitori, tre assoluti comprimari pur con ruoli ben differenziati, diviene il punto centrale di mediazione, punto focale, in quanto normale, (7)  in quanto comprensibile, in quanto vis(v)ibile...
  • ...
  • Quindi non “trovare un nome”, non “dare una definizione”, formule d’accatto, buone per ogni vera o finta furbizia o costruita ignoranza, (8) ma aiutare a saper vedere, saper comprendere... comprendendo noi per primi tutto ciò che ci è suggerito dal passato, la tradizione del colore (espanso) e della sua effettività identitaria e trainante, così antico-occidentale come estremo-orientale, riscontrabile ora, possibilmente senza esclusioni o false primazie, nel presente e nel futuro delle neuroscienze.  
  • ...
  • Infine accompagnando per mano il committente in un percorso che gli verrà fornito - con un supporto “critico specifico” scritto e/o multimediale - affinché non sia lasciato eventualmente in un debito di conoscenza verso ospiti amici e conoscenti vari che dovessero vedere il manufatto, magari compiacendosene, senza però aver (di fronte) alcun strumento di riferimento preciso. 
  • ...
  • Infatti abbiamo già inteso, in passato e con sorpresa, a solo esempio dalla gioiellistica, il silenzio ottuso sulla parola... che andasse appena oltre qualche nota di garanzia o di servizio.  Anche come prova di un percorso creativo non di “interiorizzazione di ritorno”, di “ritenzione secondaria o terziaria”, più o meno obbligata, ma di messa al centro delle esigenze più profonde (in una sorta di sobria maieutica) e magari per nulla o poco affiorate, del committente medesimo.  L’imposizione autoriale, comunque ineliminabile, almeno si sublimerebbe in tal modo lungo una prova possibilmente non autoritaria ma autorevole, non lineare ma ritornante - potremmo azzardare - ciclica.  
  • ...
  • Quindi istallazioni oltre la supponente od eterodiretta indisponibilità, ma che favoriscano interrogazioni, approfondimenti, suggestioni di ricerca.
  • ...
  • Note.:
  • 1) Manifesto della scrittura esterna.  Il Manifesto della scrittura esterna fu pensato dagli amici e collaboratori che gravitavano già dalla fine degli anni ottanta intorno all’Heliopolis Edizioni (1985-...) ed allo scriptorium heliopolis, emanazione della prima e realizzato da artisti ed antichisti di fama (da cui anche il possibile titolo di “nuova epigrafia”).  Intendeva proporre l’affiancamento alla normale “scrittura interna” tramite una scrittura proiettata verso l’esterno, verso gli spazi del pubblico, non in un modo solo funzionale, ma fortemente identitario, partecipativo verso la comunità, utile per il commerciale e la comunicazione, in tutte le sue forme, oltre ogni livello precedentemente raggiunto (se non, meravigliosamente, nell’antico). Trovava in più in molte epoche e stili diversi una corrispondenza non solo formale o di compiaciuto e rettorico stilema, ma di profonda necessità e quindi d’intima sostanza.  Il manifesto non rimase solo un’enunciazione teorica.  Fu base logica e programmatica di un fare che si estrinsecò (e si manifesta tuttora) in molte realizzazioni, alcune ben riuscite anche commercialmente (esempio il caso eclatante delle magliette letterarie dell’Heliopolis, 1988-1995, prime in tutta Italia) dell’editoriale e del paraeditoriale, dell’alta moda, della gioiellistica, dell’arredamento, della musealistica, del supporto ad istituti di antichistica, del promozionale, marcando uno stile non confondibile.
  • 2) In: Sandro Giovannini, ‘Stile tra norma e scarto’,  da L’Armonioso fine, 2005, SEB, pag. 56-57, ove vengono affrontati e discussi alcuni passaggi logici di riferimento, tratti da  scritti critici al riguardo, di Richards, Barberi Squarotti, Brioschi, Di Girolamo, ed altri...
  • 3) “...Lo stile non esiste antecedentemente, non si rinviene per strada, è al di là di ogni categoria spaziale e temporale, è nel regno del prepensiero, ma anche nella democrazia del fatto, esiste in sé ed in sé si mostra, quale prova che va salvaguardata dal pensiero filosofico/categoriale, logico ed anche irrazionale...”.  in: S. G., ‘Operari sequitur esse’, da L’armonioso...,cit., pag.12.  Questa citazione, che sembrerebbe poter aver senso solo in un milieu filosofico, aiuta invece a giustificare l’effettiva realizzabilità del:“...sempre facilmente riconoscibile”, di cui sopra.
  • 4) “...In questo senso ha valore l’indicazione, spogliata giustamente d’enfasi, del sincretismo, non come momento magmatico ma di sottolineatura, ecumenicità, stile...”, in: Agostino Forte, dal “Commento”, 30.08.1994, al testo del manifesto della scrittura esterna e dello scriptorium heliopolis.  Il sincretismo quindi, non in una valenza new age che confonde tutto, quanto nel senso delle lezioni di uno Zolla ed altri studiosi comparativisti del sacro dell’etnografia e della religione, per utopie di sintesi necessarie più che per prese d’atto d’ibridismi subiti.  Questo “stile” - solo nel caso specifico delle “istallazioni creative” - resta riconoscibile anche per il metodo proposto come ricercatamente interattivo con la più diversa committenza, soprattutto per i due strumenti sempre - difformemente - presenti nel manufatto.
  • 5) L’evocazione dell’identità simbolica è un processo che l’Heliopolis ha messo in conto, negli anni, anche con il progetto telematico ELOGICON (2015-)  In tale direzione si deve comunque trovare un punto d’incontro tra la capacità di riconoscimento che pertiene all’Heliopolis design e la vera e propria identità simbolica del committente.  Consapevole od inconsapevole.  Tra mille esempi possibili, la ricerca filosofica del “valore spirito” di Valery o dello svelamento della voragine del “formicaio digitale”, entro la “società’ automatica” di uno Stiegler, ovvero la ricerca sulla “miseria simbolica”.  Per trovare tra le forze contrapposte (come nell’arco romano), il punto di svolta (far cadere=rivoluzionare) o chiave di volta (stabilizzare=conservare) come precisa risposta del (e nel) manufatto.  Progetto non facile e mai scontato, di cui la maieutica è metodo.  Un costruire lungo un’idea collaborativa effettiva e non di facciata.  Non per slogan o solo a parola, ridotti alla differenza (spesso troppo evidente) tra dichiarato e realizzato, pressati dal funzionalismo delle pratiche.  Troppi siti architetturali ne sono, purtroppo, frequentissima prova.
  • 6) P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, 1976.
  • 7) “...Così il richiamo costante alla normalità, che rischia di divenire un’invocazione suggestionante alla normalizzazione, non può non trascurare (a pena d’inversione totale), avendo origine dai terreni del positivismo logico e del materialismo dialettico, la teoria della normalità geniale (la normalità guidata identitariamente dai propri geni e cromosomi) ovvero dell’usualità producente, ovvero della sobrietà creativa, che sono tutte misure che appartengono invece (o dovrebbero appartenere...) per statuto alla migliore cultura tradizionale... etc... ...”, in: S. G., ‘Semplificazione, atto rivoluzionario’, da L’Armonioso fine, cit., pag. 84-85.
  • 8) AA.VV., “Letteratura - Tardocronache dalla Suburra”, n.° 2; 1985, Heliopolis Edizioni, ove si affronta validamente il tema della “creatività diffusa”, o della “creatività surrogatoria”, pag. 40-45: Marcello Veneziani, Creatività tra libertà e trasgressione: “...La più autentica realizzazione della creatività non è data dall’affermazione della soggettività, ma al contrario la realizzazione creativa è l’affermazione di una superiore impersonalità, è l’espressione dell’oggettività”.  Vedi anche, a riguardo di “trovare un nome” o “vera e finta ignoranza”, la presa d’atto di un coraggioso: ...abbiamo... «...coniato un’intraprendente ondata di nuovi ossimori per sospendere le vecchie incompatibilità: life/style, reality/Tv, word/music, museum/store, food/court, health/care, waiting/lounge.  Il nominare ha preso il posto della lotta di classe, amalgama sonoro di status high concept e storia.  Attraverso acronimi, importazioni inusuali, soppressioni di lettere, invenzione di plurali inesistenti, lo scopo è liberarsi del significato in cambio di una nuova spaziosità…  il Junkspace conosce tutte le tue emozioni, i tuoi desideri.  E’ l’interno del ventre del Grande Fratello.  Anticipa le sensazioni della gente…».  Citazione da: Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, pag.84, in: Sandro Giovannini, “A proposito di Rem Koolhaas”, su    www.heliopolisedizioni.com 
  • I riferimenti logici riportati nelle note sono ora tutti leggibili nel sito ufficiale della Heliopolis Edizioni e della, ivi inclusa, “rivista online heliopolis”: www.heliopolisedizioni.com  

SYMPOSIUM di Apicio
  • Symposium aperto
  • (Symposium  (latino-italiano), aperto sulla riproduzione - a mano nell'originale poi andato in fotocomposizione - di un larario famoso)
  • ***
  • Symposium
  • (da Apicio)
  • Dal quarto rotolo lungo Symposium, una riproduzione ancora più accurata del de re coquinaria di Apicio,  è iniziata la tecnica del "tutto a mano"  ove l'elemento paleografico (una grafia in capitale elegante  riferibile a circa il I sec. a.C.) e l'elemento iconografico (nel prototipo creato per la successiva tiratura in fotocomposizione in 500 copie numerate) risulta essere una filologicamente accettabile parafrasi su carta di tecniche quali mosaico, affresco ed encausto. Questo per offrire al lettore un'immagine il più possibile ampia della trasposizione moderna dell'antico e per dimostrare anche una nostra abilità poliedrica che fuoriuscisse dagli schemi prevedibili delle operazioni consuete del restauro, che pure sono compiute al massimo grado di valore e competenza scientifica.  Questo sempre perché il nostro paraeditoriale è operazione creativa e non operazione conservativa ed i nostri manufatti sono indirizzati al mercato, sia pur colto e raffinato, e non al solo fine del fac-simile o unicamente per specialisti di antichistica.  In realtà, a parte il successo commerciale, in molti casi abbiamo ricevuto proposte di realizzate rotoli da centri universitari di eccellenzza, e talvolta abbiamo seguito tale via. Comunque i due manici del volumen sono stati operati sulle essenze di legno più pregiate con anche incisioni a laser ed a volte persino inserti d'ottone, argento o cuoio firenze, per rendere ancora più prezioso il manufatto complessivo. In un caso poi si è optato, con questo stesso testo tutto a mano, anche per una gioiellizzazzione completa dei due bastoni reggirotolo, affidando su richiesta del grande gioielliere Morpier di Firenze, la realizzazione conseguente. In tal caso Morpier fece una tiratura di 500 pezzi numerati che andarono, già in buona parte prenotati, in tutto il mondo, e noi dovemmo fornire una nuova tiratura della carta pergamenata in 6 fogli orizzontali incollati da noi a mano, di altri 500 copie.


ROTOLO-ASTUCCIO
  • 1 foto astuccio acero e ciliegio chiusi

  • Il 
  • "Rotolo-Astuccio"
  • dell’Heliopolis (modello d'Invenzione industriale), è stato progressivamente perfezionato con l’inserimento di una molla di ritorno-carta, all’interno del cilindretto superiore e di un bastoncino fermo-carta, inserito in apposito alloggio all’interno del cilindretto inferiore.  Il ritorno-carta a molla ed il fermo-carta, il primo per una veloce apertura e chiusura senza problemi ed il secondo per una stabile lettura ed una apertura anche prolungata, permettono quindi un'apertura ed una chiusura agevole, con una estensione della carta per circa 70 cm. di lunghezza massima per circa 22 cm di altezza.  In pratica la carta interna contenuta utilmente si dispiega per poco più di 2 fogli di A4 disposti orizzontalmente.  Il “Rotolo-astuccio” è un prodotto del paraeditoriale con una fortissima valenza regalistica e promozionale ed è stato introdotto anche nel mercato librario, nella cartolibreria di qualità, nell'uso di molti comuni per titoli di matrimonio, nel promozionale istituzionale per premi e documenti di nazionalità,  e nell’arredamento privato...

 

  • I pregiati testi Heliopolis  (non promozionali)  montati dentro il
  • "ROTOLO-ASTUCCIO":
  •  - "Preghiera ad Helios Re" di Giuliano Imperatore, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro.
    - "Il giudizio di Pilato" da Marco, edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

     - "Canto CXVI" di Ezra Pound,  versione di S.G., edizione 1989,
    500 esemplari numerati, ultime copie, 50 euro. 

  • (qui sotto aperta  "PREGHIERA AD HELIOS RE"  di Flavio Claudio Giuliano Augusto,
  • con la riproduzione manuale dei mosaici pavimentali del palazzo imperiale di Costantinopoli)

2 Rotolo astuccio aperto con scritta

  • contenitore cilindrico eventualmente aggiuntivo al "Rotolo-Astuccio" in seta serigrafata in oro 
  • contenitore cilindrico in seta serigrafata oro per rotolo astuccio
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