- “Senza perché”
- di
- Giuseppe Gorlani
- Sei, questo è certo. Ma sai della Presenza che palpita nel Cuore ubiquo dell’Infinito? Hai compreso i simboli che guidano e proteggono? Il Cammino è lungo, arduo, paradossale e periglioso. E soprattutto: ami abbastanza? Ami i ghirigori della polvere, le sfumature della voce che vaga di mondo in mondo, i grilli che cantano sulla soglia del sacello? Ami gli accenti meravigliosi e terribili della lingua originaria cui appartieni? Sai dissolvere le torsioni della menzogna nell’atanor silvano?
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- Si principia dall’Essere per destarsi all’Essere. Panta rei, proclamava l’efesino Eraclito; tutto scorre immobile: l’acqua, il tempo, la vita stessa. «Mutando sta fermo».[1] E pure il Cammino non è propriamente tale, bensì un risolversi nell’Ineffabile. Le lune trascorrono di mese in mese, attraverso gli anni, penetrando sotto le radici del biancospino. La regina e il re amoreggiano sdraiati sui raggi argentei di Chandra, preceduti da araldi spaventosi, circondati da cortei di lucertole, ramarri, orbettini, rane. La luna, come il sole, nasce a Oriente e cala ad Occidente, tracciando nel cielo una scia di racconti, dei quali Le mille e una notte sono una nebula di scintille.
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- Un ragazzo si addormenta all’ombra di un laburno frondoso e sogna di intraprendere il viaggio dal Sé al Sé. I passeri che sfrecciano nell’ortaglia si fermano un istante per osservarlo incuriositi. Perché si agita nel sonno? Che cosa lo turba? Se il Secretum è già presente, in piena evidenza, potenzialmente decifrabile da una profusione di “stelle” (così Ailester Crowley definiva gli esseri umani), perché lo cerca indefessamente? Se il Centro è dove egli È, perché non si acconcia su Ananta, intriso d’armonia, galleggiante sulle acque primordiali?
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- Per gli shaiva il mondo è il lila-gioco di Shiva, l’incomprensibile, per i vedantin è maya, un serpente immaginario erroneamente sovrapposto ad una corda. C’è giustappunto una corda calcinata dal sole e sfilacciata dalla pioggia a lato della stradetta poco frequentata tra le colline. Nessun serpente ne emerge all’immaginazione, nessuna creazione fittizia crepita tra le dita; la corda non ha occhi che gli si arroventino, né filamenti vibratili che la elevino tra gli astri, non ha alcuna particella indivisibile che la fondi. Se la si guarda con attenzione, sparisce e resta il nulla, che pure è qualcosa, una sorta di astrazione osservabile.
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- Per il giovane stretto nell’abbraccio dell’Incantatrice, il mondo è l’eco densa del suono incausato che in quattro parti si divide amalgamandosi con le opacità e le luci del crepuscolo. E dunque senza incertezze si rifiuti o beva il succo che per i ciechi, aggrappati a fardelli irriti, è fiele, ma elisir per le anime «senza perché».[2] Sfere purpuree rimbalzano le une contro le altre nel sonno. Si alzano gli sguardi oltre le cime degli alberi, mondati dalla fatica di almanaccare su ipotesi bislacche. Che meraviglia non sapere nulla, salvo quel che si sa da sempre per anamnesi, a guisa di cirri vaganti nell’atmosfera rarefatta delle lettere, neumi impressi nella cera. E camminare il mattino per boschi rigogliosi, ai margini di pianure stese tra precipizi infinitesimi. E fermarsi accanto a un gruppo di salici ad ammirare un capriolo curioso tra le felci. All’alba si medita ghermiti dalla medesima vita estatica che incalorisce ogni istante. Si osa iniziare mille libri e concluderli in un’unica sillaba, irrorare il mondo con lacrime cristalline, gettare alle proprie spalle le falde del mantello, signoreggiare magie infide, insegnare ai corpi sofferenti l’ars che svela la salute. I bambini, persuasi a non spaventarsi, accartocciano i volti dei demoni a lato della via azzurrata da riflessi lacustri e ballettano verso gli stagni ove amano trascorrere i pomeriggi estivi. È una cantilena traballante a lambire una simile vaghezza. Nel dedalo di viuzze e piazze antiche le parole, pur sapendo di sfiorare l’incommensurabile intensità del Mistero, non fuggono: impavide, affollano loggiate e veroni in attesa di potersi distendere nel buio notturno.
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- Democrito, di cui Borges scrisse che fu «inventore degli atomi indivisibili, avversario dello spirito, falsario di smeraldi»,[3] visse sino a cento e nove anni. Sul letto di morte udì la sorella rammaricarsi poiché il suo trapasso imminente le avrebbe impedito di partecipare alla festa delle Tesmoforie, dedicata a Demetra. Il moribondo la rincuorò, dicendole che non si sarebbe incamminato verso l’Ade durante quei tre giorni. Lei però avrebbe dovuto fargli avere ogni mattina alcuni pani appena sfornati. Ricevutili li odorò a lungo e il prana aleggiante negli atomi, non certo indivisibili, gli permise di prolungare la propria esistenza per tutta la durata della festa.[4] L’Abderita non “vide” che in ogni atomo vi sono mondi infiniti, particelle viepiù minuscole, universi? Non s’affacciò sull’Abisso? Blaise Pascal, pur negando la necessaria pluralità di prospettive sul risveglio all’intuizione assoluta, lo “vide”; egli comprese l’impossibilità di un termine ultimo: «Io voglio dipingergli non soltanto l’universo visibile, ma l’immensità di natura che si può concepire nell’àmbito di questo scorcio d’atomo. Ed eccogli un’infinità di universi di cui ognuno ha il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra […] e nella terra degli animali e infine degli acari».[5] E tra triliardi d’acari, un acaro sulla spina di una rosa in un giardino. E nel giardino un uomo davanti all’acaro dell’“inizio”, per entro il quale la visione “precipita” nell’Infinito.
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- Se si potessero riempire le polle più profonde con un semplice moto delle braccia, gli uccelli volerebbero in modo diverso, gli uomini invertirebbero la propria direzione dalla vecchiaia alla giovinezza, dall’oscurità allo splendore e i pellegrini si riparerebbero all’ombra delle farnie, frastornati dal frinire delle cicale. Ma così non è, l’acqua che scorre verso valle è a mala pena sufficiente per dissetare un fiore solitario, arancione, un giglio di San Giovanni immerso nel respiro rarefatto della foresta. Dall’orbita vuota di Kannappa Nayanar, pujari eterodosso dedito alla caccia, scendono lacrime e sangue; le prede ignorano l’intrico della macchia e s’avvicinano al lingam[6] torreggiante tra erbe e cespugli, ricordando con una vividezza superiore a quella della maggior parte degli uomini la propria quintessenza. Il petalo che scende dalle nubi è oro zecchino; invano i moderni soloni a Bruxelles tentano di provare che l’oro serbato nei cuori è soltanto un moscerino nell’occhio. Easy Rider proiettato nella sala cinematografica d’un anonimo paese romagnolo è frammento d’epos sulle cui tracce si dipanano percorsi invisibili. «Guardate la polvere. Da essa ispirati risvegliate “il gioiello della discriminazione”»,[7] bisbigliano le gocce di pioggia nella chiesa abbandonata, ove le risonanze della campana che trapassa i mondi s’aggiungono ai pensieri di Pascal.
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- I giovani intrepidi dove sono ora? Dov’è l’“Orda d’Oro”, Sira Ordu, guidata da Batu Khan, prefigurazione del Kalkin Avatar, dove sono gli Ettore, gli Arjuna, i Parsifal? Sembra che il coraggio senza macchia sia scomparso dalla scena del mondo. In realtà tutto è ancora vivo, sebbene in forma poco discernibile; ecco infatti gli eredi d’eroi offrire fiori di ginestra spruzzati di sangue e serti di sillabe irraggiungibili, là dove nessuno osa gettare lo sguardo ai piedi del Dharma.
- I vanesi capi europei, satolli d’apparenza, autoconvintisi di trasformare in pietre preziose quel che toccano (pure loro, assai più di Democrito, “falsari di smeraldi”), celebrano trionfi fasulli sulle proprie tombe. Il loro agire ruota attorno alla superstizione per la quale il “progresso” è incessante e massima virtù è il perseguirlo.
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- Adesso, qui, seduti nella penombra di boschi diradati, abitati da scarsi animali, mentre ci si prepara a varcare la soglia del sonno, a mala pena se ne odono le deprecabili assurdità, attutite dal frusciare di foglie secche sollevate da mulinelli di vento sui selciati di Valencia, da vortici di sabbia alle porte di Kandahar, da ghiaia rovesciata in androni di nebbia.
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- La bellezza non sta nei palazzi di vetro e cemento o nelle sculture ad essi associate, né la giustizia benevolente nei sorrisi di cerone e plastica mascheranti la più desolante pochezza. Nelle foglie, nella sabbia, nei viottoli di ghiaia, nei manufatti antichi, nello sguardo vigile e assorto ad un tempo del Viandante palpita l’incanto umile e glorioso che favorisce l’autoconoscenza.
- [1] Eraclito, I frammenti, 84°, a c. di Franco Trabattoni, Marcos Y Marcos ediz., Mi 1991.
- [2] «La rosa fiorisce senza perché: fiorisce / perché fiorisce, / a se stessa non bada, non chiede d’esser / veduta». Angelus Silesius, Il Pellegrino Cherubico, 289, a c. di Giuseppe Faggin, Editrice La Locusta, Vi 1990.
- [3] Jorge Luis Borges, La mappa segreta, p. 35, Adelphi Ediz., Mi 2025.
- [4] L’episodio è narrato da Diogene Laerzio in Presocratici, a c. di Laura Gemelli Marciano, vol. III, p. 273, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Mi 2025.
- [5] B. Pascal, Pensieri, a c. di Ugo Bernasconi, p. 128, Rusconi, TN 2023.
- [6] Linga letteralmente significa “segno” ed è simbolo aniconico di Paramasiva, l’assoluto.
- [7] In sanscrito Vivekacudamani; è il titolo di una fondamentale opera di Sri Shankara, codificatore della dottrina advaitavedanta.








