
"Gaedor, il destino dietro la locanda"- Un racconto fantasy di
- Riccardo Rosati
- rec. di
- Giovanni Sessa
Riccardo Rosati è studioso di formazione poliedrica. Yamatologo e anglista è accorto esegeta del mondo del fantastico, nonché sceneggiatore di fumetti. Ha all’attivo un numero considerevole di pubblicazioni. È nelle librerie, per i tipi dell’editore Progetto Babele, la sua ultima fatica, Gaedor, il destino dietro la locanda (per ordini: redazione@progettobabele.it). Si tratta di un racconto fantastico chiuso da un’Appendice, se abbiamo ben inteso, dal tratto autobiografico, Rough/Touch. Presentazione e postfazione sono firmate rispettivamente da Stefano Santarelli e Donato Altomare. Al termine del racconto vero e proprio, Rosati ha inserito un “Glossario dei nomi e dei luoghi” che permette al lettore di essere introdotto nella complessa struttura narrativa del libro, nella quale risuonano le parole del mito e di antiche Saghe.- ...
- Gaedor, dietro la locanda, confessa l’autore, ha avuto una lunga gestazione, rappresentando, in qualche modo, la summa del suo iter culturale. Pertanto, se da un lato, è facilmente rilevabile in esso l’intreccio del genere fantasy con i Giochi di Ruolo, dall’altro si evince una lettura critica della contemporaneità mediata dal riferimento valoriale al mondo della Tradizione. Tale aspetto rende il racconto di stringente attualità. Inevitabile, in tale contesto, lo ricorda Santarelli, l’emergere dell’influenza della mitologia tolkieniana centrata sulla perenne lotta tra il Bene e il Male. Protagonisti principali del racconto sono un nano, due elfi e un umano, accompagnati nella cerca da una serie innumerevole di altri personaggi, personificanti potenze di trascendenza immanente, viva in qualsivoglia ente di natura. L’incipit del narrato è ambientato nell’anno 1220 del calendario nanico, ovvero nell’anno 200 della Fondazione di Gadeor, capitale: «del più potente e ambizioso regno esistente» (p. 17) sul pianeta di Beargoz.
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- A Dagalor, Ryuga, Mytril e Partalas, nella locanda “Il Lupo d’Oro”, viene affidato un compito improbo. Gaedor, città avente per simbolo un G alata, viveva una condizione di estrema difficoltà, essendo posta sotto assedio dalle forze malefiche insediatesi a Irosh, isola inospitale situata nella zona nord est del pianeta di Beargoz. Qui esercitava il proprio potere, perturbante l’Ordine, il semidio Avigell, postosi a capo di una setta di mezziorchi e uomini: «pronti a ricevere il marchio sotto la Torre di Shamdûr» (p. 5). Avigell era sostenuto da un’armata di Vampiri. I Quattro vennero incaricati di ritrovare e di riattivare i poteri benefici di un antico manufatto, l’Holyalcon. Tali poteri potevano essere riacquisiti in forza dell’acqua salvifica di un fiume che scorreva nelle viscere del Grande Vulcano di Iarosh. I protagonisti, consci dei rischi che l’impresa comportava, pur tra mille dubbi e titubanze, finiscono per accettare l’incarico quale destino ineluttabile, che li chiamava in causa in prima persona.
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- Rosati mostra grande attenzione nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, il loro mondo interiore, soffermandosi finanche sui loro pensieri reconditi, frutto del loro passato riemergente. I Quattro hanno contezza della loro origine, la ri-cordano, l’hanno infissa nel “cuore”, “centro” tradizionale delle loro personalità, del Sé, di ciò che essi erano realmente. In tali descrizioni, l’autore è memore della prosa coinvolgente e onirica di Lovecraft, atta a proiettare il lettore in paesaggi alieni nei quali, tragicamente, in senso greco, male e bene, meraviglia e terrore, si danno in uno. Il carattere degli spazi attraversati nella cerca ha il medesimo stigma: la loro natura richiama a sé ma, al contempo, atterrisce. Lo si evince, in particolare, dalla descrizione dei boschi notturni, nei quali appaiono d’improvviso al chiarore della luce lunare, figure eteree di bellezza sovrumana (in particolare una figura femminile) che repentinamente dispaiono, riuscendo, comunque, a parlare alla profondità dell’anima dei cercatori. Giunti a Irosh, trovarono accoglienza in una locanda tra i cui avventori vi erano: «numerosi elfi e umani intenti a parlare di chissà quali loschi affari» (p. 41). Qui: «Non si percepiva la commistione di razze, che era invece una delle sensazioni maggiormente palpabili all’interno della Capitale Imperiale» (p. 41). Segno tangibile questo del fatto che i personaggi di Rosati, al fine di compiere l’impresa, avrebbero dovuto procedere all’unisono, superando le differenze che li contraddistinguevano. Ben presto, i Quattro incontrarono un Cavaliere Nazahir, Rolh-en Dir, che li spronò a mettersi in marcia per il Grande Vulcano. L’ascesa alla montagna di fuoco, esteriore ed interiore, procedette tra mille pericoli, superati attraverso espedienti evocanti alcune atmosfere dei manga e anime giapponesi. Lasciamo al lettore il gusto di immergersi nella narrazione e di scoprirne i particolari. Qui basti cennare al fatto che la cerca ebbe successo. Gli eroi di Rosati si sottrassero per tempo alla marchiatura del Caos di Avigell, recuperarono l’Holyalcon che salvò Gaedor, in un’epica battaglia conclusiva, dalla forze del sovvertimento dell’Ordine.
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- Per l’autore, come mostrano queste pagine, il genere Fantasy non mette in scena, sic et simpliciter, una “fuga dalla realtà”: egli è convinto, come seppe Cristina Campo, che le fiabe invitano a vedere nel visibile la presenza dell’invisibile, consentono di avvicinarci a ciò che “sempre è”. La fantasia sottrae gli uomini al dominio del meramente tangibile, è il pre-requisito della logica atto a sottrarre la visione delle cose al primato del concetto istituito dal logo-centrismo. Rosati è fedele alla narrativa degli Inklings, pur con sfumature diverse dalla scolastica tolkieniana e mostra apertura, come notato da Santarelli, anche alle nuove tendenze del fantastico.
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- Smorza, in una parola, il rigido dualismo che connota le pagine del professore di Oxford. Questo, a parere di chi scrive, il merito maggiore di, Gaedor, il destino dietro la locanda.
Riccardo Rosati, Gaedor, il destino dietro la locanda, presentazione di Stefano Santarelli, postfazione di Donato Altomare, Progetto Babele, pp. 100, euro 8,00.








