- Poche riflessioni di
- S. G.
- sul testo
- di Gabriele Sabetta
- (IL TEMPO REDENTO)
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- Nell’interessante e concentratissimo saggio di Gabriele Sabetta ci sono moltissimi spunti (che sottolineo virgolettati in grassetto corsivo) che muovono una mia realissima curiosità, e qui, solo alcuni fra i tanti collegati, altro non potendo ormai per quel pudore del dichiararsi se non per quella humilitas che Sabetta... richiama all’interno dello spazio della persona e del tempo del sacro e dell’enigma, sempre indeducibile e/ma risalibile. (Paragrafi III e IV)
- - “La logica del senso”. La sua pluridimensionalità attiva. Senza senso non esiste logica e senza logica il senso parla ben male. Tutti vorrebbero dominare l’uno e l’altra, ma leggendo (ad esempio, imprevedibile) Augé, ho scoperto che svelare il senso del potere (ed il potere del senso) significa scoprire la doppia/vita, sempre estremamente violenta, del vivente. Qui si colloca anche la reinterpretazione del tempo (soprattutto) passato perché esso ha un valore ideo-logico (e non solo ideologico) che crea il senso che crea il potere. Non è possibile uscire dal fornire senso al presente al passato ed al futuro, ma certo tende a prevalere il senso offerto al passato per il suo fornire facili e spendibili motivi di potere all’oggi e al domani. E il potere riguarda tutti, sia chi lo promuove che chi lo subisce. Qui il pudore e l’humilitas, non sono certo prima dimensioni etiche che conoscitive, proprio perché la logica dell’utile si può ridurre a “limite dell’utile”, persino dentro ogni processo realizzativo, se sappiamo essere lucidi con la nostra stessa desumibile “volontà di potenza spirituale”. Il che - se riuscissimo veramente prima a comprenderlo e poi a viverlo - spazzerebbe via molte prosopopee. La pratica di una praticabile saggezza potrebbe essere quindi un bilanciamento anche all’interno di “...quell’elemento folle che affiora al di qua dell’ordine imposto”. E, giustissimamente quindi, non ridurre mai, il sacro in noi, a promessa di rassicurazione. (Par. I)
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- - “...Può darsi che il divino resti invisibile perché gli si rivolgono domande inadeguate..”. Avviene che magari lo si cerchi tra i diecimila incensi e paramenti e poco tra i miliardi di galassie in un mare incommensurabile di vuoto cosmico, debolissimo e ricchissimo di come e perché. Le due follie forse sono la medesima interrogazione. Non ridurre il divino ad una”risposta ultima” , sarebbe comunque un bel koan (progressivo) se fosse tradotto in zen, ma la posta della nostra vita pensante è quasi sempre troppo alta per non cadere nella trappola (o nella tangente impazzita) dell’assoluto. Ci caschiamo spesso ed un buon rispetto per il relativismo, quello giusto, come parafrasa un grande storico per lo scetticismo, forse è bagno di humilitas/utile. Che dovrebbero essere opposti, ma in tale direzione - forse - diverrebbero collaboranti. ¿Abbracciare il collo del cavallo esausto, cos’è, poi?, atto primo di follia o atto primo di salvezza? ¿Resa della verità (=come arrendersi dell’intimo all’inesorabile esterno mondano “del secolo”) o verità della resa? (=svelamento efficace della nostra finitudine/infinitudine ontologica). Non lo so. E pure non so se sia più bello o più giusto: “...L’equivoco di fondo sta nel credere che l’incontro con il divino assomigli all’ascolto di un discorso risolutivo...” In tal modo si metterebbe fuori campo, fuorigioco come direbbe qualcuno - comunque - il credere rispetto allo sperimentare. (Par. II)
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- - “...Con “persona” si può intendere un concetto alternativo a quello di soggetto: alla base della persona non sta l’identità immobile del soggetto, ma un’identità dinamica...” Certamente e sappiamo anche tutti che la persona è la maschera di scena. Inter-cambiabile. Pessoa=persona. Ma le grandi anime ci hanno fatto delle belle magistrali lezioni (a dritto ed a rovescio) a proposito della doppia/anima (tripla, quadrupla...) e della sua suprema finzione (=l’imperativo categorico, l’identità simbolica, et coet.) e tra la persona e l’essenza (=sorta di ego ur-encefalico e d’imprinting perdurante, quello tendenzialmente singolare, anche se ha centri semiautonomi, come il polipo). “...Mentre il soggetto del sapere oggettivante considera la natura un insieme di risorse a disposizione della propria volontà di potenza, la persona riesce a scorgere che la natura ha un valore proprio e autonomo...“ Questa ottima evidenza avverrebbe in una complessione equilibrata. Ma la compresenza di persona ed essenza resta altamente problematica ¿Ma allora... la personalità (=persona - e qui, Par. III - colgo comunque qualche comprensibile differenza potenzialmente divaricante tra varie epistemi al riguardo) e l’essenza (=semplificando forse troppo: la cultura e la natura), possono crescere armonicamente senza violenza reciproca? Me lo chiedo spesso - senza risposta - e non esagero. (Par. III)
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- - “...Lo svelamento della massima evidenza presuppone l’esperienza del nulla, un’esperienza che sgomenta la ragione orgogliosa...” Leggo di “spiritualità” quasi tutte le sere prima di addormentarmi (fuori delle cose di pura veglia) e non so se serve come sonnifero/viatico alla mia coscienza intorpidita o come vincetossico. Perché il Nulla è proprio la voragine in cui ci si “...consegna ad ogni forma e tuttavia non si permane in nessuna...”, proposito ottimo e certamente illuminante e sicuramente quel fondo dell’anima che pleromaticamente indicano, quasi tutti quelli che se ne intendono, ma che ci può consegnare al nulla, indeterminato ma anche indeterminante... Nel mio caso, in corpore vili, ho paura, parecchio, di questo. “...C’è qualcosa di così evidente da risultare invisibile dietro l’abitudine della vita ordinaria: l’evidenza che qualcosa esiste, mentre potrebbe non esistere”. Wittgenstein lo diceva nel Tractatus, sorprendentemente: “...Non come è il mondo, ma che esso è, è il mistico.” Tradotto anche: “...Ciò che è aldilà della ragione non è come l’universo esista ma il fatto che esso esista”. (6.44) Ciò che esiste è inconfutabile per la ragione, a differenza di ciò che - sempre per la ragione - risulta come “...fraintendimento della logica del nostro linguaggio...” (Wittg. Tract. Pref.) e pertanto genialmente Sabetta dice: “...invisibile dietro l’abitudine della vita ordinaria”. Verità segreta esposta in evidenza. Qui è proprio ove si genera il vortice continuo dell’apparenza, infatti Wittg. dice anche: “Il senso del mondo deve trovarsi al di fuori del mondo. Nel mondo tutto è come è e tutto avviene come avviene; non vi è in esso alcun valore – e se vi fosse, non avrebbe alcun valore”. Questo perché sempre secondo lui.: “...Ciò che lo rende non-casuale non può trovarsi nel mondo, poiché altrimenti sarebbe di nuovo casuale. Deve trovarsi al di fuori del mondo”. (6.41) L’apparenza, Māyā in divinis, è vera, perché è come è (la magia vera nel/del mondo) eppure ne constatiamo continuamente la distorsività, rispetto non solo a ciò che vorremmo (comprensibilmente) poter credere ma anche a ciò che sentiamo che potrebbe proprio altrimenti essere. E questo che sentiamo che potrebbe altrimenti essere si affaccia appena lavoriamo tra i vari noi e gli altri (noi). Possibili. (Par. IV)
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- - “...La verità non si presenta come un oggetto compiuto, che si possa raggiungere e dominare per via conoscitiva: essa si offre piuttosto come coscienza di un’origine inesausta”. L’origine inesausta della verità sarebbe forse in rapporto con “L’esistenza è un dono inaspettato”, dono che ci consegna potenzialmente ad ogni forma nella nostra forma specifica e ci spinge “...tuttavia di non permanere in nessuna...” Persino quando si voglia essere più fedeli alla lealtà che alla verità, ci si confronta necessariamente con i cambiamenti di contesto. La libertà vera risiederebbe quindi nella nostra possibilità (realistica) di scelta. “L’origine inesausta” ed il “sempre possibile” sono dei punti fermi della nostra eticità pensante in qualità di nostro pensiero di lealtà... la lealtà come supporto alla verità, o forse meglio ancora la lealtà che supporta una verità investigabile meglio di quanto non possa farlo la logica, se lasciata disperatamente sola con se stessa. (Par. V)
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- - “...Mentre il conoscere mantiene una distanza tra soggetto e oggetto, l’essere annulla quella separazione: è lo spazio del sacro, dove la verità non si pensa soltanto - ma si vive”. La trasformazione allora avverrebbe per osmosi tra ciò che vogliamo e possiamo ancora essere, ora. (Par. VI)








