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PRATICA   e   TEORIA  
della   

"SCRITTURA ESTERNA"

La pratica e la teoria della “Scrittura esterna”, sono andate di pari passo, lungo gli anni… E’ vero che con il Manifesto, dei primi nni '90, e tutto il coinvolgimento, anche di personaggi illustri che esso ha comportato: antichisti di fama, teorici di prima grandezza, giornalisti affermati, eravamo riusciti a convogliare su di noi aspettative piacevolmente incuriosite ed attese più che benevoli, ma l’affaire delle magliette letterarie, (il più grande nel paraeditoriale degli ultimi 50 anni) con la sua rapinosa potenzialità, in parte ci distrasse giocoforza dalla sperimentazione teorica, almeno per un cero periodo, ma nello stesso tempo ci costrinse a riconsiderare tutto il lavoro fino ad allora compiuto, sotto una più forte luce ideativa... Non solo quindi (nelle nostre intenzioni), un valido omaggio ai nostri lari e penati, sia pur sotto forma di una rivisitazione colta e gradibile per il mercato, ma una vera e propriacomprensione della scrittura come cosa che si vede, anche esternamente, con una potenza immediata... Abbiamo offerto, pur senza volerlo, anzi agendo e pensando quasi sempre in controtendenza,  al mercato dello snob, del lusso e della comunicazione mondana, infinite idee ed ideuzze, per lo più applicate in sordina od in apparente proprietà autentica da altri,altri anche famosissimi, altri però senza, ovviamente, quella organicità di sentire e di pensiero che guidava, come una bussola senza deriva, la nostra riflessione e la nostra continua esperienza sui materiali ed i contesti più diversi. Infatti è dall’osservazione appassionata dell’antico, senza però i paraocchi di certo tecnicismo antichistico e senza un’osservanza passatista, ma con una valenza creativa, contaminatoria, allargata, trabordante, urfuturista, che sempre siamo riusciti ad riproporre forme e contenuti, rispettosi sostanzialmente degli archetipi, ma carichi di una forza innovativa impensata e smarcante.  Il “molto antico” infatti, diversamente dal riflesso condizionato e pavlovliano dei  cosiddetti pensatoi  del mercato affluente e nevrotico dell’occidente consumista, è una miniera inesplorata anche (e forse soprattutto) per le idee commerciali. Ultima conferma di una lunga serie è il "borsello da braccio", da noi registrato nel 2015... Noi di tutto ciò siamo stati consapevoli fin dall’inizio dell’avventura della Heliopolis, e poi ancor di più al riscontro notevole del mercato stesso, pur non essendo mai stati commercialmente in grado di imporci fino in fondo, secondo i parametri dell’andazzo economico comune, al di là dell’ampia sequela  giornalistica e critica.  Il mercato, pur contro di noi, assieme attratto e respinto, ci ha dato, in definitiva, ragione.  Le “magliette letterarie”, i “braccialetti letterari”, le “spille letterarie” e tutte le altre innumerevoli idee che per primi abbiamo saputo rivolgere al mercato, imposte poi per vie trasversali, e soprattutto quelle sollecitazioni che abbiamo inviato, per oltre trent'anni,  ai massimi livelli, al mondo della moda, del mobile, dell’arredamento, dell’automobile, dell’arredamento urbano, sempre rifiutate, oltre qualche sporadico tentativo (Moschino, Ferretti...), e poi spesso, lungo gli anni,  sommariamente e confusamente copiate, sono la prova, in fondo, ch’è inutile avere delle idee, se non per poterle “sprecare”, quando ci si mette in linea di confronto, aperto, anche se fascinoso, al mondo della comunicazione massiva.  In realtà si può dire che abbiamo ricevuto, non ciò che volevamo, ma ciò che ci meritavamo… Ora procediamo con uno spirito ben diverso dal passato. Nessuna illusione, ma una perseverante pratica di continuità, nel solco di una nostra creatività, per nulla intaccata da apparenti insuccessi. Il nostro paraeditoriale continua a darci soddisfazioni notevoli, e chiamarlo paraeditoriale, a tal punto, è quasi una consapevole autolimitazione… Potremmo ormai chiamarla una “linea heliopolis”.  Con il suo stile inconfondibile, con le sue rinnovate idee, che dai prototipi, validi per le successive tirature per i rotoli, le tavolette, etc, vanno alle proposte multimediali, ancora rivolte ai più disparati settori produttivi, ove la commistione fra parola, disegno, simbolo, evocazione, singolarmente carichi di  forza e cultura propria e non solo di  “citazionismo da passerella” e quindi gestalticamente anche altro da sé, ovvero non una somma aritmetica di fattori, sia pur intelligenti, ma una elevazione a potenza complessiva, possano ancora avere un senso ed una direzione di significazione e di comunicazione interpersonale.  In tal modo crediamo anche di corrispondere ad una vocazione: una “scrittura” esterna dei nostri antichi, che continuino a vivere, modernamente, assieme a noi, nel mondo sconnesso e virulento del presente…

 

Quindi per   "scrittura esterna" (o "nuova epigrafia", come preferiva chiamarla Qualcuno che molto se ne intendeva), intendiamo quel complesso movimento di pensiero ed artistico, ancora attivo ed in parte ormai persino diffuso, che, dall'inizio degli anni '90, concretizzò, in molte opere ed in molti scritti, una spinta per "portar fuori" la scrittura letteraria, dalle sue sedi prevedibili...



Qui di seguito il manifesto
(1990) 
firmato da molti intelletttuali,
antichisti ed artisti:

Una piccola casa editrice che trae dalla riproduzione delle tecniche scrittorie degli antichi la sua ragione di essere e di sussistere, dopo aver pubblicato volumina, tavolette iscritte ed epigrafi sui materiali più diversi, si è interrogata per più tempo sul significato della propria opera.  Ne è nato il manifesto sul valore incorruttibile della scrittura esterna che sottoponiamo alla Sua attenzione. Si tratta di un manifesto "aperto" che trarrà significato e più precisa estrinsecazione non solo dall'essere sottoscritto dalla Sua firma autorevole, ma anche dall'essere integrato e personalizzato da un Suo intervento in calce.  Per meglio comprendere le finalità della nostra iniziativa, e con essa lo scopo della nostra "missione" editoriale, ci permettiamo di allegarLe anche una riflessione sulla scrittura esterna che ha duplice motivazione di pensiero sul passato della nostra attività e di proposta per l'avvenire.

 

BASE DEL MANIFESTO APERTO

La scrittura non solo è strumento di conservazione della memoria, ma è in se stessa memoria del passato.  Se ci affranchiamo, anche solo per  un attimo, dai caratteri ripetitivi della vecchia macchina da scrivere o del moderno computer, allora approdiamo direttamente allo scriba o al lapicida.  Approdiamo, cioè, alla magia artigianale di lettere dipinte o scolpite.  Le lettere degli alfabeti non solo compongono parole, ma sono in se stesse figure geometriche armoniche e conchiuse.  Il monito non deriva solo dal messaggio che trasmettono le parole, ma dalla stessa essenza grafica dei segni che la rappresentano.  Se la parola del passato - come scrive Nietzsche - è simile a sentenza di oracolo, anche i segni che la compongono, purché segni alfabetici artigianalmente composti, evocano il nesso più profondo che ci unisce a un mondo di memorie ancestrali.  La società di oggi difficilmente recupera il significato intrinseco della magia della scrittura, intesa come paziente, inalienabile frutto d'officina della fatica umana, e ancora più difficilmente coniuga insieme alfabeto e messaggio.  E' si pervasa, quasi bombardata da scritte pubblicitarie o provocatorie di ogni tipo, che però né costituiscono messaggio letterario né veicolo di valorizzazione delle forme di scrittura.  La società di oggi richiede con sempre più insistenza messaggi scritti anche sulla suppellettile quotidiana, ma essi si trasformeranno in messaggi di unanuova epigrafia solo nel momento dell'incontro fra tecniche di scrittura e messaggi letterari.  Abbiamo detto nuova e moderna epigrafia e definiamo come nuova e moderna epigrafia quella che, attraverso le scritte su materiali durevoli, sappia restituire il senso dei valori dell'antico attraverso la compiutezza del messaggio, l'inalienabilità dell'oggetto iscritto e il suo intrinseco valore di durata nel tempo e nello spazio.

RIFLESSIONE  SULLA  "SCRITTURA ESTERNA”

E' impressione diffusa che le cose abbiano espropriato la scrittura.  Infatti, per quanto la scrittura sia aumentata in progressione enorme rispetto a un passato remoto ed anche a uno più recente, le cose si sono insediate ad un ritmo certamente ben più rapido e ultimamente travolgente.  Buon senso e senso comune convergono, nello sgomento dei più sensibili, al valore limitabile o comunque ghettizzabile della scrittura letteraria. Un rapporto di per sé evidentissimo è venuto a mancare: nella letteratura non ci si imbatte più, mai più.  Non la si incontra per caso.  Gli oggetti, le forme materiali che ci circondano, la respingono, la temono.  E giustamente, poiché è il Tempo che essa reca con sé, mentre le nostre cose, tanto più quanto più sono fragili e scadenti, rifiutano nel loro insistere heideggeriano di rappresentarsi umilmente come veicolo del Tempo che fa sorgere e oscura; ma nella loro funzionalità reiterata ed in fondo ostile, cercano di sovrapporsi al Tempo, vanitose di una meschina e falsa eternità. Dunque, e, oseremmo dire, per definizione, le nostre cose non sopportano di venire iscritte: non lo sopporteranno che a patto d'esser violentate dall'iscrizione letteraria e con essa dal Tempo.  Ben diversamente si imponeva al marmo che ormai è quasi polvere,  il proprio pensiero sull'arco di un portone, un motto, una preghiera; o ancora più indietro DIIS MANIBUS,  quasi ad ogni piè sospinto, oltre ogni soglia consunta...  Ammettiamolo, che ancora oggi, nella città moderna, ciò che segna una sosta o una via d'uscita del pensiero, è ancora l'antica iscrizione sulla pietra, da decifrare,  irrimediabilmente non nostra, nella lingua e nel materiale. Eppure, ci sembra, il gioco va tentato.  Un esperimento si impone, una provocazione: cosa nascerebbe da un rapporto forzato fra scrittura letteraria e cose del nostro tempo?  In tal senso un insieme, formato da intellettuali, poeti ed artisti e da una casa editrice,  ripropone, in termini di sostanza e di forma, tale rapporto scrittura-cose.  In termini di sostanza perché da vari anni tale insieme sicuramente si batte per un dignitoso rapporto fra scrittura e problemi reali, di corpo di mente e di spirito.  In termini di forma, perché l'Heliopolis Edizioni, con la sua ricerca sui diversi materiali, ricchi di fisicità immediata e di sensi mediati, da tempo precorreva naturaliter tale esito.  Tentiamo brevemente, portando tre esempi concreti, di investigare la risultante possibile e forse evidente di questi rapporti forzati.

I - SCRITTURA E AUTOMOBILI
 
“Mostrare che è possibile vivere senza l’automobile”: così finiva un bellissimo saggio di Quirino Principe inserito ne "Il rombo del motore", 1974, Vallecchi.  Assieme a lui, con diversi accenti, ma con l'unica certezza di non farsi subornare mentalmente dai profeti e dai prefetti del "benessere a tutti i costi", Assunto, Ceronetti, Todisco, Quadrelli.  Cosa resta di quelle visioni (allucinate) e profetiche degli anni '70?  Quasi soltanto il riflusso della nostra acribia mentale.  L'accettazione di tutto e di tutti.  Il feticcio dei parvenus è tanto intellettualmente ovvio quanto esistenzialmente insuperabile.  Copriamolo di scrittura inadatta, modernissima o antichissima, che parli incessantemente dell’uomo, drasticamente poetica, che parli dei morti.  Sembrerebbe una sovrastruttura se sociologizziamo o psicologizziamo in via spicciola e fugace.  Chi ha buona intelligenza ed un bastante senso di colpa si può accorgere di quanto la parola possa vendicarsi delle cose, per quel tanto (quel poco), che sarà permesso.  Nessuno quindi schiacci l'occhio: la partita sembra giocata in uno scantinato, ma sono gli ampi spazi che sono messi in gioco; proprio ciò che l'uomo, (tutto detratto), ha di più caro: l'orizzonte urbano o quello naturale.  Immaginatevi al centro di Milano o di fronte alla montagna sacra in Australia.  Una provocazione arrivata lì con il mezzo, con l'auto, non sarebbe in più, inutile.  Sarebbe invece come le pietre pettinate del tempio zen, una cosa che parla, nel tempo disfatto, con il meglio dell’uomo.  Comunque un dialogo.  Ed in più, rispetto all'oggetto, quest'oggetto supremo dell'arroganza non bio-degradabile, sarebbe un principio di cancellazione, poiché necessariamente la scrittura letteraria compone l'immagine al di là della superficie nella quale è iscritta, un sottile cominciamento, attraverso lo sguardo dell'uomo.  Lascerà che la vita, infine, cominci a sfumare l'automobile, a polverizzarla di luce.
 
II - SCRITTURA E VESTI
 
Fa più dispetto l'iscrizione del Tempo, direttamente posata sui nostri corpi.  Sui corpi dolci e amati l'iscrizione letteraria può essere voluta, pensosa.  No.  Una dichiarazione breve per sfibrati dalle troppe sfilate, dai troppi creativi?  La parola si riappropria dei blue-jeans, delle magliette, dei cappotti, delle scarpe, di tutto ciò che portiamo a spasso.  Su di noi, con noi.  Perché in fondo non dirlo, al mannequin, che il nostro corpo è transeunte?   Senz'altro ci rimarrà male (e bene) lui, che è il solo, di fattezze umane, che sia presente ad ogni dialogo di Moda e Morte, in silenzio o nel baccano.  Tanto vale non sprecare questa occasione; mentre si va ci si guarda.  Chiacchiera, frase stampata, non l’iscrizione sul tempio od il motto sull’arco?   Ma la pagina succedanea, ora sappiamo, è anch’essa divorata dai vermetti, a più gambe, quelli traslucidi, sottili.  Le nostre librerie ne sono piene.
 
III - SCRITTURA E CASE
 
Le case sono cose serie.  Diremo tutti.  E come possiamo negarlo?  Qui il discorso del feticcio non vale; non ha presa. La casa non si consuma (!)  La casa resta (!)  La casa è un bene stabile (!)  La casa proprietà, la casa isola, la casa rifugio. Casa-sezione-televisione. Oro-casa-lavoro. Chiesa-borghese-fine mese.  La città greca, il Cairo informe e le sguscianti forme del Bronx.  Ora immaginate al posto di migliaia di muri squallidamente grigi e cementizi di tutti i nostri “conglomerati urbani” di tutti i nostri “insediamenti abitativi”, di tutti i nostri “centri direzionali”, non, non i murales, ricchi di colore e di pathos, ricchi di vita sfregiata e confutabile, scissa ed aspirante comunicativa, ma… freddi, lucidi testi letterari, cubitali ed indiscreti… Sui muri grigi, sui tabelloni, sugli asfalti…
 
In attesa di una completa riflessione sull’intelligenza di queste nostre proposte potrà organizzarsi l’ambito della scrittura esterna.  Ma senza che ci sfugga, assieme al valore ontologico in sé dell’epigrafe come veicolo del tempo e suo piegarsi a lui, anche il valore di impegno umano contro il tempo.  Ed è qui, in ciò che potremmo definire oltre che scrittura esterna “nuova epigrafia”, che si esplica l’interezza del nostro compito di editori.  Anche dunque nell’ambito della scrittura interna, riposta nei libri, nei rotoli, nelle tavolette, ove c’è da anni il nostro attivo operare, la “giustificazione”, attraverso le iscrizioni letterarie su materiali durevoli.

Primi 3 rotoli lunghi su mobiletto portarotoli
2 mobili Heliopolis portarotoli lunghi volumina 001
 

 Rotoli lunghi e corti e relativi contenitori in cuoio e nappa

 

SymposiumHELIOPOLISgioiellizzatoMORPIER1990

32BraccialettiletterariHELIOPOLIS1990 

 

 

scatolina in cartoncino rosso con incisione oro per tavoletta oro 2

tavoletta radica semichiusa

Secretum Heliopolis 2

Maglietta letteraria heliopolis 1 Catullo Sanguineti ipg