"Scuola Romana di Filosofia politica"

è diretta da

Giovanni Sessa

La S.R.F.P. fondata, a suo tempo, da Gian Franco Lami ed Emiliano Di Terlizzi, docenti alla “Sapienza”, è oggi un forum critico di filosofia e metapolitica.

  • “LA SOCIETÁ DEI DIRITTI E IL DILAGARE DEI DIVIETI”
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange


  • 1. Il tema di oggi, evidentemente riferito alla società italiana odierna, è riduttivo, nel senso che dà per scontato che carenze e difficoltà attuali siano riferibili ad un eccesso di divieti e ad una compressione continua e crescente delle libertà pazientemente costruite in Europa negli ultimi secoli, in particolare quelle riferite alla sfera economica.
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  • Non è così: contribuisce infatti a questa formulazione (che non è in se errata, ma parziale) sia una generale e progressiva svalutazione dello Stato contemporaneo, cui contribuiscono solidaristi cattolici, leghisti, liberals, da cui lo Stato è visto come conculcatore sia di diritti individuali, che delle comunità intermedie e in cui si nota come abbiano preso del termine Stato solo uno dei significati correnti, anche se il più frequente. In effetti con tale termine si può intendere (come fanno i critici) l’apparato amministrativo (in senso lato) per cui lo Stato è il carabiniere, il Procuratore della repubblica o l’esattore delle imposte; ovvero l’entità che da forma e “personalità” alla comunità; o anche l’istituzione che protegge l’esistenza di quella. E si può parlare di un’idea e anche di un’ideologia dello Stato, come forma politica basantesi su propri presupposti ed esigenze, in particolare quelli fatti propri dal razionalismo moderno, e prodotto (secolarizzato) del cristianesimo occidentale.
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  • Per cui che lo Stato sia sinonimo di oppressione appare affermazione azzardata perché parziale, anche se non (del tutto) infondata: in fondo è quella forma di organizzazione del potere con cui si è cercato da un lato di dare effettività e certezza alla tutela dei diritti e alla protezione dell’esistenza (individuale e) collettiva (cosa che le monarchie feudali non facevano o facevano in modo approssimativo, parziale e imprevedibile). Per cui appare vero che “Lo Stato è la realtà della libertà concreta” (v. G.G.F. Hegel prgr. 260, Grundlinien der Philosophie des rechts trad. di V. Cicero) e come scrive Hegel subito dopo “la libertà concreta consiste nel fatto che la singolarità personale ed i suoi interessi particolari, per un verso, hanno il loro sviluppo completo e il riconoscimento del loro diritto per sé (nel sistema della famiglia e della società civile); per altro verso, invece, essi in parte passano da se stessi nell’interesse dell’universale, e in parte, con il loro sapere e volere, riconoscono l’universale stesso: precisamente, lo riconoscono come loro proprio Spirito sostanziale, e sono attivi in vista di esso come in vista del loro fine ultimo. Per cui “Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso”.
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  • Marcel

  • L’uomo contro l’umano
  • Gabriel Marcel
  • antimoderno
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Gabriel Marcel è uno dei rappresentanti più noti dell’esistenzialismo cristiano, vivace corrente teoretica del secolo scorso, che ha tentato (vanamente) di correggere gli esiti nichilisti dell’esistenzialismo di matrice sartriana. Nella vasta e poliedrica produzione di Marcel c’è un’opera che si distingue dalle altre, fortemente segnata dalla critica del moderno. Della cosa si accorse Julius Evola che, per questo, la tradusse nella nostra lingua. Ci riferiamo a, L’uomo contro l’umano la cui nuova edizione è da poco nelle librerie per i tipi di Iduna (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 221, euro 18,00). Il volume è arricchito dall’introduzione di Nuccio D’Anna, che contestualizza storicamente la filosofia di Marcel.
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  • In questo testo, il filosofo francese descrive la condizione spirituale e intellettuale dell’uomo moderno. Il quadro è drammatico: la modernità ha determinato, con gli sviluppi del soggettivismo cartesiano, il progressivo fanatizzarsi delle concezioni degli uomini. Questi, perso ormai il contatto con la dimensione dell’essere e, pertanto, con la realtà, vivono di false certezze indotte in loro da una teoria della conoscenza centrata, almeno dall’età dell’idealismo, sulla mera astrazione intellettualistica. Non orientando più gli uomini il proprio percorso di vita attorno al reale, al Centro, rappresentato, per il pensatore, da Dio e dalla trascendenza, si è registrata una conseguente perdita irreversibile dei valori che, fin dall’antichità, hanno indirizzato l’iter dell’umanità. Si badi, le argomentazioni di Marcel sono antimoderne, egli guarda all’epoca nella quale ebbe in sorte di vivere con occhio decisamente critico, eppure invita i suoi lettori ad evitare di rifugiarsi nell’idealizzazione del passato. Il moderno non deve, tout court, essere rifiutato. Egli stesso non si sentiva estraneo alla realtà storica, con la quale accettò di confrontarsi.
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  • Le tesi del francese possono essere valido sostegno per quanti si battono contro la massificazione contemporanea, contro il mondo definito umano dal pensatore, che ha determinato l’abbandono dell’uomo alla solitudine cosmica, connotata dalla situazione esistenziale dell’angoscia. D’Anna presenta al lettore i pensatori e i momenti speculativi di maggior rilievo dell’esistenzialismo cristiano. Ricorda non semplicemente che tale scuola prese le mosse dalla filosofia di Kierkegaard ma che ebbe in Karl Barth, negli anni Trenta del secolo scorso, un rappresentante di primo piano. La speculazione barthiana si chiuse nel teocentrismo. Solo la fede, a dire del teologo, sarebbe stata in grado di risolvere l’inquietudo dell’ex-sistere, proprio perché, nel finito delle nostre esistenze, si dà anche la presenza dell’infinito, del divino, in forza dell’atto di creazione. La fede è un possibile che si apre all’uomo, solo a condizione che questi abbia vissuto lo scacco gnoseologico. La crisi che ne segue può essere risolta nel credere:  «L’esistenza […] viene trasfigurata, il biblico “uomo vecchio” […] scopre un “uomo nuovo”» (p. V). Si ripropone, in tale passaggio, la lezione paolino-agostiniana: la morte dell’uomo esteriore, dell’uomo abbagliato dalle luci del mondo. Barth porta a estrema coerenza teorica le intuizioni emerse in Dostoevskij.
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  • Ancor più radicale, risulta la proposta di Peter Wust che, animato da un potente afflato mistico-contemplativo, sostenne nell’uomo di fede, nell’“uomo nuovo”, il permanere del fondo abissale dell’angoscia, il sentimento della nullità dell’esistere finito. Ragione e dati obiettivi sono guide insicure lungo la via che conduce alla salvezza. Marcel, al contrario, propone una via filosofica libera dai legami con le eredità cartesiane e razionaliste, centrata su: «una partecipazione intima ai ritmi universali, possibile solamente perché si è riusciti a evocare quello che il filosofo francese chiama il fatto del sentimento» (p. VII). È necessario lasciarsi alle spalle il dualismo cartesiano, la contrapposizione di soggetto-oggetto, mettendo in discussione la stessa veridicità dei processi di “oggettivizzazione”. La filosofia deve tornare a riflettere sull’essere, sulla realtà umana esistenziale, fatta anche di corporeità dolente. L’essere è, per Marcel, mistero, di fronte al quale ogni uomo si trova coinvolto. Vissuta in profondità, l’esperienza del mistero può aprire alla trascendenza. Anziché rinviare all’essere, la modernità vive esclusivamente la dimensione dell’avere. Di fronte a tale opzione l’uomo deve scegliere, deve progettarsi come vivente e recuperare l’essere, riscattando la condizione umana dalla reificazione in cui è caduta.
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  • Nelle pagine di L’uomo contro l’umano, Marcel si confronta con il problema della tecnica, rilevandone i vantaggi materiali ma anche gli aspetti negativi. Tra essi, un ruolo significativo va attribuito al processo di “polverizzazione” della vita, che i dispositivi tecnici, condizionando gli uomini, hanno messo in atto. Il filosofo pare non aver coscienza, a differenza di Heidegger, che la tecnica è l’espressione ultima della metafisica, è il suo farsi mondo attraverso la desacralizzazione della natura e della vita.   Auspica, il Nostro, il recupero di un sacro che sia realmente vissuto e trasfigurante. A esso può condurre la speranza: «una vera e propria apertura al mistero dell’essere, una via di trasformazione interiore» (p. XIII), che si pone oltre ogni astratto intellettualismo.  Le pagine più riuscite del volume ci paiono quelle dedicate al ruolo del filosofo nella realtà moderna. In un mondo costruito sul rifiuto della riflessione: «Spetta al filosofo […] attaccare questa confusione, senza presunzione e senza farsi false illusioni, avendo però il senso che questo è un imprescindibile dovere» (p. 108).     Affermazione di rilievo, che indica un compito, se non una via d’uscita dalla scacco del presente.   Non è poca cosa.

  • religioni folklore europa provv 227124bf6c51b3015b899692139241a8

  • Da Zalmoxis a Gengis Khan
  • Religioni e folklore della Dacia e dell’Europa Orientale
  • secondo
  • Eliade
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Mircea Eliade, insigne storico delle religioni romeno, nonostante abbia vissuto gran parte della vita all’estero in esilio, mantenne uno stretto legame con la cultura del proprio popolo e, soprattutto, ebbe un interesse, mai celato, per la spiritualità dell’antica Dacia.  A testimoniarlo, con dovizia di particolari, è il suo volume, Da Zalmoxis a Gengis Khan. Le religioni e il folklore dell’Europa orientale, nelle librerie per i tipi delle Edizioni Mediterranee, a cura di Horia Corneliu Cicortaş e con la traduzione di Alberto Sobrero (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 275, euro 27,00).
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  • Il volume fu pubblicato, per la prima volta, in Francia nel 1970. Uscì in Italia nel 1972 e, visto il discreto successo di critica e vendite, fu tradotto, in un breve lasso di tempo, in molte lingue. Il testo è costituito di otto capitoli: sei di essi rappresentano rifacimenti di precedenti saggi usciti su riviste e periodici. Due sono i capitoli pensati appositamente per questo libro.   Il primo di essi si riferisce a Zalmoxis e si occupa della storia religiosa dei Geto-Daci. Alla relazione tra questa antica popolazione e i lupi è dedicato un altro scritto mentre, un articolo relativo alla “Ballata della pecorella veggente” ha lo scopo, secondo le intenzioni di Eliade, di integrare gli altri cinque saggi relativi alla tradizioni popolari romene. Essi, rispettivamente, si occupano dei miti cosmogonici dualistici, della caccia rituale, della leggenda di Mastro Manole, di pratiche sciamaniche e del culto della mandragora. Il riferimento del titolo a Gengis Khan, lo ricorda Cicortaş, è puramente simbolico: «poiché nel libro le invasioni mongole non vengono ricordate» (p. 8), pur avendo giocato un ruolo fondamentale nella formazione dell’immaginario dei Daco-Romani, soprattutto in relazione all’antenato totemico individuato nel Lupo grigio. È opportuno tener presente che, per Eliade: «Il culto di Zalmoxis e tutti i miti, i simboli, i rituali che informano il folklore religioso dei Romeni, affondano le loro radici in un universo di valori spirituali che preesiste all’apparizione delle grandi civiltà del Vicino Oriente antico e del Mediterraneo» (p. 17).
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  • Ciò spiega l’interesse per tale patrimonio spirituale, mai venuto meno nello studioso. Per la prima volta esso si manifestò alla fine degli anni Venti, dopo il soggiorno dello studioso in India ma tornò a mostrarsi negli anni Quaranta, prima e dopo la fine del Secondo conflitto mondiale. Del resto, Eliade aveva fondato, nel 1938, la prima rivista internazionale romena di studi storico-religiosi, non casualmente intitolata Zalmoxis. Al testo che presentiamo, l’intellettuale lavorò tra il 1968 e il 1969, nel momento in cui era impegnato a mettere a punto alcune delle sue opere più rilevanti sotto il profilo scientifico. Qualora non ci fosse stata questa concomitanza di impegni, Da Zalmoxis a Gengis Khan: «avrebbe avuto verosimilmente dimensioni ben maggiori» (p. 11). Anzi, l’autore aveva progettato di aggiungere alla prima edizione capitoli dedicati ad altri aspetti della ritualità e del folklore della Romania e dell’Europa orientale. Il lettore della nuova edizione italiana troverà in Appendice il saggio che lo storico delle religioni ha dedicato all’esegesi dei căluşari, feste in maschera stagionali.
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  • Anche questo scritto conferma l’importanza metodologica attribuita da Eliade, nel comparativismo storico-religioso, alla dimensione etnologica. Egli ricorre di continuo, al fine di giungere al cuore, al significato riposto di miti e riti: «al patrimonio culturale del folklore […] Una fonte preziosa specialmente nel caso dei cosiddetti “popoli senza scrittura”» (p. 11). Lo studioso è fermamente convito che l’humus spirituale dei Daci potesse essere colto: «solo nell’universo dei valori specifici dei cacciatori e dei guerrieri, o più esattamente alla luce di riti iniziatici di tipo militare» (p. 18). Più in particolare, l’ambigua duplicità, ctonia e tellurica, di Zalmoxis: «diventa comprensibile quando si svela il senso iniziatico dell’occultazione e dell’epifania del dio» (p. 18). Il mito cosmogonico romeno, alla luce di tale intuizione, non può essere ridotto, sic et simpliciter, ai dualismi balcanici e centro-asiatici, ma va letto, rileva Eliade, attraverso il tema della “stanchezza di dio”: «sorprendente espressione di quel deus otiosus reinventato in seguito dal cristianesimo popolare, nel disperato tentativo di rendere dio estraneo alle imperfezioni del mondo e all’apparizione del male» (p. 18).
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  • La stessa “caccia rituale”, praticata nei primordi della Dacia, per l’intellettuale romeno deve essere posta all’origine del principato di Moldavia. Il monastero d’Argeş riesce a esplicitare, inoltre, il proprio simbolismo, non semplicemente in relazione ai miti di costruzione ma in relazione al: «senso originario di un primitivo sacrificio umano» (p. 18). Una delle ballate popolari più note in Romania, la Mioriţa presenta la funzione oracolare degli animali nell’antica Dacia. Il culto della mandragora, se ben interpretato, mette in luce la stretta connessione di Vita e Morte.
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  • Leggere questo libro significa essere proiettati in un universo arcaico di grande spessore simbolico. Eliade, in queste pagine, ha trasmesso alla contemporaneità il patrimonio immemoriale sul quale è stata costruita la civiltà europea. Un’occasione da non perdere, da non sprecare, in un momento in cui la cancel culture è intenzionata a fare tabula rasa della nostra memoria storica.

  • MOSAICO FILOSOFI

  • INTERESSE NAZIONALE.   COS’È?
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  1. Qualche tempo fa mi capitò di scrivere che le dichiarazioni della Meloni davano uno spazio – poco consueto in Italia – al perseguimento dell’interesse nazionale come bussola dell’azione politica e di governo.
  • Il che è un problema classico della teoria, segnatamente di quella moderna dello Stato, ove non ci si rifaccia a forme di legittimazione teocratiche, carismatiche o tradizionalistiche del potere pubblico: trovare un fondamento razionale ed immanente per l’associazione politica, le potestà di governo e la sovranità. Tale ricerca è conseguenza diretta della laicizzazione del pensiero politico; un attento osservatore come de Bonald, l’attribuiva a una concezione atea del mondo e della società, perché privato questo e quella di una presenza o di una istituzione divina, non rimane che fondarne l’assetto sugli interessi umani.
  1. Il pensiero della dottrina moderna dello Stato è così chiaramente orientato fin dall’inizio e almeno nei suoi esponenti più seguiti a dare (e darsi) una dimostrazione della necessità del dominio politico in base a presupposti realistici. In tale contesto emergono le spiegazioni in termini utilitaristici dell’assetto dei poteri pubblici e della modellazione degli stessi in vista del raggiungimento dei fini della comunità politica, denominati di volta in volta “bene comune” “pubblico bene”, “interesse generale”, “interesse pubblico”, al fine di sottolinearne, talvolta polemicamente, la strumentalità rispetto alle utilità degli associati; e di pari passo, della considerazione correlativa degli interessi (particolari) degli esercenti (e non) le potestà pubbliche, di cui si mostra la conflittualità, effettiva o potenziale, col primo.
  • Spinoza distingueva, con una intuizione destinata a notevole fortuna (e comune ad altri pensatori), la (classica) differenza dei tre tipi di potere a seconda dell’interesse tutelato. Il padre ha un potere sui figli per fare il loro interesse; il padrone perché i servi procurino l’utilità propria; l’autorità pubblica per provvedere l’interesse dei sudditi, non uti singoli ma uti cives...
  1. Locke teorizzava lo Stato limitato dall’intangibilità di alcuni diritti fondamentali; è stato considerato con minore attenzione che il filosofo inglese, funzionalizzando l’esercizio delle potestà pubbliche all’interesse generale, individuava un limite interno, anche nell’area delle stesse prerogative sovrane, che è base non secondaria della strutturazione dello Stato costituzionale moderno; e con pari chiarezza Locke avvertiva la situazione di potenziale ed effettivo contrasto tra pubblico bene e fini privati dei governanti.
  • Scriveva Rousseau che la volonté générale è corretta solo quando si applica su oggetti d’interesse comune; laddove vengono in considerazione oggetti ed interessi particolari, di cui spesso sono portatrici le fazioni, la volontà generale viene meno, e il parere predominante, anche se di una fazione maggioritaria, è tuttavia opinione e volontà particolare.
  • Anche gli autori di “The Federalist” si pongono lo stesso problema. Nel saggio n.10 Madison si interrogava su come far prevalere, in una repubblica ben ordinata, l’interesse generale su quelli particolari.
  • Alla fine del XVIII secolo si consolida l’idea di ridurre al diritto (e col diritto) l’obbligazione politica. Le potestà pubbliche, anche quelle ritenute peculiari del sovrano, sono concepite come non solo limitate dal diritto, ma anche organizzate per mezzo di norme giuridiche di guisa da assicurare il conseguimento degli scopi della società (politica e) civile.
  • Così nel “costituzionalizzare” il perseguimento dell’interesse generale: nella dichiarazione dei diritti dell’89 si afferma che “il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo” ed all’art. 12 “la garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino rende necessaria una forza pubblica; questa è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità di coloro ai quali è affidata”. Con ciò era anche evidenziato e vietato l’uso ai fini d’interessi privati della funzione pubblica.
  • Assai scettico sull’attitudine di governanti e funzionari a perseguire l’interesse generale era anche Romagnosi il quale sosteneva che «di costituzione c’è bisogno laddove non si pensi che gli amministratori siano “naturalmente illuminati” e fedeli all’ordine”. E, dato che è principio di ragione che “l’interesse dell’amministrato deve essere assolutamente procurato dall’amministratore”, ma “egli è pure principio di fatto, che l’amministratore libero da ogni freno si presume prevalersi sempre del suo potere per far servire la cosa dei suoi amministrati all’interesse proprio”, lo scopo della garanzia costituzionale è “impedire che la volontà dell’uomo corrompa la volontà del monarca”»[1]. Anche negli elitisti italiani il problema del conflitto tra interessi privati dei governanti è oggetto di analisi basate sulla considerazione dell’antinomia degli interessi delle èlite politiche rispetto a quelli del corpo sociale[2].
  • La convinzione, maturata particolarmente nel XVIII secolo, che ogni potere di governo dovesse essere esercitato allo scopo di attingere il bene comune ne comportava la generale funzionalizzazione. Ove invece si fosse concepito, secondo il modello tradizionale e pre-borghese, i poteri pubblici (prevalentemente) come diritti attribuiti in forza di investitura divina, consuetudine od atto insindacabile a determinate persone, ceti o comunità territoriali e tramandati secondo il principio ereditario od acquisiti per appartenenza a ceti e comunità (e talvolta negoziabili), in misura inferiore si sarebbe potuta sviluppare l’idea delle potestà “nazionalizzate”[3].
  • Carl Schmitt ritiene principi fondamentali dello Stato di diritto quello di divisione (cioè la tutela, anche del potere pubblico, dei diritti fondamentali ) e quello di distinzione dei poteri (concetto diversamente connotato, e denominato). Ma c’è almeno un terzo principio essenziale: quello, sopra cennato, della funzionalizzazione dei poteri “nazionalizzati” all’interesse “pubblico”. Di per sé è tipico di una forma di potere razionale-legale, in cui si pretende (tra l’altro) la giustificazione dell’esercizio della potestà nella sua conformità ad una norma, e (quindi) ad un valore ovvero ad uno scopo (ovviamente la descrizione weberiana del tipo legale-razionale di potere è enormemente più complessa, e vi rinviamo completamente); e, onde acquisire evidenza utilitaristica e, sotto un certo profilo, legittimità, deve corrispondere agli interessi di tutti i consociati. All’importanza di tale principio si potrebbe replicare che anche ad altre forme di organizzazione politica non manca l’elemento teleologico di funzionalizzazione dei poteri pubblici all’interesse di tutti. Invero in altri ordinamenti politici mancano o sono incompleti o episodici, norme ed istituti presupponenti una tensione dialettica tra interessi generali e non, tra classe di governo e governati, che sono tipici dell’attuazione completa del medesimo, com’è (o come dovrebbe essere) nello Stato borghese. Concludendo tale sintetico excursus di dottrine politica e giuridica, il dovere di perseguire l’interesse generale è carattere di ogni istituzione politica; ma nello Stato borghese si connota per una estesa e articolata realizzazione in istituti, organi e norme.
  1. L’immanenza di tale principio ad ogni forma d’istituzione politica è stata sempre espressa in termini indefiniti. La stessa formula romana che salus rei publicae suprema lex sicuramente ci dice che la salvezza dello Stato prevale sull’osservanza del diritto, ma non indica in nessun modo cosa debba fare chi governa: tutt’al più nelle applicazioni, ossia nei testi costituzionali, designa chi possa deciderlo. Santi Romano, nel solco di una tradizione plurisecolare riteneva la necessità fonte di diritto superiore alla legge: che è un altro modo di esprimere lo stesso concetto in termini moderni e più “tecnici”.
  • Tale genericità ha contribuito a far sì che qualunque politico (e altro) vesta gli interessi privati propri e del di esso seguito dei solenni panni dell’interesse generale. Così qualche settimana fa un settimanale di centrosinistra ha ritenuto d’interesse nazionale, gradatamente: a) l’emancipazione delle donne; b) l’allargamento dei diritti; c) l’equità (espressione che senza l’ausilio della dottrina giuridica, è non meno vaga di quella d’interesse nazionale): d) una nuova giustizia sociale ed economica (v. equità); e) un’idea ecosostenibile d’innovazione; f) il rispetto dei trattati internazionali finalizzati alla tutela dei diritti umani. Inoltre l’interesse nazionale (alias generale) deve tener conto di quello del pianeta. A margine si legge che la famiglia tradizionale, difesa dalla Meloni è “cominciata con la discriminazione della maggior parte (??) delle “famiglie” fatte da diverse forme di unione”. A parte vaghezza ed affermazioni apodittiche è difficile da credere (e a prescindere dal dettato costituzionale) che la maggior parte delle famiglie non sia costituito dalle unioni tra uomo e donna, ma da quelle tra uomo e uomo, donna e donna (e altro).
  • Ciò malgrado è interessante approfondire comunque se il concetto suddetto, così importante, e richiamato in diversi termini da più norme della nostra Costituzione, possa essere – almeno in una certa misura – determinato di guisa da escludere che almeno certi obiettivi possano essere d’interesse generale, e di converso, che altri sicuramente lo sono.
  1. In primo luogo nazionale o generale che sia, l’interesse deve riguardare aspirazioni, situazioni, oggetti che siano comuni agli appartenenti alle comunità; se riguardano piccoli gruppi o minoranze non lo sono.
  • Possono diventarlo però se tutelare determinati interessi delle minoranze serva a mantenere l’unità politica e la concordia sociale. Cioè sono d’interesse nazionale indiretto. Altri lo sono in modo diretto: così quello (disciplinato dalla Costituzione vigente) di conservazione della sintesi politica, e di conseguenza del dovere di difesa della patria (art. 52).
  • In secondo luogo l’interesse generale appare delimitato dalla qualità di cives dei soggetti del medesimo. Generale così indica i cittadini, per il bene dei quali devono essere esercitate le potestà pubbliche e che sono (ma non solo loro) soggetti alle leggi: ha carattere essenzialmente politico, ed è difficilmente pensabile disgiunto dal concetto moderno di democrazia. É da collegare all’interesse della comunità, prima che a quelli singoli individui; la norma appena citata, del dovere di difendere (e morire) per la patria ne è la conferma.
  • In terzo luogo – ma in effetti è il primo – occorre ricordare all’uopo la regola di Croce “prima vivere e poi filosofare, prima essere e poi essere morale”. E in altri passi il filoso lo specifica “Quando si parla di senso politico, si pensa subito al senso della convenienza, dell’opportunità, della realtà, di ciò che è adatto allo scopo, e simili[4]; perché “L’azione politica non solo è azione utile, ma questi due concetti sono coestensivi”.
  • A confortare quanto scritto da molti, tra cui ho citato solo Croce, è il dato storico e giuridico che l’istituzione di protezione della comunità, cioè lo Stato, perdura malgrado cambi la “tavola dei valori” (come scrivono per lo più i giuristi contemporanei); lo Stato nazionale italiano ne ha cambiate almeno tre, tuttavia esso e la comunità nazionale hanno continuato in suo esse perseverari. Confondere e ancor più far prevalere il normativo – di qualunque genere – sull’esistente è un errore, che, a seguire la logica di Croce, può portare a cessare di esistere; e se non si esiste, come comunità, non ci sono valori da perseguire.
  • In quarto luogo, la dottrina delle ragion di Stato, come scrive Meinecke (in ossequio alla salvaguardia dell’esistenza) si sviluppa anche come dottrina degli interessi degli Stati, intendendo con ciò quegli interessi costanti che sono di ogni comunità politica concreta. Così per la Francia evitare con ogni mezzo che alla destra del Reno vi sia uno Stato più forte – o forte quanto la Francia. Almeno da Richelieu e Mazzarino fino (sostengono in tanti) a Mitterand, tutti i governanti francesi l’hanno perseguito. O la tendenza della Russia (e prima della Moscovia) a espandersi verso i mari caldi (in particolare il mar Nero), che spiega – almeno in parte – il comportamento odierno di Putin.
  • Il quale non ha fatto altro che continuare quanto fatto da Ivan il Terribile, Pietro il Grande, Caterina la Grande e tanti altri governanti russi.
  1. Ma non è dato comprendere quanto contribuisca all’esistenza politica, al vivere e al buon vivere della comunità, e così all’interesse nazionale o generale, il trattamento uguale delle famiglie normali e no, dell’equità (quale?) e così via. Con ciò si difende non l’esistenza politica, né la potenza – in senso weberiano - dell’istituzione, cioè la possibilità di far valere con successo la propria volontà, ma una determinata visione del vivere sociale ed economico. Ovviamente subordinata all’esistenza perché solo chi esiste ha la capacità di realizzare una propria visione della convivenza sociale. Perciò è legittimo cercare di far valere la propria visione, ma è fuori dalla realtà ritenerla necessaria all’esistenza comunitaria quale interesse nazionale.
  • Note: 
  • [1] Nel saggio “On Liberty” anche John Stuart Mill faceva derivare proprio dalla distinzione d’interessi tra governanti e governati e dalla volontà di superarla, le richieste di democrazia politica e di governo rappresentativo e responsabile di fronte agli elettori. Stuart Mill giudicava che questa era, a giudizio di chi la sosteneva, una risorsa contro i Governi i cui interessi ritenevansi di consueto opposti a quelli del popolo.
  • [2] Mosca scrive della “naturale tendenza che hanno coloro che stanno a capo della gerarchia sociale ad abusare dei loro poteri” e ne ravvede i temperamenti in forme d’autorità non fondate sul carisma e la religione, e nella divisione dei poteri. Ma la propensione di Mosca, come anche di Pareto, a considerare gli aspetti sociologici e politico-logici più di quelli giuridici, ne rendono meno pertinenti ai nostri fini le pur interessanti analisi e prospettazioni
  • [3] V. M. Hauriou, Précis de droit constitutionnel, Paris 1929, pp. 174 ss.
  • [4] E prosegue “E si considerano forniti di senso politico coloro che a quel modo operano o a quel modo giudicano l’altrui operare, e, per contrario, privi di senso politico quegli altri, che diversamente si comportano, ancorché abbondino di morali intenzioni e si accendano a nobilissimi ideali”.

  • Compagni di solitudine

  • Solinas 
  • Compagni di solitudine
  • Un’autobiografia intellettuale e sentimentale
  • di
  • Giovanni Sessa

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  • E’ nelle librerie, per Bietti, la nuova edizione di uno dei libri più significativi di Stenio Solinas, Compagni di solitudine. Una educazione intellettuale (per ordini: 02/29528929, pp. 361, euro 20,00). L’autore, scrittore di vaglia, ricorda che, vent’anni fa, la prima edizione di questo volume nacque per sollecitazione di Mario e Luigi Spagnol, figure di primo piano dell’editoria nazionale che, colpiti dalla lettura del pamphlet, Per farla finita con la destra, apprezzando lo stile di Solinas, gli chiesero cosa custodisse nel cassetto. Ne uscì Compagni di solitudine. La seconda edizione è arricchita da un’introduzione dell’autore e da un’Appendice che raccoglie diverse recensioni uscite allora, la cui lettura consente di comprendere come ci si trovi di fronte a un testo di rilievo.
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  • In queste pagine, Solinas ricostruisce la propria ricerca intellettuale, presentando gli autori che hanno avuto un ruolo rilevante nella sua formazione: la formazione, si badi, di un uomo che ha attraversato il tempo in cui gli è stato dato in sorte di vivere, animato da distacco esistenziale nei confronti degli idoli di fronte ai quali si prostrano i nostri contemporanei.   Compagni di solitudine è pertanto un «romanzo di idee» (p. 17), la cui prima parte è connotata da stile colloquiale. L’autore, da par suo, coinvolge il lettore nel flusso narrativo intermittente, messo in atto dall’uso dell’interpunzione, il cui modello è esplicitamente riconosciuto nelle pagine del Male oscuro di Giuseppe Berto. Nella seconda parte, il dinamismo stilistico si placa e si distende nella discussione delle opere dei “compagni di solitudine”, le cui pagine Solinas ha frequentato, non solo con continuità, ma animato dalla passione di chi ha contezza, che la lettura è una delle grazie di cui può avvalersi l’uomo per rendere meno greve la vita.  
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  • Chiave d’accesso, atta a illuminare l’universo interiore dell’autore, è da individuarsi in Arturo Pérez-Reverte: «Il protagonista dei suoi romanzi è sempre lo stesso tipo umano» (p. 29), un “avventuriero”, sia che abiti nella Spagna di Cervantes, o negli anni Trenta del secolo XX. Reverte mette in scena nei romanzi: «la dignità della sconfitta, […] il senso dell’onore come ultima e unica risorsa, […] il sentimento dell’amicizia e della fedeltà che lega fra loro i vinti» (p. 32). Si tratta del medesimo contesto esistenziale che anima i personaggi di Chateaubriand nella Francia rivoluzionaria di fine Settecento. A Solinas e alla generazione che, per dirla con Gianfranceschi, “non fece in tempo a perdere la guerra”, quella Francia lacerata, senza possibilità di conciliazione tra le parti politiche, sembrava molto simile all’Italia postbellica.   In quel frangente storico, con la definitiva conquista dell’egemonia culturale, la sinistra nostrana si trasformò in “etnia”, in “razza padrona” il cui sguardo moralista, venato di razzismo antropologico, ridusse l’altro da sé, chi si riconosceva nella “destra” paradossale incarnata dai figli di Salò, in paria. Solinas ha avuto l’avventura di far parte di questa sottorazza, e ha scontato tale appartenenza in termini umani e professionali.
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  • È in questo ambiente che maturò i propri gusti e, soprattutto, i propri disgusti. I primi lo indussero a scegliersi, quali compagni di viaggio e d’avventura: «quegli scrittori che alla propria individualità alla fine non avevano mai rinunciato […] spiriti più liberi… anime più nobili» (p. 63). Tra essi Drieu, Jünger, Marlaux, Saint-Exupery, Lawrence. Pochi gli italiani cui la generazione dei “giovani nazionali” nati negli anni Cinquanta guardò con interesse, tra essi Evola.   Il filosofo romano fu idolatrato, nei Settanta, dai giovani di “destra”, ma il suo tradizionalismo è lontano dalla visione di Solinas, il quale sostiene di aderire alla concezione sferica, aperta della storia, in cui il possibile è sempre in agguato come, proprio in quegli anni, sostennero Giorgio Locchi e Paolo Isotta (l’Evola “idealista magico”, condivideva, comunque, tale posizione).    L’idolatria evoliana, produsse il germe malato degli “evolomani”, degli scolastici ripetitori del verbo del maestro: «un vero e proprio caravanserraglio dell’esoterismo […] aristocratici del pettegolezzo e della calunnia si lanciavano insulti che ritenevano sanguinosi» (pp. 66-67). Per questi ultimi, l’evolismo, con il correlato del necessitarismo storico-ciclico, fu dottrina di rassicurazione politica-esistenziale.   I disgusti di Solinas lo portarono al disprezzo per il mondo in cui trionfavano l’utile e il materialismo, ma lo indussero a prendere le distanze dall’altrettanto sterile e culturalmente asfittico mondo ideale della “destra” dell’epoca, connotato dalla circolazione degli stessi nomi, inchiodato a esegesi ripetitive e vincolato alla mera lettura “politica” degli autori indagati, presto divenuti oggetto d’adorazione fideistica e acritica.
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  • L’autore ricorda il tentativo della Nuova Destra, di cui egli fu interprete di primo piano, mirato a rinnovare un patrimonio di idee staticizzato da nostalgismo e retorica: «Era una volontà di presenza…una chiamata alla vita…un calcio alle ragnatele dove soffocavano intelligenze e passioni» (p. 71). Un’occasione persa, mancata, tradita dall’irruzione del berlusconismo e di tutto ciò che ha rappresentato. Con la Nuova Destra, a riemergere fu la dimensione dell’avventura intellettuale, la valorizzazione delle capacità individuali, il confronto con la modernità. Da questo punto di vista, a parere di chi scrive, Solinas conferma la veridicità delle tesi di Antoine Compagnon. Gli antimoderni, o quantomeno, coloro che guardano ai valori premoderni, risultano paradossalmente più moderni dei progressisti, capaci di interagire con il reale attraverso la cultura, nel caso del Nostro, attraverso la parola scritta.
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  • Solinas ha ragione nel sostenere che certi libri riescono a farci sentire meno soli, proprio rafforzandoci nelle nostre solitudini. Essi inducono la contrapposizione a quella che Carlo Michelstaedter definì la “comunella dei malvagi” e aiutano a costruire una comunità che abbraccia tempi e spazi lontani, quella dei solitari, degli “avventurieri”, coloro che non rinunciano all’“invincibile estate” (Camus) e la mantengono viva, in tutte le età della vita.
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  • Solinas ha quali compagni di solitudine Drieu e Malraux, accomunati da un destino comune pur nella diversità, Lawrence: «uomo assediato, sempre bisognoso di una fortezza in cui rinchiudersi […] Era l’assedio […] dell’insensatezza della vita, della condizione umana» (p. 135), Saint-Exupéry che: «cerca di indicare agli altri proprio la dignità umana che scaturisce dalla consapevolezza di avere uno scopo che li trascende» (p. 149), ma soprattutto Céline, maestro di stile. Un ruolo importante il Nostro attribuisce ai grandi viaggiatori, da Morand a Chatwin. Nell’insolenza prodigiosa di quest’ultimo, tanto biologica quanto spirituale, è da ravvisarsi l’ubi consistam dell’uomo e dello scrittore inglese. Quella cui Solinas allude è una comunità di solitari, una comunità “impolitica”, accomunata dalla ricerca della bellezza, la cui potenza effusiva, ben lo sapeva il premoderno Dostoevskij, può “salvare” il mondo.

  • copertina SE

  • Studi Evoliani 2021
  • 2022: l’anno di Evola
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’Annuario della Fondazione Evola, Studi Evoliani 2021, anche quest’anno è giunto puntualmente nelle librerie per i tipi di Ritter editore (per ordini: info@ritteredizioni.com, pp. 325, euro 25,00). Il numero che ci apprestiamo a presentare, è particolarmente importante. Infatti, l’anno in corso, nella nota editoriale che apre il volume, viene definito “anno evoliano”. Non è un caso. Il 30 marzo, infatti, Paolo Mieli, giornalista e storico, ha dedicato una puntata della trasmissione televisiva, Passato e presente, alla disamina dell’opera e del ruolo politico svolto da Julius Evola. In studio erano presenti docenti universitari, tra loro Alessandra Tarquini, allieva di Renzo de Felice, e studenti. Mieli e gli intervenuti hanno mantenuto, e la cosa è da sottolineare positivamente, il tono generale della discussione lontano dall’invettiva alla quale, i dibattiti attorno al tradizionalista, ci hanno, da tempo, abituato. Nel complesso, pur in presenza di alcuni errori di valutazione, in alcuni casi clamorosi (si è sostenuto che Evola fosse vicino alla RSI!), si è trattato di un primo, rilevante passo, nel tentativo di pervenire a un giudizio obiettivo sul pensiero evoliano. Ed Evola merita davvero, visto lo spessore della propria visione del mondo, un approccio sine ira et studio. Nell’Annuario compare, in tema, nella sezione Cronache e polemiche, un articolo in cui, de Turris e Scarabelli, forniscono precisazioni e fanno il punto in merito agli errori esegetici emersi nella trasmissione.
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  • Un altro evento, in questo caso dedicato all’attività artistica del filosofo, ha fatto parlare di sé nel 2022. Ci riferiamo alla mostra dedicata a Evola dal Mart di Rovereto. Nella città trentina sono stati esposti ben 55 quadri del dadaista, che hanno attirato l’attenzione di un vasto pubblico e della critica, tanto che la sua chiusura, prevista per metà settembre, è stato prorogata a fine ottobre. Dell’evento si è discusso ampiamente. Solo qualche critico malevolo e sprovveduto ha provato a storcere il naso. Studi Evoliani 2021, presenta, ancora in Cronache e polemiche, l’articolata e organica risposta dei curatori della mostra, Avanzi, Calcara e Pautasso, a tali critici fuori tempo massimo. Inoltre, a riguardo, il lettore potrà leggere uno stralcio della prolusione inaugurale tenuta da Vittorio Sgarbi a Rovereto il 15 maggio, in cui viene rilevata l’innegabile posizione di primo piano di Evola nell’arte contemporanea.
  • ...
  • Nella sezione che apre il volume, sono pubblicate le relazioni che eminenti studiosi hanno tenuto durante il Convegno annuale di studi della Fondazione (Roma-Milano, 27 novembre 2021) relativo a Novant’anni di “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”, opera uscita in prima edizione nel 1932. In queste pagine, alla luce delle posizioni evoliane, vengono stigmatizzati gli aspetti più negativi della società liquida o viene ricostruita e analizzata, con persuasività di accenti storico-filologici, l’origine di Maschera e volto nel percorso compiuto dal filosofo.
  • ...   
  • Davvero ricca, anche quest’anno, la sezione Saggi. In essa Francesca Luchini si occupa delle relazioni tra suo nonno, Alberto Luchini, ed Evola, in tema di teoria della razza. Luca Valentini presenta l’esegesi evoliana della filosofia epicurea. Giovanni Damiano discute il volume di Sandro Consolato, relativo all’archeologo Giacomo Boni. Interessante il contributo di Jari Padoan relativo ai riferimenti alla Tradizione, presenti nella musica contemporanea e nel black metal italiano. Non mancano scritti che si occupano del pensiero di Tradizione in Roberto Calasso ed ai rapporti intercorsi tra Evola e l’artista Emilio Villa (Vitaldo Conte).
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  • In Inediti e rari sono pubblicate, per la prima volta in italiano, due interviste ad Evola, rintracciate in Germania da Emanuele La Rosa, e firmate rispettivamente da Gustav Glässer ed Emil Szittya. Luca Siniscalsco presenta una lettera del pensatore inviata a Raphael Spann, figlio del filosofo Othmar, intercettata e “tradotta” dalla polizia politica. Testimonianza chiarissima che il Nostro non era, sic et simpliciter, un fascista a tutto tondo. Guido Pautasso si occupa, invece, di Pagine di Antifazione di Vittorio Vettori.
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  • Ampia, in questo numero, la sezione Rassegne, in cui compaiono recensioni dedicate a volumi su Evola e sul tradizionalismo.
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  • Nell’Annuario si dà, inoltre, notizia che la Fondazione ha, di recente, aperto un nuovo sito (www.fondazionejuliusevola.com) sul quale gli interessati potranno leggere testi rari di Evola, articoli e saggi che lo riguardano, tesi di laurea a lui dedicate e trovare informazioni inerenti a manifestazioni e convegni indetti dal sodalizio stesso. C’è davvero da augurarsi che, quanto accaduto quest’anno, sia di buon auspicio. Evola va liberato dai pregiudizi che ancora gravano su di lui.  

      
  • PITAGORA E IL PITAGORISMO NUCCIO dANNA

  • Pitagora e il pitagorismo
  • Un saggio di Nuccio D’Anna
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Nuccio D’Anna, storico delle religioni e valente studioso di simbolismo, ha già dato alle stampe una serie considerevole di volumi dedicati all’esegesi delle principali forme religiose e di pensiero del mondo antico. Nell’ultimo periodo è comparso nelle librerie, per i tipi delle Edizioni Arkeios, un suo corposo studio intitolato, Pitagora e il pitagorismo (per ordini:06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 229, euro 24,50). Si tratta di una monografia organica, ricostruttiva dell’iter storico e teorico cui il pitagorismo è andato incontro nella sua lunga storia che, com’è noto, giunge, da un passato remoto fino ai nostri giorni. Nel susseguirsi dei capitoli, D’Anna si sofferma, in modo analitico e servendosi, con intelligenza filologica, di ampia messe di documenti relativi all’origine italica di questa Scuola di pensiero. Si interroga, inoltre, sulle forme, gli archetipi e i principi primi del reale; presenta la figura essenziale dell’ “Uomo divino” e discute i momenti più rilevanti delle tecniche di concentrazione, meditazione e contemplazione in uso nel sodalizio sapienziale. Infine, affronta l’annoso tema del’ordine cosmico, della numerologia pitagorica nei suoi rapporti con la musicologia sacra, intrattenendo il lettore sulla diffusione del movimento pitagorico a Roma.
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  • HOMO  FABER
  • Evola fra arte e alchimia
  • Torna un saggio di Elisabetta Valento
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
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  • Nella nota editoriale che apre l’annuario della Fondazione Evola, Studi Evoliani 2021, si dice che il 2022 è stato per Evola, anno mirabile. A marzo una trasmissione televisiva di Paolo Mieli è stata intermente dedicata alla “Rivolta contro il mondo moderno” del filosofo romano. Gli intervenuti, esimi docenti e studenti, hanno tenuto, nonostante qualche errore di fatto e di giudizio, un atteggiamento pacato, lontano dalle, finora consuete, pregiudiziali invettive contro il filosofo. Inoltre, il 18 settembre scorso, si è chiusa al prestigioso museo MART di Rovereto la mostra, Julius Evola e lo spirituale nell’arte, fortemente voluta da Vittorio Sgarbi e dalla Fondazione Evola, curata da Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara.   Qui, per la prima volta, i numerosi visitatori hanno potuto ammirare ben 55 dipinti del tradizionalista.   L’esposizione ha inconfutabilmente accreditato Evola quale artista di livello europeo.
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  • Per acquisire piena contezza del valore della fase artistica del pensatore romano, è a disposizione di lettori e studiosi una nuova edizione del volume di Elisabetta Valento, Homo faber. Julius Evola fra arte e alchimia, con introduzione di Claudia Salaris, Appendice di Giorgio Calcara, nelle librerie per i tipi delle Edizioni Mediterranee (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 160, euro 24,50). Il testo uscì nel 1994 e il suo nucleo principale resta invariato nella nuova edizione. E’ arricchito da un rilevante apparto iconografico, nel quale sono riprodotte le immagini delle opere discusse dall’autrice.  L’Appendice di Calcara: «dà conto di ciò che d’importante è accaduto in quasi trent’anni di ricerca sull’arte di Julius Evola […] nuove immagini e ritrovamenti pittorici, l’incredibile affermarsi delle opere […] di Evola sul mercato dell’arte internazionale, conseguenti esposizioni e novità editoriali» (p. 7).  Salaris rileva che l’impegno artistico del filosofo: «si svolge nel clima dell’avanguardia romana degli anni Dieci e primi Venti, caratterizzata da un intenso fervore sperimentale, espresso anche dall’attività di Balla» (p. 9), presso il cui studio Evola visse la propria iniziazione artistica.
  • ...
  • Il Futurismo romano non ebbe tratto settario e estremista e colloquiò con le più diverse tendenze dell’avanguardia europea. In tale contesto, un ruolo di rilievo fu svolto da Prampolini, che curò la rivista Noi, sulle cui colonne scrisse lo stesso Tzara assieme ad esponenti della poesia francese, a De Chirico e Savinio e al giovane Evola.   Un aspetto connotante in modo originale l’avanguardia romana è da individuarsi nell’esplicito interesse per l’esoterismo.  La cosa è attestata da dipinti di Balla quali, Mercurio passa davanti al sole e dalla rivista, lo ricorda ancora Salaris, L’Italia futurista, in cui le tematiche discusse ruotavano attorno a psichismo, onirismo, ritenuti i fondamenti di una poetica del fantastico, prossima alle suggestioni teosofiche e antroposofiche.  Il poeta si riteneva essere latore di facoltà magiche, trasformative, legate al tratto apparentemente a-logico delle proprie produzioni linguistiche.  Evola era al centro di tale milieu creativo e paganeggiante.  Dal libro della Valento si evince che, nel 1918, egli aveva portato a termine la prima fase della propria attività artistica, definita “idealismo sensoriale”.  Dava, pertanto, avvio, il tradizionalista, a una fase ulteriore, all’“astrattismo mistico”, legata alle dottrine sapienziali, in particolare all’alchimia.
  • ...
  • Tale passaggio avvenne dopo la pubblicazione del Manifesto Dada 1918, nel quale Evola, come sosterrà in Arte astratta del 1920, troverà profonde consonanze con la propria idea d’arte non medianica, di arte quale “pura espressione”, arte del capriccio, dell’arbitrio, fuori dal tempo. Non aveva forse, proprio Tzara affermato che il Dada era il ritorno a una religione dell’indifferenza: «di tipo quasi buddista»? (p. 11). Si tratta di una vera e propria rottura, nota Salaris, con la logica e la dialettica d’Occidente, in nome dell’esaltazione della creatività, intesa quale atto spontaneo, manifestazione della libertà originaria che, nell’idealismo magico evoliano, sarà considerata principio infondato. La chiave di volta, rileva Valento, per essere proficuamente immessi nel processo di decodificazione della pittura e della poesia evoliana, va individuata nella simbologia alchemica. La studiosa, utilizza la lettura che Evola ha fornito dell’alchimia ne, La tradizione ermetica, al fine di inquadrarne teoricamente la produzione pittorico-poetica.
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  • In termini generali, le procedure alchemiche mirano a portare l’Io individuale da coscienza corporea opaca ad Io attuale, ad essere in atto. L’Ars Regia: «presuppone una metafisica, cioè un ordine di conoscenze sovrasensibili, le quali a loro volta presuppongono la trasmutazione iniziatica della coscienza umana», scriverà Evola ne, La Tradizione ermetica. Nigredo, albedo e rubedo, sono i momenti costitutivi dell’iter trasmutativo, mentre l’Oro alchemico simbolizza il raggiungimento del principio. I riferimenti metallurgici nella tradizione ermetica hanno a che fare con l’analogia che lega il microcosmo al macrocosmo.  L’operatore, pertanto, è al medesimo tempo, la “materia prima” da trasformare che il fine dell’Opera.   L’Uno-Sole dà essenza e sostanza al Tutto.   Alla materia, corrisponde il principio Luna, che allude al tratto diveniente del reale.   Al Sole corrisponde l’Oro, alla Luna l’Argento.   Nel Corpo, vincolato dal desiderio, l’Anima è paralizzata: per ri-animarla è necessario liberare lo Spirito, che detiene le chiavi della “prigione”, dalle condizioni dell’individuazione.   Quando Anima, Spirito e Corpo, torneranno ad essere una sola sostanza indivisa: «il viaggio nelle interiora terrae, che altro non è che un viaggio all’interno di noi stessi, si conclude con l’Opera al Rosso» (p. 55).   L’uomo è così risospinto verso quel Centro in cui è possibile vivere l’eliminazione di ogni discrepanza tra essere e divenire.   Dal Centro poietico del dadaismo, Evola si è spinto al Centro magico.   Il percorso da lui seguito, rileva Valento, è di fatto trascritto nelle opere pittoriche e poetiche che, nel libro, vengono analizzate fin nei dettagli.

  • Riberi

  • MATRIX  e  il   MITO
  • Il risveglio di NEO
  • Un saggio di Paolo Riberi
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Eliade ha insegnato che il mito è la sostanza della vita e che, proprio per questo, anche nell’epoca attuale che sembra aver rimosso tale sapere tradizionale, in realtà non può essere espulso dalla realtà e dall’immaginario umano. Viviamo nel mito e di miti. Lo mostra un recente saggio di Paolo Riberi, Il risveglio di Neo. Mitologia, gnosi, massoneria e metaverso da “The Matrix” a “Resurrections” edito da Lindau (pp. 221, euro 19,00).  L’autore, studioso di filologia e letterature dell’antichità, è membro della Società italiana di Storia delle religioni e, in suoi lavori precedenti, si è occupato, tra le altre cose, di gnosticismo.   Il libro è interessante proprio perché mostra, con persuasività argomentativa e notevole documentazione, come retaggi mitici siano presenti nella produzione cinematografica contemporanea, intrattenendosi, in particolare, su pellicole quali Matrix (1999) e sulle sue successive trasformazioni, vale a dire The Matrix Reloaded  e  The Matrix Revolutions (2003).
  • ...
  • Il mito altro non sarebbe, a dire dell’autore: «che un’elaborazione fiabesco-narrativa delle cosiddette “fasi di passaggio” […] Si tratta di autentici momenti di svolta, che l’individuo deve necessariamente attraversare per realizzare appieno il passaggio dall’incoscienza infantile all’età adulta» (p. 17), mirando alla liberazione.  Alla base dei miti c’è sempre: «un percorso circolare compiuto da un protagonista, articolato in tre momenti […]: la separazione, l’iniziazione […] e il ritorno» (p. 18).  Joseph Campbell, riferimento fondamentale di Riberi in questo ambito, riteneva che, alla luce di tale struttura, fosse possibile riferirsi a un “mono-mito” primigenio:  il “viaggio dell’eroe”.   Tale iter torna a mostrarsi con evidenza in Matrix e nelle pellicole succedanee della stessa serie.
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  • MOSAICO FILOSOFI

  • LEGISLATURA  e  DUALISMO COSTITUZIONALE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Qualche mese fa (21/12/2021) osservavo in un articolo che Costantino Mortati aveva elaborato il concetto (nella modernità dovuto principalmente a Lassalle) e coniato il termine di “costituzione materiale”. Il termine, secondo il giurista calabrese indicava «una raffigurazione della costituzione che colleghi strettamente in sé la società e lo stato, è da ribadire quanto si è detto sull’esigenza che la prima sia intesa come entità già in sé dotata di una propria struttura… e risulti sostenuta da un insieme di forze collettive che siano portatrici della divisione stessa e riescano a farla prevalere dando vita a rapporti di sopra e sotto–ordinazione, cioè ad un vero assetto fondamentale che si può chiamare “costituzione materiale” per distinguerla da quella cui si dà nome di “formale”».
  • ...
  • Nella repubblica i partiti del CLN che avevano elaborato il testo della Costituzione alle successive prime elezioni politiche del 18 aprile ’48 conseguivano oltre il 90% dei voti, espressi da circa il 90% degli elettori: ne conseguiva che almeno l’80% dei cittadini italiani aveva votato i partiti del CLN. Fino agli anni ’80 la situazione variava di poco: i partiti ciellenisti conseguivano all’incirca l’80%-85% dei voti espressi.
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  •  Shinto

  • Shintō e Zen
  • Un saggio di Antonio Medrano
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • È nelle librerie, per i tipi delle Edizioni Arktos, un volume davvero rilevante, mirato a presentare al lettore italiano la visione del mondo che ha dato forma all’Impero del Sol Levante. Si tratta di un saggio di Antonio Medrano, studioso spagnolo vicino ai pensatori di Tradizione, purtroppo recentemente scomparso, Shintō e Zen. Le radici metafisiche del Giappone (per ordini: edizioniarktos@yahoo.it, pp. 312, euro 32,00). É libro lungamente pensato e voluto dall’autore. Questi, attratto dalla civiltà nipponica fin dalla giovinezza, al fine di entrare nelle vive cose del sapere tradizionale giapponese, si fece introdurre allo studio della lingua e della scrittura di quel popolo. Tale passione è trasfusa nelle pagine del libro, che ha avuto una gestazione pluridecennale e le cui tesi sono il frutto di copiose letture, tra le quali un ruolo di primo piano riveste l’esegesi dello Shintō di Frithjof Schuon, allievo di Guénon.
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  • De Turris

  • Sotto il segno di Urania
  • Gianfranco de Turris
  • e la storia dell’immaginario italiano
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Gianfranco de Turris è considerato, non a torto, insigne conoscitore e scrittore di vaglia del genere fantastico. Egli, meglio e più di altri critici, ha contribuito alla valorizzazione del fantasy e della fantascienza in Italia. Lo conferma la sua ultima pubblicazione, una silloge di saggi da cui si evincono i tratti salienti di tali generi letterari, le loro origini storiche e la rilevanza del contributo italiano in tema. Ci riferiamo al volume, Sotto il segno di Urania. Per una storia dell’immaginario italiano, pubblicata da Oaks editrice, con prefazione di Luca Gallesi (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 233, euro 20,00). Il prefatore ricorda che sono passati: «...settant’anni dalla nascita del periodico “Urania” che […] rappresenta ufficialmente la “fantascienza” in Italia, e ne sono passati sessanta da quando Gianfranco de Turris ha cominciato ad occuparsi professionalmente di letteratura fantastica e fantascientifica» (p. 9).
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  • Merito inequivocabile dell’autore è aver rilevato, fin dai suoi primi scritti, che tale genere creativo trae origine dal mito e dal sapere custodito nelle fiabe. La letteratura popolare mise in atto, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, una rielaborazione originale di tali contenuti, fornendo al lettore una chiave di accesso alla realtà profonda della vita.   Il fantastico, pertanto, non è una forma letteraria “minore”, al contrario!   L’Italia, per di più, non fu affatto nazione chiusa alla visione del mondo di cui la letteratura fantastica era latrice, come un altro luogo comune esegetico ha fatto credere per troppo tempo. Fin dal Rinascimento, con l’Ariosto, la fantasia ebbe un ruolo rilevante nelle patrie lettere. Per non dire del Barocco e de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. Tale tendenza riemerse nella letteratura popolare della fine del secolo XIX, si manifestò, inoltre, negli autori della Scapigliatura ed è presente, in modo vigoroso, in Calvino, Buzzati, Morselli e Landolfi, solo per fare qualche nome tra i contemporanei.
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  • MOSAICO FILOSOFI

  •  Il  
  •   TERZO   
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Julien Freund sosteneva che il conflitto è una relazione sociale bipolare, la quale comporta l’assenza (la dissoluzione, l’estraneità) del terzo dal rapporto.           Utilizzando l’espressione del noto principio di logica, è caratterizzato dal terzo escluso.
  • Il terzo, scriveva il pensatore alsaziano riguardo alla polarità, la elimina in partenza, e poi la ritrova alla conclusione, senza contare che può infrangere la dualità conflittuale. Il terzo si manifesta così come la nozione correlativa, per contrasto, al conflitto.
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  • Il terzo, scriveva Freund, aderendo alla tesi di Simmel, è di tre tipi. Il primo è il terzo imparziale, che non ha interessi nel conflitto, onde è il decisore/intermediario ideale per conciliare i contendenti a far cessare il conflitto. Deve avere autorità e in genere un certo potere per orientare la decisione delle parti in conflitto.
  • ...
  • Il secondo tipo è “il terzo ladrone” (larron). Non è implicato nella guerra, ma ne trae benefici per se stesso. Tra i tanti sotto-tipi in cui può suddividersi tale tipo-genere, i più frequenti sono: poter perseguire il proprio tornaconto, contando sulla distrazione dei contendenti o, in altri casi, fare affari con i contendenti (o con uno di essi).
  • ...
  • Il terzo tipo è quello del terzo che divide et impera. In questa sotto-classe il terzo non è né il decisore né il profittatore del conflitto: ne è talvolta colui che lo suscita, ma per lo più chi lo mantiene ed alimenta. Del quale tipo è ricolma la storia. Tanto per fare un esempio la politica di Richelieu nella guerra dei trent’anni, prima dell’intervento francese, in soccorso dei protestanti. O, per la politica interna, quella degli Asburgo verso i popoli nell’impero austro-ungherese.
  • ...
  • Nella guerra russo-ucraina chi – e di che tipo – può essere il terzo? Il decisore, il profittatore, il suscitatore?   Quanto al profittatore, ce n’è tanti e, per lo più privati, che è superfluo parlarne. Anche perché la posizione del terzo larron, è conseguenza – prevalentemente – di decisioni altrui e non proprie.  Pertanto ha poche possibilità sia di suscitare che di far cessare la lotta.  Neppure si vede un terzo che abbia i connotati del primo tipo: non c’è nessuno che sommi in se neutralità (nel senso prima specificato), autorità e potere. Gli USA sono i protettori dell’Ucraina, come Richelieu lo era dei principi protestanti, e hanno ampiamente aiutato una delle parti e preso misure contro l’altra; l’U.E. non ha l’autorità, né il potere, e neppure è neutrale, anche se ha tutto l’interesse a far cessare il conflitto.  La Cina ha tenuto un comportamento relativamente equidistante tra i contendenti ed  è sotto questo aspetto, idonea; ma è dubbio se abbia il potere e ancor più il tasso minimo di autorità presso i contendenti.   Il Vaticano si è saggiamente mantenuto in equilibrio tra le parti; ma anche se – credo – ha una certa autorità, ha pochissimo – o nessun – potere. Intendendo qui come “potere” l’impiego di incentivi alla pace o disincentivi alla guerra.
  • ...
  • Di converso appare più chiaramente percepibile la presenza di terzi “suscitatori”. Forniture di armi e sanzioni possono disincentivare l’aggressore, ma sicuramente prolungano la guerra e probabilmente la intensificano.  Sempre tornando a Richelieu, la guerra dei trent’anni ebbe tale durata proprio grazie al denaro che il cardinale dava in abbondanza alla parte più debole, ossia ai protestanti. Per farla cessare fu necessario, tuttavia, l’intervento militare della Francia, con relativo abbandono del ruolo di terzo.
  • ...
  • Nel conflitto russo-ucraino i “terzi” abbondano, ma dei tipi “polemogeni”; mancano, allo stato, quelli del primo tipo.  A meno che uno dei belligeranti non si riconosca sconfitto o ambedue trovino un’intesa pacifica (ipotesi che appare ancor più difficile), la durata appare rimessa alla volontà delle stesse.   E la durata anche.


 

  • MOSAICO FILOSOFI

  • QUALCHE NOTA SULLE ELEZIONI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Sull’esito elettorale più scontato, previsto e prevedibile della storia della Repubblica italiana (prima e seconda) occorre fare qualche considerazione, selezionandole tra le meno frequentate dai giornali di regime.   La prima è che, come capita da oltre 5 anni, la larga maggioranza dei votanti, si è orientata verso partiti anti-establishment. Dalle politiche del 2018 (ma in effetti dalle ultime amministrative ad esse precedenti) la somma dei voti conseguito da M5S, Lega, FDL e partitini popul-sovranisti è largamente superiore al 50%.    Da ultimo abbiamo avuto il 26% a FDI, il 16% al M5S, il 9% alla Lega, più circa il 4% ad Italexit, Italia sovrana e popolare, ecc. ecc., cioè sommando il 55%. Che è, decimale più o meno, quanto conseguivano gli stessi sia alle politiche 2018 che alle europee 2019. Una robusta maggioranza anti-establishment che ha acquisito stabilità. Si potrebbe replicare che è una maggioranza frazionata in più soggetti politici e quindi priva di compattezza.
  • ...
  • Sicuramente in tale obiezione c’è del vero, ma a patto di considerare anche come da un lato, lo scambio dei voti tra partiti è stato soprattutto all’interno dello “schieramento”: per cui i voti persi dal M5S alle politiche 2018 sono passati (circa la metà) alle europee 2019, a favore quasi totale della Lega e FDI, del pari tali voti sono transitati alle politiche 2022 dalla Lega a FDI. A parte comunque qualche decimale restituito, alla differente distribuzione tra i partiti corrisponde una scarsa permeabilità tra gli schieramenti (filo establishment/anti-establishment). Di voti ritornati dal M5S al PD o dalla Lega a FI ce ne sono stati, dai risultati, assai pochi, una frazione minima di quelli transitati all’ “interno”. Ad essere esaurienti anche lo schieramento filo-establishment ha avuto un andamento analogo: lo scambio è quasi tutto avvenuto al proprio interno, peraltro per cifre percentuali meno imponenti che in quello maggioritario.
  • ...
  • Qualche anno fa mi capitò di scrivere come la situazione ricordava la tesi di Gramsci del “blocco storico” che il pensatore sardo vedeva realizzato dalla convergenza (rivoluzionaria) di operai del nord e contadini del sud, ripetuta oggi, nel XXI secolo, dall’alleanza tra ceti medi (prevalentemente rappresentati dalla Lega) e strati popolari (M5S), tutti consapevoli che la deriva economica infausta della seconda Repubblica li stava impoverendo (in economia) ed emarginando (in politica). Da cui la necessità di pensionare/privatizzare la vecchia classe dirigente (il momento del “vaffa”), connotata (negativamente) dall’idoneità, confermata in circa 20 anni, di tenere l’Italia ferma al più modesto (sotto)sviluppo d’Europa, di cui lo stivale è l’ultima ruota (dopo esserne stata per tanti anni – precedenti la “seconda Repubblica” – uno dei motori).
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  • mondo magico heroi ods provv 3cbef97acdbb983f9e0a41d7579bc286

  • Il Mondo magico degli Heroi
  • Un trattato ermetico di
  • Cesare Della Riviera
  • commentato da Evola
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Julius Evola non si è limitato a scrivere delle opere al fine di trasmettere il proprio pensiero, è stato un promotore culturale di primissimo livello, attento a presentare lavori di autori considerati “minori” dal senso comune a lui contemporaneo. All’inizio degli anni Trenta, intento al lavoro di stesura di uno dei suoi libri più importanti, La tradizione ermetica, si confrontò con uno scritto di Cesare Della Riviera, Il Mondo magico degli Heroi, chiarissima espressione della via realizzativa “solare”. Fulminato dalla lettura, si prodigò perché questo testo venisse pubblicato nuovamente nella sua seconda edizione del 1605 (la prima era uscita nel 1603). Il libro uscì nel 1932. Questo capolavoro della letteratura ermetica è ora nuovamente disponibile, grazie alla cura di Sebastiano Fusco, nella collana “Orizzonti dello Spirito” delle Edizioni Mediterranee (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterrannee.net, pp. 272, euro 27,00).
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MOSAICO FILOSOFI

 


DEMOCRAZIE  LIBERALI,   "ILLIBERALI”   E IN VIA DI IMPLOSIONE

di

Teodoro Klitsche de la Grange


  • È un classico del pensiero politico liberale il discorso di Benjamin Constant su “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” dove il pensatore svizzero distingueva i due generi di libertà “le cui differenze sono passate sino ad ora inosservate, o per lo meno non sono state rimarcate a sufficienza. La prima libertà è quella il cui esercizio era così sentito presso i popoli antichi; l’altra è quella il cui godimento viene considerato particolarmente prezioso all’interno delle nazioni moderne”. La prima “libertà” “consisteva nell’esercizio, in maniera collettiva ma diretta, di molteplici funzioni della sovranità presa nella sua interezza, funzioni quali la deliberazione sulla pubblica piazza della guerra e della pace” ed aveva il grave difetto che gli antichi “ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme” di guisa che “In tal modo, presso gli antichi, l’individuo, praticamente sovrano negli affari pubblici, è schiavo all’interno dei rapporti privati”. Mentre “Tra i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, anche negli Stati più democratici non è sovrano che in apparenza” e nel mondo moderno “la libertà è il diritto di essere sottoposti soltanto alla legge, il diritto di non essere arrestati, detenuti, condannati a morte, maltrattati in alcuna maniera, per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui”, di esprimere il proprio pensiero, scegliere la propria occupazione, disporre dei propri beni, di andare dove si vuole, di culto religioso (e così via). Ed è anche il diritto “di influire sull’amministrazione del governo, sia nominando per intero o in parte certi funzionari, sia attraverso rappresentanze, petizioni, domande”.
  • Tale distinzione ha influito sul pensiero politico e giuridico moderno, tra gli altri su quello di I. Berlin e Carl Schmitt.
  • È interessante riprendere tale concezione in ispecie quando si riaccende il dibattito sullo “Stato di diritto” made UE e la concezione di Orban sulla “democrazia illiberale”; che tanto scandalizza la stampa mainstream. È vero che senza un certo rispetto di principi di libertà, lo stesso formarsi della volontà pubblica negli organi di governo viene ad essere falsata, se non in tutto, almeno in parte. Ma è anche vero che se poi questa una volta espressa ha un chiaro senso, ma viene corretta in senso contrario, come capitato in Italia nell’ultimo decennio (se non prima), è la democrazia ad essere mistificata. Prendersela con Orban perché controllerebbe buona parte della stampa e della televisione ungherese, avrebbe la mano pesante con gli immigrati e così via, può avere qualche ragione; resta il fatto che, con le elezioni della passata primavera, Orban ha ottenuto per la quarta volta la maggioranza. In quest’ultima, assoluta.
  • Scrivo questo perché Constant, pur avendo evidenziato la distinzione tra le due “libertà” e come potessero, in certi casi, contrapporsi (in particolare durante la Rivoluzione e la dittatura giacobina) non ebbe un concetto negativo della Rivoluzione, definendola provvida “malgrado i suoi eccessi perché guardo ai risultati”, ancor più trovava il punto di mediazione tra le due libertà nel governo rappresentativo.
  • Proprio per permettere ai cittadini di dedicarsi alle attività private, occorreva che avessero il diritto di delegare quelle pubbliche. Cioè il sistema rappresentativo. Il quale “altro non è che un’organizzazione per mezzo della quale una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può e non vuole fare da se”. Ma il pericolo che incombe, secondo Constant “è che, assorbiti dal piacere della nostra indipendenza privata e dall’inseguimento dei nostri interessi particolari, noi rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico”. Per cui occorreva che fosse garantito dalle istituzioni il diritto dei “cittadini a concorrere con le loro decisioni e i loro suffragi all’esercizio del potere; esse devono garantire loro un diritto di controllo e di sorveglianza con la manifestazione delle loro opinioni”.
  • Qual è la conclusione che si può ricavare da queste considerazioni del pensatore svizzero nell’attuale situazione italiana? Se è vero quanto dicono i sondaggi che, malgrado la crisi degli ultimi due anni, gli astensionisti domenica prossima saranno circa il 40% degli elettori, significa che la democrazia italiana non è né liberale né illiberale: semplicemente è in via di estinzione. Votare sarà pure un diritto, ma inutile: tanto poi le decisioni vengono prese altrove. È questo a costituire la maggiore preoccupazione per la tenuta del “sistema rappresentativo” (come, mutatis mutandis di ogni regime politico) assai più del “tasso di Stato di diritto”. Perché anche gli Stati di diritto possono finire per inedia, come il comunismo è cessato per implosione.

  • GUERRA  ed  ASCESA  agli  ESTREMI   
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

 

  • Non è confortante la decisione di Putin di mobilitare una parte dei riservisti russi.  Contrariamente alla previsione dei media mainstream che le sanzioni avrebbero piegato l’aggressore, il quale era anche una “tigre di carta”, la tigre ha deciso di usare ambedue le zampe per combattere. Spinto a ciò dalla resistenza ucraina, superiore (e più determinata) del previsto, al punto di sviluppare delle controffensive locali che hanno avuto - negli ultimi tempi - successo. Data la limitatezza delle forze russe già messe in campo, la decisione - tenuto conto della perdurante volontà russa di perseguire l’obiettivo politico - è stata quella logica: aumentarle. Anche perché se le sanzioni riuscissero a piegare la Russia come asserito dai giornaloni, nessuno si azzarda ad aggiungere quando. E se si procrastina a qualche anno l’effetto delle stesse, Putin avrà tutto il tempo per occupare l’Ucraina (ma sembra non volerlo - e giustamente); dopo di che le sanzioni farebbero probabilmente la stessa fine di quelle degli anni ’30 all’Italia: essere revocate.
  • ...
  • Quel che più interessa (e preoccupa) di tali previsioni à la carte è d’esser contrarie alla logica della guerra, per cui era prevedibile che il prosieguo delle ostilità (anche) con la comminatoria delle sanzioni, avrebbero attizzato e non spento il conflitto.   L’aveva previsto due secoli fa Clausewitz, formulando quale “legge” della guerra l’ascesa agli estremi, ossia la tendenza del conflitto ad aumentare d’intensità. La guerra, scriveva il generale, è un atto di violenza e non c’è limite alla manifestazione di tale violenza. Ciascuno dei contendenti detta legge all’altro, da cui risulta un’azione reciproca che, nel concetto, deve logicamente arrivare agli estremi. Ossia una guerra logicamente tende a divenire assoluta, cioè senza limiti né di spazio né soprattutto di condotta. L’osservanza delle regole è subordinata al conseguimento della vittoria. Le restrizioni, come il diritto internazionale “...non hanno capacità di affievolirne essenzialmente l’energia”.  Questo della guerra assoluta tuttavia è, secondo la terminologia weberiana un “tipo ideale”. Nelle guerre concrete “...le probabilità della vita reale si sostituiscono alla tendenza all’estremo” per cui la condotta della guerra si sottrae (in parte) alla legge dell’ascensione agli estremi”.   Questo effetto moderatore della realtà, di cui scriveva Clausewitz, funziona; tuttavia può essere controbilanciato dal caricare di significati ideologici, religiosi, e quanto altro il conflitto, ed in particolare il nemico dipinto come criminale, pazzo, avido; onde la guerra diventa un atto di giustizia, volta a castigare un delinquente.
  • ...
  • Mentre il fine della guerra “razionale”, come già scriveva S. Agostino, è la pace “...la pace è il fine della guerra, poiché tutti gli uomini, anche combattendo cercano la pace… Perfino coloro che vogliono turbare la pace in cui si trovano… Non vogliono dunque che non vi sia la pace, ma vogliono la pace che vogliono loro”; presupposto della pace è trattare con il nemico, e quindi il di esso riconoscimento come justus hostis. La guerra dei giornaloni (e di parecchi politici) realizza proprio l’effetto contrario all’avvio di negoziati di pace.   A quanto sopra si può opporre che le misure prese dalle potenze occidentali, sia le sanzioni che le forniture militari a sostegno dell’Ucraina possono favorire nel segno della “guerra reale” lo squilibrio di forze tra i belligeranti e così favorire i negoziati.   Questi costituiscono (gran parte) degli strumenti di cui la politica può servirsi per smorzare le guerre. E il “fattore” di ri-equilibrio è sicuramente da valutare come mezzo per favorire i negoziati. Ma hanno altresì il difetto di procrastinare (al limite evitare) la conclusione della guerra per debellatio della parte più debole.
  • ...
  • Questo se non ci sia da una parte e dall’altra la volontà di voler porre termine alla stessa.  Perché come scriveva il generale prussiano (e non solo) fare la guerra si fonda sulla volontà dei contendenti, quella dell’aggressore di realizzare una pace diversa, e quella dell’aggredito nel conservare l’ordine preesistente.  Lo squilibrio dei mezzi, la stessa occupazione totale del territorio dell’aggredito spesso non ne comportano la cessazione, come provano le guerre partigiane.  E accanto, occorrerebbe un terzo che favorisse la pace, essendo credibile, autorevole ed equidistante; il quale nella specie, manca.      Ma questa è un’altra storia.


 

MOSAICO FILOSOFI

 


DEMOCRAZIE  LIBERALI,   "ILLIBERALI”   E IN VIA DI IMPLOSIONE

di

Teodoro Klitsche de la Grange


  • È un classico del pensiero politico liberale il discorso di Benjamin Constant su “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” dove il pensatore svizzero distingueva i due generi di libertà “...le cui differenze sono passate sino ad ora inosservate, o per lo meno non sono state rimarcate a sufficienza. La prima libertà è quella il cui esercizio era così sentito presso i popoli antichi; l’altra è quella il cui godimento viene considerato particolarmente prezioso all’interno delle nazioni moderne”. La prima “libertà” “...consisteva nell’esercizio, in maniera collettiva ma diretta, di molteplici funzioni della sovranità presa nella sua interezza, funzioni quali la deliberazione sulla pubblica piazza della guerra e della pace” ed aveva il grave difetto che gli antichi “...ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva: l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme” di guisa che “...In tal modo, presso gli antichi, l’individuo, praticamente sovrano negli affari pubblici, è schiavo all’interno dei rapporti privati”.  Mentre “...Tra i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, anche negli Stati più democratici non è sovrano che in apparenza” e nel mondo moderno “...la libertà è il diritto di essere sottoposti soltanto alla legge, il diritto di non essere arrestati, detenuti, condannati a morte, maltrattati in alcuna maniera, per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui”, di esprimere il proprio pensiero, scegliere la propria occupazione, disporre dei propri beni, di andare dove si vuole, di culto religioso (e così via). Ed è anche il diritto “...di influire sull’amministrazione del governo, sia nominando per intero o in parte certi funzionari, sia attraverso rappresentanze, petizioni, domande”.
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  • Tale distinzione ha influito sul pensiero politico e giuridico moderno, tra gli altri su quello di I. Berlin e Carl Schmitt.  È interessante riprendere tale concezione in ispecie quando si riaccende il dibattito sullo “Stato di diritto” made UE e la concezione di Orban sulla “democrazia illiberale”; che tanto scandalizza la stampa mainstream.  È vero che senza un certo rispetto di principi di libertà, lo stesso formarsi della volontà pubblica negli organi di governo viene ad essere falsata, se non in tutto, almeno in parte. Ma è anche vero che se poi questa una volta espressa ha un chiaro senso, ma viene corretta in senso contrario, come capitato in Italia nell’ultimo decennio (se non prima), è la democrazia ad essere mistificata. Prendersela con Orban perché controllerebbe buona parte della stampa e della televisione ungherese, avrebbe la mano pesante con gli immigrati e così via, può avere qualche ragione; resta il fatto che, con le elezioni della passata primavera, Orban ha ottenuto per la quarta volta la maggioranza.  In quest’ultima, assoluta.
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  • Scrivo questo perché Constant, pur avendo evidenziato la distinzione tra le due “libertà” e come potessero, in certi casi, contrapporsi (in particolare durante la Rivoluzione e la dittatura giacobina) non ebbe un concetto negativo della Rivoluzione, definendola provvida “...malgrado i suoi eccessi perché guardo ai risultati”, ancor più trovava il punto di mediazione tra le due libertà nel governo rappresentativo.
  • ...
  • Proprio per permettere ai cittadini di dedicarsi alle attività private, occorreva che avessero il diritto di delegare quelle pubbliche. Cioè il sistema rappresentativo. Il quale “...altro non è che un’organizzazione per mezzo della quale una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può e non vuole fare da se”. Ma il pericolo che incombe, secondo Constant “...è che, assorbiti dal piacere della nostra indipendenza privata e dall’inseguimento dei nostri interessi particolari, noi rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico”.  Per cui occorreva che fosse garantito dalle istituzioni il diritto dei “...cittadini a concorrere con le loro decisioni e i loro suffragi all’esercizio del potere; esse devono garantire loro un diritto di controllo e di sorveglianza con la manifestazione delle loro opinioni”.
  • ...
  • Qual è la conclusione che si può ricavare da queste considerazioni del pensatore svizzero nell’attuale situazione italiana? Se è vero quanto dicono i sondaggi che, malgrado la crisi degli ultimi due anni, gli astensionisti domenica prossima saranno circa il 40% degli elettori, significa che la democrazia italiana non è né liberale né illiberale: semplicemente è in via di estinzione. Votare sarà pure un diritto, ma inutile: tanto poi le decisioni vengono prese altrove. È questo a costituire la maggiore preoccupazione per la tenuta del “sistema rappresentativo” (come, mutatis mutandis di ogni regime politico) assai più del “tasso di Stato di diritto”.   Perché anche gli Stati di diritto possono finire per inedia, come il comunismo è cessato per implosione.

  • MOSAICO FILOSOFI

  • VOTARE  DA  "GRANDI"
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Tutti dicono di aver indovinato l’esito delle elezioni politiche: ed in effetti è altamente probabile che saranno vinte (taluno sostiene stravinte) dal centrodestra. Di per sé nulla di strano: dopo il decennio (abbondante) passato, avrebbe sorpreso il contrario.   Interessa notare come, in particolare nella comunicazione dei messaggi il duo Meloni-Salvini (un po’ distanziato Berlusconi) abbiano per così dire innovato i parametri, non solo i contenuti.
  • ...
  • Spieghiamo un po’: tutti i partiti si differenziano per “contenuti”; chi vuole più libertà, chi più uguaglianza; chi più Europa, chi meno; chi più assistenza, chi meno spesa.  Tuttavia nel messaggio dei due leaders del centrodestra (la Meloni è ancor più esplicita) cambia, in ispecie rispetto al centrosinistra il parametro delle scelte proposte e, più in generale, dell’azione futura di governo: per i primi è l’interesse degli italiani, per gli altri (cosa consueta) la bontà delle scelte. Intendendo come “bontà” la corrispondenza a norme etiche e, in certa misura, anche giuridiche.
  • ...
  • L’interesse nazionale e la “bontà” appartengono entrambi all’idea di Stato – e più in generale – di sintesi politica. Come non c’è Stato che non abbia l’idea direttiva e la finalità di proteggere la comunità, così ha anche quello di realizzare certi valori etici e anche giuridici.   Da sempre, ma ancor più negli ultimi trent’anni, ha prevalso decisamente il richiamo a messaggi di elevato contenuto morale, a cui corrispondeva (e ad hoc) l’evidenziazione della deteriore caratura morale dell’avversario politico. La demonizzazione di Berlusconi (ma non solo) è stata emblematica. Che ha contribuito molto alla detronizzazione del Cavaliere ed alla intronizzazione di governi che degli interessi degli italiani se ne sono poco curati. Come è provato dai risultati.  Invece nella comunicazione del centro-destra l’accento non è tanto sull’appetibilità del programma (ovvio), quanto sul conseguimento di risultati positivi per l’interesse nazionale. Di per se questo è un ribaltamento, ma anche un segnale (se, come probabile, condiviso dalla maggioranza degli elettori) di maturazione politica; mentre l’inverso è sintomo d’ingenuità e, dato il contesto, di decadenza politica e culturale.
  • ...
  • Il primo valuta in base a fatti e risultati: da Machiavelli (il XV capitolo del Principe) il realismo ha contrapposto alle “immaginazioni” la realtà dell’analisi dei fatti valutati razionalmente e in base ai risultati ottenuti. Mentre per il non-realista il problema è come conformare la realtà alla propria immaginazione. Hegel scriveva che tale metodo fa la testa gonfia di vento (cioè, diremmo oggi, di aria fritta).   E che non si tratti solo di vento, cioè di dabbenaggine ma di astuzia è dubbio costante: come scrive Machiavelli, prendendo ad esempio Alessandro IV, che il Principe non deve mantenere le promesse “...quando tale observazione gli torni contro e che sono spente le coazioni che le fecero permettere”, anche perché non mancano mai le giustificazioni per farlo: lo vuole l’Europa, c’è uno spread in arrivo, dobbiamo aiutare l’Ucraina, ecc. ecc. E dati i precedenti in tal senso, aspettatevi che i piddini lo ripetano.    La conseguenza di ciò è che nel pensiero politico realista chi si conforma all’“immaginario” è un ingenuo; come Pier Soderini che nell’epigramma di Machiavelli Minosse manda al “limbo con gli altri bambini”.   O Messer Nicia che collaborando, tutto contento, alla propria cornificazione “...Quanto felice sia esser vede, chi è sciocco ed ogni cosa crede”.    E Max Weber che considerava chi lo fa un bambino.
  • ...
  • Per cui cambiare il parametro o almeno dar più valore ai fatti che alle aspirazioni, ai risultati più che alle intenzioni, significa maturare politicamente da bambino ad adulto. E se tale criterio si consoliderà, farà bene anche al centrosinistra stimolato a conseguire risultati e non a elaborare fantasie.
  • ...
  • Perché in politica chi non fa l’interesse della comunità non è che fa del bene. Realizza un altro interesse: quello degli altri.


  • George

  • Il Manifesto di
  • Stefan George
  •  Contro la “barbarie illuminata a gas”
  •  rec.   di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Stefan George, il Vate, il Meister. Un titano in lotta contro il proprio tempo, contro la modernità, contro l’ascesa delle plebi. Cantore del sacro e latore, con la propria opera, del tentativo inane e inattuale, dati i tempi ultimi nei quali ebbe la ventura di vivere, di risacralizzare il dire poetico e, con esso, il mondo. Queste assertive definizioni, trovano conferma in una recente pubblicazione. Ci riferiamo a Stefan George, Manifesto (1912), volume comparso, con testo tedesco a fronte, nel catalogo delle edizioni Ar, per la cura di Umberto Colla, al quale si deve l’illuminate saggio conclusivo, Contro la “barbarie illuminata a gas” (pp. 70, euro 15,00). In realtà, il testo in questione apparve in origine quale “introduzione dei curatori” al terzo e ultimo numero (1912) della rivista annuale del Kreis. La paternità georgeana del pezzo, la si evince, oltre che dai contenuti, dallo stile limpidissimo pur nella ridondanza espressiva, ed è stata rivelata da Hildebrant, insigne discepolo “platonico” del Meister.  Questi riferisce che George gli aveva confessato di essere alla ricerca di un avvocato, che avrebbe dovuto difenderlo da possibili accuse relative a un articolo che andava scrivendo, centrato su una critica radicale del moderno: l’introduzione, appunto, all’ultimo numero dello Jahrbuch für die geistige Bewegung.
  •  ...
  • Si trattava di un testo articolato in più punti, il che spiega la corretta scelta editoriale di titolarlo Manifesto. Peraltro, esso fu scritto dal Vate, in un periodo in cui la cultura europea era scossa dai manifesti delle avanguardie (nel 1909 era uscito il Manifesto del futurismo). Il tratto davvero rilevante e qualificante lo scritto di George, è di essere una invettiva antimoderna, le cui tesi sono sostenute da una prosa sferzante, a momenti lirica e da un piglio esegetico atto a individuare gli snodi critici delle “sorti progressive” cui andava incontro l’umanità. George mette, innanzitutto, in discussione l’idea di sviluppo lineare della storia, opponendo a essa: «che riteniamo una grave e diffusa malattia universale dello spirito, la visione ciclica, oggi dimenticata» (p. 11). In secondo luogo, il poeta coglie come le certezze della società progressiva, galleggiassero su un diffuso sentimento d’insicurezza: «neppure allo sguardo più offuscato può sfuggire la tristezza generale, che si propaga a dispetto di tutti i miglioramenti esteriori» (p. 11). La scienza moderna non concede al singolo effettivo potere sul reale e se applicata allo studio del mondo classico, mira a depotenziarlo, per cui: «se il grecista dalla sua onnivora conoscenza dei dati fattuali non è indotto ad altro che a ridurre a poche formule giornalistiche il mondo antico […] allora abbiamo il diritto non soltanto di disprezzare questa scienza, ma di combatterla» (p. 15).
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  • MOSAICO FILOSOFI

  • VINCOLO ESTERNO E STRABISMO ECONOMICISTA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  1. Da almeno un trentennio si parla di vincolo esterno, della necessità del medesimo al fine di assicurare comportamenti economicamente virtuosi della classe dirigente, soprattutto di quella politica. Le c.d. “cessioni di sovranità” a istituzioni sovranazionali, soprattutto quelle europee sono state gli strumenti per favorirli.
  2. In effetti a giudicare il tutto dei risultati, quelli seguenti al c.d. “vincolo esterno” (e cioè soprattutto Maastricht e il “seguito”) sono stati tra i peggiori della storia d’Europa e soprattutto italiana. A fronte di una crescita economica nazionale che nei primi trent’anni del dopoguerra fu tra le migliori del pianeta, ridimensionata dopo la crisi petrolifera degli anni ’70, ma comunque rimasta tra le “mediane” della comunità europea, proprio a partire dagli anni ’90, si è ridotta prima, per poi passare da tracolli (nelle crisi del 2008 e del 2020) del PIL ad incrementi millimetrici, spesso spacciati dalla stampa di regime come grandi successi. Ad attribuire l’intera “responsabilità” da questi risultati al vincolo esterno, si può dire soltanto che è stato un pessimo affare. Né si può replicare, che senza il “vincolo esterno” sarebbe andata peggio: come sarebbe andata nessuno lo sa, perché non è accaduto: e quindi paragonare risultati ad ipotesi immaginarie è un altro dei modi per non applicare l’aureo consiglio di Machiavelli nel XV capitolo del “Principe”.
  • Piuttosto è interessante notare perché il “vincolo esterno” non potesse funzionare – se non in modo limitato e quindi secondario – e pertanto sia stato – in larga parte – un’illusione.
  • Occorre in primo luogo intendere come è stato definito il “vincolo esterno”, e cioè il condizionamento virtuoso che avrebbe dovuto ridimensionare le pratiche viziose della classe politica nazionale. La quale era considerata poco incline alle politiche (sostanzialmente) liberali, prevalenti nei paesi occidentali e sostanzialmente vincolanti per l’Italia sia a causa della sudditanza agli U.S.A. (compresi gli accordi di Bretton Woods) sia dell’adesione al processo di costruzione europea. Tali condizioni hanno indubbiamente costituito, in misura probabilmente maggioritaria, la ragione dello straordinario sviluppo del dopoguerra. Del pari è noto che i partiti ciellenisti, tranne PLI o PRI, non avevano una cultura politica prevalentemente liberista. E gran parte del padronato italiano era avvezzo al protezionismo più che alla concorrenza[1].
  • Negli auspici dei sostenitori il vincolo (o meglio i vincoli) esterno futuro avrebbe dovuto ripetere (o non sfigurare) col “miracolo” passato. Esito non conseguito.
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  • MOSAICO FILOSOFI

  • QUATTRO  REGOLE  PER  VOTARE 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

 

  • Imperversano campagna e programmi elettorali. In particolare a sinistra, oltre alla consueta demonizzazione del nemico, titolo che attualmente compete alla Meloni, e alla ripetizione ossessiva del solito armamentario propagandistico, vi si leggono tanti buoni propositi, che comunque non mancano negli altri. Tutti i programmi essendo ricolmi di buone intenzioni diventano perciò altamente condivisibili. Che è poi la loro funzione: acchiappare voti il 25 settembre. Per meglio valutarli (e votare) ricordiamo all’uopo qualche regola realistica.
  • ...
  • Prima di tutto, giudicare sulla base di quanto partiti e candidati hanno fatto (in passato) e non a quanto dicono di voler realizzare in futuro. Fare è spesso ostico e complicato, promettere facile. Già lo sapeva Dante il quale mette in bocca a Guido da Montefeltro come si fa: “lunga promessa con l’attender corto ti farà trionfar ne l’alto seggio”, Seggio cui i candidati aspirano (che non è quello papale, ma comunque appetito ed appetibile).
  • Ad esempio ad urne aperte (o quasi) i partiti, soprattutto di centro-sinistra (e sindacati) hanno scoperto… l’acqua calda. E cioè che da circa trent’anni le retribuzioni italiane calano, di guisa da aver perso diversi punti percentuali. C’è da chiedersi perché l’abbiano scoperto solo in apertura (o in prossimità) di campagna elettorale, dopo circa trent’anni di stasi retributiva: chiunque, anche un diversamente intelligente, se ne sarebbe accorto prima. Oltretutto se ciò non sia per caso in relazione col nostro PIL da un trentennio stazionario (e altro). Ma soprattutto cosa abbiano fatto in questo periodo i governanti – avendo il centro sinistra governato o fiduciato esecutivi amici per circa vent’anni – per invertire la tendenza. A poco serve “rimediare” ora, se non a far passerella per le elezioni, dopo un’inerzia durata un trentennio (o poco meno).
  • A dipingere rosei futuri, a rivelare di avere le chiavi del paradiso è capace qualsiasi Dulcamara, magari supportato da tecnici, la cui “tecnicità” è convalidata dal superamento di dubbi concorsi. Giudicare dalle opere è la conseguenza del consiglio di Machiavelli di agire e progettare in base ai fatti e non all’immaginazione; ai risultati e non alle intenzioni. Consiglio fondante non solo della scienza politica moderna, ma ancor più della prudenza politica pratica.
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  • Secondariamente e quale diretta conseguenza: che credibilità ha chi consiglia o propone bene, dopo aver operato male? Poco o nulla, così da incidere sul quantum minimo di autorità che la classe dirigente (uomo, ceto, partito) necessariamente deve avere sui governati.
  • Dopo trent’anni (o quasi) di stasi italiana, con la crescita del PIL peggiore sia nell’ambito UE che dell’area euro (e salvo altro) pensare che partiti e coalizioni i quali hanno diretto l’Italia – peraltro spesso senza aver ottenuto la maggioranza alle elezioni, anzi malgrado le sconfitte elettorali – abbiano la credibilità e l’autorità minima per governare è un atto di fede. Ancor di più è confidare che gli italiani siano tutti diversamente intelligenti. A proposito occorre ricordare che se il pregio dell’autorità è ottenere l’obbedienza dei sudditi anche per misure e necessità estreme (ricordate il “lacrime e sangue” di Churchill?) l’inverso comporta che a un governo privo o carente di autorità (e credibilità) finiscono per essere rifiutati dai governati anche provvedimenti condivisibili presi in situazioni meno drammatiche (v. Covid).
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  • In terzo luogo occorre ricordare che la politica è attività che ha più a che fare con l’utilità che con la bontà. I popoli (come gli individui) sono più propensi a essere governati da chi assicura il benessere generale che da coloro che propongono obiettivi eticamente condivisi. Chi governa non è un sant’uomo (e può non esserlo). In fondo la definizione più moderna di bene comune è di Bentham: il più alto grado di felicità per il maggior numero possibile di persone. Ma ci sono programmi di partiti più orientati a soddisfare (direttamente ed esplicitamente, ma per lo più indirettamente) delle minoranze – talvolta di scarsa rilevanza numerica, in nome di bontà, solidarietà, ecc. ecc. - che perseguire l’utilità di tutti. La cattivissima Meloni che indica come proprio obiettivo di perseguire l’interesse generale degli italiani, non fa – mutatis mutandis – che affermare l’inverso. Ciò è poi il compito che la dottrina politica moderna (realistica soprattutto) assegna ai “buoni” governanti.
  • Non vi lamentate quindi se dopo le elezioni scoprite che il governo ha ridotto il PIL ma, in ossequio alle promesse fatte, ha favorito l’eutanasia e i matrimoni omosessuali, il reddito di cittadinanza ai migranti da poco sbarcati, ecc. ecc. Tutte promesse fatte e che, se consentite nelle urne, andavano soddisfatte. Gli è che la politica è, come riteneva Croce, pertinente alla categoria dell’utile, più che al “bene”. Così che la concreta esistenza viene prima dell’essere morale: “prima vivere e poi filosofare, prima essere e poi essere morale”.
  • Il quarto consiglio (dei più che occorrerebbero) è non far caso alle demonizzazioni dell’avversario; ancor più laddove gli anatemi hanno ad oggetto vizi e mancanze private e non pubbliche. In generale è “naturale” che l’avversario politico sia dipinto male, con improperi, sfondoni, calunnie, esorcismi, ecc. ecc. Aristofane ne dà un esilarante rappresentazione (venticinque secoli fa) nello scontro oratorio tra conciapelli e salsicciaio nei “Cavalieri”. E la sostanza è ancora la stessa. Quando oggetto di tanto fervore accusatorio sono le tendenze sessuali o comunque private dell’avversario, come per lo più è, allora diventa poco o punto rilevante. Perché il fatto che il nemico sia un omosessuale o un donnaiolo riguarda fatti suoi privati e non pubblici. Rassicuratevi quindi: se si fa ricorso a tali argomenti vuol dire che non ne trovano altri; è un motivo per votare il “nemico” e non per non farlo. Cesare era sia donnaiolo (v. Cleopatra) che omosessuale (il Re di Bitinia): ciò non toglie che da millenni il suo nome designa, in tante lingue, la massima autorità. Segno che nessuno ha mai dato peso ai suoi “vizi” privati.

 

  • Donà FILOSOFIA DELLA CARTA

  • FILOSOFIA DELLA CARTA
  • Natura metamorfoni e ibridazioni
  • MASSIMO DONA'
  • rec.  di
  • Giovanni  Sessa
  • La filosofia in ogni epoca ha rappresentato il contraltare del senso comune. Un sapere, quello filosofico, quando è effettivamente tale, che contrasta ciò che del reale appare nella sua immediatezza empirica, la “positività” delle cose. Tale aspetto connota di sé il pensiero di uno dei più “originali”, nel senso che il suo pensare è rivolto all’“origine”, filosofi contemporanei, Massimo Donà. Tale asserto è esemplarmente testimoniato dall’ultima fatica del pensatore veneziano, Filosofia della carta. Natura, metamorfosi e ibridazioni, comparso nel catalogo di Baldini+Castoldi, con prefazione di Carlo Petrini (per ordini: info@baldinicastoldi.it, pp. 232, euro 18,00). Con questo nuovo studio, Donà dà tratto materico, elementale alla sua ricerca, in sequela con altri suoi testi dedicati all’acqua e alla natura. L’incipit del volume presenta una breve storia della carta, che muove dalla “leggenda” di Ts’ai Lun, un notabile cinese che notò come, sulla superficie d’acqua di un lavatoio, le fibrille liberate dai panni in forza dell’azione delle lavandaie: «andavano a formare un vero e proprio tessuto» (p. 20), che essiccato sarebbe diventato il primo foglio di carta.
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  • Iacona


  • Evola e il giusnaturalismo

  • rec. di

  • Giovanni Sessa


     

  • Evola ha svolto un ruolo di primo piano nella pubblicistica, giornalistica e dottrinaria, del secondo dopoguerra in Italia. Il pensatore romano fu punto di riferimento per quei giovani che, a guerra conclusa, non avevano intenzione di arrendersi ai valori e agli uomini del nuovo regime.   Momento centrale dell’azione culturale promossa dal tradizionalista per correggere i riferimenti teorici spuri dell’ambiente neo-fascista, è da rintracciarsi nella pubblicazione dell’opera, Gli uomini e le rovine. A ricostruirne la genesi, i contenuti, gli obiettivi politici e culturali dell’autore è Marco Iacona nella sua ultima fatica, Contro il giusnaturalismo moderno. Evola, lo Stato, gli uomini, le rovine, nelle librerie per Algra Editore (per ordini: algraeditore@gmail.com, pp. 83, euro 7,00). Il testo è arricchito dalla prefazione di Claudio Bonvecchio  Il libro di Evola uscì in prima edizione nel 1953, a ridosso del processo ai F.A.R. nel quale il filosofo era stato coinvolto ingiustamente. Il pensatore, nelle sue pagine, era animato dall’intenzione di esplicitare i prerequisiti teorici di una vera Destra, al fine di liberare i giovani che a lui guardavano come a un Maestro, dallo sterile nostalgismo, indirizzandoli ai valori della Tradizione. Come era avvenuto per l’opuscolo Orientamenti, anche per la stesura de Gli uomini e le rovine, l’intellettuale romano si avvalse dei contributi che, in quel frangente storico, aveva predisposto per l’“inchiostro dei vinti” e, rileva Iacona: «si può affermare, per eccesso di scrupolo, che le idee ivi espresse possano risalire al biennio 1949-50» (p. 13). Il libro era introdotto da uno scritto del principe Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas. Evola assunse, pertanto, un ruolo teorico, Borghese, al contrario, di natura pratica. Avrebbe dovuto organizzare: «forze capaci di intervenire in caso di emergenza» (p. 15). La medesima strategia, in quegli anni, ricorda Evola ne Il cammino del cinabro, era stata adottata dai comunisti, ai quali era necessario rispondere con la loro stessa tattica.  L’élite tradizionale da un lato, quindi, dall’altro uomini preparati all’azione. Anni dopo, il tradizionalista riconobbe che: «Tutto questo progetto non ebbe seguito alcuno» (p. 17). Le Edizioni dell’Ascia per i cui tipi uscì il volume evoliano, avrebbero dovuto provvedere, su indicazione del pensatore, a pubblicare dodici testi mirati ad orientare quanti fossero rimasti “in piedi tra le rovine”. In realtà, di tale collana, uscirono solo due testi.
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  • von salomon

  • I Soldati perduti
  • di von Salomon
  • La Germania dei Corpi franchi
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Ernst von Salomon è stato uno degli uomini di maggior valore della componente nazional-rivoluzionaria, all’interno della rivoluzione conservatrice. Fu vicino, almeno per un certo periodo, alle tematiche del nazional-bolscevismo ma, a differenza del fratello Bruno, con il quale condivise parte del proprio iter teorico-politico, mai cadde nell’illusione di vivificare il comunismo, idea astratta e moderna, con lo spirito teutonico. Fu scrittore di vaglia. Lo mostrano opere quali, I proscritti, La città e I cadetti. A riprova dello straordinario valore letterario della sua produzione e del suo valore di partecipata testimonianza, relativa a uno dei periodi più drammatici della storia della Germania, vale a dire gli anni successivi al Primo conflitto mondiale, è da poco nelle librerie un suo volume, I soldati perduti, edito da Oaks per l’attenta cura di Antonio Chimisso (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 144, euro 15,00). Il libro, oltre allo scritto che dà il nome alla raccolta, comprende due racconti, L’assassinio e Senta e Visita a Ernst Jünger, cronaca della visita, a vent’anni dal loro ultimo incontro, fatta al grande scrittore e amico di una vita. Il testo è corredato da un ampio apparato fotografico, in cui von Salomon è ritratto in diversi momenti della sua esistenza.
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  • Junger

  • Le “figure” di Ernst Jünger
  • Lo scrittore tedesco e la tecnica
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Ernst Jünger è stato, per usare un’espressione che Giuseppe Prezzolini coniò per se stesso, un “figlio del secolo” ventesimo.  Lo è stato, non solo in termini anagrafici, ma quale attento sismografo degli sconvolgimenti esistenziali e spirituali dell’uomo europeo del secolo scorso. In particolare, il suo complesso iter teorico è profondamente segnato dall’esegesi della tecnica.  A ricordarlo, in un testo organico e persuasivo, è un giovane studioso, Michele Iozzino, nel volume, Ernst Jünger. Il volto della tecnica, nelle librerie per i tipi di Altaforte Edizioni (per ordini: info@altafortedizioni.it, pp. 195, euro 15,00). Il libro è impreziosito dalla prefazione di Luca Siniscalco, non solo esegeta di cose jüngeriane, ma attento conoscitore del pensiero tedesco novecentesco.
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  • Inutile ricordare che il pensatore ebbe il suo primo incontro con la tecnica moderna, nelle trincee del primo conflitto mondiale. Lo testimoniano mirabilmente le pagine, drammatiche e coinvolgenti, dei suoi diari bellici. Il tema della mobilitazione totale, proprio del moderno, fu compiutamente colto e presentato da Jünger in, Der Arbeiter, nel 1932. Da allora tale tematica è tornata a mostrarsi in più di un’occasione, nelle ulteriori fasi della produzione del tedesco. Siniscalco rileva che, l’intenzione di Iozzino, è presentare: «un efficace e completo compendio delle tesi del primo Jünger […] in dialogo con la fase più matura del suo pensiero e della sua teoria della soggettività» (p. 10). L’autore fa emergere, in queste pagine, tanto il momento destrutturante delle tesi del pensatore indagato, quanto la loro pars construens. In sintesi, nel Lavoratore lo spirito della tecnica forgia una seconda natura, che gli consente di controllare ogni aspetto dell’apparato tecnico. Per tale ragione, compito prioritario di tale soggetto della storia, è dare “forma” al mondo. Suo tratto costitutivo, la “magia” demiurgica.
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  • radici dellidealismo

  • Pubblichiamo un estratto dalla postfazione di 
  • Giovanni Sessa
  • al volume,
  • Le radici dell’idealismo.
  • Lettere a Benedetto Croce 1925-1933 e a Giovanni Gentile 1927-1929,
  • a cura di Stefano Arcella, con introduzione di Hervé A. Cavallera,
  • Fondazione Evola-Pagine editrice,
  • Roma 2022,
  • pp. 194, euro 18,00
  • […] Gli epistolari Croce-Gentile hanno mostrato che l’attualismo non fu affatto una costola del crocianesimo. Al contrario, come tra gli altri ha chiarito Melchionda: «il percorso idealistico di Gentile antecede quello di Croce […] il più giovane […] svolse nei confronti del meno giovane una specie di azione di sottile convincimento» . In realtà, Croce continuò a pensare la filosofia in termini ancillari rispetto alle arti e alle scienze, che avrebbe dovuto semplicemente “illuminare”. La filosofia, a suo giudizio, mancava di un oggetto specifico di indagine. Al contrario, la teoresi risulta centrale per Gentile in quanto egli avverte in tutta la sua forza la domanda di senso, di valore, di verità: «in definitiva di spirito». […] Gentile: «porta dentro la filosofia l’“entusiasmo” di cui racconta Platone nel Fedro, lo stupore magico di un’anima partecipe del sacro. Croce confessa […] di essere stato sempre refrattario […] al problema teologico-filosofico». Croce, nonostante tale “atrofia” religiosa, si tutelò rispetto a derive materialiste, aderendo toto corde all’etica concettualista del realista Herbart e ciò gli fu sufficiente per conseguire quella condizione interiore di pessimismo appagato e conciliato con il mondo, propria dell’erudito soddisfatto di sé.
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  • calasso

  • Sotto gli occhi dell’Agnello
  • Calasso e l’autodistruzione del cristianesimo
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • La casa editrice Adelphi continua a pubblicare gli scritti che, il suo storico direttore editoriale, Roberto Calasso, ha concluso prima della sua scomparsa, nel luglio del 2021. È nelle librerie, Sotto gli occhi dell’Agnello (pp. 107, euro 13,00), testo nel quale lo scrittore fiorentino fa i conti con la tradizione cristiana. Si tratta di un libro snello, ma estremamente denso sotto il profilo concettuale. Gli aforismi che lo costituiscono, strettamente legati tra loro, sono centrati sull’esegesi dei testi sacri e in particolare dell’Apocalisse che, ricorda l’autore: «fu accolta nel canone durante il quarto secolo, soprattutto per l’approvazione del vescovo Atanasio di Alessandria […] Da allora il Nuovo Testamento si chiuse non come voce della mitezza, ma come annuncio di qualcosa di ignoto, dominato dal fatto di essere nuovo» (p. 41). In realtà, a dire di Calasso, l’Apocalisse rappresenta: «l’autodistruzione del cristianesimo» (p. 47). Il suo alludere a un novum ignoto, nella ripresa di un tipico elemento dottrinale paolino, ha contribuito a fondare le prospettive di filosofia della storia, moderne e anticristiane nei loro esiti politici e spirituali.
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  • Quale possibilità restano aperte per gli uomini, dopo il messaggio apocalittico del Veggente?: «Vari mondi frantumati e ostili. Ciascuno vuole il suo novum ma non l’ottiene» (p. 43), questa la situazione. Nell’Apocalisse è, inoltre, evocata una figura ricorrente nella Bibbia, quella dell’Agnello ucciso prima del costituirsi del mondo. Il suo sangue, viene detto nei testi sacri, sarebbe servito a riscattare momentaneamente gli Ebrei, come accadde durante la fuga dall’Egitto. Esso si sarebbe nuovamente materializzato davanti agli occhi di Giovanni Battista con le fattezze di Gesù. In questa sua successiva manifestazione il sangue dell’Agnello avrebbe dovuto riscattare per l’eternità la condizione umana. La storia sacra è, pertanto, rappresentata dal transito dall’animale originario, muto e terrorizzato dinnanzi al proprio sacrificio, alla Parola vivente del Cristo. Eppure questa prospettiva escatologica-soteriologica viene meno nell’Apocalisse che, al contrario, si conclude con la consummatio di ciò che è stato, della stessa terra, e con la prospettiva di un possibile instaurasi di un’ altra terra sotto un altrettanto altro cielo.
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  • La Nuova Gerusalemme, nell’incontro con l’Agnello, si fa annunciatrice di immortalità: «non ci sarà più la morte» (p. 48). In tale Città, l’Agnello svolge la funzione del tempio, del luogo sacro. Eppure, il linguaggio apocalittico ha perso il tratto vibratile che aveva in Paolo, e facendosi duro, legnoso, apodittico, testimonia una sopravvenuta lacerazione, una frattura irredimibile nel processo del tempo sacro. La figura dell’Agnello, la sua presenza nell’intera tradizione biblica, il suo essere in uno all’origine delle cose e alla fine del processo storico, rappresenta, agli occhi di Calasso, il mistero più profondo del cristianesimo. L’intero narrato tenta di trovare risposte a queste fondamentali domande: chi era realmente l’Agnello candido e ferito che Iahvè pose all’inizio del tempo? Chi lo colpì, ferendolo a morte? E soprattutto, per quale ragione proprio nell’Apocalisse torna a presentarsi agli uomini? Il Cristo non li aveva, con il suo salire al Calvario, salvati per sempre?
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  • A questo mistero allude la rappresentazione pittorica dell’Agnello, realizzata da van Eyck nel Polittico di Gand. Gli occhi dell’animale, impenetrabili proprio come il mistero dell’esistenza, sono al centro dell’argomentare calassiano, in quanto: «Se l’Agnello sostituisce Gesù, a una sequenza di storie si sostituisce un atto: l’uccisione» (p. 66). Sul retro del Polittico è dipinta una Annunciazione, nella quale, come da tradizione, Maria è colta nell’atto di leggere un libro. Torna il tema della letteratura come custodia del sacro. Del resto, se la lingua dell’Apocalisse è un’offesa del greco, nel degrado linguistico è da ravvisarsi l’incipit dell’irreversibile decadenza. Dopo il sacrificio del Cristo è necessario, forse, un nuovo Paracleto, un “difensore” dell’umanità, rappresentato dall’Agnello? Nel Vangelo di Giovanni si legge: «Anch’io chiederò al Padre, ed egli vi darà un altro Paracleto che rimarrà con voi in eterno» (p. 78). Cosa divide Giovanni Evangelista dal Veggente dell’Apocalisse? Il primo vuole allontanare il mondo, il secondo ne vuole, tout court, la distruzione.
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  • Alla fine dei tempi Cristo: «scompare e viene sostituito da un altro essere celeste, il Paracleto» (p. 84). Dalla lettura della fine dell’Apocalisse è possibile arguire che il mondo è luogo di conflitto e lacerazione. L’Agnello, ucciso fin dall’origine, lo testimonia. La colpa precede, in tale ottica, l’esistenza. Come eliminarla? Facendo, probabilmente, ricorso alla potenza dell’ultimo Paracleto. Per Calasso, la prima cristianità tentò una risposta, un confronto, con il male inscritto nella vita. La cristianità storica, dimentica del mistero, conciliata con il mondo, è il fondamento, sempre più celato agli occhi dei più, dell’“innominabile attuale”, quint’essenza del mondo borghese. Le pagine di questo ultimo Calasso, non forniscono risposta certa intorno al destino umano, procedono per allusioni, per congetture enigmatiche. Pensare la vita, non implica, infatti, il pervenire a certezze apodittiche, induce al contrario la custodia dell’enigma in cui essa si risolve.

  • Idea di natura

  • Il ritorno della physis
  • L’idea di natura tra Oriente e Occidente
  • di 
  • AA.VV.
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
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  • Il fallimento delle filosofie della storia, ha spinto, in particolare dagli anni Sessanta del secolo scorso, molti pensatori a guardare con maggiore interesse alla realtà della natura. Questo ritorno alla physis è stato, di certo, favorito dal pieno dispiegarsi del dissesto ambientale. Lynn White individuò, in quel frangente, nell’immagine di Adamo signore e dominatore, il prototipo dell’uomo che sfrutta la terra. Al contrario, James Barr ritenne che i presupposti dell’antropocentrismo prometeico, fossero impliciti nel razionalismo greco, fatto proprio dalle chiese cristiane e mostratosi, in tutta la sua distruttiva potenza, nella modernità.   Tale fase storica è centrata sull’antropocentrismo e sul dualismo uomo-natura, sul mito della crescita infinita, sull’idea di temporalità progressiva, sulla riduzione della physis a mera quantità.  In un volume interessante, che si deve a tre accademici, Marcello Ghilardi, Giangiorgio Pasqualotto e Paolo Vidali, L’idea di natura tra Oriente e Occidente, nelle librerie per Scholé (pp. 200, euro 16,00), la natura non viene letta alla luce delle nozioni di ente e di sostanza, ma di relazione.   A dire dei tre autori, l’idea di natura: «...va discussa e ridisegnata nel dialogo con altri modi di significazione […] non per scadere in forme pigre di relativismo culturale, bensì per attivare le potenzialità proprie di culture e tradizioni differenti» (p. 8).
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  • Prizzi

  • Cultural Intelligence ed Etnografia di Guerra
  • di
  •  Federico Prizzi
    • "Le nuove modalità belliche" 

  •  rec.
  • di
  • Giovanni Sessa 

 

  • In un contesto storico come l’attuale, nel quale l’informazione è concentrata sul dramma della guerra russo-ucraina, il cittadino comune può comprendere come la guerra moderna non venga combattuta, sic et simpliciter, con gli armamenti e le forze militari schierate sul campo ma come essa richieda, per essere vinta, un grande sforzo comunicativo delle parti in lotta. Questo è solo uno dei molteplici aspetti delle guerre moderne indagati, in un recente volume, da Federico Prizzi. Ci riferiamo a, Cultural Intelligence ed etnografia di guerra, comparso nel catalogo di Altravista Edizioni (pp. 217, euro 25,00). L’autore, antropologo, polemologo e storico militare dell’Università Addoun di Galkaio in Puntland, in queste pagine chiarisce, anche a beneficio del lettore non specialista, i tratti salienti dei conflitti contemporanei.
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  • Attento studioso di geopolitica, dopo anni di ricerca trascorsi in zone di guerra, prese atto che, al fine di comprendere le ragioni dei conflitti, è necessario servirsi di una metodologia pluridisciplinare, pensata non solo su basi teoriche. Sulla sua formazione ebbe grande rilievo la lettura delle opere di Gaston Bouthoul, padre della Polemologia. Inoltre, ebbe contezza dei limiti connotanti le teorie delle Relazioni Internazionali, che rivelavano sul campo la loro incapacità di prevedere l’esplodere bellico. Solo l’approccio antropologico, la conoscenza delle tradizioni e consuetudini di un dato popolo, concede al polemologo la strumentazione necessaria per discernere le ragioni del dirompere della guerra e fornisce, per di più, mezzi di mediazione per indurre il superamento dei contrasti e delle divergenze. La ricerca antropologica militare è: «frutto di un preciso metodo etnografico di tipo induttivo» (p. 12). L’Etnologia studia le differenze e le somiglianze tra culture e società: «Ciò permette al ricercatore di connettere eventi, tempi, spazi e persone in un quadro sintetico e organico, sia attraverso i dati provenienti dalla ricerca sul campo che da quelli ottenuti da uno studio a distanza» (p. 14). L’etnologo è divenuto mediatore culturale che si insedia su un dato territorio durante e dopo un conflitto, cosicché, l’etnologia applicata: «si è trasformata in “Etologia d’Azione”» (p. 15).
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  • Intento del libro di Prizzi è quello di delineare una nuova disciplina a supporto delle operazioni militari: «il Cultural Intelligence è un nuovo profilo professionale nell’ambito delle Forze Armate: l’Etnografo di Guerra» (p. 15). Il volume è diviso in due parti. La prima parte si basa sulle esperienze personali dell’autore, ed è preceduta dalla presentazione, estremamente attuale e interessante, dell’evoluzione culturale dei conflitti contemporanei. Il discorso si focalizza attorno a quattro tipologie di conflitti: Guerra Cognitiva, Sovversione urbana, Counterinsurgency e  Compound Warfare. La seconda parte è il risultato di uno studio a distanza condotto da Prizzi in Somalia attorno all’azione del gruppo terrorista Al Shabaad e alla sua Information Warfare. Opportunamente Prizzi, rievocando la nascita di Minerva armata dalla testa di Giove, ricorda come per gli Antichi guerra e conoscenza andassero di pari passo. Nel mondo contemporaneo, dopo che tale verità era stata lungamente obliata, essa sembra ora riaffermarsi con forza.
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  • In particolare, ciò è accaduto dopo l’attentato alle Torri Gemelle e dopo il fallimento delle operazioni di peacekeepers. Ci si chiese, in quel frangente,  per quale ragione non si fosse ancora raggiunto un equilibrio geo-politico nel mondo. Le ragioni sono molteplice e complesse. Era comunque evidente che, fino ad allora, era stata trascurata: «la dimensione culturale dei conflitti» (p. 19). Infatti, nelle guerre contemporanee, anche in quella russo-ucraina, l’aspetto “cognitivo” è di assoluto rilievo: «uno degli scopi dell’attacco cognitivo è […] di screditare l’avversario, attraverso la polemica e il sospetto […] attraverso il bombardamento mediatico» (p. 21). Le parti in causa, pertanto, si accusano vicendevolmente di crimini e nefandezze. La Guerra cognitiva è guerra d’informazione: «Perdere l’iniziativa mediatica vuol dire subire sconfitte» (p. 21). Con tale modalità bellica si tende a colpire “l’ideologia” dell’avversario, la “tradizione”, l’humus delle sue consuetudini, la sua visione del mondo. Vi sono, negli eserciti, Brigate create allo scopo: la Settantasettesima del British Army, specializzata in Information Warfare. Ad essa si affianca un’unità segreta: «impiegata in operazioni coperte di disinformazione e controinformazione scoperta grazie alla diffusione di documenti classificati da parte di Edward Snowden» (p. 23).
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  • Tali operazioni passano attraverso i Social più diffusi. Un ruolo altrettanto rilevante ha la conflittualità indotta dalla Sovversione. Essa si articola in quattro momenti: Sovversione, Insorgenza, Guerra Civile e Rivoluzione. La Sovversione non coincide con la sollevazione popolare, non è spontanea, ma indotta e preparata nel tempo. Insorgenti e Sovversivi hanno bisogno dell’appoggio e del contatto con la popolazione locale: «Un esempio in tal senso è oggi l’appoggio della popolazione della Val di Susa ai gruppi NO TAV» (p. 26). La Sovversione si basa su un mito (Le Bon-Sorel) attorno al quale si coagula un “Gruppo primario” cha dà inizio alla propaganda e che individua il supporto attivo di una organizzazione politica. Esempi di tali guerre asimmetriche sono state le Rivoluzioni Colorate e le Primavere Arabe, sulle quali agirono le teorie di Gene Sharp. In ogni caso, le forze “cospirazioniste”: «possono […] soffiare su un malessere preesistente, ma […] non crearne uno completamente ex novo» (p. 40). Negli ultimi anni abbiamo spesso assistito a casi di Counterinsurgency. Quando in un conflitto vi è un’evidente disparità di forze in campo (conflitto asimmetrico), la parte più debole è obbligata ad evitare uno sconto diretto con il contendente e quindi dà luogo a fenomeni di Insorgenza.
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  • Tale situazione ha spesso prodotto la Compound Warfare, conflitti che: «hanno visto l’impiego combinato di forze convenzionali e irregolari in combattimento» (p. 47). Lo stiamo verificando in Ucraina. Ecco perché, al fine di giungere a mediare tra le parti, è indispensabile far riferimento al Cultural Intelligence e all’Etnografo di Guerra. E’ il ruolo in qualche modo svolto, sia pure a distanza, dall’autore stesso nel caso somalo, descritto nel settimo e conclusivo capitolo del volume.

  • SANZIONI  ED  ETEROGENESI  DEI  FINI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Dall’inizio del conflitto russo-ucraino i mass-media mainstream (ossia la grande maggioranza) esaltano l’efficacia delle sanzioni decise – in particolare quelle dell’U.E..   Questo toccandone ogni possibile aspetto e conseguenza. Si legge con piglio giustizial-populista, che sono sequestrati i panfili degli oligarchi. Ma come ciò possa danneggiare il tenore di vita della stragrande maggioranza dei russi che quei panfili li hanno visti solo in cartolina, non si comprende; e ancor meno come, da ciò, possa diminuire il consenso popolare a Putin. Piuttosto potrebbe farlo – e probabilmente lo può – l’aumento delle perdite umane provocate dal proseguire della guerra. Parimenti non è chiaro se il divieto di vendere mocassini, prosecco e parmigiano ai russi possa creare problemi a Putin; casomai li crea ai produttori italiani.
  • ...
  • Certo sanzionare le importazioni di petrolio e gas problemi seri allo Zar li può provocare: solo che perché la minaccia diventi efficace occorrono anni. Nel frattempo Putin concluderà la guerra e le sanzioni saranno inutili.   D’altra parte nel secolo scorso l’efficacia delle sanzioni economiche per dissuadere dall’aggressione o comunque coartare la volontà del sanzionato è stata – per lo più – minima.    A partire da quelle applicate all’Italia perla guerra d’Etiopia, fino al caso della piccola Cuba che ha resistito per diversi decenni alle misure economiche degli U.S.A., e conservato il proprio regime nemico degli Yanquis; permettendosi anche qualche intervento all’estero (a dispetto degli americani, e, ovviamente sollecitato dai sovietici). Se ci si chiede il perché, data la sproporzione dei mezzi (tra sanzionanti e sanzionati) i risultati siano stati così modesti, occorre, principalmente, rifarsi a due ragioni.   
  • ...
  • La prima: che la guerra reale è condizionata, limitata ad un obiettivo politico. Vince chi lo consegue, perde chi non lo raggiunge. Occorre pertanto che per dissuadere l’aggressore le sanzioni siano efficaci nel lasso di tempo decorrente tra inizio e conclusione della guerra. Nel caso ad esempio della guerra di Etiopia, le sanzioni all’Italia durarono poco più di sette mesi e furono revocate due mesi dopo la caduta di Addis Abeba. Ma non avevano né influito sulle operazioni né distolto Mussolini dall’obiettivo politico (la conquista dell’Etiopia). Conseguito il quale diventavano inutili.
  • ...
  • La seconda: per essere efficaci le sanzioni devono essere applicate da quanti più soggetti, di guisa da non lasciare alternativa al sanzionato. Quelle per la guerra d’Etiopia furono inefficaci perché, per diverse ragioni, Germania, U.S.A. e perfino alcuni Stati che le avevano deliberate non le applicarono o lo fecero parzialmente e distrattamente. Lo zucchero cubano, nell’altro caso ricordato, trovò un acquirente interessato nell’Unione sovietica e Stati satelliti.
  • ...
  • Al contrario l’embargo deciso da U.S.A., Gran Bretagna e Olanda contro il Giappone nel luglio del 1941 era estremamente efficace, perché il Giappone non poteva trovare delle possibili sostituzioni alle materie prime che venivano a mancare, petrolio in primo luogo.   I militari giapponesi stimavano che il petrolio accumulato o comunque disponibile non sarebbe durato più di due anni: entro quel termine avrebbero dovuto cessare l’aggressione alla Cina e l’occupazione dell’Indocina. La guerra scoppiò meno di sei mesi dopo. Il principale (se non unico) caso di sanzioni efficaci nel secolo scorso ebbe il risultato di dar inizio ad una guerra nuova, e non di concludere quella in corso. Cioè raggiunse l’obiettivo opposto alle intenzioni proclamate: costituendo così caso da manuale di eterogenesi dei fini (esternati).
  • ...
  • Cambiando angolo visuale sopravvalutare l’effetto delle sanzioni è un errore di valutazione che consegue alla sopravvalutazione dell’elemento economico in un ambito essenzialmente politico com’è la guerra. Il discorso relativo è di un’ampiezza da non poter essere contenuto in un articolo. Sta di fatto che l’esito della guerra – salvo il “caso” ricordato da Clausewitz – dipende da una serie di fattori, fattori di potenza. Ossia idonei a far prevalere la propria volontà su altri, o, all’inverso, di non far prevalere quella degli altri sulla propria. Ambedue condizionate dall’obiettivo politico della guerra (o della pace). Nel caso più frequente alle volte conseguirlo esige di vincere (sul piano militare) la guerra, in altri di non perderla. Allo scopo i fattori di potenza (economico, militare, organizzativo, anche costituzionale) non è solo il primo. Anzi possono essere compensati da altri. Nella guerra dei sette anni, la Prussia, piccola ma dotata di un grande esercito guidato dal miglior generale dell’epoca – ed alleata ed aiutata dalla Gran Bretagna – riuscì a realizzare l’obiettivo di non soccombere ai tre più potenti Stati continentali dell’epoca: Francia, Austria e Russia, dotati di risorse economiche, finanziarie e demografiche superiori di circa 20 volte a quelle di Federico II. Nel XX secolo le guerre rivoluzionarie di liberazione – asimmetriche in sé – hanno mostrato come popoli colonizzati, poveri ed arretrati hanno raggiunto l’indipendenza dagli Stati colonizzatori, malgrado la disparità anche nei mezzi militari. Questo essenzialmente per il loro obiettivo politico (l’indipendenza), la determinazione nel perseguirlo nonostante danni e perdite, e la coesione realizzata allo scopo. Dalla parte dei colonizzatori, dove l’interesse economico era prevalente e richiedeva il controllo del territorio coloniale, il costo delle guerre si rivelò superiore ai benefici dell’occupazione (onde preferirono concedere l’indipendenza). Cioè opera in senso inverso alla logica economicistica e quantitativa. Logica che avrebbe avuto un ruolo sicuramente più ampio e di “successo”, in stato di pace. Per cui, dati i risultati delle sanzioni efficaci (cioè Pearl Harbour) c’è da augurarsi che, ai fini della pace, quelli delle sanzioni U.E. lo siano il meno possibile.

  • Nuccio DAnna

  • Wolfran von Eschenbach e i custodi del Graal
  • di
  • Nuccio D'Anna,
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Nuccio D'Anna è nome noto tra gli studiosi di simbolismo, tradizione ermetica e storia delle religioni. La sua già vasta produzione libraria è, da poco, arricchita da una nuova pubblicazione. Ci riferiamo al volume, Wolfram von Eschenbach e i custodi del Graal, comparso nel catalogo Iduna (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 181, euro 20,00). Si tratta di una monografia dedicata a Wolfram von Eschenbach, autore, tra gli altri, del noto scritto graalico, Parzival.  Wolfram nacque nel 1170, ma per tutta la vita fu peregrino, muovendosi di corte in corte, di monastero in monastero. Dapprima soggiornò presso i signori di Wertheim, poi fu a Durne e, infine, a Wartburg, ospite del langravio Hermann di Turingia. Attorno al suo protettore si radunavano poeti e cantori, tra essi l’autore del Nibelungenlied e il compositore del Minnesanger, Walter von der Vogelweide.  Il mondo cavalleresco di riferimento di tali poeti era sintonico alle: «aspettative politiche suscitate dai sostenitori della sacralità dell’Impero» (p. 8). Si ritiene che Wolfram fosse, in qualche modo, legato ai membri dell’Ordine del Tempio. Questi si ritirò in Baviera a Wildenberg e qui chiuse i suoi giorni nel 1220.
  • ...
  • Oltre al Parzival di lui ci è giunto, sia pure in forma frammentaria, il Titurel, che richiama il nome di un personaggio presentato come il primo re del Graal. In esso, l’autore cenna alla “genealogia celeste” dei Custodi del Graal e a una consorteria cavalleresca il cui compito sarebbe consistito nella custodia della Sacra Pietra. Wolfram introduce un tema del tutto assente in Chrétien: «il definitivo ritiro o “riassorbimento” del Graal in India, nella stessa “Fonte principiale” da cui aveva preso consistenza» (p. 9). Titurel chiuse la sua esistenza in Oriente, dopo aver raccontato al “Prete Gianni”, sovrano di un “Centro Supremo”, la propria storia. Conserviamo di Wolfram anche una raccolta di canti, Wachter Lieder, dalla quale affiorano: «immagini primordiali che appartengono al medesimo sostrato dal quale sono emerse le confraternite dei Fedeli d’Amore» (p. 11), quali quelle della Dama o dell’usignolo. Bisogna far riferimento anche a un terzo romanzo, Willehalm, giuntoci incompleto. Espressione della religiosità conventuale itinerante, fiorita in monasteri eretti: «in corrispondenza di speciali località sacre che […] tratteggiano un vero e proprio itinerario imaginale e […] rivelano anche relazioni dirette con l’ordinamento della sfera celeste e con i ritmi ciclici» (p. 13).
  • ...
  • La tesi di D’Anna è che Wolfram, facendo riferimento a questo mondo spirituale, con la sua versione del mito del Graal volesse intervenire sul sostrato spirituale e sulle “forme” simboliche: «spesso di origine celtica, considerate […] incomplete o parziali» (p. 15), presenti nel racconto di Chrétien. I due, sul piano iniziatico, erano lontani, pur richiamandosi: «ad una medesima “Fonte” o “Radice”» (p. 15). La tradizione esegetica cui Wolfram si appoggia è simbolizzata da “Kyot il provenzale”, il “Maestro saggio”. Facendo propria l’analisi di Pierre Ponsoye, D’Anna sostiene che la figura di Kyot indica: «una funzione sacra connessa […] ad organismi appartenenti al tasawwwuf islamico» (p. 19). Tale personaggio diviene il garante della presenza, nella vicenda graalica, di una funzione di tipo provvidenziale e principiale. Wolfram richiama anche il Baruk, il “Benedetto”, Califfo di Baghdad: «custode vivente della tradizione islamica sia nel suo aspetto exoterico che nella sua dimensione esoterica» (p. 24). La sua funzione aveva tratto prossimo al Qutb sufi, Polo spirituale e Vicario celeste. Egli esalta, in uno, nel racconto di Wolfram, la dignità ecclesiale e il significato iniziatico di “Centro” ed è collegato a Gahmuret, sovrano creatore della dinastia del Graal. In tal modo è posta una relazione diretta tra Qutb e Graal.
  • ...
  • Non è casuale che in Wolfram, fin dalla sua prima apparizione, il Graal venga mostrato su un tappeto verde. Il verde, infatti, nell’Islam simbolizza la conoscenza sacra e verde è la veste indossata da Alì, da cui sono discese molte importanti confraternite sufi. Paradigmatico è anche il fatto che Flegetanis, dotto astronomo, vide nei cieli il Graal. Il suo nome allude alla Seconda sfera celeste, retta da Hermes. Egli era ebreo per parte di madre, musulmano per parte paterna e vicinissimo al cristianesimo: «Con ciò Wolfram fa riferimento ad una unità primigenia antecedente di molto la rigida distinzione exoterica fra le tre tradizioni monoteistiche di discendenza abramica» (p. 31). Questo, a parere di scrive, l’elemento più rilevante della lettura che D’Anna compie delle opere di Wolfram. I temi trattati sono, comunque, molteplici: a muovere da Munsalvaetsche, indicante il luogo in cui sarebbe maturata la tradizione graalica con la sua inesauribile ricchezza simbolica e dove Titurel decise di costruire un tempio sacro per il Graal, protetto dal Monte Selvaggio e da una Foresta Selvaggia, che si ergono nella Terra della Salvezza.  In Wolfram, il Graal non è un piatto o una coppa, come nei romanzi precedenti, ma una “pietra preziosa” chiamata lapsit exillis, assimilabile all’“Aureola di Gloria” che risplende in ogni Sovrano Universale. La “Pietra” ha carattere oracolare e la sua virtù consiste nel fornire “cibo rigeneratore” spirituale.   Un intero capitolo è dedicato a indagare il tema della ferita del re Anfortas. Tale ferita è provocata da un cavaliere islamico e la conseguente “inadeguatezza” del re a presentarsi quale rappresentante del Graal: «viene fatta originare dal “colpo di lancia” effettuato da un rappresentante di quell’Islam che […] fa riferimento al Baruk e al Qutb» (p. 37). Per questa ragione è possibile asserire che D’Anna, con Wolfram, ritiene si sia mostrata nell’Islam ordinato attorno al Califfo di Baghdad, una realtà sacra: «radicata in una rivelazione “originaria”» (p. 37).
  • ...
  • Il libro che abbiamo sinteticamente presentato ci pare uno dei più completi sulle opere e la figura di Wolfram von Eschenbach.

  • LA DIS-INTEGRAZIONE DELLE STELLE 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Le ultime vicende del Movimento 5 stelle, ridotto, da quel che risulta, a meno di un quarto dei suffragi conseguiti nel 2018 e afflitto da una continua emorragia di parlamentari (ormai rimasti a circa la metà degli eletti alle ultime politiche) in tutte le forme (dimissioni, scissioni, allontanamenti, ecc.), induce a fare qualche considerazione, che non ha l’ambizione di essere esauriente, ma piuttosto di evidenziarne (qualche) concausa. Questo partendo da alcune regolarità e costanti della politica. A cominciare da Machiavelli, il quale, nel Principe, scrive delle difficoltà dei principi “nuovi”, che più per fortuna che per virtù hanno ottenuto il potere “non sanno e non possano tenere quel grado: non sanno, perché, se non è uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo sempre vissuto in privata fortuna, sappi comandare; non possano, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli”.  E che i governanti 5 Stelle fossero degli inesperti era vanto degli stessi ed occasione d’ironia dei loro (tanti) avversari. Parimenti è vero che nella loro ascesa al potere vi sia stata più fortuna che virtù, perché insistere sulla crisi che attanagliava e attanaglia l’Italia, governata da una classe dirigente decadente, è facile: si attacca chi è poco difendibile.
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  • Prigioni di Francia

  • Rivoluzione   Terrore
  • Prigioni di Francia sotto il Terrore
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Molto si è scritto e detto della Rivoluzione francese. Essa è un evento paradigmatico della storia, momento apicale dell’avvento del Moderno. È nelle librerie per i tipi di OAKS, un volume che consente al lettore uno sguardo a tutto tondo su tale svolta epocale. Ci riferiamo al libro di Albert Savine, Prigioni di Francia sotto il terrore, introdotto da Giovanni Damiano (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 236, euro 20,00). L’autore, vissuto tra la metà del secolo XIX e i primi tre decenni del Novecento, fu traduttore di vaglia. Fondò, una volta stabilitosi a Parigi, una casa editrice di tutto rilievo che registrò puntualmente l’atmosfera culturale e politica di quel frangente storico. Il catalogo di tale casa editrice, scrive Damiano: «ha finito per riflettere quel magmatico mondo in cui antisemitismo, socialismo non marxista e boulangismo s’incontrano e si mischiano» (p. II). Del resto, è noto, il boulangismo fu un fenomeno trasversale che mostrò come, in dati contesti storici: «le masse popolari possono facilmente sostenere un movimento che trae dalla sinistra i propri valori sociali, dalla destra i propri valori politici» (p. III). Di lì a poco, la storia europea avrebbe confermato, su ampia scala, questa intuizione.
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  • Praga esoterca

  • Praga Magica
  • Max Brod
  • e la Praga esoterica di Rodolfo II
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Vi sono in Europa città crogiolo, veri e propri athanor alchemici, nelle quali culture diverse, religioni disparate, lingue e popoli, hanno trovato sintesi sublime. Il loro tratto connotante, l’atmosfera spirituale rilevabile nelle loro strade, nei monumenti, nelle chiese, le rende rappresentazione architettonica dell’intera civiltà prodottasi, nel corso del tempo, nel nostro continente, espressione quint’essenziale dell’homo europaeus.   Tra esse una posizione di rilievo ha certamente Praga. Lo slavista Angelo Maria Ripellino ha immortalato tale tratto della città boema, nel titolo della sua opera più nota, Praga magica. Le sue pagine fanno il paio con quelle di un grande scrittore di lingua tedesca, Max Brod che, alla città magica, ha dedicato un volume imprescindibile, da poco riproposto nella nostra lingua da Iduna editrice, La Praga esoterica di Rodolfo II, per la cura di Paolo Mathlouthi (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 392, euro 25.00).
  • ...
  • Si tratta di una ricostruzione romanzesca della vita intellettuale della Praga nel Cinquecento, in cui Brod mette in luce le sue indubbie qualità scrittorie, riuscendo a coinvolgere il lettore attorno alle vicende che ruotano attorno a due personaggi, l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo e l’astronomo- alchimista Tycho Brahe.  Un libro che, come si suol dire, si legge d’un sol fiato. Praga, ricorda il curatore, nel Rinascimento fu Capitale della magia e in tale funzione subentrò a Toledo, che lo era stata nel Medioevo. In essa: «il rigore tedesco delle architetture convive con l’anima slava, fatalista e sognatrice» (p. II). La città divenne sede imperiale per volontà di Rodolfo II, che concesse asilo e protezione a cabalisti, alchimisti, astrologi e maghi delle più diverse scuole.
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  • Cop. STARHEMBERG def

  • Finis  Austriae
  • Le memorie di
  • E. Rüdiger Starhemberg,
  • nobile combattente della Mitteleuropa
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Alcuni uomini incarnano un’intera epoca. Essi sono gli interpreti dell’anima di un popolo di cui conoscono e tentano di realizzare i bisogni e le aspirazioni più profonde. E’ quanto ci siamo detti dopo aver chiuso le memorie di Ernst Rüdiger Starhemberg, Finis Austriae. Memorie di un nobile combattente, nelle librerie per OAKS editrice, con prefazione di Maddalena Guiotto (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 381, euro 25,00). Si tratta di una nuova edizione, la prima uscì nel 1980, che riproduce i due manoscritti dell’autore, pubblicati in tedesco nel 1971. Il libro si legge d’un fiato. Starhemberg, discendente di una delle più nobili casate austriache, distintasi nella difesa di Vienna dall’assedio turco nel 1683, aduso, come tutti gli appartenenti al suo rango, alla frequenza mondana, era capace di sentirsi a casa in qualsiasi corte d’Europa. Nonostante ciò, condusse un’esistenza sobria e dedita al riscatto politico del Mondo di ieri.
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  • Gli anelli della vita

  • GLI  ANELLI  DELLA  VITA
  • di Valerie Trouet
  • Gli alberi e la storia
  • La dendrocronologia: un nuovo approccio al reale
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Il mondo vegetale ha fatto la sua comparsa sulla Terra, molto prima dell’uomo. Gli alberi hanno silenziosamente accompagnato il nostro percorso sul “pianeta azzurro” com’è testimoniato dalla centralità attribuita alla vegetazione in molte religioni antiche, dai culti agrari e da riti mirati a stimolare il ciclo riproduttivo, propri di popoli delle aree più disparate del globo terracqueo. Una scienza ancora poco nota, la dendrocronologia, mostra come gli alberi abbiano sempre registrato, nel loro interagire con l’ambiente circostante, in particolare se fortemente antropizzato, i mutamenti intervenuti in esso nel corso del tempo. In particolare, il mondo vegetale annota con puntualità certosina, le modificazioni climatiche che, come è noto, hanno indotto, a volte, cambiamenti politico-sociali.  A illustrare i segreti della dendrocronologia, in un recente volume nelle librerie per Bollati Boringhieri, è Valerie Trouet, docente di dendrologia presso l’Arizona University, Gli anelli della vita. La storia del mondo scritta dagli alberi, (pp. 284, euro 24,00).
  • ...
  • Non tema il lettore!   Non si tratta di un saggio scientifico, dall’esclusivo tratto accademico, ma della ricostruzione appassionata degli esordi ottocenteschi di questa scienza, cui si accompagna la presentazione dell’intensa attività di ricerca, condotta sul campo dall’autrice, tra avventura e gusto per la scoperta. La lettura del volume, inoltre, rende edotti dei gravi rischi di dissesto ambientale che l’Antropocene, le cui origini sono collocate dagli scienziati in epoche diverse, ha prodotto. In questo senso, porre attenzione ai risultati delle ricerche dendrocronologiche potrebbe risultare d’aiuto, al fine di superare l’attuale fase di disequilibrio tra propensione orfica e prometeica, che hanno connotato la storia dell’uomo.
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  • FINIS GERMANIA

  • Rolf Peter Sieferle
  • Finis Germania
  • (a cura di Francesco Coppellotti
  • Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2022, pp. 174, € 22,00),
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Come scrive Antonio Caracciolo nella presentazione: “A differenza che per il passato, nel 1945, la guerra – la stessa che ebbe inizio nel 1914 – non si è conclusa con Trattati di pace che restituivano ogni paese a se stesso, magari con diminuzioni territoriali, passate ad altre città statuali. Si è voluto procedere alla devastazione spirituale delle nuove generazioni che non avevano vissuto la moderna guerra dei Trent’anni”. Il tema del saggio (postumo) è proprio questo; la sconfitta nella seconda guerra mondiale ha comportato un “lavaggio del cervello e del carattere permanente”, tendente a cancellare o a modificare radicalmente la cultura del vinto.
  • ...
  • Infantilizzazione, colpevolizzazione, relativismo ne sono gli aspetti più evidenti. Anche se spesso neppure aventi il carattere di novità. Vediamo la colpevolizzazione dei tedeschi (con le guerre mondiali e l’olocausto): il tutto non pare tanto voluto ed eseguito (per di più a oltre settant’anni dal compimento dei fatti) per il crimine in se, quanto per colpevolizzare una nazione e la sua cultura. Ma che la colpevolizzazione (di massa) o almeno lo sfruttamento del senso di colpa sia uno strumento di potere l’aveva già scoperto Thomas Hobbes nel “Behemoth” quando scrive che i pastori protestanti predicavano in particolare contro la concupiscenza perché essendo una pulsione naturale tutti ne erano “colpevoli” in quanto peccatori “E, così, divennero confessori di quelli che avevano la coscienza turbata per questo motivo, e che obbedivano loro come a direttori spirituali, in tutti i casi di coscienza”. Per cui il senso di colpa si convertiva in disposizione all’obbedienza a chi aveva il potere.
  • ...
  • Altro argomento è il relativismo coniugato al progresso “La relatività di tutte le culture, compresa la propria, viene accettata; al tempo stesso esse vengono però allineate accuratamente su una linea progressiva. La propria cultura diventa allora incompatibile in quanto è la più progressiva di tutte. Il modo del progresso diviene così un assoluto che può di nuovo togliere le penne al relativismo”. Ed è proprio quel che succede: se la Storia finisce è l’ultima cultura quella che, contraddittoriamente, diviene assoluta. E questa cultura è quella dei vincitori. Ma quando il progresso scompare, entrando in una fase di decadenza, il relativismo diventa un virus distruttivo di cultura, posizione ed identità.
  • ...
  • Anche qui la memoria va al passato a Maurice Hauriou il quale faceva del “pensiero critico” (qualcosa di assai simile al relativismo almeno sul piano socio-politico) uno dei caratteri della decadenza. Solo che se di una storia “lineare” ordinata lungo l’asse del progresso si passa ad una storia “ciclica”; c’è comunque da sperare che il nuovo ciclo in gestazione riavvii un’epoca di miglioramento culturale, sociale, economico.
  • ...
  • Una lunga ed accurata post-fazione di Francesco Coppellotti completa il volume e sintetizza così il saggio di Sieferle “Possiamo dire che finis Germania è la descrizione lucida della cappa ideologica che determina la vita religiosa, politica e culturale della Bundesrepublik che Sieferle ha disegnato e contro la quale, novella Antigone, si è infranto”  e ciò perché  “Sieferle ha mantenuto viva la fiamma della sua giovinezza ed ha sconfessato alla radice la Bundesrepublik, ma non perché, come hanno cantato tutti i filistei in tutto il mondo, voleva la scomparsa della Germania, ma perché ha voluto tenere aperta quella ferita chiamata Germania”.

  • JUS SCHOLAE     ITALIANI DA FARE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Qualche sera fa in televisione era invitato un parlamentare PD il quale strenuamente difendeva il d.d.l. sullo jus scholae ripetendo che i giovani cui sarebbe stato applicato (ove approvato) erano “italiani” ed avevano “diritto” alla cittadinanza.
  • ...
  • È facile obiettare che un tale modo di ragionare ha il (doppio) difetto di dare per scontata e pacifica l’italianità (cioè il “presupposto di fatto” per la concessione della cittadinanza) ossia la cosa da provare, a realizzare la quale può concorrere (anche) la frequentazione scolastica; dall’altra che il tutto sarebbe un “diritto”. Ma se è un diritto (positivo) è inutile battersi per riconoscerlo; se invece è – com’è – una pretesa, occorre valutare se tale pretesa – promossa a diritto – sia legittima ed opportuna.  Che è poi l’oggetto del dibattito nell’opinione pubblica e in Parlamento.  Di fronte a tali argomentazioni strabiche e filiformi, la risposta acconcia è quella di Salvini: con tanti problemi che abbiamo dalla guerra al COVID, dalle macro-bollette alla crisi energetica e all’inflazione, è proprio così pressante e decisivo il riconoscimento di cittadinanza?
  • ...
  • Ma invece di dare la consueta risposta dietrologica: che è importante per il PD il quale spera di trovare nei riconosciuti italiani un serbatoio elettorale sostitutivo di quello in gran parte perso (nonché una bandiera da sventolare), vediamo come sia stato considerato il problema da oltre due millenni fa.
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  • Scrive Aristotele nella Politica esaminando le cause dei rivolgimenti politici e quindi (anche) dei cambiamenti costituzionali... “Anche la differenza di razze è elemento di ribellione finché non si raggiunga concordia di spiriti, perché, come non si forma uno stato da una massa qualunque di uomini, così nemmeno in un qualunque momento del tempo. Per ciò (coloro che) hanno accolto uomini d’altra razza sia come compagni di colonizzazione sia come concittadini dopo la colonizzazione, la maggior parte sono caduti in preda alle fazioni” (1303b) e prosegue, per dimostrarlo, con un lungo elenco di “inclusioni” finite in guerre civili.
  • ...
  • Anche i romani che della concessione della cittadinanza (a singoli o a collettività) fecero un efficace sistema d’integrazione, questa era normalmente uno dei benefici per i veterani non cittadini che avevano militato per 25 anni nell’esercito. Né i tempi erano granché solleciti: a parte l’editto di Caracalla (dopo oltre due secoli dalla costituzione dell’impero), la cittadinanza latina (e non romana) fu concessa a tutta la Spagna all’epoca dei Flavi (anche qua, oltre due secoli dalla conquista) e mentre la Spagna dava alla letteratura latina alcuni dei più suoi grandi scrittori. Ma a differenza dei politici italiani i romani non misuravano benefici del genere con i tempi delle campagne elettorali. Anche la storia successiva prova che, per fare una nazione da più etnie, occorrono secoli.
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  • Renan sosteneva che una “nazione è un’anima, un principio spirituale”, e soprattutto due cose la costituiscono: il comune possesso di ricordi nel passato e il consenso nel presente “Un passato eroico, grandi uomini e gloria (mi riferisco a quella vera), ecco il capitale sociale su cui poggia un’idea nazionale. Avere glorie comuni nel passato e una volontà comune nel presente: aver compiuto grandi cose insieme e volerne fare altre ancora; ecco le condizioni essenziali per essere un popolo”. Ma qua di comune passato non se ne parla affatto, perché non c’è; l’altro è assai dubbio che esista (nel presente).
  • ...
  • Quel che succede nella banlieu francesi o nei quartieri islamici belgi non lascia granché da sperare. Ma soprattutto appare un misto di furberia burocratica e utopia interessata credere che per fare un italiano basti farlo nascere nel Bel Paese ed assolvere l’obbligo scolastico.   Era un compito che – per gli italiani, quindi assai facilitati rispetto agli immigrati - già toglieva il sonno ai governanti del Risorgimento consapevoli della necessità di fare gli italiani; e invece i nostri dem hanno trovato una soluzione così semplice e a portata di mano: un esame e passa la paura.   Per una questione che, da Aristotele in poi, ha preoccupato statisti e pensatori, abituati a ragionare sulla realtà e sui precedenti storici (e giuridici).     Se D’Azeglio lo avesse saputo…

 

  • Piante magiche

  • "Le piante magiche"
  • Un saggio sul valore simbolico-ermetico del mondo vegetale
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Il mondo vegetale, fin dagli albori dell’umanità, ha avuto un ruolo centrale nell’immaginario umano, così come nelle pratiche cultuali e nelle mitologie. Gli alti colonnati delle cattedrali gotiche ebbero quale modello di riferimento, il fusto degli alberi delle foreste dei paesi del Nord d’Europa. A ricordarci come ai culti vegetali fosse da sempre associato l’iter alchemico, mirato a recuperare all’uomo la partecipazione al principio, all’origine, e come, il mondo tradizionale abbia guardato alle piante al fine di estrarre da esse un fondamento spirituale dalle valenze medico-curative e spagiriche, è una recente pubblicazione di Maria Teresa Burrascano, Le piante magiche, comparsa nelle librerie per l’editore Stamperia del Valentino (per ordini: 081/5787569, pp. 61, euro 10,00). Il volume è impreziosito da schede figurative, tratte da erbari medievali, e da un saggio introduttivo di Luca Valentini, mirato a contestualizzare le valenze magico-ermetiche della viriditas.
  • ...
  • In illo tempore, chiosa il prefatore: «Ogni manifestazione naturale […] era considerata come manifestazione delle varie divinità» (p. 6). Si riteneva che Terra e Cielo fossero manifestazioni del Sacro, interconnesse tra loro. In tale visione delle cose, così come nel pensiero ermetico, consustanziale ad essa, l’Uno lo si pensava nei molti, al di là di qualsivoglia dualismo. L’albero era, in tale contesto spirituale, simbolo ed evidenza del legame che unisce l’Alto e il Basso, axis mundi. Per questo, si riteneva che, potestates di diversa natura, “animassero” la vegetazione. Tale sacralizzazione del regno vegetale si fonda su una distinzione essenziale, che ritiene in sé diversi il simbolismo della pianta da quello dei fiori e della fioritura. Mentre l’Albero indica la forza del principio nella sua dimensione statica: «il processo che vede il seme immergersi nella Terra per poi rialzarsi e germogliare è la forza nella sua dimensione dinamica», simbolizzante il solve et coagula proprio della via ermetica, atta a reintegrare l’umano nell’origine.
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  • azzurre lontanaze1

  • Azzurre lontananze
  • Tradizione on the road 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • recensione di
  • Giacomo Rossi
  • Siamo in estate e per molti si apre il tempo della lettura e quello del viaggio. A tale proposito, il recente volume Azzurre lontananze. Tradizione on the road del filosofo Giovani Sessa, edito da Iduna (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 221, euro 20,00), offre spunti preziosissimi a riguardo. L’Autore raccoglie in queste pagine i diari scritti durante i viaggi in Irlanda, Islanda, Nepal, Pakistan e Mongolia, compiuti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. L’opera è impreziosita dalla prima traduzione italiana di alcuni capitoli del “Viaggio in Nepal” di Gustave Le Bon. Il famoso antropologo, psicologo e sociologo francese visitò il Paese himalayano tra il 1884 e il 1886.
  • ...
  • “Azzurre lontananze” è un testo che fa corrispondere alla scorrevolezza della prosa il ritmo del viaggio: il filosofo viaggiatore cerca, nel suo andare-camminare, quell’Altrove che è comprensione e realizzazione di sé nel cosmo. L’appassionato di letteratura di viaggio che si avvicina al libro troverà ben altro che la semplice narrazione di esperienze esotiche. Attraverso il saggio introduttivo, infatti, il lettore è condotto nella filosofia del viaggio sottesa a tutte le esperienze che vengono narrate; una filosofia pratico-realizzativa declinata attraverso l’arte del camminare e dell’andar per monti.
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  • Siniscalchi

  • Brasillach
  • e la modernità degli antimoderni
  • Un saggio di
  • Claudio Siniscalchi  
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Robert Brasillach, scrittore e poeta di vaglia, per troppo tempo è stato derubricato dalla vulgata critica dominante, al solo ruolo di intellettuale “collaborazionista”.  Il francese chiuse i suoi giorni nel 1945 davanti ad un plotone di esecuzione, al termine di un processo intentato a suo carico per “connivenza con il nemico”.  Il dibattimento, è bene precisarlo, durò solo poche ore.  De Gaulle gli negò la grazia, concessa ad altri, in quanto: «Nelle lettere, come in ogni ambito, il talento è un titolo di responsabilità» (p. 233). E Brasillach fu certamente uomo dai molti talenti, dotato di una qualità umana antica, il coraggio civile. Il valore dello scrittore e dell’uomo emerge a tutto tondo dalle pagine di un recente lavoro di Claudio Siniscalchi, accademico e storico del cinema, Senza romanticismo. Robert Brasillach, il cinema e la fine della Francia, nelle librerie per i tipi di Bietti, con prefazione di Stenio Solinas, attento esegeta dell’intellettuale transalpino (pp. 350, euro 22,00).   Il volume è arricchito da ampia bibliografia.
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  • Il testo può essere definito una biografia intellettuale, in quanto l’opera di Brasillach è indagata tenendo conto dei momenti più rilevanti della vita dell’autore. Il poeta non si rapportò mai astrattamente alla cultura, al contrario, a essa fu spinto dall’incalzare degli eventi storici e dalle conseguenze esistenziali che questi produssero sulla generazione che ebbe la ventura di vivere nei primi decenni del secolo XX.  Tutta la produzione di Brasillach, infatti, è il tentativo di dare la più radicale delle risposte al problema della decadenza francese ed europea. Così, la biografia intellettuale di Siniscalchi, godibilissima per la prosa affabulatoria, come nelle corde del miglior biografo anglosassone, si rivela strumento indispensabile all’esegesi della storia francese fino al termine della seconda guerra mondiale. Un’analisi condotta sine ira et studio, attraverso le voci più rilevanti di quella stagione letteraria e politica, così densa di intelligenze critiche, tra le quali un posto di primo piano, almeno negli ambienti della “destra” transalpina, ebbero uomini quali Rebatet, Drieu La Rochelle, Céline.   Siniscalchi è attento conoscitore di quel mondo e, come ricorda Solinas: «coglie benissimo un punto centrale della poetica di Brasillach, con il suo culto della giovinezza, che vuol dire memoria, ricordo, fedeltà […] quando osserva che per quelli della sua età “la giovinezza è il cinematografo”» (p. 10).
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  • Ciò implica, preliminarmente, che il francese si sia fatto latore del ruolo innovativo, nell’ambito storico-politico, dei giovani. Egli mirò sempre ad una vera e propria rivoluzione antropologica centrata sull’esaltazione dello slancio vitale della giovinezza, capace di realizzare il platonico “cambio di cuore”, la “metanoia o “periagoghè”, di chi se ne fosse fatto interprete. Fin dagli esordi letterari, si pensi a Presenza di Virgilio, opera pregna di pathos rivoluzionario, scritta in occasione del bimillenario virgiliano, si evince come l’autore vedesse nel fascismo un movimento politico mirato a realizzare, oltre crisi e decadenza, per dirla con Heidegger, un Nuovo Inizio della storia europea. Un Virgilio letto con gli occhi della contemporaneità, in quanto Brasillach era fermamente convito, al di là di qualsiasi progressismo, dell’immutabilità della natura umana. Virgilio, che aveva aderito al progetto imperiale di Augusto, mostrandone la corrispondenza col mito d’origine di Roma, non poteva non rappresentare un modello di impegno politico per gli uomini di lettere negli anni in cui la sorella latina, l’Italia, ambiva valorizzare le origini romane. Ma non si trattava soltanto dell'Italia; all’epoca la fortuna di Virgilio era notevole anche negli ambienti dell’Action Française, dai quali il nostro aveva preso le mosse, mettendo in luce la proprie qualità sulla stampa vicina a Maurras.   Robert Brasillach vide nel fascismo, più che una dottrina politica, un mito nel senso soreliano del termine: il mito del XX secolo. «Il fascismo è spirito», scrive in Notre avant-guerre.   Egli, come il suo Virgilio, assegnava alla bellezza una funzione morale, politica, religiosa, storica, educativa.
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  • Inoltre, il poeta mantovano avvertiva il richiamo dei culti di carattere agrario diffusi nella civiltà italica. Per quanto riguarda Brasillach e per inquadrare l'attrazione che esercitarono su di lui la pietas virgiliana e religiosità classica, forse non sarebbe fuor di luogo tener presenti le difficoltà nelle quali un cattolico dovette venirsi a trovare allorché la Santa Sede condannò l'Action Française e proibì agli iscritti di questa, la partecipazione ai sacramenti.  La visione del mondo del francese è pertanto, lo riconosce apertamente Siniscalchi, modernista-reazionaria, rivoluzionaria-conservatrice. Sotto il profilo politico la sua scelta fascista, divenne irreversibile dopo gli eventi del 6 febbraio 1934, giornata nella quale fascisti e comunisti avevano attaccato la sede del Parlamento e avevano lasciato 22 morti sulle strade di Parigi.  Maurras, chiosa Siniscalchi, in quell’occasione, mostrò la propria indole “inattiva”, fuori dalla realtà storica. Il Fronte Popolate di Blum non fece che radicalizzare la lotta tra fascismo ed antifascismo. In Brasillach venne meno il nazionalismo antigermanico del primo maestro e ciò spianò la strada alla sua collaborazione alla stampa dei “collaborazionisti”, in particolare a Je suis partout, che gli costò la vita.
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  • Nella produzione del nostro un ruolo di primo piano ha avuto, dalla giovinezza agli ultimi giorni, la critica cinematografica.  Nel 1935, scrisse con Maurice Bardèche, Histoire du cinéma, opera ristampata più volte: «Composta con estrema rapidità e con il “cuore che batte al ritmo della giovinezza”» (p. 123). I due decisero di pubblicarla, a seguito dell’incontro con Méliès, pioniere della cinematografia che nel 1902 produsse, Voyage dans la lune.  Dopo un periodo di immediato successo, il nome del regista-attore cadde nell’oblio. I suoi film furono: «viaggi “attraverso l’impossibile” per dar forma al mondo della meraviglia» (p. 122).  Ecco, di contro alla riduzione della “settima arte” a mero svago per gli uomini della società di massa o a forma espressiva dell’arte moderna, al pari della fotografia, priva di aura (Benjamin), Brasillach comprese il valore del cinema.  Un’arte, per dirla con il filosofo Massimo Donà, in cui viene meno il tratto epistemico del vero, statuito dall’elenchos aristotelico e nella quale la dimensione “immaginale” mostra, leopardianamente, che le cose non sono mai “quello che dicono di essere” (la non-pipa di Magritte).
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  • Senza romanticismo, è lettura accattivante e profonda. Da essa si evince, a proposito di Brasillach, la verità di un’affermazione di Antoine Compagnon, inerente alla “modernità degli antimoderni”.

 

  • TORNANDO SUL GROSSRAUM
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • All’inizio di marzo scrissi un articolo “A colpi di Grossraum” sulla guerra russo-ucraina ricordando l’idea di Schmitt che, data la decadenza dello Stato westphaliano aveva previsto la divisione del pianeta in più spazi d’influenza politica, raggruppanti ciascuno più Stati guidati da una potenza egemone. A distanza di 3 mesi è opportuno tornarci sopra, non senza notare che l’evoluzione successiva ha confermato parte delle considerazioni lì esposte.      In primo luogo lo iato tra sovranità giuridica e sovranità di fatto.  Lo Stato, scriveva Spinoza, è “autonomo in quanto è in grado di provvedere alla propria sussistenza e alla propria difesa dall’aggressione di un altro…è soggetto ad altri, in quanto teme la potenza di un altro Stato o in quanto ne è impedito dal conseguire ciò che vuole o, infine, in quanto ha bisogno del suo aiuto per la propria conservazione o per il proprio incremento” onde la “formula” della sovranità è tantum juris quantum potentiae
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  • Borgonovo canfora

  • La guerra in Europa
  • Un libro intervista di
  • Borgonovo-Canfora 
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

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  • Tra i molti libri che, nell’ultimo periodo, sono usciti al fine di individuare le ragioni della guerra in Ucraina, una menzione particolare merita il volume di Luciano Canfora e Francesco Borgonovo, Guerra in Europa. L’Occidente, la Russia e la propaganda, nelle librerie per Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 125, euro 12,00).
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  • Il primo, docente emerito di filologia classica all’Università di Bari, il secondo vicedirettore del quotidiano La Verità, non si limitano semplicemente a presentare il conflitto combattuto al fronte in tutta la sua tragica drammaticità, ma si occupano della “guerra di propaganda” della quale, da qualche mese, siamo quotidianamente spettatori. Suoi protagonisti indiscussi sono i mass media, in particolare occidentali, schierati a difendere gli interessi di una sola parte. Guerra in Europa è libro articolato: all’intervista in tema rilasciata da Canfora a Borgonovo, si accompagnano saggi dei due autori.
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  • Le domande sono mirate e circoscritte, le risposte sintetiche, efficaci, puntuali. Si tratta, non soltanto di una lettura piacevole, ma imprescindibile per aver contezza dell’attuale status quo geo-politico e della fine del mondo unilateralmente retto dal potere USA. In merito alla guerra, è bene muovere dalla considerazione d’apertura di Canfora che, ricordando Tucidide e la sua esegesi della guerra che, nel mondo greco, vide contrapposte Atene e Sparta, sostiene che per conoscere realmente la storia di un conflitto è necessario individuarne le cause nel periodo di pace che lo precede. Per quanto attiene al caso russo-ucraino, non è sufficiente riferirsi alla guerra in Donbass del 2014, sottaciuta dalla grande stampa del mondo occidentale, ma risulta dirimente guardare al 1990. In quell’anno, il segretario di Stato USA, James Baker: «garantì a Gorbaciov che, se l’URSS avesse accettato lo smantellamento dell’Est Europa, la Nato non sarebbe avanzata di un centimetro» (p. 33). Così non è stato, anzi i “confini Nato” sono stati notevolmente ampliati nel corso degli ultimi decenni, in direzione Oriente. Canfora ricorda come, situazioni non dissimili, si fossero manifestate a ridosso del Primo, quanto del Secondo conflitto mondiale. Nel 1914, visto il rischio di perdere il primato sui mari a causa del rafforzamento della marina della Germania, la Gran Bretagna spinse l’Europa verso la guerra di “contenimento” nei confronti dei tedeschi.
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  • Allora la responsabilità fu scaricata esclusivamente sulle spalle teutoniche e su quelle dei loro alleati, oggi assistiamo, sic et simpliciter, alla reductio ad Hitlerum, di Putin e della Russia. Per la Seconda guerra mondiale, lo storico J. P. Taylor, ricorda il filologo, ha sostenuto che le colpe non furono ad esclusivo carico dei nazisti, in quanto anche: «l’Occidente ha avuto gravi responsabilità» (p. 43). Nel 2021, in continuità con gli accordi di Minsk del 2015, riferisce Borgonovo, i russi hanno presentato richieste chiare all’Ucraina, finalizzate a scongiurare la guerra. In particolare, si chiedeva a Kiev di mantenere la propria neutralità. Ciò non è accaduto. Peraltro, mentre alcuni anni fa comparivano, perfino sulla stampa italiana, articoli mirati a sostenere che, nel “colpo di Stato” che eliminò in quel paese il presidente Yanukovich, corrotto, di certo, ma eletto dal popolo, un ruolo di primo piano nella instaurazione del successivo governo Yatseniuk, lo giocarono tanto il Dipartimento di Stato americano, quanto formazioni politiche neo-Nazi, presenti sul territorio ucraino. Oggi, poiché Putin ha sostenuto di voler “denazificare” l’Ucraina, per i mezzi di comunicazione occidentali a Kiev il neo-nazismo del battaglione Azov non è più un problema, non esiste: l’unico regime nazista è quello russo. È stato quantomeno sottaciuto, inoltre, il ruolo svolto da Soros e dalla finanza internazionale nel cambio di governo in Ucraina.
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  • Se il filosofo Aleksander Dugin vede in Mosca la Terza Roma in lotta contro la Nuova Cartagine, l’Occidente dissoluto e transgender, noti politologi occidentali vedono nella Russia di Putin l’incarnazione della civiltà tradizionale in strenua opposizione ai valori laici e capitalistici pienamente incarnati dall’esperimento politico neognostico degli USA. In Russia, notano Canfora e Borgonovo, persino il bolscevismo, con Stalin, ebbe una torsione nazionalista, che giocò un ruolo dirimente per l’esito vittorioso dell’URSS nel Secondo conflitto. La reductio ad Hitlerum, nella guerra di comunicazione condotta dall’Occidente, non è un nuovo espediente. Gli Usa: «Nel 2003, in Iraq, hanno distrutto uno Stato che raffiguravano come fosse retto dal nuovo Hitler» (p. 86). In precedenza, in Kosovo, le cose non andarono diversamente. Eppure, nessuno stigmatizzò negativamente la politica estera Usa e le bombe della Nato. La violenza è ritenuta legittima, quando viene utilizzata dagli “illuminati”. In questo caso, essa è mirata, inevitabile. Si tratta di “guerre balistiche”, come chiosò lo storico Guy Hermet, attraverso le quali l’Occidente  "elargisce civiltà e democrazia a popoli riottosi e arretrati".
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  • La retorica dei valori occidentali è divenuta stucchevole. Come aveva capito Guénon, lo ricorda Borgonovo, essa si fonda su un “razzismo moralistico”, alla luce del quale gli occidentali: «vogliono costringere il mondo intero a imitarli in nome della “libertà”!» (p. 118). Esiziale è risultata, di fronte all’esplodere della crisi ucraina, l’inesistenza dell’Europa quale entità politica e militare autonoma. Le leadership europee si sono mostrate totalmente appiattite sulle decisioni Usa. Draghi è stato, fin dalla fine del febbraio scorso, il più fedele “soldatino” di Biden. Le politiche di quest’ultimo, che sul piano personale è perfetto simbolo della crisi irreversibile della post-modernità, sono in linea con quelle dei presidenti G. Bush e Clinton che, per primi, hanno perseguito il sogno utopistico di un mondo unipolare. Eppure, come nota Borgonovo, esiste un’altra America capace di riconoscere i limiti di tali scelte. Esiste un “conservatorismo” statunitense (Rod Dreher) che, pur non essendo affatto riducibile a posizioni filo russe, lancia a Biden moniti politici affinché metta in atto scelte realiste e prudenti. Dreher si dice spaventato dalla russofobia dilagante che, in Italia, è giunta addirittura a stilare liste di proscrizione di presunti filo-putiniani.
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  • Per molti, quindi, siamo nel bel mezzo di una “guerra di civiltà”. Chi scrive è convinto che si tratti di una definizione eccessiva. Siamo di fronte alla fine degli assetti geopolitici prodottisi al termine dell’ultimo conflitto mondiale. Formalmente, la Russia può forse presentarsi quale katéchon, potere raffrenante la dismisura della società liquida, baluardo del mondo tradizionale. In realtà, anch’essa, a ben guardare, cova, al proprio interno, il germe che, in teoria, dovrebbe combattere. Chi sono, infatti, gli “oligarchi” di Putin, se non uomini spiritualmente (e non solo) in linea con la finanza internazionale? Tale oligarchia del denaro, ha già aperto ampie fenditure nella muraglia tradizionale di “Santa Madre Russia” e presto si porrà esplicitamente dalla parte del nemico.   Guerra in Europa è, pertanto, una lettura che permette non solo la comprensione del presente, ma apre ampi squarci sul futuro prossimo-venturo.

  • Azzurre Lontananze Sessa Le Bon IDUNA

  • Sul viaggiare e sulla tradizione
  • di 
  • GIOVANNI   DAMIANO
  • (da  "Pagine Filosofali"  del 22.06.2022)

  • Uno dei feticci del nostro tempo è il viaggiare, il ‘conoscere posti’. Che poi il viaggiare per ogni dove si traduca in esperienze è tutt’altro discorso. Anzi, proprio quest’ossessione per il viaggio è probabilmente uno dei segni più evidenti dell’attuale fine dell’esperienza, intesa quest’ultima come trasformazione profonda, vissuta in modo radicale e autenticamente arricchente, e non come superficiale coinvolgimento, meramente emotivo, dettato dalle mode del momento. Si tratta di quella condizione denunciata già da Arnold Gehlen nel suo L’uomo nell’era della tecnica, dove la perdita dell’esperienza finiva per corrispondere a quei poveri e vuoti simulacri che sempre il grande studioso tedesco definiva esperienze di seconda mano.   A ciò possono accompagnarsi alcuni versi di Gottfried Benn (la poesia è Viaggi, dalla raccolta Frammenti e Distillazioni). Qui a parlare è il Benn tolemaico, lontanissimo da ogni convulso ‘andare’, refrattario alla fretta, indisponibile al Nerven leben moderno:
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  • “Lei crede che dalla Havana, bianca e rossa d’ibisco, sgorghi un’eterna manna per la sete del Suo deserto?  ...Su tutte le Fifth Avenue Lei è assalito dal vuoto – Ah com’è vano l’andare!   Lei tardi apprende se stesso: restare e in silenzio serbare l’io che si traccia i confini”.
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  • Alternative possibili, oltre lo ‘stare’ di Benn? Quella che Walter Benjamin chiamava “inquietudine irrigidita”, che quindi “non conosce sviluppo”; si pensi a Dino Campana (“non potevo stare in nessun luogo”), al Lenz dell’omonimo racconto di Büchner, o a Fuga senza fine di Joseph Roth. Oppure si leggano le pagine dell’ultimo libro di Giovanni Sessa, Azzurre lontananze. Tradizione on the road, appena uscito per i tipi di Iduna, per apprezzare un altro possibile modo di viaggiare, quello che, pur partendo da esigenze in fondo generazionali (a confessarlo è l’autore, e a testimoniarlo è l’on the road del sottotitolo), si apre a una dimensione altra, che è quella della tradizione. Con due guadagni evidenti: presentare la tradizione non come sterile trasmissione di un patrimonio statico e atemporale, bensì come esperienza, alla lettera, in cammino, dinamica e diveniente, e dunque senza fossilizzarla alla stregua di un deposito erudito di conoscenze, ma trasformandola in prassi vitale, in esperienza esistenziale.   E anche il linguaggio utilizzato da Sessa rende bene la freschezza e la vivacità di questi viaggi, privo com’è di inutili appesantimenti intellettualistici o di verbosa retorica.
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  • C’è poi un significato ulteriore, che attraversa sottotraccia l’intero testo, rinviante alla ‘costellazione geografica’ disegnata dai viaggi dell’Autore. A mio avviso, una ‘costellazione’ in fondo, e non casualmente, indoeuropea. Non dirò nulla dell’Oriente (viaggi in Nepal, in Pakistan e nel Karakorum, e in Mongolia) per mancanza di conoscenze ed esperienze al riguardo. Per i viaggi in Irlanda e soprattutto Islanda, mi sembra che Sessa si sia mosso seguendo il medesimo impulso dei Greci, ovvero guardare all’Estremo Nord come sede dei mitici Iperborei e ripercorrere le orme di Pitea che, risalendo l’Atlantico da Gibilterra, raggiunse le isole britanniche e forse il circolo polare artico, avventurandosi nel grande Nord e scoprendo l’isola di Thule (forse la stessa Islanda).  In definitiva, uno sguardo sull’altrove, ma per cercarvi il proprio.

  • Civilizzati fino alla morte
  • C.  RYAN
  • Civilizzati fino alla morte
  • Il prezzo del progresso
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  • La Modernità, fin dai suoi esordi, non ha celato il proprio mito fondativo: l’idea di progresso. Nell’ultimo periodo, nonostante i tentativi messi in atto, a sostegno di tale mito, dai grandi mezzi di comunicazione di massa, qualcuno comincia a dubitarne seriamente.   Lo conferma la recente pubblicazione in lingua italiana del volume di Cristopher Ryan, noto pubblicista e scrittore statunitense, Civilizzati fino alla morte. Il prezzo del progresso, comparso nel catalogo di Odoya editore (pp. 286, euro 20,00).   Di fronte ai drammi ecologici del nostro pianeta, ai disastri ambientali indotti dal cambiamento climatico, al dramma sanitario-politico della pandemia globale, cui abbiamo assistito negli ultimi due anni e, in ultimo, all’esplodere della guerra russo-ucraina le cui conseguenze potrebbero rivelarsi tragiche per le sorti dell’umanità, le pagine di questo libro risultano, non solo di stringente attualità, ma chiarificatrici rispetto al nostro futuro.
  • ...
  • Si tratta di un volume che mette in discussione il senso comune contemporaneo e le sue false certezze: «Malgrado i prodigi del nostro tempo […] ci troviamo in un’epoca di profondi sconvolgimenti» (p. 13). Un ipotetico viaggiatore del tempo, proveniente dal più lontano passato, di fronte all’innovazione tecnologica della nostra epoca, all’inizio, sostiene Ryan, rimarrebbe sicuramente abbagliato, affascinato.      Una volta: «attenuatosi lo stupore per gli smartphone, i viaggi in aereo e le automobili […] che cosa direbbe della sostanza e del significato delle nostre vite?» (p. 13). Constaterebbe che, nonostante i rilevanti “progressi” materiali, ci siamo lasciati alle spalle un patrimonio di valori dei quali non abbiamo più alcuna consapevolezza. Del resto, che le popolazioni “primitive” non mostrassero alcun interesse nei confronti della “civilizzazione” moderna, ne ebbe contezza Benjamin Franklin.   Questi riferì che i “pellerossa” da lui incontrati non avevano mai: «avuto la benché minima inclinazione a scambiare il loro modo di vivere con il nostro» (p. 13). Per non dire degli indios che Darwin portò con sé in Inghilterra, per farli “istruire” da docenti che gli inculcassero i valori della civiltà occidentale e che, una volta tornati in Sud America, fuggirono dalle sue “cure” per vivere con il proprio popolo, felici della vita da raccoglitori-cacciatori.
  • ...
  • Carl Jung ha notato come la stessa idea di progresso costringa gli uomini ad allontanarsi dal passato, a dimenticalo: tale necessità ci ha proiettati nel futuro e nelle sue chimeriche promesse di un’età dell’oro sempre di là da venire. Le promesse del continuo miglioramento della nostra sorte sono state mantenute?   Ryan risponde negativamente. Ricorda che, nel 1928, l’economista Keynes pensava che di lì a un secolo le sorti dell’umanità si sarebbero evolute a tal punto, che gli uomini avrebbero dovuto risolvere un solo problema: occupare il tempo libero, visto che le tecnologia ci avrebbe liberati dalle incombenze lavorative e dal bisogno economico.   E’ accaduto esattamente il contrario. A fronte di un numero limitatissimo di “ricchissimi”, il capitalismo “cognitivo” ha prodotto masse di diseredati.   Il 44% degli statunitensi che guadagnano tra i 40.000 e i 100.000 dollari l’anno, non possono contare su 400 dollari in caso di pressante necessità.   Tra il 1990 e il 2014 il PIL è aumentato negli Usa del 271%, nello stesso periodo le persone che vivevano con meno di 5 dollari al giorno sono cresciute del 10% e quelle che soffrivano la fame del 9%.
  • ...
  • L’autore precisa: «Non contesto l’effettiva realtà del progresso in alcuni ambiti, ma nutro i miei dubbi sulle modalità in cui può essere concettualizzato e misurato» (p. 17). L’idea di progresso assoluto è pertanto una chimera o, al più, una speranza che rispetto ai disastri del presente svolge funzione ansiolitica. Per questo, l’importanza del libro in questione va rintracciata nel suo mettere in discussione “la narrativa del progresso perpetuo” che a partire da certa cultura rinascimentale, attraverso Hobbes, è giunta sino a noi.   Tale falsa narrazione dello stato delle cose, nel corso dei secoli: «ha giustificato schiavitù e […] colonialismo» (p. 26), pur essendo fondata su un’asserzione apodittica di tal fatta: «in passato, tutto era decisamente peggio» (p. 27).   Insomma, il nostro autore, con una strumentazione culturale diversificata e metodo d’analisi pluridisciplinare, smantella radicalmente il dogma moderno, proprio come, nel corso del tempo, hanno fatto gli autori tradizionalisti. Il libro, nella sua prima parte, analizza le: «informazioni più salienti sul reale stile di vita dei nostri antenati» (p. 28), anche preistorici, tentando di liberare la nostra visione delle epoche storiche più lontane dal pregiudizio progressista.   Mostra, inoltre, nei capitoli seguenti, come la “narrativa del progresso perpetuo” abbia determinato traumi e sofferenze di grande rilevanza.   Nella conclusione del volume viene ipotizzata una nuova narrazione possibile relativa alla nostra origine.   Ryan, si intrattiene, alla luce di queste tesi decisamente altre rispetto all’intellettualmente corretto, su un possibile avvenire dal tratto nuovo-antico.
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  • Oltre che attuale e sferzante nei confronti della cultura dominante, è un testo dal tratto profetico.

  • Faye

  • Dèi e Potenza
  • Il prometeismo di
  • Guillaume Faye
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • E’ nelle librerie per i tipi di Altaforte Edizioni una novità di rilievo. Si tratta del volume di Guillaume Faye, Dèi e potenza. Testi e interviste per la riconquista europea (1979-2019), a cura di Adriano Scianca (pp. 284, euro 17,00). É una silloge di scritti del pensatore francese, per lo più inediti nella nostra lingua. Il percorso intellettuale di Faye, per un certo tratto vicino a quello della Nouvelle droite, iniziò con la frequentazione del Cercle Pareto. Dominique Venner lo introdusse al Grece, sorto nel 1969. Su di lui, lo ricorda opportunamente Scianca nell’informata prefazione, esercitarono decisiva influenza le tesi di Jean Mabire e, soprattutto, di Giorgio Locchi. Nel 1986 ruppe definitivamente con la Nouvelle droite, non per ragioni personali o contrasti d’idee, ma semplicemente perché la sua personale ricerca stava prendendo una strada diversa.
  • ...
  • Provocatore intellettuale, oltre che per carattere, Faye, scomparso nel 2019, era dotato di una non comune capacità oratoria con la quale conquistava l’uditorio durante le affollate conferenze. La lettura di questa raccolta, che copre diversi decenni della sua produzione saggistica, consente di farsi un’idea precisa sul suo mondo ideale. Dello studioso francese si ricordano generalmente due testi, Il sistema per uccidere i popoli, che ben sintetizza la sua iniziale visione del mondo e Archeofuturismo che, al contrario, è il suo punto d’arrivo teorico. Dalle pagine di Dèi e potenza si evince, in prima istanza che egli ebbe: «un non banale retroterra filosofico, una eclettica visione della realtà di marca eraclitea. Il suo pensiero riposa su un’ontologia non finalista, non antropocentrica e non razionalistica, apertamente dionisiaca» (p. 8).
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  • SERVILITÁ   
  • di  
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Da quanto si legge sulla stampa il Ministero degli esteri russo avrebbe tacciato il comportamento italiano nella guerra russo-ucraina “servile e miope” e che dimostrerebbe “anche l’a-moralità” di alcuni rappresentanti delle autorità pubbliche e dei media italiani. In risposta – si legge in un comunicato – la Farnesina “ha respinto con fermezza le accuse di amoralità di alcuni rappresentanti delle istituzioni e dei media italiani, espresse in recenti dichiarazioni del Ministero degli Esteri russo…” Ad aver attirato quasi universalmente l’attenzione è stata quell’ “amoralità”; a mio avviso avrebbe dovuto esserlo quel “servile”. E spiego il perché.
  • ...
  • Non so se al Ministero degli esteri russo conoscono il discorso di V.E. Orlando alla Costituente, perorante il rifiuto della ratifica del trattato di pace tra Italia e vincitori della seconda guerra mondiale. Probabilmente lo conoscono, perché tra i vincitori c’era anche l’U.R.S.S.; e Orlando – Presidente della vittoria - era un personaggio da non passare inosservato. Quel discorso terminava con una profezia: “Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future: si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità”.
  • ...
  • Sempre nello stesso discorso, ben conoscendo i difetti nazionali, Orlando sosteneva che malgrado grandi personaggi francesi avessero collaborato con i nazisti, come i fascisti repubblichini, la differenza era che noi dovevamo essere rieducati alla libertà e alla democrazia, i francesi no, perché la “vera superiorità della Francia su di noi può riconoscersi nella fierezza dei suoi rappresentanti” (peccato che Letta non l’abbia assimilata). E quanto alla nostra esterofilia (coniugata ad un “complesso di colpa”): “nei rapporti con l’estero noi ci dobbiamo sempre precipitare; noi sentiamo sempre l’urgente bisogno di dar prova al mondo che siamo dei ragazzi traviati”. Anche questo difetto ricorrente è inestinguibile: vi contribuisce un fondo di (parziale) verità. Le classi dirigenti nostrane non sono all’altezza di quelle estere, dedicandosi con eccessivo zelo al proprio particulare piuttosto che all’interesse generale quasi fossero dei privati. E hanno quindi la convenienza ad addebitare al popolo italiano un difetto che grava maggiormente sulle élite.
  • ...
  • Il fatto che il governo russo stigmatizzi il servilismo italiano è un’ulteriore conferma della differenza della profondità di vista tra statisti, come Orlando, e non: i primi vedono a lungo termine, i secondi solo a breve (o brevissimo). A più di settant’anni dalla sconfitta non riusciamo a scuotercene di dosso le conseguenze. Perfino la Germania con le enormi responsabilità di Hitler, è riuscita (e riesce) a non appiattirsi sugli U.S.A. Quando Busch jr iniziò la seconda guerra irachena (finita come sappiamo) i tedeschi (e i francesi) gli risposero di accomodarsi da solo. L’Italia si mise sull’attenti e fornì le proprie truppe (e il loro sangue – Nassiria): gli ascari della NATO. Inoltre quando i governanti esternano e praticano la dipendenza dall’estero (i “compiti a casa”) se la cavano senza danni; laddove hanno un soprassalto d’indipendenza (v. Craxi e Andreotti a Sigonella) finiscono in esilio o sotto processo, comunque senza potere perché giudicati poco sottomessi a quelli “forti” (spesso tali solo per la debolezza loro). Attitudine sottomessa confermata anche nella guerra russo-ucraina e oggetto della (facile) ironia di Mosca, come della profondità della previsione di Orlando.
  • ...
  • Ma quand’è che un comportamento diventa “servile”, ossia qual è per così dire il “criterio della servilità” (almeno il principale)?  E qua bisogna andare ad un concetto – e ad una conseguente distinzione – che pur risalente (almeno) a S. Tommaso “La legge è un ordinamento di ragione volto al bene comune, promulgata da chi abbia la cura della comunità”, preferiamo riportare da Jean Bodin. Questi ritiene che “Per Stato si intende il governo giusto che si esercita con potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune”, governo che dev’essere ordinato al bene comune; concetto che, evolvendosi nella secolarizzazione dei secoli successivi, ha cambiato nome (ma meno i connotati) diventando l’interesse generale, s’intende dei cittadini.
  • ...
  • Notare che Bodin insiste (ripetutamente sul fatto che il sovrano “non deve essere in alcun modo soggetto al comando altrui, e deve poter dare la legge ai sudditi…Il principe o il duca, infatti… non è sovrano se a sua volta la riceve da un superiore o da un uguale (…); ancor meno poi si può dire sovrano se non ha il potere altro che in qualità di vicario, luogotenente o reggente…”.
  • ...
  • Ciò stante il dovere del governante è di fare l’interesse generale: se fa quello di altri, compreso il proprio, a scapito di quello generale, non solo fa male, ma distorce la condizione perché possa esercitare il potere di fare l’interesse di tutti: la propria indipendenza; che è il carattere principale della sovranità.    E infatti l’Italia, come gran parte del pianeta, è a sovranità limitata. Che significa servilità assicurata.

 

  • Marcel

  • Diario metafisico
  • La filosofia dell’esistenza di Gabriel Marcel
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Gabriel Marcel è uno dei grandi nomi della filosofia del Novecento. Come tutti i pensatori di rilievo, si sottrae alle facili classificazioni. La sua fu autentica filosofia, trascrizione dei dubbi, delle pressanti interrogazioni che animarono la sua intelligenza curiosa per l’intero arco dell’esistenza. Un tentativo di risposta, quello da lui messo in campo, nel quale la ragione è coniugata con la passione di vita. Lo si evince dalle pagine di, Diario metafisico, uscito in seconda edizione nel catalogo di Iduna, per la cura di Ferdinando Tartaglia e con introduzione di Armando Torno (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 200, euro 20,00). Il testo, oltre al diario vero e proprio, raccoglie quattro saggi.  La prima edizione vide la luce in Italia nel 1943, sempre per la cura di Tartaglia.
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  • Il curatore rileva, in un intenso e appassionato colloquio con Marcel, alcuni possibili limiti della filosofia di quest’ultimo, anche se, proprio nell’iter del francese, vedeva rispecchiasi il suo stesso percorso. Ma, come nota Torno: «in Francia […] Marcel aveva a sua disposizione orizzonti sterminati e una società sensibile, in Italia il sacerdote Tartaglia non riuscì nemmeno a dialogare con la Chiesa: si arrivò alla scomunica» (p. II). Entrambi erano stati testimoni delle tragedie prodotte dalle due Guerre mondiali e del trionfo della filosofia positivista, il cui ottimismo progressista non li aveva convinti.  Marcel, che insegnò lungamente nei licei, fu giornalista, musicologo e critico teatrale, mosse i primi passi in filosofia spendendosi sulle opere degli idealisti tedeschi per giungere, infine, all’incontro con il realismo tomista. Colloquiò con l’esistenzialismo, con il quale condivideva di fatto il punto d’avvio del pensiero: l’analisi della condizione umana. Da tale situazione, Marcel che nel 1929 si era convertito dall’ebraismo al cattolicesimo, trasse la convinzione che: «senza l’aiuto di Dio le creature non riescono a fare che il male nel mondo» (p. I).
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  • Marcel si definì un “socratico cristiano”, ma tale definizione non è convincente. Pier Paolo Ottonello ritenne che egli fosse: «rappresentante di quel versante della filosofia esistenziale che confina con la philosophie de l’esprit» (p. II). In realtà, a modo di vedere di chi scrive, è il termine “socratico” attribuito a Marcel a non convincere.  Il socratismo, infatti, implica che la filosofia sia inesausta interrogazione aporetica, un domandare inconcluso. Al contrario, l’opzione di fede presente in Marcel, di fatto annulla l’interrogazione “aperta”.  Detto questo, il pensatore francese è latore di una filosofia centrata sulla ricerca dell’autenticità esistenziale.   Non è casuale che Evola in, Cavalcare la tigre, nella sua radicale critica all’esistenzialismo, “salvi” solo la sua prospettiva speculativa.   Questi era, infatti, sulle tracce, come si evince dallo scritto che chiude la silloge, Lineamenti di una filosofia concreta, di un pensiero persuaso, mai distinto dalla vita, dalla prassi vitale del singolo che se ne fa interprete.   Leggendo le sue opere e, in particolare, Diario metafisico, che ne registra il travaglio interiore a partire dal 10 novembre 1928, si ha immediata contezza di trovarsi di fronte a una chiara testimonianza di quella che Kierkegaard aveva definito “comunicazione d’esistenza”.
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  • Una forma espressiva che rifugge da qualsivoglia retorica del consenso, che mira a “scuotere”, a svegliare dalle false e facili certezze, il lettore medio.  Marcel ha per sodali nomi di rilievo della filosofia dello spirito francese. Lo ricorda Tartaglia citando tra loro Lavelle, Le Senne, Wahl e, soprattutto, Secretan e Hamelin, apprezzati dallo stesso Evola nel momento in cui stava elaborando il proprio idealismo magico.  Fin dalle prime pagine del Diario, il pensatore francese si confronta con il problema gnoseologico, prendendo atto che: «non si possono dissociare realmente: l’esistenza; la coscienza di sé come esistente; la coscienza di sé […] come incarnato» (p. 10)   Per la qualcosa: «l’immagine dell’uomo cui giunse era quella di un essere incarnato e itinerante come un’anima immortale», rileva Torno (p II). Per tale posizione, qualora si voglia collocarlo nel panorama dell’esistenzialismo, va detto che egli fu l’anti-Sartre.  Meglio, fu il testimone di maggior rilievo teoretico della filosofia dell’esistenza cristiana, prospettiva altra da quella, in senso stretto, “esistenzialista”.   Il 5 marzo 1929 scrisse: «Non dubito più. Gioia prodigiosa […] Ho fatto per la prima volta esperienza della grazia» (p. III).
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  • La scoperta della grazia lo rese edotto dell’inanità della ragione cartesiana: il valore del pensiero va colto nella sua capacità di astrarci dall’esistenza puramente cosale, animale, biologica.   D’altro lato, Marcel coglie in, Rilievi sull’irreligione contemporanea, la problematicità della tecnica.   Essa, a suo dire, rappresenta uno stimolo all’incredulità e induce il rifiuto aprioristico dell’uomo con il “Tu”, che, al contrario, l’amore e la carità ci fanno incontrare nel volto del prossimo. Due sono gli snodi più rilevanti della filosofia di Marcel: la priorità della concreta esistenza nei confronti di qualsivoglia universale e il suo confluire nell’assolutizzazione dell’elemento religioso. La filosofia, nella sua prospettiva, non deve condurre a sciogliere l’enigma della vita, ma a far comprendere che essa è fondamentalmente “mistero”: «Un mistero è un problema che usurpa i propri dati, che li invade e perciò li supera come problema» (p. III).
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  • In ciò è da rilevarsi la prossimità nei confronti di un filosofo misconosciuto del nostro Novecento, Andrea Emo.   Il mistero dell’origine, della nostra “presenza”, è testimoniato dalla musica: «Ho capito bruscamente che c’è un’universalità che non è d’ordine concettuale, ed in ciò è la chiave dell’idea musicale» (p. 106). Il suono originario, il mistero del suono.  Come rilevato in Nota da Tartaglia, Marcel è: «come documento di un trapasso, come una delle rare voci di un’epoca […] ci sia lecito sperare che la sua ricerca trovi aperture più alte» (p. 198). Un augurio che condividiamo in toto.

                                       

  • NAUFRAGIO NEL CONTROMONDO

  • Aldo Giorgio Salvatori
  • Naufragio nel contromondo
  • (Solfanelli 2022, pp. 196, € 13,00)
  • recensione di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il contromondo di cui scrive l’autore nel libro è quello della nostra post-modernità, c.d. “liquida”, nel senso che non riesce a costituire certezze, tanto meno relativamente stabili e condivise.      Oggi di doveri si parla poco, i desideri – anche quelli meno sentiti dai più, diventano diritti e il passato viene valutato con i criteri “liquidi” del presente.    
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  • È così che sono giudicati personaggi spesso per prese di posizione poco rilevanti e (del tutto) decontestualizzate. Churchill, Mozart, Dante, Philip Roth diventano oggetto di disapprovazione, a dispetto della loro statura politica e letteraria – completamente dimenticata - per la misoginia di qualcuno o per avere messo all’inferno i sodomiti (come fece Dante).
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  • Salvatori cita notizie, articoli, spot, mostrando come il pensiero unico si emani in tante affermazioni e campi spesso assai distanti. Questo in succinti capitoli i quali espongono come da un’unità di ispirazione (e direttiva) si scenda nei temi più vari: pur mantenendo la stessa matrice e le stesse coordinate.
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  • A chiedersi qual è la matrice comune di opinioni che spaziano dal gender ai migranti, dal clima all’animalismo, dal razzismo ai vaccini, le risposte sono plurime. Ma una sovrasta – ancorché non esaurisca le altre: è che il “contro-mondo” vive in un presente soggettivo, e in base a quello giudica. Presente perché applica gli idola contemporanei; soggettivo perché non si pone il problema del common sense, della condivisione comunitaria dei criteri di giudizio. É un’ipertrofia dell’ego, che sostituisce l’obiettività con la buona convinzione. Qualche decennio fa un pensatore come Julien Freund notava la direzione del percorso del pensiero occidentale poi sviluppatosi fino ad oggi consistente nello spingere all’estremo i principi che l’hanno caratterizzato. Così il Rinascimento europeo, il cui connotato saliente era la razionalizzazione, nella fase decadente si trasforma nel di esso estremo, cioè nell’intellettualizzazione. Perdendo sia il legame con la realtà che il senso della misura, che l’avevano connotato per secoli.   Spesso diventa un pensiero razioide, senza alcun legame con la realtà; in altri non commisura scopo e mezzi, privilegiando l’intenzione di ottenere quello senza badare a questi.   Sintomi sicuri di decadenza.
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  • Il contro-mondo, nel quale rischiamo di naufragare è la decadenza.   E questo saggio, anche con gradevole ironia, può essere una ciambella di salvataggio.



 

  • Florenskij

  • L’origine della filosofia
  • Un volume fondamentale di Pavel A. Florenskij
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Pavel A. Florenskij è sicuramente una figura imprescindibile del pensiero del Novecento. Intelligenza versatile, appassionata, intransigentemente antimoderna, si è speso, nel corso di una vita segnata da dolore e tragedia, per rintracciare una via di uscita dallo stato presente delle cose. Lo dimostra la recente pubblicazione di un suo volume di grande rilievo storico-filosofico, oltre che teoretico. Ci riferiamo a, Primi passi della filosofia. Lezioni sull’origine della filosofia occidentale, comparso nel catalogo Mimesis, per la cura di Andrea Dezi (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesisedizioni.it, pp. 257, euro 22,00).  Il libro raccoglie due cicli di lezioni che Florenskij tenne, tra il 1908 e il 1909, all’Accademia teologica di Mosca sul tema dell’origine della filosofia. Il testo fa riferimento all’edizione russa integrale apparsa nel 2015.
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  • Il fil rouge che attraversa l’intera trattazione va rintracciato nella ferma convinzione del pensatore che la filosofia sia nata dal culto di Poseidone. Rileva Dezi con Florenskij: «La filosofia appare nel VI secolo a.C. […] come impulso dialettico […] alla formulazione dell’idea religiosa di Poseidone» (p. 11). Per il filosofo russo, come per Colli, i: «concetti filosofici non sono altro che trasformazioni delle forme religiose, mitiche. Il mitologhema precede geneticamente il filosofema» (p. 11). La filosofia, insomma, non sorse quale sapere “razionale” in contrapposizione al mito, ma si pose in continuità con i contenuti espressi da quest’ultimo. Il sapere teoretico riformulò il religioso in modalità nuova. Del resto, il mito non è affatto riducibile a conoscenza leggendaria, favolistica tanto che, con la filosofia che da esso discese, si manifestarono i primi rudimenti di scienza della natura in Talete. Il milesio fu il primo a comprendere: «la possibilità di un attraversamento dialettico della divina attualità poseidonica» (p. 12). Florenskij giunse a tale tesi sulla scorta del rinnovato interesse russo per il pensiero antico. In particolare, dalle sue pagine si evince l’influenza di S. N. Trubeckoj, docente che il teologo aveva seguito durante gli anni di studentato universitario.
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  • C’ERA  UNA  VOLTA  LA  NEUTRALITÁ
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Anche la guerra in Ucraina conferma che la neutralità, ossia l’estraneità dei non belligeranti ad un conflitto tra Stati, ha subito un radicale cambiamento in conseguenza delle innovazioni al diritto internazionale nel XX secolo.   Prima lo stato neutrale era (rigorosamente) imparziale nei confronti dei belligeranti.  Tale imparzialità comportava il dovere di astenersi da ogni iniziativa tesa a favorire lo sforzo bellico (di uno) dei contendenti; a questo corrispondeva il diritto di non sopportare operazioni belliche – e il loro effetti – sul proprio territorio, popolazione, commercio.
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  • Nel periodo tra le due guerre mondiali e nel successivo la neutralità “classica” fu decisamente ridimensionata: in particolare il divieto di ricorso alla forza di cui allo Statuto dell’ONU ha eroso l’imparzialità dei neutrali, perché è loro consentito di aiutare l’aggredito e sanzionare l’aggressore. Pertanto la tanto – e giustamente – discussa fornitura da parte degli U.S.A. e di alcuni Stati dell’Unione europea di armi all’Ucraina (cui si aggiungono le misure anti-russe) farebbero parte di questa innovazione al diritto internazionale.  Ciò comunque comporta una diversa problematica, in relazione al diverso carattere della “guerra” moderna.   Infatti, più o meno nel XX secolo in cui mutava lo status del neutrale, cambiava pure quello di guerra; l’ostilità, connessa strettamente alla volontà di imporre la propria, assumeva diverse forme, caratterizzate dall’assenza (e dalla drastica limitazione) dell’uso delle armi.  Conflitti sì, ma disarmati.
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  • Il libro dei “bravi colonnelli cinesi Guerra senza limiti (da me spesso citato) ce ne fornisce ragione ed esempi. Gli autori scrivono: “...da questo momento in poi la guerra non sarà più ciò che è stata tradizionalmente. Il che significa che, se l’umanità non avrà altra scelta che entrare in conflitto, non potrà più condurlo nei modi consueti… Quando la gente comincia ad entusiasmarsi e a gioire… per la riduzione di forze militari come mezzo per la risoluzione dei conflitti, la guerra è destinata a rinascere in altre forme e su di un altro scenario, trasformandosi in un altro strumento di enorme potere nelle mani di tutti coloro che ambiscono ad assumere il controllo di altri paesi o aree” onde “...la guerra che ha subito i cambiamenti della moderna tecnologia e del sistema di mercato verrà condotta in forme ancor più atipiche. In altre parole, mentre si assiste ad una relativa riduzione della violenza militare, allo stesso tempo si constata un aumento della violenza politica, economica e tecnologica…"   Se si riconosce che i nuovi principi della guerra non sono più quelli di “...usare la forza delle armi per costringere il nemico a sottomettersi ai propri voleri”, quanto piuttosto quelli di “...usare tutti i mezzi, inclusa la forza delle armi e sistemi di offesa militari e non-militari e letali non letali per costringere il nemico ad accettare i propri interessi, tutto ciò costituisce un cambiamento: un cambiamento nella guerra e un cambiamento nelle modalità della guerra”.
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  • Il problema è quindi vedere in tali contesti di guerra “non violenta” che significato assume la neutralità.   In primo luogo il neutrale in una guerra di aggressione è considerato se non un imbucato almeno un pilatesco.   Certo se si carica di significati morali una scelta politica, la conseguenza (per il neutrale) è proprio quella.   Di essere neutrale tra bene o male, come gli angeli disprezzati da Dante perché rimasti neutrali nella lotta tra Dio e il diavolo.   Ma a parte ciò la neutralità in tempi di guerra condotta con mezzi non violenti (e non militari) finisce col perdere definitivamente – anche se non totalmente – l’imparzialità che la connotava nel diritto internazionale westphaliano.
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  • Nella prassi contemporanea l’imparzialità è stata ristretta alla neutralità militare, mentre la guerra è estesa a tutti gli aspetti della vita economica e sociale, dall’economico al giuridico, al morale e perfino allo sport, con il rifiuto di fare gareggiare gli atleti russi, e alla musica. Se questo possa portare alla pace è assai dubbio, perché l’unico caso di sanzioni efficaci nel secolo scorso fu quello contro il Giappone: ma ebbe, contrariamente alle aspettative, non l’effetto di portare alla pace, ma all’estensione della guerra.  Di per se, anche continuando – fortunatamente – il non ricorso a mezzi militari diretti, il carattere “neutrale” di una simile prassi non regge. E in effetti è esplicitamente rifiutato dalle continue condanne e sanzioni all’aggressore. Ma mentre le prime possono avere l’effetto di intensificare il sentimento politico anti-russo (che è uno dei fondamenti della guerra tradizionale), dell’efficacia delle seconde è più lecito dubitare, dato che – solo per fare un esempio – le entrate della Russia dagli aumenti dei prodotti petroliferi superano di gran lunga il costo della guerra (almeno così si legge). D’altra parte è stato notato da molti che l’assenza di un vero neutrale, almeno in Europa è un inconveniente decisivo per mediare la pace. Questo perché spesso è proprio l’autorità di un terzo (realmente) neutrale che può provocare la pace o evitare la guerra.   Nel medioevo già riusciva al Papa; nell’Europa moderna, e proprio dalla parte dove oggi si combatte fu Bismarck e il Reich tedesco nel congresso di Berlino (1878) presieduto del cancelliere di ferro a farlo. Ma la pace fu possibile anche perché Bismarck e la Germania non erano diretti interessati alla sistemazione dei Balcani; anzi disse che “...i Balcani non valgono le ossa di un solo granatiere di Pomerania” per sintetizzare la propria realistica propensione alla pace. Non così si può dire dell’Europa contemporanea che a quella pace ha interessi assai superiori a quelli del Reich.  Purtroppo non ha un Bismarck: come diceva il cancelliere (dell’Italia) “...ha un grande appetito ma dei pessimi denti”.

  •    
  • veneziani

  •   Veneziani   
  • e
  • La Cappa
  • Per una critica del presente
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
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  • Marcello Veneziani nel suo ultimo libro edito da Marsilio, LA CAPPA. Per una critica del presente (pp. 204, euro 18,00), entra nelle vive cose della crisi contemporanea.  Bauman ha descritto l’uomo contemporaneo come l’abitatore, per eccellenza, della crisi. Tale condizione ha, nel corso del tempo, non solo corroso le speranze in un possibile cambiamento, ma ha creato un clima di diffuso disagio che, a dire di Veneziani ha infine assunto il volto di una Cappa opprimente e pervasiva: «Ci manca il respiro, e non sappiamo dire in che senso, in che modo, perché. E’come se fossimo sotto una Cappa» (p. 7). In tale situazione, a venir meno è l’intelligibilità del reale, non riusciamo a cogliere la dimensione di senso della vita e del mondo. Vengono meno lo spessore, la consistenza della realtà. Tutto appare svuotato, pervaso dal vuoto nullificante. Il dirompere imprevisto della pandemia ha radicalizzato gli aspetti negativi della Cappa, determinando una restrizione senza precedenti della dimensione relazionale della vita.
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  • Craven

  • Il populismo negli U.S.A.
  • Da Jefferson a Bryan   
  • di 
  • AVERY  CRAVEN
  •   rec.  di
  • Giovanni Sessa
  • Negli ultimi anni il populismo è tornato a essere fenomeno politico di stringente attualità, meglio, è stato al centro del dibattito politologico. Movimenti populisti o nazional-populisti sono sorti ovunque, in Europa e nel mondo. Alcuni commentatori hanno visto nell’elezione di Trump e negli eventi successivi alla discussa vittoria di Biden, la conferma, allo stesso tempo, dell’ampio consenso popolare che la globalizzazione ha concesso a tali movimenti e della loro pericolosità per la democrazia. Se c’è un paese d’elezione del populismo, è sicuramente da individuarsi negli Stati Uniti. Lo ricorda lo storico americano Avery Craven, in una pubblicazione di recente comparsa nel catalogo della Oaks editrice, Storia populista degli U.S.A. Da Jefferson a Bryan, con introduzione di Luca Gallesi (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 183, euro 18,00). Craven, deceduto nel 1980, fu docente presso la Chicago University. Nelle sue ricerche si è occupato, in modo prevalente, della guerra civile americana, analizzata con gli occhi di un uomo del Sud.
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  • Le Bon

  • La
  • PSICOLOGIA  POLITICA
  • di
  • Gustave Le Bon
  • Un’opera di stringente attualità
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Uno degli assunti fondamentali del pensiero di Gustave Le Bon può essere sintetizzato in questa affermazione: l’irrazionalità delle masse, mosse dal sentimento, dà sempre luogo, in ambito politico, alla ricerca di un capo. Tale constatazione emerge dalle pagine della nuova edizione italiana di una delle opere capitali dello psicologo e sociologo francese, Psicologia politica, nelle librerie per i tipi di OAKS editrice a cura di Francesco Ingravalle (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 291, euro 16,00). L’idea cardine che abbiamo riferito è, ab origine, motivo ritornante della filosofia politica. Presente in Platone, si riafferma con Althusius, Taine e guida le considerazioni dello stesso Pareto.  In Le Bon, ricorda il curatore: «la ragione è propria delle minoranze, delle élites, i sentimenti sono la voce delle masse» (p. II). La prima edizione francese di Psicologia politica vide la luce nel 1910, poco più di un quindicennio dopo l’uscita di Psicologia delle folle, in un momento in cui l’autore aveva pienamente definito il proprio mondo ideale.
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  • UNIVERSO   e   PLURIVERSO
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Sullo scorcio del secolo scorso, appariva sicuro, a seguire la comunicazione imperante, che l’assetto del pianeta era avviato all’uniformità, dato che era diventato unipolare dopo l’implosione del comunismo e dell’U.R.S.S., onde l’unica potenza egemone erano gli U.S.A. Così la prospettiva che iniziava era che la politica – e il suo scenario – si trasformavano dal pluriverso, cui alcuni millenni di storia ci hanno abituati, all’universo. Una (sola) potenza egemone; uno il contesto (il pianeta globalizzato); una la conseguenza, la pace; una avrebbe dovuto essere la forma politica ossia la democrazia più liberal che liberale; una l’ideologia, il rispetto dei diritti umani; uno il nemico, chi a tanto bene si opponeva. E via unificando.
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  • Poco tempo dopo, con l’attentato dell’11 settembre, tale costruzione già presentava vistose e sanguinarie falle: un’organizzazione più terroristica che partigiana aveva colpito duramente il territorio U.S.A. A parte l’incrinarsi (a dir poco) delle prospettive rosee, era evidente che il problema reale, che quelle avevano più che sottaciuto, occultato, era ciò che millenni di pensiero politico avevano considerato: le differenze tra gli uomini, il loro voler vivere in comunità (relativamente) omogenee, in spazi costituenti il limite (anche giuridico) tra interno ed esterno. Così chi afferma l’universo e l’uniformità non riduceva il numero dei (possibili) nemici, ma lo incrementava di tutti coloro che non concordavano né con l’egemonia di una potenza, né con quella di una forma politica, né di un uguale “tavola dei valori” per tutti i popoli del pianeta e via distinguendo.   Di guisa che quello che con espressione involontariamente strapaesana la stampa nazionale chiamava l’“ulivo mondiale” si è rivelato un moltiplicatore (o almeno un non-riduttore) di zizzania planetaria. Abbiamo avuto guerre etniche, partigiane, religiose oltre a quelle più “tradizionali” di competizioni per la potenza e l’appropriazione (politica ed economica).   A questo hanno contribuito due elementi, l’uno consistente in una regolarità politica, quindi ineliminabile: il conflitto.  Da Machiavelli a Schmitt passando per Hobbes e (tanti) altri lotta, conflitto e amico-nemico sono stati considerati intrinseci alla natura umana.   Per cui è impossibile eliminarli; ed è difficile ridurli, anche se non impossibile.
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  • In fondo sia la teologia politica cristiana che il diritto internazionale westphaliano erano volti a realizzarlo. In particolare la riduzione dei legittimi contendenti agli Stati sovrani (justi hostes) diminuiva il numero di guerre limitando chi ne poteva far uso, garantendo così lunghi periodi di pace e comunque di guerre limitate (guerres en dentelles) alle nazioni europee. A ciò concorrevano altri precetti fondamentali del diritto pubblico (internazionale e interno): il monopolio della violenza legittima e della decisione politica, le frontiere (conseguenti al carattere territoriale delle comunità sedentarie), le distinzioni giuridiche (romanistiche) tra nemico e criminale e carattere pubblico della guerra. Il diritto di ciascuna comunità di vivere secondo le proprie scelte e consuetudini, ovviamente all’interno del proprio territorio, ne garantiva il pluralismo ed il rispetto da parte delle altre.
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  • L’universo non è in linea con tale metodo sperimentato nella storia, che è poi, come scriveva de Maistre, la politica applicata. Buona parte dell’armamentario di propaganda spiegato, da ultimo (ma non solo) nella guerra russo-ucraina è il contrario di quanto efficacemente praticato in qualche secolo di storia d’Europa. Il nemico è un “criminale, macellaio, pazzo”. Le sue pretese sono quelle di un malato grave, a Putin hanno fatto anche delle visite psichiatriche via televisione con diagnosi tutte infauste (dal tumore alla demenza).    Il fatto che quanto fatto da Putin somigli assai alla politica dei suoi predecessori negli ultimi secoli (da Pietro il grande a Caterina la grande passando per Alessandro I e II, Nicola I), rivolti a guerreggiare per acquisire la supremazia nel (e intorno al) Mar Nero, può avere due risposte: o che, per interessi, in primo luogo geopolitici, la Russia tende a conquiste ed accessi ai “mari caldi” tra cui in primis, il Mar Nero, e di tale tendenza occorre tener conto; ovvero che la Russia da Pietro il Grande ad oggi è stata governata per gran parte dalla sua storia, da dementi (tuttavia due dei quali fregiati dagli storici con l’appellativo di “grande”).   La lotta sarebbe tra democrazia contro autoritarismo – argomento che ricorda assai quello del “mondo libero” contro il “totalitarismo comunista” - solo che nel primo caso, aveva fondamenti ben più seri.   L’autoritario è ovviamente Putin (ma anche Erdogan, Xi-Jin-Ping, Orban, Modi ecc. ecc.). Dimenticando che, se per difendere la democrazia fosse necessario propiziare la guerra a Russia, Cina, India, ecc. ecc., il confronto risulterebbe assai problematico. Argomenti che hanno tutti i connotati comuni: a) di non riconoscere l’avversario come nemico giusto; b) di considerare le frontiere come intollerabile limite d’influenza; c) e di discriminare essenzialmente in base a “tavole di valori” nelle quali i “diritti umani” rivestono un ruolo fondamentale.
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  • Ora se è vero che vivere in una democrazia liberale (reale, meno in quelle parlate come purtroppo – in parte – è l’Italia) è molto meglio che vivere in uno Stato autoritario e forse anche in una democrazia illiberale, è parimenti vero che altro è tenersi il proprio modo di esistenza e rispettare quello degli altri, altro è cercare di esportarlo con inopportune ingerenze, e ancor più con guerre (dirette o per procura).  Ancor più quando il fondamento è la diversità di valori, la cui conseguenza è, come scriveva Schmitt, che valorizzarne alcuni significa comunque dis-valorizzare altri, collocarli in una “scala” da quello superiore a quello inferiore. E quindi discriminare coloro che condividono quelli “in basso”..
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  • Come sosteneva Max Weber la competizione tra valori crea una lotta dove non è possibile “nessuna relativizzazione e nessun compromesso”. Onde Schmitt riteneva: “la teoria dei valori celebra i suoi trionfi… nel dibattito sulla questione della guerra giusta” perché crea così il nemico assoluto “Il non valore non ha nessun diritto di fronte al valore, e nessun prezzo è troppo alto per la imposizione del valore supremo”[1].
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  • Soprattutto per questo il pluriverso è preferibile all’universo – in politica, e specialmente nei rapporti tra popoli.   E l’inclusione dell’orbe nell’urbs, capacità di cui i Romani erano maestri, richiede secoli e rispetto delle differenze. Tempo carente ed attitudine assente tra i globalizzatori. Onde il pluriverso, fondato sul rispetto della diversità tra i popoli, possiede un’attitudine pacificatrice superiore all’“alternativa” universalista.
  • [1] E prosegue: “Tutte le categorie del diritto di guerra classico del jus publicum europaeum – nemico giusto, motivo di guerra giusto, proporzionalità dei mezzi e condotta conforme alle regole, debitus modus – cadono vittime, inesorabilmente, di questa mancanza di valore”, v. Carl Schmitt, La tirannia dei valori, A. Pellicani Editori, Roma 1987, p. 72.

  • Azzurre Lontananze Sessa Le Bon IDUNA

  • Di seguito pubblichiamo un estratto della "Introduzione" di Giovanni Sessa al volume, G. Sessa-G. Le Bon, Azzurre lontananze. Tradizione on the road, edito da Iduna, pp. 226, euro 20,00. Si tratta della silloge dei diari di viaggio dell’autore in Irlanda, Nepal, Islanda, Pakistan e Mongolia. In "Appendice" la prima traduzione italiana di alcuni capitoli del volume di G. Le Bon, Il Nepal. Nelle librerie dal 28 Aprile 2022.
  • […] L’anelito al movimento, la filosofia del camminare che si evince dalle pagine di Thoreau, è una sorta di ermetico solvitur ambulando: «desiderio di liberazione dall’ansia» indotta dalla civilizzazione. Essa è testimoniata […] dal tempo di battuta delle sue pagine. La partenza, l’andare, il camminare, inducono in chi se ne faccia protagonista […], uno stato di levità psichico-mentale, una ri-nascita, un recuperato nuovo vigore esistenziale, che si manifesta nella sintonia con uomini, animali, piante e fiori. Camminare, anche per chi scrive, come il lettore evincerà dalle pagine di questo libro, è una via alla liberazione nella quale, con il ritorno al consueto […] è implicito un principio d’ordine. Tale […] camminare non ha nulla da spartire con attività sportive o salutistiche: va intrapreso con autentico spirito d’avventura interiore, senza alcun fine pratico. Solo a questa condizione il camminare può condurre a uno: «“stato di grazia” interiore che comporta ampliamento di visione e una particolare valutazione delle cose». Lo potremmo definire […] camminare metafisico, qualora non avessimo contezza che tale termine, nell’intera storia del pensiero europeo, ha determinato errori e sviamenti teorici e pratici senza pari. Camminare, in ogni caso, per noi ha valore conoscitivo: si pensi […] alla valenza iniziatica dell’Esicasmo e della Filocalia, la preghiera del cuore, nella tradizione cristiano-ortodossa.
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  • […] Altro autore, con il quale mi sono confrontato a lungo, e che mi permise di comprendere a fondo la filosofia del camminare, è Bruce Chatwin. Questi, […] in Anatomia dell’irrequietezza, mi parve condividere le medesime esigenze esistenziali che, fin da bambino, mi avevano indotto al movimento. Blaise Pascal, egli ricorda, ha sostenuto che: «Notre nature est dans le mouvement», per la qual cosa vita monotona e ripetitività producono malessere, apatia e disturbi nervosi. Per Chatwin, i popoli che definiamo sbrigativamente “primitivi” (quelli che il lettore incontrerà in diverse pagine di questi miei diari di viaggio), conservano consapevolezza della verità dell’affermazione di Pascal. Noi, “uomini della civilizzazione”, inveterati stanziali, ne abbiamo perso memoria, non ne abbiamo più contezza: «I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari non piangono mai e sono tra i bimbi più contenti del mondo. E diventano, crescendo, persone mitissime. Sono felici della loro sorte, che considerano ideale» . Del resto[…] il cosmo stesso è in perpetuo cammino: «I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano […] per insegnarci che dovremo sempre essere in movimento».
  • ...
  • In forza del debito contratto con Thoreau e Chatwin, ho compreso, soprattutto grazie alla pagine di Robert Walser, che camminare consente uno sguardo lucido sul senso riposto della physis, della natura. Quando si è in cammino: «idee, lampi di luce e luci di lampi si presentano e si affollano da sé per essere elaborati con cura». Chi riesca a elaborare tali dinamiche intuizioni, tali immagini, sgorganti sua sponte di fronte agli enti di natura che, di volta in volta, incontriamo nel vagabondare, comprende che non siamo semplicemente noi uomini a guardare e a pensare. Infatti, prosegue Walser […]: «Laddove mi stupivo, forse ero a mia volta oggetto di stupore; e se l’ambiente circostante mi appariva incerto e ambiguo, la stessa impressione facevo io a lui […] era una possibilità. La campagna e tutte le sue bellezze avevano occhi, e io ne ero felice».
  • ...
  • […] L’On the road, il viaggio d’avventura condotto con mezzi disparati, facendo l’autostop, servendosi del bus, dell’aereo, a piedi, ha segnato di sé un’intera generazione, quella cui, anagraficamente, appartengo. Essa ha avuto, quali parole d’ordine, la critica della vita artificiale, dell’utilitarismo e del produttivismo dominanti nel mondo occidentale. Il viaggio alternativo è stato teorizzato, tra gli altri, da Jack Kerouac in due romanzi notissimi, On the road e I vagabondi del Dharma , i cui protagonisti di fatto appartenevano al movimento Hippie. Ho condiviso tale modalità di viaggio, ma alla dimensione puramente negativa, al rifiuto della società capitalista, egualitaria, materialista dell’Occidente globalista propria degli Hippie, ho fatto seguire l’adesione al mondo valoriale della Tradizione. I diari, che costituiscono il libro che il lettore ha tra le mani, sono rimasti nel mio cassetto alcuni decenni. Ci teniamo a sottolinearlo con forza: pubblichiamo questi diari per testimoniare l’esistenza di una frangia giovanile che ha esercitato una radicale e seria contestazione al sistema, richiamandosi a Julius Evola e alla Tradizione quale alternativa al presente […]. Nei miei viaggi, come da molti luoghi dei diari si evince, ho interpretato le realtà che, di volta in volta incontravo, alla luce di tale visione del mondo, in certi casi, è inutile nasconderlo, in modo assolutamente ingenuo!
  • ...
  • […] Queste le motivazioni di fondo che mi hanno indotto a viaggiare, a pormi in cammino, ad andar per montagne. Mi auguro di essere riuscito a trasmettere ai lettori, almeno parte delle emozioni che ho provato in giro per il mondo. Per farlo, nel momento in cui ho deciso di trascrivere questi diari dalle pagine ingiallite dal tempo dei quaderni sui quali, sulla strada, magari sotto lo scrosciare della pioggia o durante nevicate in quota, li avevo composti, ho pensato fosse necessario mantenere inalterato lo stile scrittorio […] frammentario, sincopato, come lo è il ritmo di qualsiasi viaggio[…]. Ho rispettato l’ordine cronologico dei diari, per cui il libro si apre con il diario inerente all’Irlanda, cui fanno seguito quelli relativi al Nepal, all’Islanda, al Pakistan e alla Mongolia. Tre di questi viaggi (Irlanda, Nepal, Islanda) li ho organizzati e compiuti in solitudine, per gli altri due (Pakistan e Mongolia) mi sono avvalso di un’organizzazione, allora non turistica, di viaggi d’avventura.
  • ...
  • […] Il volume è arricchito dall’Appendice che contiene quattro capitoli, inediti in italiano, del diario di viaggio, Il Nepal, uscito a Parigi in prima edizione nel 1886, del grande psicologo francese Gustave Le Bon.  Una lettura intrigante, crediamo, che aiuta ad avere proficuo accesso alla complessa cultura nepalese.

  • cielo con nuvole 1

  • SANZIONI  ED  ETEROGENESI  DEI  FINI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Dall’inizio del conflitto russo-ucraino i mass-media mainstream (ossia la grande maggioranza) esaltano l’efficacia delle sanzioni decise – in particolare quelle dell’U.E..   Questo toccandone ogni possibile aspetto e conseguenza. Si legge con piglio giustizial-populista, che sono sequestrati i panfili degli oligarchi. Ma come ciò possa danneggiare il tenore di vita della stragrande maggioranza dei russi che quei panfili li hanno visti solo in cartolina, non si comprende; e ancor meno come, da ciò, possa diminuire il consenso popolare a Putin. Piuttosto potrebbe farlo – e probabilmente lo può – l’aumento delle perdite umane provocate dal proseguire della guerra. Parimenti non è chiaro se il divieto di vendere mocassini, prosecco e parmigiano ai russi possa creare problemi a Putin; casomai li crea ai produttori italiani.
  • ..
  • Certo sanzionare le importazioni di petrolio e gas problemi seri allo Zar li può provocare: solo che perché la minaccia diventi efficace occorrono anni. Nel frattempo Putin concluderà la guerra e le sanzioni saranno inutili.   D’altra parte nel secolo scorso l’efficacia delle sanzioni economiche per dissuadere dall’aggressione o comunque coartare la volontà del sanzionato è stata – per lo più – minima.   A partire da quelle applicate all’Italia perla guerra d’Etiopia, fino al caso della piccola Cuba che ha resistito per diversi decenni alle misure economiche degli U.S.A., e conservato il proprio regime nemico degli Yanquis; permettendosi anche qualche intervento all’estero (a dispetto degli americani, e, ovviamente sollecitato dai sovietici). Se ci si chiede il perché, data la sproporzione dei mezzi (tra sanzionanti e sanzionati) i risultati siano stati così modesti, occorre, principalmente, rifarsi a due ragioni.
  • ...
  • La prima: che la guerra reale è condizionata, limitata ad un obiettivo politico. Vince chi lo consegue, perde chi non lo raggiunge. Occorre pertanto che per dissuadere l’aggressore le sanzioni siano efficaci nel lasso di tempo decorrente tra inizio e conclusione della guerra. Nel caso ad esempio della guerra di Etiopia, le sanzioni all’Italia durarono poco più di sette mesi e furono revocate due mesi dopo la caduta di Addis Abeba. Ma non avevano né influito sulle operazioni né distolto Mussolini dall’obiettivo politico (la conquista dell’Etiopia). Conseguito il quale diventavano inutili.
  • ...
  • La seconda: per essere efficaci le sanzioni devono essere applicate da quanti più soggetti, di guisa da non lasciare alternativa al sanzionato. Quelle per la guerra d’Etiopia furono inefficaci perché, per diverse ragioni, Germania, U.S.A. e perfino alcuni Stati che le avevano deliberate non le applicarono o lo fecero parzialmente e distrattamente. Lo zucchero cubano, nell’altro caso ricordato, trovò un acquirente interessato nell’Unione sovietica e Stati satelliti.
  • ...
  • Al contrario l’embargo deciso da U.S.A., Gran Bretagna e Olanda contro il Giappone nel luglio del 1941 era estremamente efficace, perché il Giappone non poteva trovare delle possibili sostituzioni alle materie prime che venivano a mancare, petrolio in primo luogo.  I militari giapponesi stimavano che il petrolio accumulato o comunque disponibile non sarebbe durato più di due anni: entro quel termine avrebbero dovuto cessare l’aggressione alla Cina e l’occupazione dell’Indocina. La guerra scoppiò meno di sei mesi dopo. Il principale (se non unico) caso di sanzioni efficaci nel secolo scorso ebbe il risultato di dar inizio ad una guerra nuova, e non di concludere quella in corso. Cioè raggiunse l’obiettivo opposto alle intenzioni proclamate: costituendo così caso da manuale di eterogenesi dei fini (esternati).   
  • ...
  • Cambiando angolo visuale sopravvalutare l’effetto delle sanzioni è un errore di valutazione che consegue alla sopravvalutazione dell’elemento economico in un ambito essenzialmente politico com’è la guerra. Il discorso relativo è di un’ampiezza da non poter essere contenuto in un articolo. Sta di fatto che l’esito della guerra – salvo il “caso” ricordato da Clausewitz – dipende da una serie di fattori, fattori di potenza. Ossia idonei a far prevalere la propria volontà su altri, o, all’inverso, di non far prevalere quella degli altri sulla propria. Ambedue condizionate dall’obiettivo politico della guerra (o della pace). Nel caso più frequente alle volte conseguirlo esige di vincere (sul piano militare) la guerra, in altri di non perderla. Allo scopo i fattori di potenza (economico, militare, organizzativo, anche costituzionale) non è solo il primo. Anzi possono essere compensati da altri. Nella guerra dei sette anni, la Prussia, piccola ma dotata di un grande esercito guidato dal miglior generale dell’epoca – ed alleata ed aiutata dalla Gran Bretagna – riuscì a realizzare l’obiettivo di non soccombere ai tre più potenti Stati continentali dell’epoca: Francia, Austria e Russia, dotati di risorse economiche, finanziarie e demografiche superiori di circa 20 volte a quelle di Federico II. Nel XX secolo le guerre rivoluzionarie di liberazione – asimmetriche in sé – hanno mostrato come popoli colonizzati, poveri ed arretrati hanno raggiunto l’indipendenza dagli Stati colonizzatori, malgrado la disparità anche nei mezzi militari. Questo essenzialmente per il loro obiettivo politico (l’indipendenza), la determinazione nel perseguirlo nonostante danni e perdite, e la coesione realizzata allo scopo. Dalla parte dei colonizzatori, dove l’interesse economico era prevalente e richiedeva il controllo del territorio coloniale, il costo delle guerre si rivelò superiore ai benefici dell’occupazione (onde preferirono concedere l’indipendenza). Cioè opera in senso inverso alla logica economicistica e quantitativa. Logica che avrebbe avuto un ruolo sicuramente più ampio e di “successo”, in stato di pace. Per cui, dati i risultati delle sanzioni efficaci (cioè Pearl Harbour) c’è da augurarsi che, ai fini della pace, quelli delle sanzioni U.E. lo siano il meno possibile.

  • Bismarck

  • KULTURKAMPF
  • Bismarck tra tradizione e innovazione
  • I discorsi del Cancelliere di ferro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Otto von Bismarck è sicuramente un personaggio storico di grande rilevanza. Le sue scelte politiche hanno condizionato, non solo la storia della Germania moderna, ma gli eventi della prima metà del XX secolo.   Al fine di conoscere l’uomo e il Cancelliere, consigliamo vivamente la lettura di un volume a sua firma, Kulturkampf. Discorsi politici, da poco nelle librerie per Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.291, euro 24,00). Il volume è impreziosito dalla chiarificatrice prefazione del germanista Marino Freschi.   Nato nel 1815, anno fatale per le sorti d’Europa, Bismarck per tutta la vita, rileva il prefatore: «rimase attaccato alle radici dell’aristocrazia terriera» (p. I).  In gioventù, i suoi esordi nell’amministrazione prussiana non furono brillanti.   Si rese protagonista di alcuni scandali e tenne una condotta di vita al di sopra delle righe.   Fu un momento passeggero: ben presto, si radicò nel suo animo la spiritualità pietista, fondata sulla devozione mistica e mirante al risveglio interiore.
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  • Europa in camicia nera
    L’Europa in camicia nera
  • di 
  • Elia Rosati
  • L’estrema destra dagli anni ’90 a oggi
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa

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  • In Europa viviamo, dal momento in cui è esplosa, in modo imprevisto ed eclatante, la pandemia da Covid-19, in un sistema politico in cui gli spazi di libertà e di sovranità popolare si sono sempre più ridotti. Si tratta di una forma particolare di governance, la governance sanitaria, forma estrema della degenerescenza delle democrazie liberali che, ab origine, come notò il filosofo Andrea Emo nell’immediato secondo dopoguerra, aveva in sé tratto epidemico, esplicitato dalla tendenza dei propri apparati a “sovrapporsi” al popolo.   A tale situazione, nell’ultimo trentennio, si sono opposte quelle forze politiche che vengono, per stanca convenzione, definite di “estrema destra”.   Al fine di comprendere cosa è accaduto, dal 1990 a oggi, in tale settore dello schieramento politico continentale, è bene leggere l’ultima fatica di Elia Rosati, L’Europa in camicia nera. L’estrema destra dagli anni Novanta a oggi, pubblicata da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, pp. 191, euro 16,00).      Il volume è chiuso dalla postfazione di Guido Caldiron.  Si tratta di uno studio in cui l’autore, che svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Studi storici dell’Ateneo milanese e che ha già dato alle stampe altre pubblicazioni in tema, si avvale di una metodologia mista: «ritenendo che fare storia di anni così complessi e recenti debba avvalersi di un approccio multidisciplinare» (p. 11)
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  • Recto Il filo Aureo GORLANI

  • PREMESSA   (di   S.G.)   con 
  • INTERVISTA    a
  • GIUSEPPE GORLANI
  • e  nota di
  • Giovanni Sessa

  • RETRO libro GORLANI Il filo aureo
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  • In passato abbiamo accolto, ora leggibili sul sito www.heliopolisedizioni.com , “Rivista online Heliopolis” nella sezione “Scuola Romana di Filosofia politica” a cura di Giovanni Sessa, vari scritti di Giuseppe Gorlani come coordinatore di questa comunità ashramica e stimato amico.  Ora, per quanto poco conti il mio parere, vorrei affermare che, anche chi non può o non vuole condividere, neanche intellettualmente, tutto o molto della loro scelta di vita, dovrebbe comunque ascoltare la loro testimonianza con attenzione realmente valutativa e con profondo rispetto dovuto alla rara serietà, efficace costanza e teso equilibrio, pur nella decisa scelta religiosa.   Io li ho conosciuti, anni fa per merito di Gian Franco Lami e di Giovanni Sessa, al tempo della nostra complessa esperienza del movimento di pensiero “Nuova Oggettività. Popolo, partecipazione, destino”, ove Giuseppe Gorlani ha sovente riverberato, nelle relazioni ufficiali e sempre nei rapporti interamicali, una forte referenza sacrale, autentica e realmente lontana dai sempre incombenti narcisismi intellettuali e dalle sterili diatribe personalistiche. Tabe di troppe comunità che ho conosciuto e frequentato.  Per tale motivo, in questo momento così difficile per tutti noi, credo che una veloce immersione nel loro mondo valoriale, espresso qui in questa intervista con una concinnitas che genera un vero desiderio di leggere e rileggere, sia veramente utile e capace anche di ridonarci, direttamente od indirettamente,  il senso di uno stimabile percorso orientato superiormente.  
  • INTERVISTA a   GIUSEPPE GORLANI
  • 1) Identità spirituale...
  • Il nostro punto di riferimento è il Sanatana Dharma. Giuseppe agli inizi degli anni ‘70 incontrò a Kashi, in India, un sadhu mahatma senza nome che, nell’arco di tre o quattro mesi, lo iniziò ad una sadhana (disciplina spirituale) shivaita. C’è stata dunque una trasmissione diretta, orale, non libresca, estranea ad ogni aspetto commerciale (per intenderci, al marketing legato spesso ai maestri famosi) o di affermazione profana.
  • Tornato in Italia, Giuseppe incontrò in modo del tutto “casuale” un gruppetto di giovani con i quali diede vita alla Comunità dei Cavalieri del Sole. Ad essi trasmise uno stile di vita ed una visione della realtà che, pur rispettando le modalità esistenziali dell’occidente moderno, si radicava nell’insegnamento shivaita.
  • ...
  • ..
  • 2) Che cosa vi ha tenuto uniti negli anni?
  • L’aggettivo “ashramica” aggiunto a “comunità” spiega le ragioni della nostra unione. Esso rimanda al termine sanscrito ashram, circa il cui significato il Glossario sanscrito dice: “Luogo di ritiro e meditazione dove, sotto la direzione di un Istruttore o Guru, i discepoli si riuniscono per vivere una disciplina spirituale”. Giuseppe non è un Guru, ma piuttosto un messaggero, un custode o un fratello più anziano. La sua autorità non si fonda su fattori quali il denaro, l’erudizione, ecc., bensì attinge ad una maggiore esperienza nella sadhana e all’aver incontrato il Maestro. Il Centro è Shiva nei suoi tre aspetti di Sadguru, Maestro dei Maestri, di Ishwara, Principio primo da cui tutto emana, e di Paramashiva, Assoluto ineffabile.
  • La sadhana – che è essenzialmente purificazione – include pertanto tre aspetti: devozionale, filosofico-dottrinale, meditativo. Quest’ultimo rimanda ad uno spogliarsi di qualsiasi proiezione mentale, affinché nel Silenzio emerga l’Innato.
  • Senza Centro non può esservi alcuna Unità.
  • ...
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  • 3) Quali sono le difficoltà maggiori all’interno
  • La principale difficoltà consiste nel senso di impotenza derivante dal rendersi conto dell’enorme discrepanza esistente tra Quello (il Tat upanishadico) che siamo realmente e l’ignoranza che si è sedimentata dentro, accecando l’ente sino al punto da indurlo ad identificarsi in essa. La comprensione intuitiva della Realtà non è sufficiente a debellare l’identificazione nell’ignoranza (avidya), perciò è indispensabile percorrere un sentiero di purificazione con la totalità di se stessi. Dato che nell’Era attuale non abbondano i punti di riferimento religiosi e di spiritualità tradizionale capaci di ispirare, ci si deve impegnare a valorizzare quel che si è ricevuto. Abbandonare il Cammino significa commettere una sorta di suicidio; come altro potrebbe essere definita la rinuncia alla Conoscenza di Sé?
  • Per il resto, se nell’intimo si è rettamente orientati, i problemi secondari (veri e propri phantasmata) recedono sino a scomparire. Le qualità che bisogna sviluppare per procedere nella sadhana sono: la pazienza, la salute, la buona volontà, la perseveranza, la modestia, la discriminazione, l’amore per l’Ineffabile – formale e informale ad un tempo – presente in noi e dappertutto.
  • ...
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  • 4) Quali le difficoltà all’esterno
  • Dal punto di vista di uno Yogin, esterno ed interno sostanzialmente coincidono. Tuttavia, l’interno è ciò su cui dobbiamo cominciare a lavorare.   Sino a che si crede di dover modificare l’esterno senza prima aver rettificato l’orientamento interiore, realizzando concretamente le verità che si sono comprese, si resterà nell’impotenza e nella frustrazione, subendo in modo irrimediabile le ingiustizie e le disarmonie di un mondo in avanzato stato di decomposizione. Anteporre l’esterno all’interno è la ragione per la quale impera il disordine. Infatti, anche se si riuscisse ad eliminare una particolare manifestazione esterna dell’ignoranza, si finirebbe col sostituirvi inevitabilmente la propria ignoranza irrisolta.
  •  ...
  • ..
  • 5) Il vostro rapporto con i giovani
  • Da una copia sposata all’interno della Comunità sono nati cinque figli. Ciò ci ha permesso di constatare come, per quanto ci si impegni ad educare al meglio, l’influsso più significativo provenga dalla scuola. Anche gli studi classici vengono oggi impartiti superficialmente, perciò la maggior parte dei giovani restano ignoranti, privi di quegli strumenti filosofici, linguistici e morali indispensabili alla formazione di persone responsabili e mature. Le nuove generazioni vengono indirizzate alla superbia e all’edonismo che necessariamente, a tempo debito, si capovolgono in miseria e pochezza. L’unica strategia che abbiamo potuto utilizzare per difenderli è stata mitigare tali suggestioni nefaste, proponendo insegnamenti di segno opposto; essa ci ha consentito di raggiungere alcuni buoni risultati.
  • La nostra scelta di vivere immersi nella natura, dedicandoci a lavori artigianali e agricoli, è stata di grande aiuto nel prevenire la loro pressoché totale alienazione. Ora che sono adulti e che dunque possono osservare con maggior obiettività il mondo, cominciano a rendersi conto di verità che prima tendevano a rifiutare. La natura insegna la misura, il ritmo, il sacrum facere; la natura, magistra vitae, offre un’opportunità di salute e migliora l’intelligenza.
  •  ...
  • ..
  • 6) Il vostro rapporto con l’iper-tecnologia
  • L’iper-tecnologia è forse il maggior nemico dell’uomo contemporaneo poiché conduce surrettiziamente alla nefasta meta del transumanesimo. Il suo sviluppo, proposto come “progresso” auspicabile, condurrà all’implosione.
  • Nei nostri viaggi in Oriente (Iran, Afganisthan, Nepal, India), alla fine degli anni ‘60 inizi ‘70, abbiamo potuto vedere in quali condizioni, materiali e spirituali, si trovassero i popoli privi degli sofisticati accorgimenti tecnologici oggi in auge. Una cosa è certa: il mondo era infinitamente più bello e le persone più serene. Inoltre l’attenzione verso il sovrasensibile era assai più spiccata.
  • Nell’articolo Il concetto di nada nel pensiero indiano, del Pandita Shri Vidya Nivasa Mishra, comparso sulla rivista Atrium (n. 4, anno XXIII), si legge: «Se si vuole penetrare l’essenza della nostra cultura non possiamo farlo senza la foresta»
  • E’ ovvio, tuttavia, come nella situazione attuale dalla tecnologia non si possa prescindere. L’importante è usarla per lo stretto necessario e non farsene divorare. Vale assai più camminare in un vecchio bosco di querce rugose che ammirare panorami splendidi sul computer, scambiare quattro chiacchere col vicino artista-contadino piuttosto che chattare stolidamente, alimentando desideri virtuali. In quanto uomini è fondamentale restare vicini alla realtà naturale.
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  • 7) In relazione alla vostra visione superiormente orientata quali i rapporti possibili con i macro-fattori sociali e politici.
  • Non si può impedire che la Forza disgregante impossessatasi della mente della maggior parte degli esseri umani giunga alle sue estreme conseguenze. Il sasso che cade dovrà arrivare sino al fondo: non un istante prima fiorirà l’apocatastasi.  E’ un’utopia presumere di combattere il male con le sue stesse armi, standosene al suo interno.  Ci si dovrà piuttosto dissociare, non perdere la minima possibilità di evadere dal convoglio della follia, risvegliare nell’intimo la Presenza atemporale.
  • Si dovrà imparare a giocare in modo impeccabile l’essere nel mondo ma non del mondo. Una volta che si sia divenuti realmente padroni e conoscitori di se stessi, nessuno nell’intero trimundio potrà nuocerci.
  • Nei tempi attuali domina la menzogna. Si dovrà allora percorrere il cammino opposto ed imparare ad essere spietatamente sinceri con se stessi. Se si potrà aiutare qualcuno lo si farà, diversamente si resterà invisibili. Già in un’epoca maggiormente fausta, il wei-wu-wei (l’agire senza agire) di Lao Tzu era assai più efficace dell’agire virtuoso del pur grande Confucio. Oggi il wei-wu-wei è l’unico agire possibile.  Grandi cose ne scaturiranno; sarà però difficile, se non impossibile, individuare qualcuno da ringraziare: l’uomo del Tao non lascia tracce.
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  • Sandro Giovannini mi invita a scrivere di Giuseppe Gorlani e dei Cavalieri del Sole.  Accolgo prontamente e lietamente l’invito: l’ occasione mi consente di ri-cordare (di riportare dal cuore e nel cuore, centro dell’intelligere di senso tradizionale) la figura di Gian Franco Lami.   Giovannini, con la rivista Letteratura-Tradizione,   Lami attraverso il magistero maieutico, socratico, della “Scuola romana di Filosofia politica”   e Gorlani con l’asrham dei Cavalieri del Sole, hanno rappresentato per me un momento di effervescenza intellettuale unico e irripetibile.  Assieme abbiamo partecipato e dato luogo a un numero non trascurabile di incontri, eventi, convegni, pubblicazioni, a muovere dai primi anni del nuovo secolo, stretti da una non comune philia, dato il tratto divisivo, oltre che dissolutivo, dell’attuale fase storica.   La cosa paradossale, ma al medesimo tempo più rilevante del nostro rapporto, è che non condividiamo la medesima Via.   Nel corso del nostro iter intellettuale-spirituale, abbiamo compiuto scelte differenti. Chi scrive, non ha mai aderito al Sanātana-dharma, tantomeno lo hanno fatto Giovannini e Lami.   Eppure, tra noi, fin dai primi incontri, si è stabilita una sintonia amicale, una fratellanza piena, persuasa, ideale.
  • ...
  • Ci univa e ci unisce, la ferma convinzione della necessità di testimoniare, anche nell’atmosfera adharmica del presente, la possibilità di una vita Alta e Altra, quella indicata dalla Tradizione.  Resta il fatto che tale riferimento lo abbiamo letto, interpretato e vissuto in modalità eterogenee.  Per quanto mi riguarda, ritengo fuor da ogni dubbio, che l’esperienza realizzativa di Gorlani e dei Cavalieri sia autentica, risultato di un lungo e sofferto percorso di ricerca spirituale.  E ciò mi basta.  Ricordo con emozione la prima volta che mi recai presso la loro bellissima Dimora (di ciò si tratta, non di una semplice abitazione): ebbi l’impressione di trovarmi nella Cittadella della custodia tradizionale, nella “Torre” di evoliana memoria, dove simboli e statue votive degli dèi dell’India erano e sono collocati al posto giusto, individuato secondo i canoni della geografia sacra.  Nella suggestione di tale Dimora si svolse una serata indimenticabile, cui partecipammo tutti noi, con altri sodali, dedicata al mondo fantastico di Tolkien, che oltre ad evocare l’affabulatorio docente di Oxford, fu propizia e foriera di altre iniziative e progetti comuni.   La residenza dei Cavalieri, vale la pena rilevarlo, è attorniata dalla Natura, simbolo dei simboli, le cui disparate manifestazioni non fanno che dire il Medesimo e le cui continue metamorfosi non indicano una forma nel senso della Gestalt, come sa Gorlani.   Egli, infatti, è latore di quel sapere (dal sapio latino) che indica l’assaporare, il toccar con mano la Realtà.  Ha contezza che gli enti sono maschere del senza forma, del ni-ente originario, della non-dualità.  Mi permetto di sostenere che, probabilmente, ciò che ci unisce in profondità è la condivisa consapevolezza che la dynamis della physis, la potenza non normabile dell’origine, e qui uso espressioni più vicine alla mia sensibilità tradizionale, è principio animante Tutte-cose.   Non è certamente casuale che, lo ho scritto nella Prefazione a un volume di Gorlani, Il Filo aureo, lo abbia incontrato la prima volta nei giorni del rigoglio primaverile del 2006 e che, ogni volta che scrivo di lui, come oggi, dalla finestra del mio studio si mostri l’erompere del primo tempo dell’anno e della vita.   Con Giovannini facemmo conoscenza nella medesima occasione, segnata dal nuovo inizio della natura.   Per non dire di Lami, cui strinsi la mano nel 1977, in quello che Leopardi definisce il “maggio odoroso”.  “Amicizie stellari” contraddistinte, da un lato, da Śiva-Dioniso, dall’altro da Vāstospati, dio dell’Ordine.   Lami definiva, non va dimenticato, il suo pensiero «filosofia dell’ordine e del divino».
  • ...
  • Una visione del mondo “di pochi”.  Del valore e delle intenzione della comunità dei Cavalieri del Sole ha detto esaustivamente nell’intervista Giuseppe. Nei suoi confronti e nei confronti di Sandro non posso che esprimere riconoscenza e gratitudine, sia per l’amicizia che mi concedono che per gli stimoli intellettuali e spirituali che ho tratto dal loro incontro. Relazioni di tal fatta mi hanno indotto a perseverare lungo la strada scelta, nonostante i momenti di stanca, le inevitabili disillusioni, stoicamente, come insegna Löwith: «senza sperare e senza disperare», con occhio fisso alla physis. La Natura svela ogni segreto a chi sappia leggere il suo caleidoscopico linguaggio.  In quest’ultimo periodo ci ritroviamo, nel ricordo imperituro di Lami, a condividere l’esperienza della rivista online  heliopolisedizioni.com   tentando di compiere, come Gian Franco ci invitava a fare: «Un passo per la vita, un passo per il pensiero».   Tutto il resto non conta.    A noi, ancora una volta, dunque!!          (Giovanni  Sessa)

  •                                                                                                      
  • Grecchi

  • La filosofia prima della filosofia
  • Uno studio innovativo di
  • Luca Grecchi
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Attorno alle origini della filosofia, antichisti e filologi dibattono da secoli. Per convenzione manualistica, i più ritengono che questa forma di pensiero, connotante di sé, fino ai nostri giorni, l’iter storico dell’uomo europeo, sia sorta con i Presocratici, nel VI secolo a.C., nelle colonie ioniche dell’Asia Minore. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la lezione di Giorgio Colli spostò l’attenzione su epoche più arcaiche, in quanto l’insigne studioso della Sapienza greca, disse il filosofare esser sorto in continuità con il mito, non in contrapposizione a esso. E’ da poco apparso nel catalogo di Scholé, uno studio di Luca Grecchi che, in tema, risulta latore di importanti novità. Ci riferiamo a, La filosofia prima della filosofia. Creta, XX secolo a.C., Magna Grecia, VIII secolo a.C. (pp. 198, euro 22,00).  Il volume è preceduto dall’introduzione dell’archeologa Daniela Lefèvre-Novaro. L’autore, docente all’Università di Milano-Bicocca, ha già all’attivo diverse pubblicazioni in tema.    In queste pagine, egli muove dall’assunto aristotelico che ciò che è in atto deve essere stato in potenza. Ora, se tutti gli esegeti concordano nel riferire che è possibile parlare dell’attualizzarsi del filosofare, a muovere dal VI secolo a.C., risulta necessario spingere l’indagine ai secoli precedenti per individuare il terreno “potenziale” dal quale la filosofia sarebbe sorta. Grecchi pone, quale fil rouge del proprio lavoro esegetico, questa definizione della filosofia: «un sapere finalizzato alla ricerca della verità dell’intero, caratterizzato da metodo dialettico, avente come fondamento di senso e di valore l’uomo inteso nella sua universalità» (p. 13). Il filosofare si occupa di due contenuti, trascurati dalle scienze, la verità e il bene: è disciplina che richiede una prassi atta a inverare nell’azione virtuosa, le acquisizioni del piano teoretico. Tale era la filosofia nel mondo antico, perciò: «Non può essere casuale […] che la philosophia si sia formata nell’antica Grecia» (p. 17) e non in Oriente, dove mancava il pre-requisito politico e sociale di un tale sviluppo, la polis.
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • NEBBIA  della   GUERRA   e     FAKE-NEWS   
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
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  • Scriveva Clausewitz che la guerra è caratterizzata dalla “nebbia” che non consente o consente con poca chiarezza e distinzione la percezione della situazione effettiva.  Tale nebbia non è però solo quella di Austerlitz, cioè un fenomeno naturale, ma è dovuta ad attività (ed errori) umani: alla confusione, allo scarso o contraddittorio afflusso d’informazioni, agli espedienti del nemico volti ad ingannare. Le informazioni, scriveva il generale prussiano, sono la base per le   “nostre idee ed azioni… base fragile ed oscillante, e si comprenderà ben presto quanto pericolosa sia l’impalcatura della guerra, con quanta facilità possa crollare, e schiacciarci sotto le sue macerie”.    Le informazioni perciò   “in guerra sono in gran parte contraddittorie, in maggior parte ancora menzognere, e quasi tutte incerte”.    Tale difficoltà è già importante per chi deve decidere, cioè i comandanti politici e soprattutto militari, gli esperti.   Ma è assai peggiore “la cosa per colui che non ha esperienza…  invece le notizie successive si sostengono, si confermano, s’ingrandiscono, aggiungono”.    E il “pubblico” cioè coloro che osservano le descrizioni belliche, sono il massimo della non-esperienza, e non si rendono conto o in misura minima che   “la maggior parte delle informazioni è falsa… Ciascuno è disposto a credere più il male che il bene e ciascuno è tentato di esagerare un poco il male: ed i pericoli fittizi che vengono segnalati, in tal modo, pur dissolvendosi in se stessi come le onde del mare, si affacciano, al pari delle onde, senza una causa visibile”.   Il capo ha così il difficile compito di valutare e selezionare tra le tante che gli giungono, le notizie più attendibili.
  • Quando poi le informazioni generosamente distribuite sono dirette al pubblico radio-televisivo e dei media in genere, la nebbia s’infittisce e si amplifica l’interesse a produrle, anche quando la saggezza le rende improbabili.   Con ciò si passa alla “guerra psicologica”, definibile come l’insieme delle iniziative volte a controllare l’opinione pubblica e i di essa giudizi ed azioni, agendo – prevalentemente – sul sentimento e l’emotività.   Se indirizzato al nemico (in atto o in potenza) lo scopo assolutamente prevalente è di condizionarne e fiaccarne la volontà, inducendolo alla trattativa (a perdere), se la guerra è in atto, o a non farla (o a non intervenire) se è in potenza.   Questo è ovvio, perché da un lato la guerra è un mezzo per affermare la propria volontà e potenza, onde il miglior nemico è quello poco determinato a combattere; dall’altra la prima regola dell’agire strategico è ridurre il numero (o almeno la potenza) dei nemici, come ben sapevano i romani.   Il generale prussiano, tuttavia, in un’epoca in cui la stampa quotidiana muoveva i primi passi non era in grado di prevedere quanto si sarebbe intensificata col progredire dei media.
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  • La guerra russo-ucraina è connotata, ancor più che le precedenti del XX e XXI secolo, da essere una guerra telematica, combattuta sui media, non meno – anzi di più – che sul campo.  Ma sempre caratterizzata dallo scopo, ovvero fiaccare la volontà del nemico e indurlo a sottomettersi – e dei mezzi all’uopo spiegati: una massa d’informazioni false, artate, contraddittorie.   Che non reggono, o sono del tutto improbabili una volta verificate o valutate.
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  • Ad esempio il ruolo di Putin, elevato – in mancanza di più acconci interpreti – ad incarnazione del male assoluto.   È lo stesso statista che fino a pochi mesi fa interloquiva con tutti i grandi della terra, che stringevano accordi e facevano affari con lui.  Mostrandosi così, almeno, un po’ ingenui, facenti parte della razza dei Chamberlain, non dei Bismarck.   E anche dimentichi che il nemico non è solo quello cui si fa la guerra, ma anche quello con cui si conclude la pace.  Onde è meglio, come nel diritto (romano) e internazionale classico non demonizzarlo, o anche solo criminalizzarlo, perché così si rende ancora più difficile concludere la pace.   E la stessa pace diventa così una tregua di briganti.    
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  • Altra notizia non falsa, ma costante, è quella sui “danni collaterali”, ossia sui civili morti a causa delle operazioni belliche. É cosa vera, semplicemente perché da millenni a far le spese della guerra sono (anche) gli innocentes (come scrivevano i teologi-giuristi del ‘600).  Ancor più nelle guerre moderne dove la straordinaria forza distruttiva delle armi ne ha reso l’uso limitato spesso impossibile.   Con la conseguente violazione del principio del diritto “in guerra” di risparmiare gli innocentes, ossia i non combattenti.
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  • Solo che a distinguere tra crimine di guerra e “danni collaterali” è, molto spesso, la natura dell’obiettivo e l’intensità (e potenza) dell’attacco. Ad esempio non risulta che i russi abbiano impiegato l’aviazione per bombardamenti terroristici, tipo quelli di Dresda, Amburgo e Tokio (e di tante altre città dell’Asse) della seconda guerra mondiale. In cui i morti, nella più modesta delle valutazioni furono alcune decine di migliaia (a bombardamento). E dove furono largamente impiegate le bombe al fosforo per causare incendi difficilissimi da spegnere. Cioè proprio ordigni fatti con lo stesso elemento che tanto tiene banco tra le atrocità russe praticate in questa “operazione militare speciale”. Peraltro anche in tal caso qualcuno s’è impancato a docente di chimica bellica, confondendo fenomeni e norme. Le bombe al fosforo sarebbero armi “chimiche” perché… basate su una reazione chimica (produrre la combustione).  Ma essendo una reazione chimica altresì l’esplosione causata dalle bombe convenzionali, anche queste, ragionando come certi esperti, sarebbero delle armi chimiche.   Sul piano giuridico invece le bombe al fosforo sono classificate armi convenzionali e, per questo, vietate dalla Convenzione di Ginevra del ’98, ma tenute ben distinte dalle armi chimiche vietate da altra convenzione.   Per cui reagire all’uso di ordigni al fosforo con un bombardamento di gas nervini sarebbe una rappresaglia sproporzionata.
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  • Soprattutto non si può confondere il nemico con il criminale come fa la propaganda argomentando che l’uno e l’altro uccidono e danneggiano. La Russia – e così l’Ucraina – ha, come qualsiasi Stato lo jus belli, e quindi il diritto di servirsene.  Chi la governa non è un animale, un essere non-umano, né un delinquente.  Già lo sapevano i romani. Nel Digesto (L, 16, 118) si legge “Hostes’ hi sunt, qui nobis aut quibus nos publice bellum. decrevimus: ceteri ‘latrones’ aut ‘praedones’ sunt”; e traducendo “i nemici sono coloro che a noi, o noi a loro, abbiamo dichiarato pubblicamente guerra: gli altri sono briganti o pirati”.   Caso mai Putin ha, secondo una moda invalsa da quasi un secolo, fatto la guerra chiamandola diversamente (operazione militare speciale). Ma in ciò è stato preceduto da tanti altri – Nato compresa – che ha condotto guerre denominandole “operazioni di polizia internazionale” (ecc. ecc.).   L’ipocrisia non è una pratica peculiare a un contendente ma appare estesa a tutta un’epoca che, vagheggiando un pacifismo integrale, ha cominciato a realizzarlo dal vocabolario. Purtroppo non andando oltre.
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  • Resta da vedere se, diversamente dalle buone intenzioni esternate, una pratica siffatta non faccia crescere d’intensità lo scontro bellico: anzi la creazione del male, del nemico assoluto porta proprio a quello: ad intensificare il sentimento ostile (Clausewitz);e così a popolarizzare la guerra.      Le vie dell’infermo sono lastricate di buone intenzioni.


  •                                      Reghini e Cornelio Agrippa
  •      Il De Occulta philosophia commentato dall’esoterista neo-pitagorico
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  •                                            di Giovanni Sessa
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  • Arturo Reghini è stato un punto di riferimento della tradizione esoterica primo-novecentesca. E’ noto che diresse e collaborò a numerosi e vivaci periodici dell’epoca e che fu in contatto con esponenti del tradizionalismo romano, non ultimo Julius Evola, con il quale giunse, dopo un periodo di collaborazione, alla definitiva rottura. Momento rilevante, nell’elaborazione del suo sistema speculativo-operativo, è rappresentato dal confronto con l’opera di Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535). La nostra affermazione trova conferma in un volume di recente pubblicazione, Agrippa e la sua magia secondo Arturo Reghini, comparsa nel catalogo delle Edizioni Aurora Boreale, per la cura di Nicola Bizzi, Lorenzo di Chiara e Luca Valentini (per ordini: edizioniauroraboreale@gmail.com, pp. 327, euro 20,00). Il libro contiene tre saggi contestualizzanti dei curatori, lo scritto di Reghini inerente l’opera di Agrippa, la biografia del neo-pitagorico vergata dal discepolo, Giulio Parise, nonché un’ampia bibliografia.
  • A Nicola Bizzi si deve uno scritto ricostruttivo, che esalta la funzione svolta dall’esoterista italiano nel contesto storico in cui si trovò ad agire. Azione centrata la sua, su una pars destruens, la critica del: «modello di Massoneria post-illuministico» (p. 55), e su una pars construens, la riattualizzazione della Massoneria iniziatica e dei suoi riti. Bizzi ricostruisce in modalità organica l’iter intellettuale-realizzativo reghiniano, intervallando dati biografici e discussione dei plessi teorico-operativi più rilevanti della visione del mondo del pensatore-matematico. Da queste analisi si evince l’importanza che l’opera di Agrippa ebbe sul Nostro. Il mago di Nettesheim corresse, come opportunamente ricorda nel suo scritto Di Chiara, in senso prassista, la pur grandiosa visione del mondo neoplatonica di Ficino e di Pico. L’opera maggiore di Agrippa, il De occulta philosophia, non può essere derubricata ad esempio di enciclopedismo erudito rinascimentale. Nell’ultima edizione del 1533, frutto di accorta e ampia revisione testuale: «si fa più forte la necessità […] di procedere ad una radicale opera di purificazione e di restaurazione del corpo di insegnamenti magici legati all’antica sapienza teurgica» (p. 9). Essi, infatti, stavano correndo il rischio di cadere nell’oblio, oscurati dai rivestimenti intellettualistico-secolari, che la visione moderna stava loro imponendo.
  •    Il compito che Agrippa si pose è il medesimo che, nel Novecento, si porrà Reghini: vivificare l’antico sapere magico-ermetico. Allo scopo, la frequenza di Tritemio, che lo stimolò allo studio della tradizione esoterica, risultò assai proficua. Tritemio, e sulla cosa concordano i più noti biografi di Agrippa, fu Maestro di quest’ultimo, avendolo incontrato in un periodo nel quale questi usciva da esperienze vissute in circoli iniziatici, che non si erano rivelate del tutto positive. Tra il 1510 e il 1533, Agrippa consolida il proprio patrimonio ideale, le proprie esperienze lungo la Via trasmutativa. Pertanto, con l’edizione del 1533 si realizza: «una vera e propria sistematizzazione degli insegnamenti magici ed esoterici disponibili all’epoca» (p. 10). Lo studioso riuscì a tanto, grazie alla protezione dell’Arcivescovo di Colonia, Hermann Von Wied. Nel De Occulta si evincono disparate influenze, dedotte dalle traduzioni ficiniane dei testi ermetici, misterici, teurgici e pitagorici, ma anche riferibili a Pico. Evidenti sono i richiami al De Verbo Mirifico di Reuchlin o a studiosi quali Paolo Ricci e il francescano Francesco Giorgio Veneto: «Ampio credito riscuoteva infine la grande tradizione di magia naturale medievale che dal maestro Alberto Magno passava per […] Ruggero Bacone» (p. 15).
  • L’opera di Agrippa è organizzata in tre libri. Il primo si occupa del livello più basso della magia, legato alla dimensione naturale. Il secondo discute la cosiddetta magia astrale, ovvero è una trattazione della sfera intermedia e celeste. Infine, il terzo libro tratta di quel tipo di magia che: «investiga il piano sovra celeste e prettamente intellettuale […] connesso al regno delle essenze eterne» (p. 16). L’universo agrippiano è retto da una serie di corrispondenze interne, il livello inferiore, mantiene un rapporto simpatetico e analogico con quello superiore, e viceversa. Il cosmo è animato, vivente. Per tale ragione, ogni ente non può essere conosciuto attraverso i suoi aspetti di superficie, fermandosi alla modalità esteriore, apparente: «giacché esistono molteplici livelli di conoscenza di uno stesso essere» (p. 17). Del resto se l’inferiore è sorto dal processo emanazionista, che conduce dall’Uno ai molti, nulla vieta di pensare una possibile conversione epistrofica, una “risalita” degli enti all’Uno: «E’ il principio dell’anima mundi che in Agrippa fonda tanto la veduta speculativa, quanto l’applicazione magico-operativa della dottrina» (p. 17). Il cosmo è, quindi, imago Dei, mentre l’uomo è considerato da Agrippa, in quanto microcosmo, “immagine di una immagine”, imago mundi.
  • Mago è l’uomo che sa attirare a sé forze dall’alto, per servirsene allo scopo di “sgrezzare la pietra” e trasmutarla nella sua reale natura divina: «Alla base di tale ideale, vi è l’intima persuasione […] circa il carattere o dignità integrale […] congenita all’uomo» (p. 25). Il mago riunifica i tre livelli del reale in una potente operazione di reintegrazione. Coglie nel segno Valentini, individuando nella dea Hecate, che nel mondo greco-romano ebbe funzioni psicopompe, la simbolizzazione di una funzione essenziale: unire i tre mondi del Cosmo. La dea era rappresentata con un volto infero, un cane, indicante la realtà ctonia, un volto terrestre, rappresentato da un cavallo, animale vitale per antonomasia. Infine, un volto celeste, quello di un serpente, forza dei primordi, che ha alchimicamente sublimato la caducità e la transitorietà dei primi due mondi indicando: «la rigenerazione finale di Ecate triforme […] che cambia la propria pelle, che da strisciante nella melma diviene lo Djed egizio […] il cobra eretto» (p. 32). Tripartizione rintracciabile, lo fa rilevare Valentini, anche nell’Ermetismo.
  •    In tale tradizione, il mondo elementale, campo d’azione del filosofo naturale, è dato dal Sale, la cui realizzazione si ottiene con il Separando Lunare, che induce una prima autonomia dalla fisicità. Il mondo siderale è alchimicamente assimilabile al Mercurio, la cui Opera al Bianco getta le premesse per il superamento del tellurico. Alla fine del percorso l’assimilazione con il mondo intellettuale, associabile allo Zolfo e all’Opera al Rosso, testimonia la trasmutazione nell’Oro. Detto ciò, si comprende che il commento reghiniano ad Agrippa è in realtà un trattato teorico-realizzativo sull’ Opus Magicum.
  • Pienezza
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • La gloria fluisce dalla notte al mattino, mentre molti, troppi, si affaccendano intorno a cose da nulla. Se Andrea Emo, che era un uomo nobile, in senso eckhartiano, sosteneva di essere «un buono a nulla [...] capace di affrontare guardare sopportare il nulla», con tale espressione voleva significare la vacuità di tutte le proiezioni individuali, ma non poteva certo negare la Presenza del Senza Superiore (Anuttara) non inteso come ente, bensì come Ineffabile che egli identificava nel Cristo sorgente dal sepolcro.
  • Dopo aver detto, gridato, proclamato tutti i “no” possibili, balza fuori il “Sì” ultimo, stracolmo di Paramashiva: l’asseverazione che non appartiene a questo o quel nome, ma che splende per se stessa. E c’è libertà, gioia, amore senza oggetto. Noi, pulviscolo sterminato, siamo Lui, lo riconosciamo e godiamo sia il Tutto che il Nulla. Siamo il Pieno, di là dal vuoto e dal pieno osservabili. Con fiducia, con sconfinata capacità di accogliere la Realtà ammantata di qualsiasi forma.
  • C’è attestazione implicita del Bene includente il ragno in un angolo tra i muri in paziente attesa del nutrimento, che sarà angoscia per la vittima. C’è musica, proporzione di accordi, armonia nella tensione continua all’equilibrio. C’è il tessere di Kabir sul telaio della comprensione: «Un mare di azzurro ricopre il cielo. / La febbre di vivere è stata placata».* C’è il sorriso di un uomo, di una donna, di un bambino, c’è l’albero diritto e rigoglioso, c’è il vallone dove si nascondono i cinghiali e in cui la bellezza lascia abbondanti impronte.
  • Si consacri a una simile meraviglia la propria meraviglia; questa, benché vuota, non sarà mai inadeguata. Altrimenti perché Andrea Emo, buono più di molti al nulla, avrebbe scritto, riempiendo un armadio di quaderni? Non ne pubblicò neppure uno, ubbidendo all’ispirazione della nobiltà che lo permeava, ma avrebbe anche potuto pubblicarli e il pieno al fondo del nulla avrebbe sorriso.   Un petalo rosso sfiora l’orecchio, cade leggero da alcune nubi e costringe il “nulla” a cantare, entrando nelle bocche in disfacimento di qualsiasi cadavere.
  • Il shishya si sieda nella polvere in siddhasana. Troppa gioia non può essere comunicata e si rivela come beatitudine.   Shri Adi Shankaracharya, shishya di Govinda Bhagavatpada, scrive ne L’onda di felicità del Liberato vivo: «Quando mantiene il silenzio o quando si mostra incline a parlare, quando la sua felicità interiore sospende la sua voce e lo fa ridere sino alle stelle, o quando egli esamina con interesse qualche questione del mondo, il saggio la cui ignoranza è stata abolita dall’iniziazione del suo Guru non è più il giocattolo dell’illusione. [...] Egli gode senza sosta della Liberazione, tuffandosi e rituffandosi nel lago di innata beatitudine che è la suprema realtà di Shiva».**
  • Om Purnamadah Purnamidam / Purnat Purnamudachyate / Purnasya Purnamadaya / Purnamevavasishyate.***    Invisibile e visibile sono Pienezza; nessuna diminuzione la può alterare e non vi è alcunché di dicibile o indicibile che si sottragga alla Pienezza.

  • Note:
  • *I canti di Kabir, Co 1999, p. 82.
  • **Jean Klein, Essere, To 1983, pp. 5 e 6.
  • ***Traduzione: «Quello è Pienezza, questo è Pienezza, la Pienezza viene dalla Pienezza, se togli Pienezza dalla Pienezza, ciò che rimane è Pienezza».

  • Buddha su tigre guerra interiore

  • Combattere
  • di
  • Giuseppe Gorlani

  • Per combattere valorosamente è necessario offrire la totalità di se stessi alla bandiera cui apparteniamo, al Re che poniamo al di sopra di ogni cosa. Morire non è il male peggiore. Perdere l’onore, la dignità e dunque essere vili sono gli esiti che più spaventano l’“uomo nobile”. Tradire l’amore per quelli che hanno riposto fiducia in noi: quale strazio! Del resto bisogna almeno intravvederla la viltà per conoscerla e allontanarla o, meglio ancora, risolverla.
  • ...
  • In alcune situazioni estreme è possibile sentirsi invadere da un principio di panico, ma, quando dal punto di vista dell’io individuato tutto sembra ormai perduto, si risveglia miracolosamente il Re, emissario dell’Atman, l’Eroe che vede la paura come un’aquila volteggiante il coniglio. Nella sua bocca i mantra sono tuoni, astra, eruzioni di vulcani, apocatastasi.
  • ...
  • Allora il corno delle Valkirie squilla tra le valli, stracciando il terrore della morte nello stesso modo in cui gli zoccoli dei cavalli lacerano la bandiera nemica nel fango. Liberi da distrazioni si può combattere al meglio. Dice Shri Krishna nella Bhagavad Gita: «Lo Yoga è abilità nell’azione».*    Che la battaglia sia interna od esterna non fa molta differenza.   Entrambe sono scandite da azioni alle quali non ci si può sottrarre.    Il comprendere che non si traduce in agire è vana chiacchiera.
  • ...
  • Il valore deve essere in nuce dentro di noi sin dalla nascita, ma poi bisogna coltivarlo, dopo aver ricevuto un’adeguata iniziazione ad esso. Più questa ci avrà messo duramente alla prova e più sarà stata efficace al fine di svelare Quel che si È.     Anche lo yogin, il sapiente, l’alchimista, il teurgo combattono. L’uomo nasce con un nocciolo di inerzia e pigrizia difficili da superare. Dipende dalla nostra volontà lasciarlo espandere o sottometterlo alla Conoscenza che lo trasformerà in decisioni intelligenti, coraggiose, realizzatrici del Bene.   Anzi, è certo che la battaglia condotta contro l’ignoranza dagli aspiranti alla Conoscenza-Amore è maggiormente cruenta e perigliosa rispetto a qualsiasi altra; spesso dura per l’intero arco dell’esistenza.    Il rischio che si corre non è soltanto abbandonare il corpo fisico o macchiare la propria dignità con un atto di viltà, bensì quello di vedersi ricacciare incommensurabilmente lontani dal Sole.
  • ...
  • L’invocazione che lo yogin rivolge alla Presenza nel Cuore – il Sé, l’Atman identico al Brahman – è ch’egli riesca a non arrendersi mai, risollevandosi con forza rinnovata dai propri errori. Il tratto finale dell’ascesa non prevede errori. Tuttavia esso non è difficile in sé. Difficile è non distrarsi, evocare la perfezione spontanea, la nostra natura innata, di là da vita e morte, pace e guerra, lode o biasimo. Colpire al buio una moneta con un sasso. Vedere in trasparenza gli intenti reconditi di ciascuno. Stare soli e in compagnia ad un tempo. E accettare completamente, irreversibilmente d’essere lo splendore indescrivibile che siamo.
    *Roma 1981, II, 50

Eco Buddhismo


  • Capitalismo ed ecologismo
  • Il caso dell’eco-buddhismo in Thailandia
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’attenzione ecologica è certamente un tratto che connota dall’interno teoria e prassi del capitalismo cognitivo. Il prometeismo radicale, realizzato dall’industrialismo moderno, pare essersi smorzato, negli ultimi decenni, di fronte al possibile disastro ambientale annunciato dai dati scientifici. E’ sorto, in tal modo, un “ecologismo” di sistema, teso a difendere gli interessi della Forma Capitale ed eterodiretto dai potentati comunicativi delle società opulente. Esempio eclatante il “gretismo”, fenomeno mediatico di massa che ha coagulato le istanze dell’ecologia riformista interna al sistema vigente. Un recente volume dell’antropologa Amalia Rossi, docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, mostra come l’ecologismo prodotto per partogenesi dal capitalismo, vada avanzando anche nei paesi in via di sviluppo, ad esempio in Thailandia. Ci riferiamo a, Eco-Buddhismo. Monaci della foresta e paesaggi contesi in Thailandia, edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 320, euro 20,00). Il volume è aperto dalla prefazione di Andrea Staid.
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  • Si tratta di uno studio analitico, risultato della permanenza e delle ricerche condotte dell’autrice nella provincia nord-thailandese di Nam, posta al confine settentrionale con il Laos. Tale territorio, nelle complesse vicende politiche thailandesi, dipanatesi negli ultimi decenni nel susseguirsi di governi riformisti a fasi di aperta dittatura militare, è stato il focolaio dell’insurrezione maoista. Il metodo seguito da Rossi è interdisciplinare, l’atteggiamento di indagine è esplicitamente definito “non-neutrale”: l’autrice, infatti, prende posizione nei confronti dei cambiamenti in atto nel paese orientale alla luce della propria storia e della propria formazione culturale: «di fatto mi situavo allo stesso tempo “con” e “contro” tutti i “nativi” […] cercando sì di pormi sopra le parti, ma solo dopo aver immaginato di indossare le maschere dei miei informatori e di agire e pensare come loro» (p. 32). Il lettore, per entrare nelle vive cose della trattazione, come rileva il prefatore, deve liberarsi del pregiudizio legato alla visione del mondo occidentale, per la quale oggi sarebbe necessario “preservare la natura”, imperativo discendente dal dualismo di natura e cultura, cos’ì come è stato pensato in Europa. In secondo luogo, bisogna tener presente che, anche in Thailandia, la recente riconfigurazione paesaggistica, messa in atto attraverso la creazione di riserve e Parchi naturali, non ha tenuto conto delle necessità e della cultura degli abitanti della regione del Nam. Tali “custodi” del territorio hanno praticato, per secoli, un’agricoltura semi-nomade, ora ritenuta anti-economica e anti-estetica. Ragione per la quale sono stati allontanati dal loro habitat.
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  • Donà

  • Massimo Donà e la filosofia di Goethe
  • Una sola visione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • E’ nelle librerie, per i tipi di Bompiani, un libro davvero importante di Massimo Donà, Una sola visione. La filosofia di Johann Wolfgang Goethe (pp. 327, euro 14,00). Nelle sue pagine, il filosofo si confronta con il pensiero del grande scrittore tedesco, del quale legge, in termini teoretici, le opere. Il libro è stato preceduto da altre due monografie, dedicate rispettivamente a Leopardi e Shakespeare. Il motivo che accomuna i tre volumi è il medesimo. Donà interpreta questi tre grandi, valorizzando, alla luce delle proprie posizioni speculative, il loro tratto anti-platonico, anti universalista. Non casualmente, sostiene l’autore, Goethe era mosso da: «sovrumano amore nei confronti dell’irripetibile unicità dell’esistente» (p. 21): intese vita e natura quale: «espressione di una potenza incoercibile di cui sarebbe stato vano cercare di predeterminare il corso e la direzione […] poiché “in ogni luogo noi siamo al suo centro”» (p. 22). Sulla scorta di tale intuizione, il genio di Weimar comprese l’inanità degli “universali”, delle “idee”, al fine di comprendere il reale. I concetti determinano, “pietrificano” il conosciuto, nella migliore delle ipotesi parcellizzano, attraverso la procedura analitica, l’Uno-Tutto.
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  • Gustave Le Bon,
  • Come nascono le opinioni e le credenze
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange   
  • (Oaks editrice, pp. 461. € 28,00)

  • Pensatore positivista “tipico”, Gustave Le bon fu psicologo, sociologo, antropologo. Ed anche epistemologo, come dimostra questo saggio. Ammirato all’epoca, in particolare dai grandi dittatori, al cui rapporto con il “seguito” non furono estranee le concezioni di Le Bon, come appare dalle loro capacità e modi di persuasione delle masse.
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  • La ricerca delle regolarità di comportamento dei gruppi sociali, anche e soprattutto se caratterizzati da una inesistente o minima organizzazione/strutturazione – in pratica senza reale potere e “diritto” - è uno dei percorsi di ricerca di Gustave Le bon, probabilmente il principale.    Prima che nell’azione collettiva, il comportamento dei gruppi sociali deriva dalle opinioni e credenze diffuse negli stessi. Nella prefazione Francesco Ingravalle scrive che ciò “equivale a fare della fede (che è opinione e credenza eretta a norma direttiva della nostra vita) la chiave degli eventi storici prodotti dall’interazione fra gli uomini”. La fede è connotata da una logica affettiva che non è – meglio va al di là – della logica razionale; Ingravalle sostiene che, secondo Le Bon, “la logica affettiva intride di sé le collettività e le folle: non c’è da stupire che il misticismo attecchisca nelle masse, mentre la logica razionale, prodotto tardivo dell’evoluzione umana, trova il proprio maggiore dispiegamento negli individui”.
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  •                                  
  • Scruton
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    Vivere conservatore 
  • Una biografia intellettuale di Roger Scruton
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • L’aggettivo conservatore è, nel vocabolario contemporaneo, sinonimo di “inadeguato”, “superato”, “fuori della realtà storica”. Per un pensatore, esser definito tale, equivale ad essere relegato ai margini del dibattito intellettuale, confinato al di là dei confini segnati dall’“intellettualmente corretto”.   In tal caso, si è considerati, a tutti gli effetti, “scorretti”, “inattuali”, “nemici delle sorti progressive” dell’umanità. E’quanto è accaduto all’inglese Roger Scruton, illustre rappresentante del pensiero conservatore. Lo si evince dalla lettura di un interessante volume. Si tratta di Vivere conservatore. Conversazioni con Mark Dooley, recentemente comparso nel catalogo della Giubilei Regnani per la cura di Francesco Giubilei, autore di un’introduzione contestualizzante (per ordini: info@giubileiregnani.com, pp.338, euro 23,00).
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  • LIBERA NOS A MALO….
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La pandemia (ma non solo) ci ha riempito di bonus: per le facciate, l’energia alternativa, i monopattini, le bici elettriche, ecc. ecc. Con gli italiani in gran parte contenti nel vedere come dai funebri ritornelli – dei governi Monti e post-Monti – con cui s’accompagnavano tasse nuove e innovative (nel senso dell’aumento), si fosse passati al carnevale, con lo Stato che, invece di ripartire carichi, distribuisce sovvenzioni.
  • ...
  • Da qualche settimana tuttavia lo spartito è cambiato: i bonus, questa risorsa di sollecitudine paterna dello Stato-provvidenza sono stati pervertiti dai soliti italiani profittatori: risulterebbe che una consistente quota dei bonus finanziati da Pantalone sarebbe stata percepita da chi non ne ha diritto. Per cui sarebbe opportuno fare marcia indietro. Ci permettiamo però, al riguardo, di prendere esempio da quanto sosteneva Lenin: fare si un passo avanti ma per farne due indietro. Vediamo come.
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Susanetti


  • Il talismano di Fedro
  • Davide Susanetti e la mania sacra
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Noi, uomini della società liquida, post-moderna, viviamo la situazione di crisi che attraversa in profondità le nostre vite, come se fosse naturale, destinata a perpetuarsi per l’eternità. Viviamo una vita chiusa nell’endiadi produzione-consumo: in essa il desiderio si è plebeizzato, involgarito, è divenuto, come rilevò il “fanciullo divino” Carlo Michelstaedter, “rettorico”. Del resto, la merce, deus ex machina della contemporaneità, non può, per il tratto limitato che la connota, che rinviare sempre a se stessa, a nuovi consumi. Abbiamo obliato il senso profondo del de-siderio, della tensione alle stelle che, in quanto uomini, ci connota ontologicamente. Coglie nel segno, pertanto, Davide Susanetti, grecista dell’Università di Padova, nel sostenere che: «abbiamo bisogno di trovare nuove sintesi che ci rendano capaci di vedere, desiderare e immaginare un orizzonte diverso da quello che le ceneri della post-modernità ci pongono davanti agli occhi» (p. 11). Lo scrive in un volume non solo speculativo, ma caratterizzato da evocatività poetica, Il talismano di Fedro. Desiderare, vedere, essere, di recente comparso nel catalogo di Carocci editore (pp. 150, euro 15,00).
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  • DAnna

  • La Sapienza nascosta di Dante
  • Un saggio di
  • Nuccio D’Anna
  •  di
  •  Giovanni Sessa

  • Nell’anno appena trascorso, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante, un profluvio di libri ha fatto torcere i torchi delle più diverse case editrici. Si sa, l’universo dantesco è immenso, infinito. Le porte d’accesso al mondo ideale del Sommo poeta sono molteplici. Un ruolo rilevante, nell’ermeneutica della produzione dell’Alighieri, lo ha certamente svolto la scuola di indirizzo tradizionale che, nello specifico dantesco, ha prodotto, tra le altre, le esegesi di Valli, Rossetti e Guénon. In tale ambito, una posizione di primo piano, tra gli studiosi contemporanei, crediamo debba essere riconosciuta a Nuccio D’Anna, storico delle religioni ed esperto di simbolismo, del quale è da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice il volume, La Sapienza nascosta di Dante. Linguaggio e simbolismo dei Fedeli d’Amore (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp.142, euro 12,00)
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Donà


  • Sapere il sapore
  • La filosofia del cibo e del vino di
  • Massimo Donà
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La produzione filosofica di Massimo Donà sta crescendo, di anno in anno, in modo esponenziale. Il pensatore veneziano sta “applicando” le idee-forza del suo sistema a molteplici ambiti del sapere e dell’esperienza umana.  E’ nelle librerie per i tipi di ETS il volume, Sapere il sapore. Filosofia del cibo e del vino (per ordini: info@edizioniets.com, pp. 157, euro 15,00).  Donà è, co-direttore del Master di filosofia del cibo e del vino dell’Università Vita-Salute San Raffaelle e ha recentemente curato, con Elisabetta Sgarbi, il primo numero della rivista, Pantagruel.  Sappia il lettore che i saggi che compongono il volume, mirano a mostrare come: «l’anima sia realmente funzione del corpo» e che: «si vive […] cercando il fondo, pur nella consapevolezza che un fondo, molto probabilmente, non lo si troverà mai» (p. 11).
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  • faust

  • FAUST
  • dalla leggenda al mito
  • Una silloge di scritti dedicati al patto con il diavolo
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Si deve alla sagace cura di Paolo Scarpi, storico delle religioni e studioso di ermetismo, una silloge degli scritti più rilevanti che, nel corso della storia, hanno avuto per protagonista Faust. Ci riferiamo al volume di AA.VV., Faust. Dalla leggenda al mito, recentemente pubblicato da Marsilio (pp. 565, euro 18,00).   E’ un volume connotato da vasta e profonda erudizione, quanto, fatto raro in pubblicazioni del genere, da una non comune godibilità di lettura. Consente, infatti, al neofita di entrare nel complesso mondo che ruota attorno ad un personaggio paradigmatico della letteratura europea e fornisce, altresì, allo studioso, elementi rilevanti di approfondimento, attraverso la precisa contestualizzazione storica fornita, nell’ampio saggio introduttivo, da Scarpi. La lettura è agevolata da un capitolo dedicato alla presentazione degli autori e delle opere ed è impreziosita da una bibliografia e sitografia in tema.
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  • A COLPI DI  GROSSRAUM
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Diversamente dalla crisi pandemica e dai DPCM, quando molti ricordavano – e ricorrevano – alla teoria di Schmitt sullo stato d’eccezione, per quanto spesso cercando di amputarla dall’essere un criterio d’identificazione del sovrano, che fa troppo Salvini – non mi risulta che la crisi ucraina sia stata inquadrata in un’altra delle idee di Schmitt, così utili ad interpretare la situazione contemporanea: quella del Grossraum (grande spazio). Per corroborare tale concetto occorre premettere che s’iscrive nella concezione di decadenza dello Stato moderno, cui Schmitt contrapponeva l’insopprimibilità del “politico”, quale essenza (Freund).
  • ...
  • Onde se lo Stato non “fa” politica (o si autolimita in ciò) a colmare tale assenza ci pensano altri soggetti (dai partiti, alle chiese, agli imperi e così via). Dopo di che, atteso che un limite spaziale, nelle civiltà sedentarie (Hauriou) è necessario, come lo è un soggetto (e principio) ordinatore, il Grossraum può essere considerato come uno spazio delimitato, organizzato intorno ad un’egemonia di comando, in grado di governare una pluralità di sintesi politiche (cioè in primo luogo, gli Stati), escludendone le potenze esterne allo stesso.   In un’interpretazione post-Huntington tale spazio può somigliare alle “civiltà” i cui componenti sono affini per un patrimonio di idee, tradizioni, valori comuni. A tale tesi si può tuttavia replicare che il Grossraum, anche se non esclude – anzi è favorito – (dalle) affinità non vi trova un elemento essenziale. Questo perché lo sono, invece l’egemonia e la delimitazione spaziale, possibile anche in spazi di popoli non omogenei né affini. Come d’altra parte in altre sintesi politiche, come gli imperi, per lo più multi-etnici, multi razziali, multi religiosi        [1].     Più vicino al concetto di Grossraum è quello di “sfera d’influenza” e altre consimili, che designano l’effettività di un comando egemonico (e relativa pretesa) su più sintesi politiche. Che questo emerga da millenni fa parte della storia.   Ogni (aggregato di) potenza si circonda, ove possibile – di stati-clienti, gli obblighi dei quali vanno dal massimo di fornire risorse – anche militari – alla sintesi politica egemone, al minimo di conservare una neutralità in caso di guerra tra quella e le altre, in effetti una rinuncia a muover guerra alla potenza egemone.
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  • SOTTO SCACCO

  • Lorenzo Castellani,
  • SOTTO  SCACCO, 
  • (Liberilibri, Macerata 2022, pp. 115, € 14,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il profilo più interessante di tale saggio, è che, contrariamente a quanto di solito generalmente praticato (anche da studiosi), riconduce a concetti, categorie, intuizioni che sono patrimonio da secoli del pensiero politico, le vicende d’attualità.    Così è per la pandemia. Il libro esordisce   “Il potere politico si fonda sulla paura.   E il caso della pandemia non costituisce eccezione… La paura, scaturita dal rischio posto dalla pandemia, è stato il carburante di legittimità politica per far accettare scelte di governo, restrizioni e norme che altrimenti mai sarebbero state considerate ricevibili dalle popolazioni delle democrazie occidentali” (e naturalmente il riferimento è, in primis, a Hobbes) “per paura si deve intendere anzitutto l’insicurezza collettiva e per politica il controllo autoritario e assolutista di tale insicurezza”. Dato che “secondo Luhmann, il sistema politico-giuridico opera come una struttura normativa di selezione delle alternative. Diritto e potere politico tracciano dei confini per i comportamenti individuali e sociali costringendo le possibilità di scelta tra innumerevoli alternative”, onde “Il sistema di potere, in definitiva, definisce quali rischi coprire e quali lasciar correre, quali paure sopire e quali far circolare”.
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  • Calasso

  • La letteratura assoluta   o   della custodia degli dei
  • Un saggio di Elena Sbrojavacca sul pensiero di
  • Roberto Calasso
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Roberto Calasso ha giocato un ruolo essenziale nella sprovincializzazione della cultura italiana, aprendola alla fascinazione indiano-vedica, alle suggestioni mitteleuropee e al pensiero di Tradizione guenoniano. L’Adelphi è stata l’anti-Einaudi, vale a dire la casa editrice che ha sottratto l’egemonia alle culture che, nel corso del tempo, hanno imposto il loro primato nel nostro paese: liberale, cattolica e marxista. E’ da poco nelle librerie un volume che scandaglia la ricerca intellettuale calassiana. Ci riferiamo al saggio di Elena Sbrojavacca, Letteratura Assoluta. Le opere e il pensiero di Roberto Calasso, edito da Feltrinelli (pp. 332, euro 25,00).     Calasso ha scritto molto.  Quella che egli stesso ha definito “Opera unica e in fieri”, consta di undici volumi, a muovere dalla Rovina di Kasch del 1983, per giungere a La tavoletta dei destini del 2020. A latere di tale percorso, il direttore editoriale di Adelphi ha scritto altri libri di rilievo. Uno di essi, a dire di Sbrojavacca, ha tratto dirimente per la comprensione del pensiero dell’autore, La letteratura e gli dei. Nelle sue pagine, lo scrittore ha chiarito che «esiste […] un legame molto stretto fra l’abbandono dei riti e la fisionomia della letteratura moderna» (p. 15). Del resto: «Il forte nucleo attorno al quale gravitano gli undici volumi corrisponde a […] una precisa idea di letteratura» (p. 13).  Sappia il lettore che, dai libri del Nostro, emerge un affresco assai critico della modernità, così come dell’«ancora più indefinibile mondo contemporaneo, icasticamente definito […] “innominabile attuale”» (p. 14). Tale realtà storico-esistenziale è il risultato dell’abbandono del legame uomo-divino, che si è manifestato in Europa, in modo saliente, dal secolo XVIII.
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  • Pautasso Evola

  • Il filosofo in prigione
  • di 
  • GUIDO  ANDREA PAUTASSO
  • Il processo Evola-F.A.R. del 1951 
  • di
  • Giovanni  Sessa
  • Il filosofo veneto Andrea Emo, al termine del secondo conflitto mondiale, ebbe a scrivere, da lucido diagnosta qual era, che la democrazia liberale è “epidemica”. Il termine è da leggersi in senso etimologico greco: vale a dire, la democrazia moderna tende a porsi, attraverso il proprio apparato rappresentativo, “sul popolo”, a limitarne la libertà e l’effettivo esercizio della sovranità politica. Oggi, in piena età della governance, la cosa ha evidenza lapalissiana ma in quel frangente, tale tesi risultava, quantomeno, sospetta di “nostalgismo”. Un libro di Guido Andrea Pautasso, di recente comparso nel catalogo Oaks, Il filosofo in prigione. Documenti sul processo a Julius Evola, ci pare confermi la tesi di Emo (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.287, euro 20,00).
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  • Locchi

  • Giorgio Locchi e la filosofia dell’origine
  • Un saggio di
  • Giovanni Damiano
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Giorgio Locchi è nome noto a quanti abbiano imparato a pensare negli anni Settanta. L’ultima fatica di Giovanni Damiano, dedicata all’esegesi del contributo teorico di Locchi, ha il merito indiscusso di risvegliare l’interesse su questo filosofo, il cui pensiero mira al superamento dello stato presente delle cose. Ci riferiamo a, Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi, nelle librerie per Altaforte Edizioni. Il testo è arricchito da un saggio di Stefano Vaj, che legge in termini transumanisti il contributo del filosofo e dalla postfazione di Pierluigi Locchi, figlio del pensatore (pp. 145, euro 15,00).
  • ...
  • Il libro di Damiano analizza il significato dell’iter speculativo locchiano, mettendone in luce gli snodi essenziali. A tal fine, lo studioso salernitano, distingue la propria esegesi da cliché riduzionisti, che hanno legato, sic et simpliciter, il teorico della storia aperta all’esperienza della Nouvelle Droite: «Locchi […] si colloca in una eccedenza, in una “terra di nessuno”, né apologeticamente moderna, né sterilmente antimoderna» (p. 8). La sua filosofia dell’origine è altra rispetto agli universalismi eterizzanti e rassicuranti dei tradizionalisti, quanto: «dalla dinamica autofondativa della modernità» (p. 8). Egli è stato, in essenza, un filosofo della libertà. Sulla libertà, principio infondato, ha costruito la propria visione della temporalità, come si evince dalla pagine di, Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista (Roma, 1982) e in quelle di, Sul senso della storia (Padova, 2016). Tale concezione mira a: «preservare “quel potenziale di eccedenza e di sorpresa che caratterizza ogni storia”» (p. 9), al fine di sottrarre il percorso umano ai determinismi progressisti e/o reazionari.
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  • Cover Braun

  • Di seguito pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Giovanni Sessa,
  • "Destino e posterità. La primavera sacra di Otto Braun", al volume di
  • Otto Braun, "Io terrò duro, qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra",
  • OAKS editrice (pp. 255, euro 20,00).
  • Più volte ci è capitato di rilevare come il destino dei libri sia insondabile. Volumi di gran pregio, portatori di una nuova visione del mondo, si sono mostrati tali solo decenni dopo la loro pubblicazione. Altri, al contrario, meno significativi, ma imbevuti del senso comune proprio del frangente storico in cui ebbero in sorte di veder la luce, hanno ottenuto immediato riscontro. Il libro che il lettore sta per leggere, Io terrò duro, qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra di Otto Braun, testimonia, in modo paradigmatico, quanto detto. La prima edizione italiana, uscita nel 1923, fu curata dal filosofo politico Enrico Ruta con il titolo di Diario e lettere, attrasse l’attenzione di uno sparuto gruppo di intellettuali tra cui, come si vedrà, i filosofi Benedetto Croce e Julius Evola. L’idealista magico, tra i primi, colse l’eccezionalità di questa silloge, individuando nel giovane autore un tedoforo ante litteram delle proprie posizioni speculative.
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  • Le Bon

  • Gustave Le Bon e le credenze
  • Un classico dello studioso francese
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • A novant’anni dalla morte di Gustave Le Bon, uno degli intellettuali francesi più prolifici e letti dei primi decenni del secolo scorso, il suo nome richiama nel lettore, o il titolo della suo opera più nota, La psicologia delle folle, o i suoi presunti legami con l’ideologia fascista. E’ora disponibile un volume di Le Bon, dal quale si evincono la qualità epistemologica della sua ricerca e le ragioni che lo resero uno degli intellettuali più influenti del proprio tempo. Ci riferiamo a, Come nascono le opinioni e le credenze, nelle librerie per i tipi di Oaks Editrice, a cura di Andrea Prestigiacomo e con prefazione di Francesco Ingravalle (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 461, euro28,00).
    Nato nel 1841, Le Bon conseguì brillantemente la laurea in medicina nel 1866. Fu testimone oculare della guerra franco-prussiana e della Comune, i cui eventi lo impressionarono in modo profondo. Viaggiatore instancabile, vagabondò in Asia, Nord America ed Europa, spinto da interessi antropologici. In tale ambito di studi, ricorda il curatore: «inventò [..] il cefalometro […] che permetteva […] di compiere le misurazioni del cranio delle persone al fine di trarne valutazioni statistiche e antropometriche» (p. 22). Esemplare, tra i suoi diari di viaggio, risulta essere, Voyage au Népal (fu il primo francese a visitare il paese himalayano). Pubblicò, nel medesimo frangente, diversi articoli su riviste scientifiche e mediche, centrati sulla terapia delle patologie maggiormente diffuse tra il proletariato francese dell’epoca.
Altro
  • L’ULTIMO  SPENGA  LA  LUCE 
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Le recenti lezioni suppletive del seggio alla Camera lasciato libero dal neo eletto Sindaco di Roma on.le Gualtieri ha raggiunto un record di astensione elettorale: ha votato poco più di un decimo degli elettori (l’11% e frazioni). Dei votanti, un po’ meno del 60% ha plebiscitato (per così dire) la eletta on.le D’Elia (del PD). La quale ha occupato un seggio forte del consenso di poco più del 6% degli elettori.   Il tutto pone dei problemi che in una democrazia – anzi in ogni regime politico – sono considerati primari se non decisivi. Non ripetiamo i nomi di coloro che se ne sono occupati, ma solo i profili più importanti.   In primo luogo il rapporto tra potere (dei governanti) e consenso (dei governati): perché un regime politico sia vitale (nel senso anche della durata) occorre che potere e consenso convergano, di guisa che il comando della classe dirigente trovi la minore resistenza possibile: la quale è tale se i governati credono al diritto a governare nonché all’utilità del potere dei governanti. Se tale convinzione non c’è o è scarsa, il potere si esercita essenzialmente attraverso la coazione – esercitata dall’apparato (Donoso Cortès). 
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  • Agrippa

  • Reghini e Cornelio Agrippa
  • Il   "De Occulta philosophia" 
  • commentato dall’esoterista neo-pitagorico
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Arturo Reghini è stato un punto di riferimento della tradizione esoterica primo-novecentesca.   E’ noto che diresse e collaborò a numerosi e vivaci periodici dell’epoca e che fu in contatto con esponenti del tradizionalismo romano, non ultimo Julius Evola, con il quale giunse, dopo un periodo di collaborazione, alla definitiva rottura.   Momento rilevante, nell’elaborazione del suo sistema speculativo-operativo, è rappresentato dal confronto con l’opera di Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535).   La nostra affermazione trova conferma in un volume di recente pubblicazione, Agrippa e la sua magia secondo Arturo Reghini, comparsa nel catalogo delle Edizioni Aurora Boreale, per la cura di Nicola Bizzi, Lorenzo di Chiara e Luca Valentini (per ordini: edizioniauroraboreale@gmail.com, pp. 327, euro 20,00). Il libro contiene tre saggi contestualizzanti dei curatori, lo scritto di Reghini inerente l’opera di Agrippa, la biografia del neo-pitagorico vergata dal discepolo, Giulio Parise, nonché un’ampia bibliografia.
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  • La miseria simbolica

  • La  miseria  simbolica 
  • Il filosofo Bernard Stiegler e l’epoca iperindustriale 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Da tempo sosteniamo che sarebbe necessario liberarsi della nefasta idea della fine della storia. La società contemporanea, non è il “migliore dei mondi possibili”, è superabile ed emendabile. Ci ha rafforzati, in tale posizione, la lettura di un recente volume del filosofo francese Bernard Stiegler, La miseria simbolica. 1. L’epoca iperindustriale, edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it; 02/22471892, pp. 164, euro 16,00). Il volume è arricchito dall’introduzione di Rossella Corda, dalla postfazione di Giuseppe Allegri e dal saggio firmato dal Gruppo di ricerca Ippolita, che cura le opere di Stiegler in Italia.
  • Sappia il lettore che il pensatore francese non si limita a sviluppare una diagnosi delle cause che hanno prodotto l’epoca iperindustriale, ma propone una terapia del mal-essere, individuale e comunitario, che connota i rapporti umani al suo interno. In prima istanza, egli si libera del cliché della post-modernità lyotardiana e baumaniana, che porta implicitamente in sé il riferimento a un presunto post-industrialismo, fuorviante per l’esegesi del presente. Sarebbe opportuno utilizzare l’espressione epoca iperindustriale per designare la nostra epoca: essa permette di comprendere l’inaggirabilità della téchne e, soprattutto, il legame che unisce in uno estetica e politica. La nostra è l’età della miseria del simbolico.
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  • memè Scianca

Bobi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


  • Memè Scianca,  Bobi Bazlen  e  l’Adelphi
  • Gli ultimi due volumi di
  • Roberto Calasso 
  •  rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Di Roberto Calasso, in particolare dopo la recente scomparsa, si è detto tutto.  Per taluni è stato, e tra questi chi scrive, l’innovatore per antonomasia dell’editoria italiana, avendo fatto conoscere, attraverso l’Adelphi, autori e concezioni aliene rispetto alle culture che hanno dominato il panorama intellettuale italiano dall’Unità a oggi: la liberale, la cattolica, la marxista. Per altri, in particolare per certo cattolicesimo “tradizionalista”, egli è stato interprete di rilievo del neo-gnosticismo, atto a dissolvere l’identità nazionale. Il giorno in cui Calasso si è spento, sono comparsi nelle librerie, per i tipi di Adelphi, due suoi libri che chiariscono, in termini inoppugnabili, formazione e idealità dell’autore. Ci riferiamo a Memè Scianca (pp. 96, euro 12,00) e a Bobi (pp. 97, euro 12,00).
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  • gentile

  • Patria, Nazione, Fascismo
  • Gli scritti politici di
  • Giovanni Gentile
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il Novecento filosofico italiano non è stato espressione di marginalità e provincialità speculativa. Al contrario! Se la nostra tradizione filosofica, nel secolo XX, ha svolto un ruolo di primo piano, lo si deve, tra gli altri, al magistero di Giovanni Gentile. La crucialità della sua lezione teoretica, per la critica più accorta, è fatto acclarato. Ciò che viene ancora discusso e stigmatizzato negativamente nell’esperienza esistenziale del pensatore di Castelvetrano è, naturalmente, la sua adesione al fascismo.  E’, da poco, nelle librerie un volume che può far chiarezza a riguardo. Ci riferiamo alle silloge di scritti di Gentile, Patria, Nazione, Fascismo. Scritti di politica (pp. 570, euro 28,00), edito da Mursia e curato da Hervé A. Cavallera, docente emerito dell’Università del Salento, cui si deve la pubblicazione delle Opere Complete del filosofo attualista.
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  • Alexis de Tocqueville

  • TOCQUEVILLE,  la PANDEMIA
  • e il  DISPOTISMO (POST) MODERNO 
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Mi è capitato di scrivere che il dispotismo e/o la tirannide da temere al nostro tempo non è (tanto) quello classico, basato su un illimitato uso della forza al servizio di una volontà non opponibile, ma un altro, più che sulla violenza e la paura fondato sulla frode e il raggiro.   Se ne era accorto quasi due secoli fa Tocqueville; nella Démocratie en amerique si chiedeva “quale tipo di dispotismo debbano paventare le nazioni democratiche”. Il capitolo è quanto mai interessante e, come succede ai pensatori di valore, prevede il futuro delle società dallo sviluppo delle tendenze in atto.   In primo luogo usa il termine dispotismo, ma si affretta a precisare che quello delle nazioni europee a lui contemporanee ha poco a che spartire con quanto, a tale proposito, scriveva Montequieu: per il quale dispotico era il regime che si basava come principio di governo sulla paura e i cui esempi erano prevalentemente non europei e non cristiani.    Tocqueville scrive che “un assetto sociale democratico, simile a quello degli Americani, poteva agevolare particolarmente lo stabilirsi del dispotismo” e le monarchie europee avevano già cominciato a servirsene “per allargare la cerchia del loro potere”: “Ciò mi portò a pensare che le nazioni cristiane avrebbero forse finito col subire un’oppressione simile a quella che un tempo pesò su molti popoli dell’antichità”. Ma, meglio riflettendo sul tema, ne mutava l’oggetto. Perché il dispotismo “antico” aveva il limite di non poter controllare capillarmente tutte le articolazioni di un vasto impero “l’insufficienza delle conoscenze, l’imperfezione delle procedure amministrative, e soprattutto gli ostacoli naturali suscitati dalla disuguaglianza delle condizioni, l’avrebbero ben presto fermato nella esecuzione di un programma così vasto”.   Così che il potere degli imperatori romani “non si estendeva mai su un gran numero di persone; si attaccava a qualche grande oggetto e trascurava il resto; era violento e limitato”.   Invece il dispotismo moderno “avrebbe altre caratteristiche: sarebbe più esteso e più mite e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli”, e ciò per due ragioni. In primo luogo perché “in secoli di lumi e d’uguaglianza quali sono i nostri, i sovrani potrebbero giungere più facilmente a riunire tutti i poteri pubblici nelle loro sole mani e a penetrare più abitualmente e più profondamente nella cerchia degli interessi privati di quanto non abbia potuto mai fare nessun sovrano dell’antichità.   Ma questa stessa uguaglianza che facilita il dispotismo, lo mitiga”.
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  •                     
  • Le religioni dei celti
  •  
    Le religioni dei Celti e dei popoli Balto-Slavi
  • Uno studio classico di Vittore Pisani
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Vittore Pisani, insigne studioso scomparso nel 1990, ha dato lustro alla tradizione degli studi filologici e storico-religiosi. Fu docente nelle Università di Firenze e Cagliari e, successivamente, nell’Ateneo milanese, che aveva già inglobato la Regia Accademia Scientifico-Letteraria, dove aveva svolto il proprio magistero il goriziano Graziadio Isaia Ascoli. L’illustre studioso isontino ebbe il merito di liberare la glottologia dai vincoli metodologici che fino ad allora l’avevano legata alla Storia comparata delle lingue. Pisani operò sulla scorta dell’intuizione di Ascoli. Lo ricorda Maurizio Pasquero nell’Introduzione a un’opera di rilievo del filologo, Le religioni dei Celti e dei Balto-Slavi nell’Europa precristiana. Il volume è da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 101, euro 12,00).
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  • COSTITUZIONE MATERIALE  e   ANTIFASCISMO LEGALE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Una dozzina d’anni fa Berlusconi – o meglio i suoi seguaci – contrapposero alla Costituzione formale la Costituzione materiale, suscitando la consueta raffica di anatemi ed esorcismi degli intellos di sinistra, che della costituzionale formale, o meglio della loro interpretazione del testo normativo, avevano fatto il proprio shibboleth. E avvertivano che il richiamo a quella materiale rischiava di rovinargli il giocattolo.  È appena il caso di ricordare che il termine (non il concetto) di costituzione materiale era opera di un acuto giurista come Costantino Mortati, membro dell’assemblea costituente della Repubblica, in buona parte sviluppando quanto espresso quasi un secolo prima da Ferdinand Lasalle nella nota conferenza “Über Verfassungswesen”, ove il rivoluzionario riconduceva la costituzione agli “effettivi rapporti di potere che sussistono in una data società”, alla forza attiva “che determina le leggi e le istituzioni giuridiche”. Scriveva Lassalle che “Gli effettivi rapporti di potere che sussistono in ogni società sono quella forza effettivamente in vigore che determina tutte le leggi e le istituzioni giuridiche di questa società, cosicché queste ultime essenzialmente non possono essere diverse da come sono” (il corsivo è mio); ed elencava i relativi “pezzi di costituzione”: il potere del re, quello dell’aristocrazia, della borghesia che comunque assicuravano un ordine, effettivo e concreto, e con ciò la coesione sociale. Così la costituzione è l’insieme - dei rapporti di forza reali - ed organizzati – di una comunità politica. E cos’è la Costituzione formale? Rispondeva Lassalle “Questi effettivi rapporti di forza li si butta su un foglio di carta, si dà loro un’espressione scritta, e, se ora sono stati buttati giù, essi non solo sono rapporti di forza effettivi, ma sono anche diventati, ora, diritto, istituzioni giuridiche, e chi vi oppone resistenza viene punito”.
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  •                                  
  • Meraviglie dellimpossibile

  • Le
  • NUOVE  MERAVIGLIE  DELL'IMPOSSIBILE
  • Le introduzioni di
  • DE TURRIS e  FUSCO
  • ai volumi della Fanucci
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Un tratto caratteristico dell’ “intellettualmente corretto” va individuato nello scoperto ostracismo verso tutto ciò che risulta essere “altro” dalla vulgata, creata ad hoc ed eterodiretta dal sistema comunicativo, fondata sui valori materialistici e utilitaristici. Ciò ha indotto, negli intellettuali d’apparato, un’evidente pigrizia mentale, un’incapacità a superare gli steccati ideologici marcati dall’industria culturale. Prendiamo il caso della critica letteraria nel Novecento, che ha manifestato una chiusura totale nei confronti delle espressioni letterarie non riducibili alla lettura “verista” del reale.  Le cose sono cambiate a muovere dagli anni Settanta, grazie a due pionieri della letteratura fantastica e fantascientifica, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco.  In quegli anni, i due autori presentarono, per la casa editrice Fanucci, opere rilevanti afferenti ai due generi letterari, in una veste editoriale impeccabile, con traduzioni affidabili, i cui testi erano preceduti da introduzioni mirate a contestualizzare il contenuto dell’opera e la figura dell’autore. E’ da poco nelle librerie, per i tipi di Jouvence, il volume di De Turris-Fusco, Nuove meraviglie dell’impossibile, per la cura di Luca Ortino, accompagnato dalla postfazione di Loris Pinzani (per ordini: 02/24411414, info@jouvence.it, pp. 335, euro 22,00).    Dopo l’uscita per Mimesis nel 2016 del libro, Le meraviglie dell’impossibile, nel testo di cui qui si discute, compaiono altre 20 di quelle introduzioni. 

  • Perfino al lettore  più superficiale,   esse mostrano la  sagacia esegetica degli autori:   si tratta di  veri e propri  saggi  chiarificatori. 
  • Dalla lettura si evince, innanzitutto, il lavoro di svecchiamento critico prodotto dai due, in quanto, negli anni Sessanta, la fantascienza: «era considerata un trastullo per ragazzini introversi o per adolescenti immaturi […] non era vera letteratura» (p. 11).
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  • Del Ninno

  • Le metamorfosi e l’anima
  • La poesia di Giuseppe Del Ninno
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il nostro tempo, età feriale in cui la dismisura prevale in ogni ambito, pare aver obliato la poesia, il suo valore. La sussunzione della quint’essenza della vita nei metra del verso non si confà a un mondo in perpetua accelerazione. Oggi è la dimensione mercuriale a pervadere le nostre vite, la velocità stordente dell’adesso, del semplice statim latino, ha deprivato il tempo e la metamorfosi della natura della profondità che le costituiscono. Statim è dire cosa altra dall’ hic et nunc romano e dal kairos greco, attimo immenso nel quale il tempo edipico e cronologico abbraccia aion, l’eterno.   In pochi, per questo, oggi si cimentano con la scrittura poetica, in pochi si dedicano a quello che, nel mondo classico, era il fare per eccellenza, poiein, il poetare che conduceva il creatore di versi, quanto l’attento lettere e/o uditore, si pensi alla tradizione aedica, di fronte all’Origine, vale a dire a un’esistenza non chiusa e limitata in se stessa, ma essenziata.  Eppure, nonostante la mesta povertà spirituale nella quale viviamo, qualcuno tenta questo difficile confronto e pratica, noncurante, l’arte poetica.    Tra questi non possiamo non segnalare Giuseppe Del Ninno, che ha, da poco, congedato la sua ultima fatica in versi.     Ci riferiamo a, Nei dintorni dell’anima, raccolta di componimenti comparsa nel catalogo dell’editrice Tabula Fati (per ordini: 335/6499393, edizionitabulafati@yahho.it, pp. 79, euro 8,00).
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  • FEDERALISMO  E  UNITÁ  POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  1. Nella prima metà del XIX secolo due grandi pensatori europei, Hegel e Tocqueville si posero il problema di come potesse conservarsi uno Stato federale, come gli Stati Uniti d’America, senza che l’Unione godesse di tutti quei poteri che il “centro” delle monarchie europee – cioè il governo monarchico – aveva nel proprio territorio,
  • Scriveva Hegel:
  • “Se paragoniamo poi l’America del nord con l’Europa, troviamo laggiù l’esempio costante di una costituzione repubblicana. Cioè l’unità soggettiva, perché vi è un presidente a capo dello Stato, eletto, per prevenire ogni possibile ambizione monarchica, solo per quattro anni. La protezione universale della proprietà e la quasi totale assenza d’imposte sono fatti che vengono continuamente elogiati. Ma con questo è già determinata anche la caratteristica fondamentale di questi Stati. Essa consiste nella tendenza del privato all’acquisto e al guadagno, nella prevalenza dell’interesse particolare, che si volge all’universale solo in servigio del proprio godimento. Vi sono, naturalmente, rapporti di diritto, ed una formale organizzazione giuridica: ma questa conformità al diritto è senza dirittura, e così i commercianti americani hanno la cattiva riputazione di ingannare sotto la protezone del diritto”, e prosegue “l’America del nord non va considerata come uno Stato già formato e maturo ma come uno Stato tuttora in divenire: esso non è ancora tanto progredito, da aver bisogno della monarchia. E’ uno Stato federativo: ma questi, per quel che concerne i loro rapporti con l’estero, sono gli stati peggiori. Solo la sua particolare posizione ha impedito che questa circostanza non causasse la sua totale rovina. Ciò si è visto nell’ultima guerra con l’Inghilterra. I Nord-americani non poterono conquistare il Canadà, e gli Inglesi poterono bombardare Washington, perché la tensione fra le provincie impedì ogni vigorosa azione. Inoltre, gli stati liberi nordamericani non hanno nessuno stato confinante, rispetto a cui siano nella situazione in cui gli stati europei sono reciprocamente, uno stato cioè che debbano considerare con sospetto e contro cui debbano mantenere un esercito stanziale.

 

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  • Il silenzio del cosmo

  • Il silenzio del cosmo
  • Una pubblicazione del G.R.E.C.E. Italia
  •  di
  • Giovanni Sessa
  • Nella prima metà del 2020, anche nel nostro paese, si è costituito il G.R.E.C.E. (Gruppo di ricerca e studi sulla Civiltà Europea) che intende riproporre, in modalità originale, dibattiti e tematiche care all’omonimo gruppo francese, sorto nel 1969 e animato da Alain de Benoist. Non è casuale che la prima pubblicazione curata da questo cenacolo intellettuale abbia al centro le problematiche ecologiche. Si tratta de, Il silenzio del cosmo. Ecologia ed ecologismi, nelle librerie per i tipi delle Edizioni Arktos (pp. 210, euro 20,00). Il volume raccoglie gli Atti del Convegno, Ecologia. Habitat come limite della crescita infinita, tenutosi il 1 luglio 2020 online. All’evento presero parte in qualità di relatori, Andrea Virga, Andrea Cascioli, Eduardo Zarelli, Andrea Scarabelli i cui testi costituiscono, assieme a quelli di Giuseppe Giaccio e Giannozzo Pucci, la prima parte della raccolta.  In appendice compaiono contributi teorici, originariamente usciti sul periodico Diorama Letterario, di insigni studiosi quali Michael Walker, Philippe Forget, Laurent Ozon e Alain de Benoist.  Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Hugo Höppener, detto “Fidus.
  • Dalla lettura si evince come gli autori siano fermamente convinti della necessità di affrontare, attraverso nuovi paradigmi culturali, il problema ecologico. Rilevano l’inane azione messa in campo dall’ecologismo “riformista”, variabile culturale interna al modello di sviluppo del capitalismo contemporaneo, la cui inefficacia è presentata da Scarabelli con le parole di Michel Serres, che lo aveva paragonato: «al capitano di una nave che si sta dirigendo contro uno scoglio, il quale intima al macchinista di ridurre la velocità, senza però cambiare rotta» (p. 48). Il successo mediatico di Greta Thunberg testimonia l’adesione del “riformismo” ecologico ai valori della società della dismisura. Un secondo aspetto, assai rilevante, che connota la proposta del G.R.E.C.E., sta nel recupero del senso greco della physis, quale luogo: «dell’insorgenza spontanea delle cose […] pronta a dileguarsi appena si cerca di ridurla alla sua concretezza materiale» (p. 72), come colto da Zarelli.   Tale asserzione implica il rifiuto radicale dell’approccio prometeico e baconiano alla realtà, centrato sull’idea che essa altro non sia che quantità, res extensa cartesiana, oggetto manipolabile dall’azione apprensiva della res cogitans, dell’uomo “padrone dell’ente".
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  • Ingravalle

  • Lo Stato riformatore
  • di
  • Carlo Francesco Ferraris
  • Un saggio di     Francesco Ingravalle
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Il dibattito sull’esito del Risorgimento e sulla formazione dello Stato unitario in Italia, è ancora aperto: ha animato parte significativa della cultura politica del secolo XX.  A ricordarcene la crucialità, anche rispetto alla presente contingenza storico-politica, è l’ultimo volume di Francesco Ingravalle, docente dell’Università del Piemonte orientale. Si tratta de, Lo Stato riformatore. Carlo Francesco Ferraris: intellettuale e funzionario (1850-1924), comparso da poco nel catalogo della OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.220, euro 20,00). Il volume è completato da un’antologia di scritti del Ferraris e da una bibliografia essenziale.
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  • Francesco Calasso Medio evo del diritto

  • Francesco Calasso,
  • Medio evo del diritto
  • (Adelphi,  2021, pp. 647, € 38,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • È pubblicato in nuova edizione, con postfazione di A. Cecchinato, il saggio di Francesco Calasso del 1954, già all’epoca oggetto di attenzioni diffuse.  La postfazione nota come l’attività scientifica dell’autore con la sua aura di antiformalismo “ha infuso l’esperienza scientifica di Calasso d’una piena fiducia nel valore autoritativo della tradizione, che è stata la vera cifra – come ha insegnato Manlio Bellomo – di una vita condotta per il diritto”.   A distanza di oltre cinquant’anni e malgrado la materia – la storia del diritto – il saggio di Calasso suscita interessi d’attualità.    In primo luogo per la “rinascita” del diritto romano, avvenuta nei primi secoli del passato millennio, in Italia ad opera, in particolare, d’Irnerio e della scuola di Bologna.  Lentamente i giuristi del diritto comune, interpretando il corpus juris in una con consuetudini, statuti e (anche) contaminazioni, contribuiscono all’unità giuridica.  Ovviamente nei e con i limiti di un sistema non codificato, e le cui fonti non avevano il carattere formale di un’organizzazione che le ponesse in essere e ne garantisse l’applicazione. Caratteri ambedue, ancorché non esclusivi, del (successivo) Stato moderno.   Come scrive Calasso, il sistema giuridico è un tutto, un’unità. E il quid che gli da vita è “un’organizzazione cioè nella quale distinguiamo un meccanismo che produce le norme e degli organi che le applicano e ne garantiscono l’osservanza”.   Come successe che, malgrado la debolezza dell’organizzazione politica medioevale, avvenisse quella “unificazione”?    Fu, scrive l’autore per “un ideale supernazionale: quella monarchia universale che perpetua il nome di Roma”.
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  • Copertina SE 2020

  • Studi Evoliani 2020
  • L’inarrestabile diffusione del pensiero di Evola
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  Pochi pensatori, nel corso della storia, sono stati contrastati, attaccati, diffamati, quanto Julius Evola. Eppure, nonostante il pregiudizio politico-culturale, i suoi libri sono letti e discussi anche all’estero. Evola è tra i più tradotti filosofi del nostro paese, mentre la pubblicazione della sua opera omnia prosegue a ritmo serrato da parte delle Edizioni Mediterranee. Tale interesse per il pensatore tradizionalista lo si evince anche dall’annuario della Fondazione Evola, il cui ultimo numero è da poco nelle librerie. Ci riferiamo a AA.VV., Studi Evoliani 2020. Evola in Dada - Cent’anni di “Arte Astratta”, curato da Gianfranco de Turris, Andrea Scarabelli e dallo scrivente per le Edizioni Ritter (per ordini: 02/201310; info@ritteredizioni.com, pp. 300, euro 25,00).
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  • cover Letica della libertà

  • Murray N. Rothbard,
  • L’etica della libertà
  • (Liberilibri editore, Macerata 2021, pp. 468, € 14,00)
    • di
    • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Pubblicata dall’editore Liberilibri oltre vent’anni fa, ora è ristampata dallo stesso editore, in un momento in cui il “liberalismo” (come inteso dai media mainstream) è colpevolizzato di tutto: dalla globalizzazione fino all’inadeguatezza della risposta alla crisi pandemica. Non riportiamo quanto già scritto in molte recensioni, tra cui una apparsa sull’Opinione circa un mese orsono. Ci limitiamo alla critica che un liberale “archico”, come chi scrive può muovere ad un libertario (o liberale anarchico).   Rothbard propone una società in cui sia abolito il monopolio statale della violenza (legittima) e tutti i servizi pubblici siano offerti (ed acquistati) sul mercato. L’etica di tale società senza Stato si basa sul carattere pre-statale e naturale (giusnaturalistico) dei diritti dell’individuo; sviluppa (in particolare) il pensiero di John Locke. La contrarietà dello Stato all’etica è costituita dal fatto che obbliga i sudditi senza il consenso (individuale e volontario) degli stessi.  Così sintetizzando al massimo quello che Rothbard sviluppa in centinaia di pagine di Etica della libertà.   A questo un liberale archico può svolgere due critiche fondamentali.  
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  • Manifesto nuova filosofiaBeuys
  • Per una nuova filosofia
  • Massimo Donà e l’arte
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  

 

 

  • La nostra è epoca di “acque basse”. Manca la forte aspirazione anagogica, iperbolica, presente in altri frangenti storici. Il dibattito intellettuale è monocorde, sintonizzato sul senso comune. Fortunatamente, c’è chi non si accoda al coro conformistico. Lo dimostra l’ultimo numero della rivista Nova Theoretica edita da Castelvecchi, significativamente intitolato, Manifesto per una nuova filosofia (per ordini: 06/ 8412007, info@castelvecchieditore.com, pp. 223, euro 20,00). In esso, sette illustri accademici (M. Adinolfi, M. Donà, F. Leoni, C. Meazza, M. Moschini, G. Rametta, R. Ronchi) presentano un progetto ambizioso, pensare un nuovo paradigma filosofico: «Tenendo fede a un solo principio: quello della ricerca svolta in prima persona» (p. 5), liberi da ogni appartenenza di scuola e, soprattutto, dai dogmi imperanti nel nostro tempo che, in filosofia, hanno isterilito il confronto attorno a false opposizioni: continentali/analitici, differenza/identità, soggettività/evento. Il tentativo è serio, importante. Muove dalla consapevolezza che la filosofia non è un sapere: «già costituito […] ma è sempre allo stato nascente, sempre in questione quanto alle sue possibilità» (p. 7).
    Qui ci intratterremo sugli scritti di Massimo Donà. Il filosofo veneziano si occupa di tre lemmi fondamentali di un nuovo lessico speculativo, strettamente connessi tra loro sotto il profilo teoretico: impossibilità, inalterità, singolarità. Per quanto attiene al primo, Donà ricorda che in Occidente, nell’endiadi potenza/atto è stato assegnato il primato a quest’ultimo nell’iter che conduce da Aristotele a Hegel e giunge al neo eleatismo di Severino. Detto ciò, il pensatore si confronta con i plessi più rilevanti della tradizione speculativa europea, mostrando, in tutta evidenza, l’inanità della classica distinzione di possibile e necessario, discendente dalla valorizzazione dell’atto. Incalza, inoltre, il lettore, interrogandosi retoricamente: «E se impossibile fosse tutto quello che esiste, proprio quale esistenza del non-esistente? […] E se impossibile fosse cioè proprio quello che non solo può essere, ma è?» (p. 88). Ciò che esiste è l’impossibile, in quanto il “positivo” non è che la negazione di una negazione. Per questo le cose non sono mai quel che dicono di essere: «come avrebbe saputo fin da giovane, il filosofo-artista Evola, impegnato a rivendicare […] l’assolutezza dell’arbitrario […] che, in quanto tale, non sarà mai universalizzabile» (p. 88).
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