"Scuola Romana di Filosofia politica"

è diretta da

Giovanni Sessa

La S.R.F.P. fondata, a suo tempo, da Gian Franco Lami ed Emiliano Di Terlizzi, docenti alla “Sapienza”, è oggi un forum critico di filosofia e metapolitica.

  • Gianfranco de Turris Qualcosa daltro

  • Qualcosa d’altro 
  • I racconti 1986-2000
  • di
  • Gianfranco de Turris  
  • di
  • Giovanni Sessa


  •  
  • L’ultima fatica di Gianfranco de Turris, Qualcosa d’altro. Racconti 1986-2000, nelle librerie per Bietti, è opera davvero importante. Nelle sue pagine de Turris ha trasferito una messe enorme di letture, una sorta di borgesiana Biblioteca di Babele del fantastico, rielaborata in modo originale e trasferita al lettore in una prosa affabulatrice e coinvolgente. Il volume è preceduto da un saggio introduttivo di Giuseppe O. Longo, mirato a cogliere l’ubi consistam della produzione fantastica dell’autore, e da una postfazione dil Alessio de Gigio (per ordini: 02/29528929, pp. 260, euro 16,00). Si tratta della raccolta di racconti scritti e pubblicati da de Turris tra il 1986 ed il 2000.
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Cop. STEINER def


  • Steiner   e   Goethe
  • INTUIZIONE  ED  ESPERIENZA  NELLA  SCIENZA  OLISTICA
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Goethe è stato, per la cultura europea, un vero e proprio magnete. Con lui si sono confrontati intelletti di primo piano del XIX e del XX secolo. Solo per fare dei nomi: Hegel, Schelling, Nietzsche, George, Löwith. Anche il padre dell’antroposofia, Rudolf Steiner, come riconobbe James Webb, ha avuto nel «genio di Weimar» un punto di riferimento essenziale. Del resto, un poeta, letterato, filosofo della sua statura, non poteva essere trascurato dalla vivace curiositas che animò la ricerca di Steiner. Questi fu incaricato di curare gli scritti scientifici del pensatore romantico e, di questo particolare ma rilevantissimo ambito della ricerca goethiana, Steiner si è occupato in un volume che, di recente, è stato riproposto all’attenzione dei lettori, da Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 248, euro 20,00).
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • AIUTANTI, SOPPORTATI, NEMICI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Tra i (modesti) vantaggi che le emergenze politiche, economiche e sociali possono arrecare, c’è quella di chiarire e porre in evidenza caratteri (e funzionamento) di regolarità politiche già evidenziate dalla dottrina. Così è per il Covid 19.   I sostegni dispensati dal governo Conte-bis – e in parte anche dall’attuale – dividono il grosso della popolazione italiana in tre macro-gruppi: coloro che vivono di uno stipendio pubblico/pensione, garantiti al 100%. Anzi tenuto conto delle chiacchiere sullo smart working pubblico (così diverso da quello privato), anche caratterizzato da una sostanziale identità di retribuzione a fronte di una prestazione più comoda, spesso ridotta e talvolta inesistente. Poi i dipendenti privati, con garanzie inferiori ai pubblici (tuttavia estese – causa pandemia - a quelli che non l’avevano). Infine i lavoratori autonomi, rimasti , in gran parte o totalmente senza tutela o con ristori minimi (Conte) ovvero con modesti (ma più diffusi) sostegni (Draghi).  A giustificare trattamenti così radicalmente differenziati, la retorica mainstream si è servita di tutti gli espedienti. Il primo, l’oscuramento (non parlarne e gonfiare le altre notizie). Poi la mistificazione – come enfatizzare le regole e dimenticare le (vastissime) eccezioni. Così ad esempio, i ristori ai lavoratori autonomi che non si applicavano ai pensionati (o agli iscritti) degli enti di previdenza privati (cioè a quasi tutti). Anche le usuali litanie: ce lo chiede l’Europa… siamo i più bravi ad affrontare l’emergenza (se non fosse per…qualche migliaia di morti in più degli altri) hanno trovato la propria consueta collocazione nei discorsi di propaganda.
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  • SESSA 2

  • L’Eco della Germania segreta 
  • Per un lógos physikós
  • di
  • Giacomo Rossi

  •  
  • E’ da poco nelle librerie l’ultimo libro di Giovanni Sessa. Si tratta di un volume significativo per la densità di pensiero che emerge dalle sue pagine. Ci riferiamo a, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, comparso nel catalogo della OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 225, euro 18,00). Il testo di Sessa è impreziosito dall’introduzione del germanista Marino Freschi, dalla prefazione e dalla postfazione dei filosofi Romano Gasparotti e Giovanni Damiano. Freschi rileva che il mitologema della Germania segreta, riferentesi non solo ad una patria tedesca della Tradizione, ma come coglie Romano Gasparotti, ad un’Europa possibile: «sorse in un momento cruciale della storia della Germania, e si sviluppò sorprendentemente dopo la grave sconfitta del 1918» (p. 11). Circolò soprattutto nel Kreis di Stefan George, negli ambienti della Rivoluzione conservatrice, presente in Ernst Jünger, coinvolse, questa la novità interpretativa proposta da Sessa, autori impensati, quali Karl Löwith e Walter Benjamin. Il primo è noto ai più quale allievo “antinazista” di Heidegger, il secondo è stato relegato dal pensiero “intellettualmente corretto”, nel quadro del neomarxismo novecentesco.
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  •  I benandanti 2

  • I «benandanti»
  • di
  • Carlo Ginzburg
  • Torna un classico dell’etnologia
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Nel 1966, gli studi etnologico-antropologici subirono in Italia un’accelerazione stimolante, grazie alla pubblicazione di un volume di un giovane ricercatore torinese, Carlo Ginzburg, che fece subito discutere. Ci riferiamo ad un’opera diventata oramai un classico in argomento, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra ‘500 e ‘600, da poco nelle librerie in nuova edizione per i tipi dell’Adelphi (pp. 311, euro 24,00). Il volume è arricchito da una Appendice dell’autore, mirata a contestualizzare l’opera nella cultura del tempo in cui fu scritta e pensata. In quel frangente storico, lo studioso assunse la decisione di dedicarsi allo studio storico della stregoneria, apparentemente senza uno specifico significato. In realtà, alle spalle di tale scelta, vi era, innanzitutto, la cultura sulla quale il giovane Ginzburg si era formato: i gramsciani Quaderni del carcere lo avevano indotto ad interessarsi alle culture espresse dalle classi subalterne, le pagine di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, gli avevano esplicitato il retaggio atavico della cultura contadina del nostro Meridione, mentre Il mondo magico di Ernesto De Martino, gli aveva chiarito in qual modo la magia fosse stata, per millenni, l’espediente con il quale i ceti subalterni facevano fronte alla «perdita della presenza», all’entropia della vita.
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  • gentile

  • Ritrovare Dio
  • Gentile e la religione
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Giovanni Gentile, nonostante il pregiudizio esegetico di alcuni critici nei suoi confronti, indotto da ragioni eminentemente politiche, resta, a giudizio degli studiosi più seri e svincolati dall’intellettualmente corretto, uno dei punti più avanzati della filosofia del Novecento. Ad Hervé A. Cavallera, emerito dell’Università del Salento, che al pensatore di Castelvetrano ha dedicato un’intera ed intensa vita di studio, curatore delle «Opere Complete» di Gentile, va riconosciuto il merito di aver messo in chiaro la rilevanza storico-teoretica dell’attualismo. E’ in libreria, per i tipi delle Edizioni Mediterranee, la sua ultima fatica di curatore. Ci riferiamo al volume, di grande interesse, Giovanni Gentile, Ritrovare Dio. Scritti sulla religione (per ordini: ordinipv@edizionimediterranee.net, 06/3235433, pp. 220, euro 17,50).
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  • L’OCCASIONE  e  il   CONFLITTO
  • SECONDO MACHIAVELLI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • A seguito delle manifestazioni contro le chiusure del Covid, per la sopravvivenza delle imprese e dei lavoratori autonomi, siamo tornati a intervistare il nostro Machiavelli che ci ha ricevuto con la consueta gentilezza.
  • Caro Segretario, che ne pensa delle manifestazioni contro le restrizioni?
  • Che è poco crederle dovute (solo) alla pandemia e che nuocciano alla libertà: gli è che i tumulti fanno bene alle repubbliche, almeno a quelle ben ordinate, come era Roma, sicché ho scritto “coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a’ romori ed alle grida di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano”.
  • Ma i manifestanti hanno fatto dei danni, rimosso le transenne, resistito alla polizia.
  • E con ciò? A Roma facevano anche di peggio ed hanno comunque conquistato il mondo, mantenendo la loro libertà: “i desiderii de’ popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e’ nascono o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi”.
  • Ma li accusano di essere degli incompetenti e di far politica con la pancia e non con il cuore. Di essere fuorviati da demagoghi e da fake news.
  • E per tutelare la verità, vogliono impedirne la diffusione! Come dicono a Vinegia “pezo el tacon del buso” E quando queste opinioni fossero false e’ vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene che orando dimostri loro come ci s’ingannano. Gli è che non essendo i vostri vecchi governanti degni di fede, non potendo convincerle con le loro parole cercano d’impedire agli altri di parlare. Sanno bene che il popolo non chiede loro neppure l’ora, perché s’aspetta che cerchino anche in ciò di truffarlo.   E come biasimare il popolo: negli ultimi trent’anni è stato il più impoverito d’Europa e forse del pianeta. Dove stavano i vostri governanti? Su Marte o al potere?
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  • JPG AR I Cosmici

  • I   Cosmici monacensi    e la vita aperta   
  • “Appunti del signor Signora ossia cronache di uno strano rione”
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Tra fine Ottocento e primo Novecento, l’Europa ha avuto diverse capitali culturali: Parigi, Vienna, Berlino. Tra esse va annoverata, anche se meno nota delle altre in questa funzione, Monaco di Baviera. La Baviera, regione posta ai piedi delle Alpi, rappresenta il confine lungo il quale, anche in termini spirituali, il grande Nord abbraccia la vocazione panico-mediterranea dell’Europa. Sarà per questa ragione che, nel frangente storico ricordato, Schwabing, quartiere degli artisti monacensi, vide fiorire cenacoli disparati, animati da intelletti controcorrente, alla ricerca di ciò che Alfred Schuler, protagonista di quella stagione, chiamò la “vita aperta”. Il destino di Schwabing non è stato diverso da quello vissuto nel 1919 dalla Fiume di D’Annunzio, la “città di vita”, in cui si misero in atto sperimentazioni politiche, estetiche e spirituali. Fiume e Schwabing furono unite nel segno della primavera dionisiaca e del Nuovo Inizio. A narrarci, dall’interno, l’effervescenza vitale del rione monacense è comparso nella nostra lingua, per i tipi delle Edizioni di AR e per la cura di Umberto Colla, un romanzo a chiave di Franziska zu Reventlow, nota anche come Fanny, Appunti del signor Signora, ossia Cronache di uno strano rione (per ordini: info@libreriaar.it, pp. 156, euro 20,00).
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  • Barone immaginario

  • Il ritorno del Barone immaginario   
  • Evola tra realtà e fantasia
  • di
  • Giovanni Sessa


  • Julius Evola, nonostante i giudizi il più delle volte preconcetti che gravano sulla sua opera e le sue scelte politiche, comunque la si pensi, resta una presenza ingombrante nella cultura italiana, con la quale, in pochi, sono riusciti a fare veramente i conti. Presenza ingombrante la sua, in particolare per i paladini dell’intellettualmente corretto, le cui reprimende critiche non sono però riuscite a marginalizzare la forza speculativa di questo autentico filosofo. I suoi libri richiamano, a molti decenni dalla scomparsa, un numero considerevole di lettori. Animato da una forza vitale senza pari, non fu fermato neppure dalla bomba che, a Vienna, lo paralizzò per il resto della vita. Lo conferma un libro recente, scritto a più mani, che raccoglie racconti le cui trame sono in alcuni casi “fantastiche”, in altri “realistiche”, da cui si evince, come rileva il curatore Gianfranco de Turris: «la sua vita movimentata non certo “borghese” […] e […] la poliedricità delle sue idee ed attività» (p. 5). Ci riferiamo al volume di AA.VV, Il ritorno del Barone immaginario, nelle librerie per Idrovolante (per ordini: idrovolante.edizioni@gmail.com, pp. 287, euro 19,00).
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  • DISTRUZIONE  e  PROTEZIONE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Si sente sempre più spesso ripetere quanto sosteneva (tra gli altri) Schumpeter che il capitalismo induce un processo di distruzione creatrice selezionando gli imprenditori più efficienti ed espellendo gli altri. L’occasione per incentivare questa selezione – un aspetto di darwinismo sociale – sarebbe la pandemia: le imprese che riescono a superare la crisi sono le più efficienti, mentre quelle che non sopravvivono, meritano di essere chiuse.   Anche se il ragionamento ha una sua validità e in Italia spesso si è fatto il contrario – con risultati deludenti - invocarlo in relazione alla pandemia è errato per due motivi, che poco hanno a che fare con l’efficienza economica.

 

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  • Provare lio

  • Provare  l’Io
  • Evola e la filosofia 
  • di
  • Michele Ricciotti
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Gli studi più seri e significativi dedicati al pensiero di Evola prendono le mosse o, comunque, hanno quale tema centrale di discussione, le sue opere speculative. Si pensi al lavoro pionieristico di Roberto Melchionda, coraggioso esegeta evoliano da poco scomparso, che mise in luce la potenza teoretica dell’idealismo magico, o allo studio di Antimo Negri, critico rispetto agli esiti della filosofia del tradizionalista.  Da più di un decennio, nel lavoro di analisi di tale sistema di pensiero, si sono distinti Giovanni Damiano, Massimo Donà e Romano Gasparotti, i cui saggi sono motivati da autentica vocazione esegetica e lontani da conclusioni affrettate o motivate da giudizi politici, siano essi positivi o negativi.   Un allievo di Donà, il giovane Michele Ricciotti, ha da poco dato alle stampe una monografia dedicata al filosofo, che si segnala quale libro di rilievo nella letteratura critica in tema. Ci riferiamo a, Provare l’Io. Julius Evola e la filosofia, comparso nel catalogo dell’editore InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 217, euro 20,00). L’autore attraversa e discute, con evidente competenza teoretica e storico-filosofica, l’iter evoliano, servendosi della bibliografia più aggiornata, mosso dalla convinzione, ricordata da Donà in prefazione, che: «il vero filosofo, per Evola, non può limitarsi a “dimostrare”. Ma deve anzitutto sperimentare sulla propria pelle la veridicità di guadagni che, davvero, mai potranno essere semplicemente “teorici”» (pp. 11-12).
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  • WAGNER Religione e arte

  • Pubblichiamo di seguito un estratto dalla
  • prefazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • alla nuova edizione del volume di
  • Richard Wagner  "Religione e arte"
  • (Iduna editrice, pp. 161, euro 18,00)
  • Pochi uomini di cultura dell’epoca moderna hanno svolto un’azione così profonda, pervicace, al punto che la loro opera possa essere considerata uno spartiacque epocale, come quella messa in atto da Richard Wagner. Herbert von Karajan, uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento: «ha una volta dichiarato di considerare Wagner “più grande” di Omero e “più completo”». L’affermazione è forte, apodittica e, pertanto, può essere criticata. Ha, comunque, il merito di introdurci nel cuore pulsante della musica del compositore tedesco, ma anche all’interno del suo mondo valoriale, testimoniato dagli scritti teorici. Le composizioni wagneriane mettono in luce l’origine di un conflitto storico che concerne il destino stesso dell’umanità, quel conflitto esemplarmente testimoniato in filosofia dalla vita-pensiero di Friedrich Nietzsche, che vide, e vede tuttora contrapposte, la visione della vita sovrumanista e quella, attualmente trionfante, egualitaria che, nel corso del tempo, è stata declinata in termini esistenziali e storico-politici, secondo modalità disparate. Nelle note wagneriane si è manifestato: «il residuo di una tendenza pre-epocale, repressa dal cristianesimo egualitarista […] è un residuo pagano». In questo senso, la produzione musicale e teorica di Wagner, come testimonia il libro che ora il lettore ha tra le mani, è momento centrale della «rigenerazione» di un mito tacitato, ma mai silenziato del tutto, che torna a ripresentarsi nell’artista tedesco.
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  • copertina rosati300 600x825

  • Mishima, Bellezza e Morte 
  • Un libro di
  • Riccardo Rosati
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Sono trascorsi più di cinquant’anni dal 25 Novembre 1970. Quel giorno, lo scrittore Yukio Mishima, dopo ave occupato a Tōkyō l’ufficio di un alto ufficiale nel Quartier Generale delle «Forze di Autodifesa Giapponesi» (sic!), accompagnato da quattro giovani del Tetenokai, organizzazione militare non armata da lui stesso fondata, mise in atto il seppuku, il suicido rituale proprio degli antichi samurai. Il gesto, vera e propria messa in scena della morte, realizzato dopo aver arringato una folla di soldati increduli, che stettero ad ascoltarlo senza poterlo realmente capire, voleva essere un urlo di protesta contro il degrado morale e spirituale del paese del Sol Levante. Mishima inscenò, in tal modo, il più radicale rifiuto della modernità che la storia recente ricordi.  Riccardo Rosati orientalista, nel suo ultimo libro, Mishima. Acciaio, sole ed estetica pubblicato da Cinabro Edizioni (per ordini: info@cinabroedizioni.it, pp. 103, euro 10,00), sostiene che il seppuku fu lungamente meditato e preparato negli ultimi dieci anni di vita dello scrittore. Il volume è arricchito dalla prefazione di Mario Michele Merlino e da un interessante repertorio fotografico.
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  • Insegna Creonte

  • INSEGNA  CREONTE  ?
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • (Luciano ViolanteInsegna Creonte,
  • Il Mulino, Bologna 2021, pp. 158, € 12,00.) 

  • Nell’Antigone i due protagonisti Antigone e Creonte sono da millenni simboli di polarità contrapposte: tra diritto naturale e positivo; tra legge divina ed umana; tra principio femminile e maschile (Hegel); tra diritto tradizionale e diritto “moderno”, razionale-legale e statuito dall’autorità politica (Von Seydel). Nel secolo scorso era Antigone a suscitare più consenso ed interesse: Creonte era considerato l’archetipo del tiranno.  Nel XXI, almeno tra i giuristi italiani, è stato (in parte) rivalutato. Probabilmente ha contribuito a ciò quanto notato (nel XX) da Max von Seydel: che Creonte impersona il diritto (e lo Stato) moderno, weberianamente “razionale-legale”.  Violante che nel libro Giustizia e mito aveva notato la “modernità” di Creonte, in questo ne sottolinea gli errori (politici) che lo portano all’autodistruzione. In ogni capitolo il comportamento di Creonte è considerato esempio di quanto un leader non debba fare: essere arrogante, non saper gestire i conflitti, sopravvalutare se stessi. E porta esempi di errori (analoghi a quelli del Re di Tebe) fatti da uomini di Stato contemporanei: da De Gasperi a Renzi, da Craxi a Cossiga.  Ne consegue che già la tragedia greca indicava 25 secoli fa delle regolarità e delle regole della politica (e dell’esistenza umana) le quali anche a distanza di millenni sono confermate.

 

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  • Zaffino Bruno

  • Totum et Unum  
  • Giordano Bruno e la filosofia antica
  • di
  • Giovanni Sessa 

  •  
  • Da tempo andiamo sostenendo che la filosofia potrà tornare ad acquisire la centralità intellettuale che aveva un tempo, a condizione che torni a mostrare ciò che l’ha connotata ab initio, vale a dire il lógos physikós, un pensiero centrato sulla potenza originante della Natura.  Allo scopo ho dedicato un mio libro in uscita, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera” (OAKS, 2021), all’analisi di prospettive di pensiero, maturate nei primi decenni del secolo scorso in Germania, in linea con tale visione del mondo. Agli esordi dell’età moderna, essa tornò a riemergere con forza nella vita e nelle pagine, traboccanti di pathos esistenziale, di Giordano Bruno. Per tale ragione, siamo particolarmente attenti alle pubblicazioni dedicate al filosofo nolano. Tra quelle uscite nell’ultimo periodo va segnalata l’opera di Valentina Zaffino, Totum et Unum. Giordano Bruno e il pensiero antico, edita da Mimesis (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657, pp. 187, euro 18,00).
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  • linee brancaccio pranzo gala

  • Emiliano Brancaccio,
  • Non sarà un pranzo di gala.
  • Crisi, catastrofe, rivoluzione,
  • (Meltemi, Milano 2020,  pp. 224, € 18,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La globalizzazione dell’ultimo trentennio ha generato non soltanto la propria opposizione politica, ma anche, specie negli ultimi anni, una vasta letteratura critica, che insiste su uno o più caratteri negativi del processo (sociologici, religiosi, politici, economici); l’autore, economista e marxista, ne vede (prevalentemente ma non solo) la causa economica. E lo fa riandando alla legge di riproduzione e tendenza del capitale, la quale genera non sono un’ingiustizia crescente (il divario tra ricchi e poveri), ma una serie di contraddizioni che minano la sostenibilità del sistema.  La principale delle quali è “quella tra l’originaria struttura decentrata del mercato capitalistico e il progressivo accentramento dei poteri finanziari che operano in esso”; onde “la centralizzazione contribuisce ad accrescere le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, a restringere le condizioni di riproducibilità del capitale e a moltiplicare gli inneschi della crisi. Dove poi questa tendenza possa condurci, magari verso una moderna e civile logica di piano o piuttosto verso la barbarie, è una questione che resta drammaticamente aperta”.

 

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  • Pastermak

  • SERGIO  D'ANGELO
  • Vivere senza menzogna!
  • Boris Pasternak ed il dottor Živago
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’Occidente postmoderno vive nella dimensione dell’oblio e persegue la cancellazione della memoria storica dei popoli. Tutto ciò che è accaduto nel «secolo breve», il sogno di rivoluzioni palingenetiche, il desiderio neognostico di trasformazione dell’uomo e della vita, è solo lontano e sbiadito ricordo. Eppure, sui drammi e le tragedie che allora devastarono l’Europa, molto si è detto e scritto. Una testimonianza di grande rilevanza è stata fornita dalla letteratura del dissenso, che fiorì in Unione Sovietica fin dagli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre.  Essa sorse dalla volontà di uno sparuto gruppo di intellettuali, coscienza critica e vigile per milioni di russi. Questi vivevano nella paura e nel timore della «purghe» messe in atto, ab origine, dal regime. Le pagine di quella letteratura circolarono clandestinamente, dattiloscritte, passate segretamente di mano in mano. Custodivano la verità che Solženicyn seppe sintetizzare nell’espressione: «Vivere senza menzogna».    Il dottor Živago, capolavoro di Boris Pasternak, fu una delle più alte espressioni della letteratura del dissenso. E’ uscito da poco, per i tipi di Bietti, un volume che chiarisce quali traversie abbia patito l’autore per vedere pubblicato questo romanzo e la lunga storia che sta a monte dell’edizione italiana di Feltrinelli. Ci riferiamo al volume di Sergio d’Angelo, Pubblicate Živago! Storia della persecuzione di Boris Pasternak (per ordini: 02/29528929, pp. 241, euro 17,00).
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  • Cioran ULTIMATUM allESISTENZA

  • Cioran, ultimatum all’esistenza
  • Interviste, conversazioni e lettere dello scrittore romeno
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Di Cioran si è detto tutto: lo si è presentato quale insigne esponente della «giovane generazione» intellettuale che sprovincializzò la cultura romena nella prima metà del Novecento, quale «compagno di strada» dei Guardisti di Codreanu, quale incorreggibile pessimista, nichilista, e soprattutto, quale scrittore dalla prosa elegante, tanto nelle opere composte nella lingua nativa, quanto in quelle in cui utilizzò la lingua del paese d’esilio, il francese. La chiarezza stilistica, hanno sostenuto alcuni critici, sarebbe servita a celare la corrosività esistenziale dei suoi libri. Tali giudizi contraddittori fanno comprendere la complessità del personaggio Emil Cioran che, fin dalla giovinezza, ebbe un rapporto conflittuale con se stesso, con la vita ed il proprio tempo, connotato dal dogma del progresso. E’quanto emerge da una recente pubblicazione di scritti del pensatore, Ultimatum all’esistenza. Conversazioni ed interviste (1949-1994), pubblicato dalla casa editrice la Scuola di Pitagora a cura di Antonio Di Gennaro (per ordini: info@scuoladipitagora.it, pp. 475, euro 30,00).

 

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  • Cop. il denaro

  • Padre C. E. Coughlin: un economista eretico
  • Denaro  vs  lavoro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Dal 2008 l’economia mondiale vive una recessione dalla quale non è riuscita a risollevarsi. Anzi, nell’ultimo periodo, a causa della pandemia prodotta dal virus Covid-19, la crisi rischia di farsi letale e di creare diffuso pauperismo. Dopo il crollo di Wall Street del 1929, mai l’umanità aveva dovuto affrontare un periodo di simili ambasce ed effettive difficoltà. Negli anni Trenta, al contrario di quanto accade oggi, un gruppo sparuto di economisti elaborò proposte «eretiche», pensate al di là degli steccati segnati dal liberismo e dal marxismo che, messe in pratica, avrebbero indotto una ripresa dell’occupazione. Economisti anomali, la cui formazione non era «ortodossa»: alcuni di loro erano filosofi, tecnici, sociologi. Negli Stati Uniti, in un primo momento, furono vicini alla Presidenza Roosevelt ma, successivamente, si trasformarono in contestatori del New Deal. Tra essi, deve essere annoverato Padre C. E. Coughlin, sacerdote cattolico di formazione tomista.    Le sue idee sono di grande attualità.  Chi ne voglia aver contezza legga il suo libro, Il denaro! Domande e risposte, pubblicato da Mimesis nella collana «Oro e lavoro», diretta da Luca Gallesi e Gabriele Stocchi (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesisedizioni.it, pp. 200, euro 18,00). Giorgio Galli, nell’informata Prefazione, dice Coughlin essere uno degli esponenti maggiormente propositivi dell’anticapitalismo di destra.
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  • Del Ninno

  • Vita quotidiana e nostalgia al tempo del coronavirus
  • di
  • Giuseppe Del Ninno
  • recensione di
  • Giovanni Sessa
  • La pandemia da Covid-19 con la quale ci stiamo confrontando da circa un anno, oltre ad aver determinato la tragedia sanitario-economica che grava su di noi, ha dissolto molte illusioni scientemente costruite dai paladini dall’«intellettualmente corretto». Improvvisamente, al primo manifestarsi del virus, è risultato chiaro che la corsa sfrenata della globalizzazione avrebbe incontrato una significativa battuta d’arresto mentre la conseguente «dittatura sanitaria», imposta in Italia a colpi di DPCM e proclami televisivi, avrebbe rivelato di non essere affatto una risposta allo «stato d’eccezione» sanitario. Il virus ha rappresentato l’occasione, attesa lungamente dai padroni del vapore, per portare a termine l’espropriazione della sovranità popolare. Le democrazie liberali sono in cammino verso il nuovo regime della governance.   Ab origine, infatti, come ben comprese il filosofo Andrea Emo, il sistema parlamentare è stato connotato dal tratto epi-demico (mai espressione fu più appropriata), dal suo volersi sovrapporre al popolo, dal volerlo tacitare.
  • Con la quarantena, con la «reclusione forzata», per fortuna, c’è stato chi ha ritrovato il gusto per l’introspezione e per l’interrogazione critica. Tra questi va annoverato Giuseppe Del Ninno, che ha dato alle stampe, La vita quotidiana ai tempi del Coronavirus, uscito per i tipi di Solfanelli (per ordini: edizionisolfanelli@yahoo.it, 335/6499393, pp. 171, euro 12,00). Ha colto nel segno Gennaro Malgieri nel sostenere, nella Presentazione, che questo libro è: «probabilmente il più maturo e sentito tra i numerosi che (Del Ninno) ha scritto […] anche il più bello e il più riuscito stilisticamente» (p. 9). L’autore presenta questa sua fatica quale «diario minimo» dei giorni di quarantena, in realtà è qualcosa di più: un’autobiografia intellettuale e sentimentale, attraversata dalla evocazione del ricordo e della nostalgia. A parere di chi scrive, la nostalgia è sentimento nobile, è incontenibile anelito all’origine: in queste pagine essa assume il volto dei «passati», siano essi i genitori o gli avi dell’autore, oppure i grandi della storia e della cultura d’Italia e d’Europa, coloro che hanno concesso identità al nostro essere nel mondo.
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  • LE MANI SPORCHE... E LA LEGA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Le recenti vicende della crisi politica hanno provocato il solito rosario di spiegazioni basate su ideali, coerenza, ecc. ecc., aventi tutte in comune: a) la funzione propagandistica, di favorire gli amici (globalsinistri) e denigrare i nemici (sovrandestri) b) ciò che più interessa, usando argomenti di contorno, secondari, ed eliminando (perché scomodi e spesso estranei al loro modo di pensare) quelli principali.    Utilizzando la “cassetta degli attrezzi” del realismo politico l’interpretazione delle mosse degli attori in gioco è diversa.    Il primo caso è la “conversione” europeista di Salvini onde – secondo i media mainstream lo stesso sarebbe: un voltagabbana traditore e/o sconfitto da Draghi e dalle panzerdivisionen europee.   In realtà la prima regolarità della politica è la ricerca del potere (e del dominio), e la conversione della Lega deve valutarsi alla luce di quella regolarità assai più della quantità (e qualità) degli improperi anti-europei lanciati da Salvini e rilanciati dagli euroglobalisti (per lo più dai loro araldi); anche perché i nemici sono sì quelli con cui si conduce la guerra, ma anche coloro con cui si fa la pace.    All’uopo è bene ricordare il dramma di SartreLes Mains sales, in cui il protagonista, estremista dissidente uccide il segretario del partito comunista Hoederer perché ha realizzato un accordo con il regime collaborazionista filotedesco, contro il quale comunisti e i loro alleati conducevano una guerra civile. La scena del negoziato tra i leaders è un insieme di topos realistici a favore del capovolgimento di fronte, la spartizione del potere e i fattori di potenza.

 

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  • Kremmerz COPERTINA

  • La medicina epidaurica
  • Una silloge di scritti sulla guarigione spirituale
  • di
  •   Giovanni Sessa

     
  • L’idea della morte è stata allontanata dalle nostre vite. L’uomo contemporaneo, produttore-consumatore, ha ben altro a cui pensare e a cui dedicarsi, quello della morte è pensiero ozioso, improduttivo. Ad esso può dedicarsi, al massimo, qualche «residuale» filosofo, incapace di comprendere il clima spirituale del tempo presente. La morte è sempre, come mostrò nei suoi testi illuminanti, Elias Canetti, morte dell’altro, non ci appartiene, non ci riguarda. Tale atteggiamento superficiale, a causa della pandemia da Covid-19, si è trasformato in paura della fine, se non in vero e proprio terrore. Il virus, un merito lo ha avuto: ha ricordato, ad un’umanità distratta, il limite della vita. Da qui la sacralizzazione, cui stiamo assistendo, del medico e della medicina, che hanno surrogato funzioni un tempo attribuite al sacerdote e alla religione.   Per queste ragioni, tornare a riflettere sulle possibilità terapeutiche di un’«altra prassi medica», può risultare utile. Per questa riscoperta consigliamo la lettura di una recente pubblicazione, L’esperienza terapeutica secondo la Sapienza di Giuliano Kremmerz. Scritti di G. Kremmerz e S. Catalano, curata da Luca Valentini per l’editore Stamperia del Valentino (per ordini: 0815787569, pp. 141, euro 15,00). Si tratta di una raccolta di testi di Kremmerz e Catalano inerenti la guarigione spirituale. Il primo, all’anagrafe Ciro Formisano (1861-1930), napoletano, è considerato uno degli esoteristi italiani più rappresentativi del secolo XX. Nel libro è contenuta la sua opera, Medicina Dei, così come essa apparve nell’edizione del 1935. Kremmerz fu discepolo di Giustiniano Lebano e del misterioso Izar e fondò la Fratellanza Terapeutica di Myriam, applicazione, in ambito curativo, della realizzazione magica. Il secondo, medico di professione, operò a lungo in Uruguay, ed è autore dello scritto, Medicina Mistica, uscito a Napoli nel 1899, che apre la silloge. I due saggi sono proceduti dall’introduzione del curatore. Il volume è chiuso da una serie di lettere di Kremmerz e dallo scritto, Le guarigioni miracolose.
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  • Ionescu

  • Nae Ionescu   
  • un maestro
  • Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa
  • di
  • Giovanni Sessa


  •  
  • L’interesse del mondo culturale italiano nei confronti degli intellettuali della cosiddetta «giovane generazione» romena, tra le cui fila vanno annoverati pensatori di primo piano del panorama europeo, quali Eliade, Cioran e Noica, è fortunatamente in continua espansione. Il contributo di questi autori è stato davvero rilevante e non può essere trascurato, magari per pregiudizio politico, per il coinvolgimento di alcuni di loro nell’esperienza della Guardia di Ferro di Codreanu. Tale rinnovato interesse è testimoniato dalla pubblicazione di un volume del filosofo che, a ragione, è stato considerato maestro e guida spirituale di quei giovani, Nae Ionescu. Ci riferiamo all’opera, Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa, inedita nel nostro paese, da poco in libreria per i tipi delle edizioni Stamen. Il volume è curato ed introdotto da Igor Tavilla ed è arricchito dalla Premessa di Pierfrancesco Stagi e dalla Postfazione di Horia C. Cicortaş, che si intrattiene sui rapporti Ionescu-Eliade (pp. 482, euro 20,00).
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  • lostatointeriore

  • Pubblichiamo di seguito uno stralcio della prefazione di
  • Giovanni Sessa
  • al volume di
  • Alessio de Giglio,
  • Lo Stato Interiore,
  • il destino di Evola dopo Evola,
  • Solfanelli, Chieti 2021,
  • (pp. 304, euro 16,00)
  • L’aforisma nietzschiano che dà il titolo a questa nostre brevi note, Tutto ciò che è profondo ama la maschera, ci pare sintesi esemplare del percorso esistenziale-speculativo di Julius Evola, e allo stesso tempo dei contenuti di questa monografia di Alessio de Giglio, dedicata al filosofo romano. Libro intenso, lungamente pensato, partecipato e vissuto dall’autore, non solo in termini meramente intellettuali. Egli, infatti, nelle pagine seguenti, mette in scena un confronto serrato, critico e appassionato, con il filosofo che, più di ogni altro, ha rappresentato nel suo percorso di studi un punto fermo, e al quale si è rapportato in modalità dialogica oltre qualsiasi dogmatismo. Rapporto consolidato negli anni, quello di de Giglio con Evola: fin dai tempi della tesi di laurea, discussa presso l’Università “Sapienza” di Roma, sotto la guida sagace di Gian Franco Lami. E’ bene precisarlo subito, il volume che il lettore ha ora tra le mani, salda un debito che de Giglio allora contrasse nei confronti del filosofo politico della “Sapienza”, improvvisamente e prematuramente scomparso. Lo salda con un lavoro teorico che rifugge, come nelle corde della miglior produzione di quel maestro, dal letteralismo esegetico, mantenendo nella discussione dei plessi che costituiscono l’unicum del pensiero evoliano, il tratto “aperto” ed in fieri dell’autentica interrogazione filosofica.
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  • Buscaroli

  • Paesaggio con rovine 
  • L’Europa di Piero Buscaroli
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • «Formica solitaria da un formicaio distrutto/dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Questi versi di Pound (Canto LXXVI), posti in esergo al libro che stiamo per presentare, sono una sorta di condensato in vitro dei contenuti dell’intero testo. Ci riferiamo al volume di Piero Buscaroli, Paesaggio con rovine, recentemente pubblicato in nuova edizione da Bietti, con introduzione di Francesco Bergomi (per ordini: 02/29528929, pp. 376, euro 23,00). Il libro, uscito per la prima volta nell’anno mirabile 1989 ha, quale unica protagonista, l’Europa: patria amata, anelata con trasporto spirituale dall’autore, pur nell’assenza in cui si è celata a partire dai trattati di Versailles. Una civiltà, quella europea, devastata da tragici conflitti che la indussero al suicidio culturale e spirituale, alla rinuncia a se stessa, in nome del progresso e della società dei consumi.
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  • POPOLO VS. DEMOCRAZIA
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • L’“insorgenza” del 6 gennaio a Washington ripropone una questione sui poteri del popolo in una democrazia.    Problema antico. Già Tucidide nel riportare il celebre discorso di Pericle per i caduti della guerra del Peloponneso, narra che il demagogo fa un elenco di diritti, doveri, funzioni e sul modo in cui il “popolo” ateniese le esercita, per connotare il concetto di democrazia dell’Atene di (circa) duemilacinquecento anni fa: la democrazia ha tale nome – diceva Pericle “perché la città è affidata non a una oligarchia, ma a una più vasta cerchia di cittadini; le leggi sono uguali per tutti (isonomia); tutti hanno diritto di esercitare le cariche pubbliche (accesso); la povertà non è un limite a ciò”. La difesa di tutti (la guerra) è dovere di ogni cittadino; morire in guerra rivela il valore dell’uomo[1].   Così Polibio, evidenziando l’elemento democratico della Costituzione romana (repubblicana) ne elencava i poteri esercitati dal popolo[2].

 

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  • Chateaubriand

  • Napoleone
  • condottiero europeo
  • Tornano due classici della storiografia bonapartista
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • L’Europa quale unità politica, allo stato attuale delle cose, resta niente più che mero sogno o obiettivo storico da perseguire. Eppure, l’idea dell’unità europea è consustanziale alla cultura dei popoli del nostro continente. In una situazione siffatta risulta conveniente rivolgere attenzione a personaggi di grande rilievo o ad epoche storiche in cui l’ideale europeo sembrò risultare vincente. Non è casuale, pertanto, il recente ritorno in libreria di due classici della storiografia napoleonica. Ci riferiamo al volume di Hilaire Belloc, Napoleone condottiero e politico europeo, edito da OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 471, euro 24,00) e al libro di F. René de Chateaubriand, Storia di Napoleone, pubblicato da Iduna edizioni (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 469, euro 24,00).

 

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  • CENNI
  • su
  • CAPITALISMO  e  POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Paolo Becchi in un articolo su “Libero” rileva l’enorme aumento di ricchezza che la pandemia ha portato a qualche (gigantesca) azienda – e il sicuro impoverimento di tanti altri imprenditori e lavoratori autonomi – e ripropone la questione – talvolta e senza entusiasmo né enfasi particolare affrontata nei media mainstream – dell’aumento del divario tra ricchi e poveri nell’ultimo trentennio: i primi sempre più ricchi e i secondi in grande aumento. Marx sottolineava come questa fosse la logica del capitalismo. Scriveva che il tutto più che all’avidità del capitalista era dovuto alla logica del sistema. Nel capitolo (libro I, VII Sezione, cap. XXII) lo argomenta[1] e lo ribadisce altrove.
  • Per cui che la tendenza del capitale sia quella dell’“impulso assoluto verso l’arricchimento”, è stato affermato da (quasi) due secoli. Che comunque vi fossero altri riflessi e conseguenze (correttive) in questa logica, già lo aveva sostenuto Bernstein oltre un secolo orsono.  Ma non è questo l’argomento che intendo cennare; piuttosto come tale tendenza all’accumulazione incida sul rapporto tra politica ed economia; o meglio tra politico ed economico.   L’anno che nasceva Marx, de Bonald scriveva un saggio, in forma di lunga recensione all’opera allora appena uscita (postuma) di M.me de Stael Observations sul l’ouvrage de M.me la baronee de Stael ayant pour titre “Considerations sur les principauz evenementes de la révolution française”.  Il saggio è una delle prime valutazioni del liberalismo sotto l’aspetto del realismo politico, in particolare sotto il profilo costituzionale.    La polemica di De Bonald contro il liberalismo della de Stael si basava sulla incongruità di questo rispetto ai presupposti necessari dell’azione (e del pensiero) politico.  Particolarmente interessante ai fini della questione esaminata è che l’effetto del costituzionalismo liberale è, secondo de Bonald, la promozione di una classe essenzialmente dedita ad attività economiche, a patriziato politico.
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  • Molnar

  • Il futuro della scuola
  • In libreria un classico di
  • Thomas Molnar  
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Ogni attento osservatore del mondo contemporaneo, se libero da pregiudizio ideologico, non può che constatare con mestizia lo stato comatoso nel quale, nei paesi occidentali, a stento sopravvive un’istituzione fondamentale: la scuola. Al livello dell’attuale degrado degli istituti educativi, si è giunti per gradi. Tutto iniziò con l’Illuminismo. I philosophes scoprirono il valore rivoluzionario del sapere. Diderot, che di filosofia dell’educazione, più di altri sui colleghi, si interessò, fu il primo a sostenere che ruolo imprescindibile della scuola doveva consistere nel preparare la trasformazione politica della società. Anziché luogo di formazione delle nuove generazioni, atto alla celebrazione  del culto del passato, perché dalla sua conoscenza si potesse ancora trarre l’humus della civiltà, la scuola da allora ha assunto tratto ideologico.  A ricordarlo, con persuasività di accenti e con organiche argomentazioni, è un volume del filosofo conservatore di origini ungheresi, Thomas Molnar, che a lungo visse ed insegnò negli Stati Uniti.   Ci riferiamo al suo, Il futuro della scuola, da poco pubblicato da OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 171, euro 15,00). Il libro è aperto dall’interessante prefazione di Marco Cimmino, che si occupa di storicizzare le cause del degrado della scuola italiana, e ripropone la presentazione di Russell Kirk, pensatore conservatore americano vicino a Molnar, che accompagnava la prima edizione italiana del testo.
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  • Cop. Ragione liberale

  • Per una 
  • "Critica della ragione liberale"
  • Il nichilismo e il politicamente corretto
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il mondo in cui viviamo è egemonizzato dalla prospettiva liberale e dal capitalismo. Certo, rispetto agli anni Settanta, la contemporaneità è attraversata da un diffuso pessimismo, alimentato dalla crisi del 2008, ed ora amplificato dalla pandemia da Covid-19. Molti ritengono che il «sistema liberale» sia giunto al capolinea. Viviamo una fase di lento tramonto di tale ideologia, anche se gli oppositori del liberalismo incontrano difficoltà a progettare un futuro diverso dal presente utilitarista. Può essere d’aiuto, allo scopo, un approfondimento teorico della «ragione liberale». La fornisce un libro del ricercatore triestino Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, da poco edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 374, euro 22,00). Il volume ricostruisce in modo organico la genesi del liberalismo, giungendo all’esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità.
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  • MONACO TIGRE
  • Uccidere...
  • ...il meno possibile.
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • Un ragno dalle zampe sottili e lunghe, un opilionide, sta fermo da ore in un angolo del bagno, appeso alla propria ragnatela. A metà mattina cambia posizione di poco. Immobile, senza cibo: dev’essere un provetto meditante. Ha un corpo esile, perfetto, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo. Si nutre di mosche e altri piccoli insetti, suggendone la vita. Niente di mostruoso: è la legge.  La vita si nutre di vita e per far ciò uccide.   Mors tua vita mea.
  • Tra gli umani che hanno scelto, per varie ragioni, di non nutrirsi di animali né dei loro prodotti – latte, uova, miele, ecc – molti inorridiscono di fronte a una simile norma e si ritraggono dalla realtà, proclamando di non uccidere, mai. E invece lo fanno quotidianamente, ripetute volte, camminando, prendendo il treno o l’automobile, zappando nell’orto, pulendo la propria abitazione o in altro modo.

 

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  • Williams Scimmia in calzoni

  • "La scimmia in calzoni"
  • Letteratura e società secondo
  • Duncan Williams  
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Hans Sedlmayr, intellettuale di formazione tradizionalista, è stato tra i primi a richiamare l’attenzione dei lettori sulla «perdita del Centro», quale fenomeno esistenziale e sociale testimoniato dalla cultura, in particolare dall’arte, sviluppatasi tra XIX e XX secolo. Il trionfo dell’idea di progresso, lo sviluppo del produttivismo e del conseguente consumismo, hanno costruito un’umanità che ha obliato il senso della propria dignità e della propria nobiltà. A confermare tale tesi è da poco nelle librerie un volume di Duncan Williams che, a suo tempo, riscosse grande successo, La scimmia in calzoni. Letteratura scadente per una società scadente, comparso nel catalogo della OAKS editrice, con prefazione di Christopher Booker (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 220, euro 18,00). L’autore, docente di letteratura inglese alla Marshall University in Virginia, è polemista di vaglia e critico del costume contemporaneo. L’idea del testo che presentiamo, nacque in lui durante una conferenza tenuta nel 1966, centrata sull’idea che la società occidentale e la sua cultura fossero dominate dall’interno da due tendenze che divenivano viepiù incontrollabili
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  • EUROPRONI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • L’accordo raggiunto tra l’UE e i cattivissimi Orban e Morawiecki ha scatenato i media mainstream (ossia la maggioranza), solidali nel criticarlo, ma differenti nelle ragioni addotte.  Quella più frequentemente allegata, anche se la meno probabile, è che la Merkel avrebbe piegato alla volontà europea i recalcitranti di Visegrad, concedendo poco o nulla.   Prima di spiegare i motivi di tale impostazione occorre citare che il Consiglio U.E., nell’esporre il testo dell’intesa ha sottolineato che si è cercata una “soluzione reciprocamente soddisfacente” per “rispondere alle preoccupazioni espresse in merito al progetto di regolamento relativo a un regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione” assicurando il rispetto dei trattati, delle peculiarità nazionali degli Stati; l’U.E. ha accettato che, in caso di ricorso alla Corte di giustizia non potranno essere prese misure a carico degli Stati disobbedienti prima della sentenza e che comunque (con espressione poco chiara) nel regolamento impugnato saranno incorporati “eventuali elementi pertinenti derivanti da detta sentenza”. Peraltro solo violazioni che hanno impatto sul bilancio U.E. possono essere sanzionate: “Le misure a norma del meccanismo dovranno essere proporzionate all’impatto delle violazioni dello Stato di diritto sulla sana gestione finanziaria del bilancio dell’Unione o sugli interessi finanziari dell’Unione”; inoltre “la semplice constatazione di una violazione dello stato di diritto non è sufficiente ad attivare il meccanismo” e “le misure si applicheranno solo in relazione agli impegni di bilancio previsti nell’ambito del nuovo quadro finanziario pluriennale, compreso Next Generation Eu”.
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  • 129 sintesi di storia ditalia politicamente scorretta

  • Marco Rossi
  • Sintesi di storia d’Italia politicamente scorretta
  • Un breve estratto dalla
  • prefazione
  • di 
  • Giovanni Sessa 

  •  
  • Il crollo del mondo comunista spinse gli USA a decidere di porre fine, in termini definitivi, all’autonomia italiana. Lo strumento privilegiato, scelto allo scopo, fu l’unificazione europea, atta, più di ogni altro espediente, ad indebolire gli Stati nazionali ed impedir loro di opporsi ai processi globalizzanti: «L’Europa unita […] è un raffinato modo di riunificare il continente sotto vassalli più affidabili (Germania e Francia)», che consentono agli USA di dominarla. Per tale ragione gli Stati Uniti hanno lavorato alacremente per l’euro che, entrato in vigore come divisa europea, è stato gestito da banche private e svincolato da qualsiasi controllo politico degli Stati sovrani. Passo finale in tale direzione fu la ratifica del Trattato di Maastricht, sottoscritto da Andreotti nel 1992. Dieci giorni dopo la sua ratifica, non casualmente, esplose Tangentopoli con l’arresto di Mario Chiesa: operazione internazionale, realizzata con la collaborazione di ampi settori della magistratura e mirata a spazzare vie la vecchia classe dirigente del pentapartito, esemplarmente incarnata da Craxi, e a sostituirla con il neonato PDS di Occhetto, orami pienamente normalizzato, immemore delle battaglie per i diritti sociali e del lavoro, e trasformatosi in tutore dei «diritti dell’uomo», delle libertà borghesi e dei processi di globalizzazione.
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  • mussolini scianca altaforte
  • Mussolini e la filosofia
  • L’ultimo volume di
  • Adriano Scianca  
  • di 
  •  Giovanni Sessa
  • Leo Longanesi, con il titolo di un suo libro, chiarì in modo inequivocabile la relazione che gli italiani intrattennero con il Duce, dopo il suo assassinio: «Un morto tra noi». Con Mussolini ed il fascismo avremmo dovuto, infatti, continuare a fare i conti. Per troppo tempo si è parlato del movimento dei fasci di combattimento, nonché del regime che, in sua sequela, si insediò al potere in Italia nel 1922, come di un «errore contro la cultura». Oggi la storiografia più accreditata tende a definirlo (se tale fu, e non ne siamo convinti) un «errore della cultura». Il fascismo, in questa prospettiva, fu esito degli sviluppi teorici che si imposero in Italia ed in Europa nel primo Novecento. Si inserisce in tale filone esegetico anche l’ultima fatica di Adriano Scianca, Mussolini e la filosofia, nelle librerie per i tipi di Altaforte Edizioni (per ordini: info@altafortedizioni.it, pp. 400, euro 25,00). Il volume è introdotto dalla prefazione di Marcello Veneziani e chiuso dalla postfazione di Caio Mussolini.
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  • I Caro amico ti scrivo

  • I Cavalieri
  • di
  • Aristofane 
  • di 
  • Giovanni Damiano

  • Questa non è una recensione alla commedia I Cavalieri di Aristofane, appena pubblicata dalle Edizioni di Ar, con traduzione, prefazione e annotazioni di Claudio Mutti, per l’ovvia ragione che si tratta di un classico con alle spalle già una bibliografia sterminata. Quindi non parlerò dell’opera ma del perché le Ar l’abbiano proposta adesso. Chiaramente la scelta ha a che fare con la polemica aristofanesca nei confronti dell’Atene democratica dominata da demagoghi alla Cleone. Da qui, chi fosse interessato alla cosa potrebbe leggere I Cavalieri come il completamento di un trittico di opere, tutte riferite alla turbolenta vita politica ateniese e aventi la loro ‘stella polare’ nella critica alla democrazia. Precisamente, non tanto alla democrazia “in sé”, bensì ad un particolare tipo di democrazia che oggi sarebbe, molto probabilmente, bollata come populista, ma che, a mio parere, è un’altra cosa, e non certo banalmente perché parlare di populismo in riferimento all’Atene del V secolo sarebbe esercizio del tutto anacronistico.

 

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  • Donà Lirripetibile
  • L’irripetibile
  • Il paradosso dadaista secondo
  • Donà 
  • di
  • Giovanni Sessa

  • La filosofia di Massimo Donà è pensiero che conduce oltre ogni forma di dualismo, oltre l’ossificazione della vita indotta dal trionfo del concetto, oltre le distinzioni escludenti sorte dalla logica identitaria. Per queste ragioni, la sua speculazione, fin dall’inizio, ha mostrato particolare attenzione e sensibilità per quelle pratiche atte a manifestare un’idea di mondo proteso al continuo rinnovamento di se stesso. Non è casuale che egli sia filosofo e musicista jazz, in quanto, almeno alle origini, il pensiero europeo è stato fortemente segnato in senso «museale». Tale sua propensione emerge anche nel suo recente volume, dedicato alla discussione del dadaismo, la più radicale tra le avanguardie primo novecentesche. Ci riferiamo a, L’irripetibile. Il paradosso di Dada, edito da Castelvecchi (per ordini: 06/8412007, info@castelvecchieditore.com, pp. 219, euro 22,00).
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  • 1 Nuova Cartolina SPIRITO E VITA

  • La Via della montagna
  • L’alpi-misticismo di
  • Francesco Tomatis  
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Nel mondo della mercificazione universale, ogni aspetto della realtà è ridotto alla pura dimensione cosale. Perfino la natura, ridotta a mera res extensa dalla ratio calcolante, è esperita all’interno della categoria dell’utilità e ridotta, stante la lezione di Rosario Assunto, alla dimensione inanimata del verde attrezzato. In tale riduzione dello spazio a quantità omogenea, ogni differenza ambientale sembra essere venuta meno. La stessa montagna, vissuta per millenni come sacra, è ridotta a luogo di consumo dall’industria turistica. A contrastare tale reductio, qualche isolato pensatore. Tra essi, in Italia si è distinto Francesco Tomatis, studioso di Schelling che con il monumentale volume, La via della montagna, nelle librerie per Bompiani editore, recupera al sapere una concezione mistica della pratica alpinistica (pp. 686, euro 20,00).

 

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  • TANTO TUONÓ… 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Si legge sulla stampa che il veto di Polonia ed Ungheria all’accordo sul bilancio UE 2021-2027 e l’aumento delle risorse proprie, è stato da queste posto “perché insoddisfatti della recente decisione del Parlamento e del Consiglio di condizionare con uno specifico testo legislativo l’esborso dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto” (Il Sole 24 ore – tra i tanti). Il che ha scatenato il solito coro anti-sovranisti, tendente a equipararne le azioni ad atti da delinquente: i due Stati avrebbero “preso in ostaggio” il bilancio U.E. e i fondi del Recovery Fund; avrebbero violato ripetutamente il principio dello Stato di diritto (art. 2 TUE); sarebbero “irresponsabili”. Dall’altra parte si risponde che subordinare l’esborso dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto è un “ricatto”.

 

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  • Apologia dellimmediato Massimo Donà cover

  • Massimo Donà ed Julius Evola
  • Apologia dell’immediato
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Julius Evola, considerato autore irredimibile e, per questo, relegato nel ghetto dei reprobi, da qualche tempo ha suscitato l’interesse di un drappello sparuto di coraggiosi accademici. Tra essi, si è distinto il filosofo Massimo Donà, che ha attraversato, sine ira et studio, l’esperienza speculativa del pensatore romano. Per avere contezza dei risultati cui è giunto in tema, il lettore dovrà confrontarsi con il volume, Apologia dell’immediato. Itinerari evoliani, nelle librerie per InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 187, euro 18,00). Fin dal titolo si evince come Evola vada letto in sequela agli assunti della sinistra hegeliana. Con una differenza, egli ha fatto: «della categoria dell’immediatezza […] un compito, più che un semplice e astratto punto di partenza» (p. 13).
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 Conte Dioniso Legami coperina


  • Arte e Dionisismo
  • Dioniso Legami.  Lussuria Futurista
  • un ebook di
  • Vitaldo Conte
  • recensione 
  • di
  • Giovanni Sessa

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  • Le definizioni delle correnti artistiche hanno poco senso. Chi, ancora oggi, ritenga possibile, dopo le avanguardie, dopo i dibattiti teorici del secondo Novecento, arrischiare definizioni e classificazioni, utilizzando suffissi e prefissi quali, post, trans o quant’altro, al fine di orizzontarsi nel panorama contemporaneo, incorrerebbe in un grave errore.  E’ l’impressione che si trae dal recentissimo ebook dello storico dell’arte e performer Vitaldo Conte, Dioniso Legami. Lussuria Futurista, comparso nel catalogo della Tiemme Edizioni Digitali (per ordini: ted.onweb.it, pp. 50, euro 3,00). Il volume è arricchito da una poesia di Carmelo Strano e da un contributo critico di Roberto Guerra, centrato sulla figura della nota porno star Moana Pozzi, letta in chiave Porno Futurista.

 

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  •  

  • Seconda intervista a Machiavelli
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La crisi pandemica ha prodotto un ampio dibattito sull’uso (e, secondo molti, l’abuso) dei DPCM da parte del governo Conte, che hanno limitato alcuni diritti garantiti dalla Costituzione, in particolare il diritto di locomozione di cui all’art. 16 della Carta. Virologi, maghi, giornalisti, soubrette, costituzionalisti, nani, politologi, ballerine, ecc. ecc. si sono accapigliati sull’emergenza, sullo stato d’eccezione, sulla compressione dei diritti, sfornando pareri ed opinioni contrastanti. Schmitt e Kelsen sono stati fatti uscire dall’armadio filosofico-giuridico-politico in cui riposavano da decenni, disturbati solo da qualche specialista, per corroborare le diverse tesi.  A me sembra utile, giacché lo avevo già fatto un paio di anni fa, andare nuovamente ad intervistare Machiavelli, che mi aveva cortesemente detto, al momento di concludere il precedente colloquio, di tornare a visitarlo.

 

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  • opus numinum

  • OPUS NUMINUM
  • Teurgia e magia nel mondo antico
  •  Un saggio di
  • Chiara Toniolo
  • di
  • Giovanni Sessa 
  • J. Bachofen, eminente antichista e giurista di Basilea, prossimo per idealità al Romanticismo di Heidelberg, fu tra i primi a mettere in discussione il metodo accumulativo, storico-critico moderno, ritenendolo incapace di cogliere l’effettivo ubi consistam del mondo antico. Tale metodo, esclusivamente basato sulla raccolta di fonti attendibili e del loro vaglio, non consente l’accesso alla spiritualità dei nostri antenati. Al contrario, come il pensatore svizzero mostrò nel Matriarcato e in altre opere, il ricercatore dovrebbe dismettere l’abito scettico della modernità, ed avvalersi di un rapporto empatico con quella civiltà e quegli uomini. Allo scopo, sarebbe risultato indispensabile liberarsi del pregiudizio «scientifico». Più recentemente, sullo stesso tema si è intrattenuto nella ricerca ed esegesi della Sapienza greca, Giorgio Colli.  E’ da poco nelle librerie un’opera che sembra aver fatto tesoro delle indicazioni dei due pensatori ricordati.
  • Ci riferiamo al volume di Chiara Toniolo, Opus Numinum. La Teurgia e la Magia nel mondo antico, edito da progetto Ouroboros (pp. 171, euro15,00), arricchito da un saggio introduttivo di Luca Valentini e dalla prefazione di Angelo Tonelli, allievo di Colli.
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  •                                     
  • Colloqui

  • I
  • Colloqui
  • di Gennaro Malgieri  
  • Una raccolta di interviste
  • di
  • Giovanni  Sessa

  • Gli anni nei quali viviamo sono, per usare l’espressione coniata da Spengler, anni decisivi. In questo frangente storico, l’uomo europeo è chiamato a giocare una partita importante in difesa della memoria storica. Ci stiamo incamminando celermente sulla strada della dimenticanza e dell’oblio, avendo sacrificato sull’altare dell’effimero e del momentaneo, ciò che siamo, il passato e le tradizioni. Tale processo è stato accelerato dalla mercurialità del web, dalla rete, che tende costitutivamente a cancellare, a rimuovere dati, fatti e quanto pare accumularsi nelle cartelle dei computer. Inoltre, come acutamente colto, un secolo fa da Ortega y Gasset, assistiamo ad un progressivo abbassamento della qualità della vita: «La caratteristica del momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha il coraggio di affermare il diritto alla volgarità» (pp. 141-142). Desumiamo questa asserzione del filosofo spagnolo, dall’ultima fatica letteraria di Gennaro Malgieri, Colloqui (1974-1991). Attraversando il bosco, nelle librerie per i tipi di Solfanelli (per ordini: edizionisolfanelli@yahoo.it, pp. 146, euro 12,00).

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  • MORALINA, LEGALINA
  • ed
  • ETICA POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • 1.0 È risaputo che politica e morale (spesso) non vanno d’accordo; lo è parimenti che accusare i propri nemici di essere immorali o amorali è tra i più impiegati topos della propaganda. Ed è altrettanto diffuso ritenere che tra politica ed etica possa esservi antitesi inconciliabile; di guisa che per mostrarsi di una qualità etica superiore, si auspica l’antipolitica[1].
  • A leggere, tra gli altri Croce, questi scrive delle varie forme dell’attività umana e di come l’una tenda a sottomettere l’altra. E ricorda[2] che la schietta politica non distrugge, ma anzi genera la morale[3]. Proprio perché (l’esistenza e) l’attività umana non è possibile se non nella sua interezza[4], sostiene “E l’uomo morale non attua la sua moralità se non operando politicamente, accettando la logica della politica”. Ciò significa accettarne i mezzi. Ed è proprio “L’amoralità della politica, l’anteriorità della politica alla morale fonda, dunque, la sua specificità e rende possibile che essa serva da strumento di vita morale”.

 

 

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  • StudiEvoliani2019 copertina fronte

  • STUDI  EVOLIANI  2019 
  • Recensione 
  • di
  • Giovanni Sessa 
  • E’ uscito da poco, con la consueta puntualità, l’annuario della Fondazione Evola, Studi Evoliani 2019, edito da Fondazione Evola-Ritter edizioni, distribuito, per la prima volta, nel circuito librario nazionale (p. 300, euro 25,00). Ciò attesta l’accresciuto interesse maturato attorno alle attività della Fondazione e alle sue numerose pubblicazioni. La preparazione del volume, come si evince dalla Nota editoriale, è stata realizzata in un periodo anomalo, segnato dall’emergenza sanitaria indotta dalla pandemia da Covid-19. Stiamo vivendo, ancora oggi, nonostante la quarantena imposta all’Italia sia terminata da qualche mese, in un «tempo sospeso», non avendo conseguito, finora, alcuna certezza medica in merito all’evolversi della situazione. Resta il fatto che, oltre alla drammaticità della situazione socio-economica italiana, europea e mondiale, il virus sembra avere intaccato alcuni dogmi attorno ai quali è stato costruito il senso comune contemporaneo. I profeti del progresso illimitato, della produzione senza limiti, del saccheggio devastante della natura, della globalizzazione, sono rimasti soli.  Questo virus «moderno» ha fatto comprendere anche ai riottosi, verità che ad Evola e al pensiero di Tradizione risultavano di evidenza lapalissiana molti decenni or sono.

 

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  • graal e alchimia 185884

  • Graal e Alchimia
  • Uno studio di
  • Paul Georges Sansonetti
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Nella società della comunicazione di massa in cui siamo calati, assistiamo da tempo al diffondersi di un profluvio di pubblicazioni sul Graal, così come ad un numero rilevante di opere cinematografiche dedicate alla Cerca. Molte di esse, in realtà, sono vere e proprie mistificazioni della storia e delle problematiche graaliche. In epoca di crisi, esistenziale, spirituale e politica, come quella che attraversiamo, il riduzionismo di matrice occultistica e New Age, può fornire apparenti soluzioni, vie di fuga a basso costo dalla realtà, capaci di soddisfare esclusivamente palati non adeguatamente educati. Il tema graalico attrae, è di grande attualità. Come potrebbe, del resto, non esserlo, in un mondo nel quale la ricerca del Centro è divenuta qualcosa di essenziale e di vitale?  Il senso e il significato del Graal e della sua Cerca sono esemplarmente presentati e discussi in una pubblicazione dello studioso francese Paul-Georges Sansonetti, Graal e alchimia. Una via di realizzazione spirituale, nelle librerie in una nuova edizione italiana per  Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 223, euro 18,00). Il libro è curato da Mario La Floresta, autore di una prefazione utile a contestualizzare il lavoro dell’autore.
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  • freschi Germania

  • Germania 1933-1945:
  • L'emigrazione interna
  • nel Terzo Reich
  • di
  • Marino Freschi 
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • A lungo, storici e studiosi si sono interrogati sui rapporti intercorsi tra il nazismo e gli esponenti della cultura tedesca nel dodicennio nero dell’hitlerismo. La maggior parte dei critici si è attardata su autori molto noti, il cui capofila può essere individuato in Thomas Mann che, in modo esplicito, presero posizione nei confronti del nuovo regime criticandolo. Ciò li costrinse all’esilio: si trattò, in massima parte, di esponenti della cultura ebraica o di intellettuali marxisti. In posizione marginale rispetto a quella degli esiliati, nel tragico dodicennio, prosperò in Germania un’altra letteratura, la cui ostilità al nazionalsocialismo si sostanziava di ragioni diverse e non comuni. Ci stiamo riferendo alla produzione libraria della cosiddetta «Emigrazione Interna». Per la prima volta essa è stata indagata analiticamente, con persuasività di accenti, da uno tra i più noti germanisti del nostro paese, Marino Freschi, nel volume, Germania 1933-1945: l’Emigrazione Interna nel Terzo Reich, nelle librerie per i tipi di Aragno (pp. 167, euro 18,00).

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  • L’autobiografia spirituale di Meyrink
  • La metamorfosi del sangue
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Gustav Meyrink è, da tempo, autore di culto per quanti si occupino di letteratura fantastica ed esoterica. Non è di certo casuale che, ad introdurre lo scrittore austriaco nelle patrie lettere, sia stato Julius Evola, che tradusse nella nostra lingua alcuni suoi significativi scritti. E’ ora disponibile, in prima edizione italiana, il volume di Meyrink, La metamorfosi del sangue, edito da Bietti (per ordini: 02/29528929, pp. 170, euro 17,00) per la cura di Andrea Scarabelli e con introduzione di Sebastiano Fusco. Il libro è arricchito da un interessante apparto iconografico e presenta l’introduzione redatta da Enrico Rocca, per la prima edizione italiana de Il Golem (1926). Il critico goriziano, imparentato con il filosofo Carlo Michelstaedter, come questi finito suicida nel 1944, in questo breve scritto colse il valore letterario-artistico del romanzo di Meyrink, ma tese a svalutarne i riferimenti esoterici e cabalistici, dei quali la trama del racconto era innervata.
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  • Buscaroli


    Piero Buscaroli e il Canone Europeo

    la nuova edizione di

    "LA VISTA  L'UDITO  LA MEMORIA"

    di

    Giovanni Sessa


    Piero Buscaroli è stato uno dei «fratelli maggiori» che ha accompagnato, con i suoi scritti, la mia generazione, quella dei nati negli anni Cinquanta, lungo la strada, spesso accidentata ed impervia, della formazione civile. Gli dobbiamo molto. A differenza dell’ambiente politico di provenienza e, più in generale, dell’Italia del dopoguerra, caratterizzati da una disattenzione, a dir poco disarmante, nei confronti del sapere, la 'paideia' di Buscaroli, riportava all’attenzione del più sprovveduto dei suoi lettori, la centralità della cultura intesa in senso latino, cultus reso alla vita, atto a manifestare uno stile. L’adesione a tale paradigma ideale ha connotato di sé la prosa di Buscaroli, rendendola immediatamente riconoscibile: complessa e lieve allo stesso tempo, vibrante di pathos, di slanci ironici ed autoironici, all’occorrenza forte e ridondante, sempre vivace, intellettualmente stimolante. Basta scorrere le pagine del suo memorabile, "La vista, l’udito, la memoria", nelle librerie per Bietti, in seconda edizione, per averne contezza (per ordini: 02/29528929, euro 27,00, pp. 598).

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  • Giuseppe Rensi 2
  • Giuseppe Rensi  
  • ed 
  • Andrea Emo
  • Protestantesimo e Modernità
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Andrea Emo
  •  
  • Da tempo andiamo affermando la centralità, nel dibattito teoretico europeo del Novecento, della filosofia italiana. E in essa, di alcuni autori che, per ragioni diverse, hanno finora avuto un’attenzione critica non adeguata alla loro rilevanza speculativa. Di tali intelligenze scomode e coraggiose, estranee alle appartenenze accademiche “forti”, fecero parte Giuseppe Rensi ed Andrea Emo. Uomini e pensatori diversi per indole ed atteggiamento nei confronti della vita, che condivisero un profondo interesse per il Protestantesimo, da entrambi letto quale essenziale matrice del Moderno.
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  • Un urlo sulle rovine
  •                          Tornano “Le scuderie dell’Occidente” di Jean Cau
  •                                                di Giacomo Rossi
  • Jean Cau è stato scrittore dal piglio deciso, uno dei più efficaci polemisti francesi della seconda
  • metà del XX secolo. Autore prolifico di romanzi e       pamphlet di successo, è stato considerato, nella
  • prima giovinezza, l’       enfant prodige  della gauche d’oltralpe. Fu collaboratore di   Les temps modernes
  • e di   France-Observateur        e ciò gli conferì notorietà tra l’            intelligentsia      progressista. Fu vicino al
  • guru Jean-Paul Sartre e con il romanzo,          La pietà di Dio , nel 1961 ottenne il Premio Goncourt. In
  • quel periodo, a ricordarlo è Alain de Benoist:   « Lo si incontrava [...] sulla terrazza del caffè de
  • Flore.   Aveva   i   capelli   lunghi   e   il   foulard   attorno   al   collo    » ,   ma   nonostante   l’atteggiamento
  • esistenzialista, cominciava ad avere in angustia il rivoluzionarismo salottiero e borghese di tanti
  • suoi « compagni » . Ben presto, da      enfant prodige  si trasformò in             enfant terrible   : mise in discussione i
  • sacri principi della rivoluzione e del progresso. Da quel momento, i suoi lavori furono puntualmente
  • silenziati dalla grande stampa, a cominciare da,           Les   temps   des   enclaves      , nelle cui pagine aveva
  • sottoposto a critica serrata l’idea di eguaglianza. Per rispondere al silenzio dei critici    à la vague         , nei
  • primi anni Settanta, mentre in Europa impazzava il vento della contestazione, decise di dare alle
  • stampe un volume ancora più provocatorio,     Le scuderie dell’Occidente. Trattato di morale , di cui è
  • nelle librerie la nuova edizione italiana per OAKS (per ordini: info@oakseditrice, pp. 188, euro
  • 20,00).
  •    Il volume è corredato da un’ampia   Introduzione     di Giovanni Sessa. Cau scrisse questo volume
  • che   sinteticamente,   ricorda   Sessa,   è   un   urlo   lanciato   sulle   rovine   del   nostro   tempo,   nella
  • convinzione che:           « non si possa urlare contro i lupi e far parte del branco. Io ho scelto, e accetto di
  • pagare il prezzo di silenzio e di ostilità che circonda alcuni dei miei scritti          » (p. X). Quest’opera,
  • sempre a dire di Sessa, può essere letta in parallelo a, Gli uomini e le rovine    di Evola, in quanto i
  • due autori in un mondo che si poneva quale obiettivo supremo la sopravvivenza, invitarono i loro
  • contemporanei a realizzare una            più   che   vita   . Del resto, Cau sapeva perfettamente che il senso
  • profondo della crisi che da decenni assediava (e assedia tuttora) l’Europa, era individuabile nel
  • pauroso rifiuto di ogni altezza, indotto da un odio pervicace nei confronti del sacro. Il libro, non
  • casualmente, è dedicato allo scrittore giapponese Yukio Mishima, che si suicidò in pubblico nel
  • novembre del 1970, mettendo in atto il rituale della tradizione samurai, l’         hara-kiri , quale estrema
  • protesta contro: «un modo di vivere, quello moderno, che nega valore all’idea di patria e sancisce la
  • fine dell’età degli Eroi» (p. XIII). Il senso della Tradizione, Cau lo aveva percepito durante
  • l’infanzia trascorsa nel Midì, nella regione dell’Aude: «I miei avi, non ne dubito, sono contadini fin
  • dalla notte dei tempi, e la nobiltà del mio ceppo e della mia razza sta in ciò, che non abbiamo mai
  • acquistato né venduto nulla» (p. V). Da tale affermazione si evince, con chiarezza, lo spirito anti-
  • borghese dello scrittore.
  •      Il   cavallo   fu   suo   prediletto   compagno   d’infanzia:   il   nobile   quadrupede   svolgerà,   nell’
  • immaginario di Cau, un ruolo rilevante, assumendo le fattezze del destriero del             Cavaliere         di Dürer,
  • icona dell’antimodernismo novecentesco. L’autore francese, cavaliere fuori tempo, lancia, dalle
  • pagine di questo libro, un’accusa durissima. In Occidente è venuta a dominare, incontrastata, la
  • morale   degli   schiavi:   «        Essa   è   stata   amplificata      ,   nel   secondo   dopoguerra,   dal      novum           per
  • eccellenza:   il   rischio   dell’autoestinzione   dell’umanità,   determinato   da   un   possibile   conflitto
  • nucleare » (p. XIII). La paura regna sovrana e ci condanna a vivere inabissati nell’anonimo     noi , nel
  • formicaio urbano della pura sopravvivenza, che tiene a debita distanza, con sdegno, le gesta
  • dell’Eroe, del Santo, dell’Artista. Questa pace dell’arrendevolezza, chiosa Cau, svuota la gioventù
  • di ideali, lasciandola preda delle nebbie psichedeliche e della presunta liberazione sessuale: «  Nel​
  • panico   della   pace   continua,   sento   magnificare   la   religione   del   piacere   [...]   Se   il   piacere   non è
  • anche avventura di tutto il mio essere, io lo rifiuto         » (p. XIV). La contestazione giovanile, rileva
  • Cau, ha
  • fornito alla religione del consumo spazi fisici e psichici inimmaginabili determinando, dopo la
  • «morte di Dio», quella dell’uomo.
  •    I nostri contemporanei, come l’ultimo uomo nietzschiano, vivono delle mezze passioni del giorno
  • e della notte, non amano davvero, né odiano: semplicemente co-esistono, sopravvivono nel mare
  • della quantità mercificata offerta loro dall’apparato della tecno-scienza. I giovani non hanno che da
  • scegliere: integrarsi nel sistema dei lavoratori-consumatori o darsi alla protesta sterile, in quegli
  • anni, dice Cau, incarnata dal movimento          hippie , ben custodito nella riserva ludico-psichedelica
  • predisposta     ad   hoc   dall’industria culturale. Peraltro, i grandi progetti utopistico-rivoluzionari, si
  • andavano dissolvendo nella melassa della         rivoluzione del costume            , mirata a scardinare le cellule
  • fondative della comunità: scuola, famiglia, perseguimento del bene comune: «   a esclusivo vantaggio
  • della divinizzazione del consumo           » (pp. XV-XVI). Nel Sessantotto fu ucciso il Padre, e con esso la
  • Tradizione. In tale contesto si affermò la società gaia: «            Una società senza speranza e senza fede che
  • diventa fatalmente una società di tolleranza       » (p. XVI). Tutto viene tollerato in questo mondo della
  • co-esistenza, tranne i reprobi che mettono in discussione i principi costitutivi della contemporaneità.
  • Un uomo come Cau, non poteva, pertanto, che essere in lotta con il proprio tempo.
  •    Per questo, lo scrittore ci esorta a: «  pensare l ’opposto dell’opinione prevalente     » (p. XVII), il che
  • implica la difesa dell’eccezione e della bellezza, di contro alla diffusa esaltazione dell’eguaglianza e
  • al perseguimento dell’orrido in ogni ambito della produzione umana. Cau invita i suoi lettori a
  • «coltivarsi», in quanto essere colti vuol dire amare e comprendere il passato, rapportarsi in modo
  • sintonico ai ritmi della vita e della natura. Del resto, la debolezza spirituale del tempo presente è
  • paradigmaticamente impressa sui volti degli attuali politici: «      C’è nel loro sguardo la repellente,
  • floscia amabilità del venditore che si augura di rifilarvi un paio di scarpe           » (p. XVIII). Al contrario,
  • l’autore francese è convinto, con Carlyle, che la storia sia la creazione di grandi uomini, capaci di
  • evocare valori spirituali e di farsi interpreti dell’ ethos di una stirpe. E’, quindi, uno stile areteico,
  • virtuoso, quello cui Cau chiama i pochi dalla «schiena dritta» di questo tempo ultimo. Essi devono
  • vivere, proprio come l’autore del libro che abbiamo presentato,«senza ritegno». La mancanza di
  • ritegno dell’Eroe, di colui che si spende per l’ideale, coincide con la qualità propria dell’uomo che
  • non si arrende al           regno della quantità      , nel quale da troppo tempo siamo immersi.

Luciano Barra Caracciolo,

  • Lo strano caso Italia,
  • (Eclettica Edizioni, pp. 233, € 18,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Escono da qualche anno sempre più libri che non “cantano in coro” e sottolineano, anzi, come la globalizzazione e l’euro siano stati, per l’Italia (soprattutto) un cattivo affare.
  • Questo saggio si distingue già dal titolo e dal sottotitolo. Quanto al primo l’aggettivo strano avrebbe dovuto essere scritto tra virgolette: perché – tanto strano il caso Italia non è (e il libro lo conferma), ma anzi era voluto e prevedibile.
  • Per il sottotitolo questo è “Breviario di politiche economiche nella crisi del globalismo istituzionale aggiornato all’emergenza coronavirus”; e il libro è – in gran parte – la dimostrazione che le politiche di austerità hanno provocato – o almeno aggravato decisamente – la crisi in atto (almeno) dal 2008, precipitata ulteriormente con la pandemia. E così il breviario serve a riportare sulla “retta via”, ben nota agli economisti (non di regime), e a ritrovare le condizioni di compatibilità tra il modello economico-sociale delineato dalla Costituzione e quello emergente dai trattati europei.
  • L’autore rileva che a seguito dell’adesione all’euro “derivante da trattati e fonti di diritto internazionale (privatizzato) -, e avendo subito la conseguente ristrutturazione del proprio modello industriale e sociale derivante dalla correzione Monti (in poi), l’Italia registra una crescita zero”; questo perché “Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambio, cioè di affermazione del dominio del mercati sulle società umane, i cui bisogni, - l’occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell’istruzione, della previdenza e della sanità – divengono recessivi e subordinati alla scarsità di risorse… La globalizzazione è quindi un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare i mercati esteri”. E questo già lo scriveva Friedrich List quasi due secoli fa. E proprio per questo l’economista tedesco, che aveva assai presente funzione, carattere (e primato) del politico, sosteneva che la differenza essenziale tra quanto da lui sostenuto e il pensiero di Adam Smith era che la sua economia era politica cioè in vista dell’interesse, volontà e potenza delle comunità (organizzata – per lo più – in Stati), mentre quella dello scozzese era cosmopolitica (avendo come criterio-base l’interesse individuale).
  • Una delle conseguenze dell’economia cosmopolitica – nella versione contemporanea di Eurolandia - è di essere, per l’appunto, come sostiene l’autore in contrasto col modello delineato dalla Costituzione “più bella del mondo”.
  • Scrive Barra Caracciolo “a voler essere benevoli, a partire dal trattato di Maastricht, il modello costituzionale non sia stato rispettato; per espressa previsione delle norme inviolabili, e non soggette a revisione, della nostra Costituzione (artt, 1, 4, 36, 38, 32, 33… quantomeno), l’economia italiana segue il modello keynesiano… sicché esso non tollererebbe (cioè, non contemplerebbe come costituzionalmente legittime) politiche che, sempre per attenersi alle classificazioni e schematizzazioni di questi ultimi, implichino apertamente”, il di esso costante sacrificio. Accompagnato da salmi di giubilo alle regole europee degli eurodipendenti.
  • La venticinquennale stagnazione italiana è, in senso economico, determinata dalla crisi strutturale della globalizzazione da un lato, e dall’altro dall’impedimento di quelle politiche di sviluppo, dettate dalla nostra Costituzione, ma rifiutate dall’U.E.. Anche se, a quanto pare, dalle trattative sul recovery fund correzioni delle politiche d’austerità (sostanzialmente dannose per l’Italia), è in corso. Ma non si sa quanto efficaci, almeno nel medio periodo, per il nostro paese.
  • In questo saggio c’è molto, onde non è facile sintetizzarlo. I profili più evidenti ne sono: a) il contrasto tra quanto si sostiene – dagli euro dipendenti – che da un lato si atteggiano a numi tutelari della Costituzione “più bella del mondo”, dall’altra nelle politiche euroasservite ne tradiscono il modello economico sociale, nei suoi caratteri fondamentali, a cominciare dalla tutela del lavoro, che è, secondo l’art. 1 il fondamento (reale prima che normativo) della Repubblica.
  • Ma questo si comprende bene: élite in decadenza si affidano all’astuzia più che alla forza (Pareto). Come scriveva il segretario fiorentino, il principe deve badare a parere più che ad essere. E il metodo più seguito per farlo è predicare in modo opposto al praticare. La sconnessione tra detto e fatto, tra intenzioni esternate e risultati conseguiti è voluta e tutt’altro che casuale.
  • La seconda – connessa alla precedente – è la sostanziale assenza (od oscuramento) del dibattito su crisi, cause e responsabilità della stessa. Silenzio assordante fino a qualche anno orsono, un po’ meno dopo che i successi elettorali dei partiti sovranpopulidentitari hanno certificato che la consapevolezza popolare di cause e responsabilità della crisi, malgrado tutto, determina crisi politiche di livello globale, con sempre più Stati retti e condizionati da maggioranze (o quasi-maggioranze) elettorali sovran-populiste. Economisti di regime, giuristi di palazzo, mass media asserviti l’hanno solo ritardata. Come scrive Barra Caracciolo “tutta la problematica (della crisi)… è completamente assente dalle dichiarazioni programmatiche e dal dibattito politico attuale… Si ha come l’impressione di essere in una realtà parallela, fatta di miopi polemiche di parte e di slogan ripetuti senza comprenderne appieno il significato… E l’Italia non può permettersi di essere raccontata e guidata ignorando la sua natura, la sua vocazione, ben collocata in questa terra, interconnessa con i problemi di una globalizzazione che è stata concepita dai progettisti di Elysium, da spietati Malthusiani, e che ora, nella sua fase discendente, rischia di trascinarsi nel suo “cupio dissolvi”… Parliamone: non lasciamo che discorsi “lunari”, ipostatizzati su un pensiero unico e irresponsabile verso il popolo sovrano, ci facciano suonare, come comprimari, nell’orchestra del Titanic…”. E questo libro è un’ottima occasione per cambiare musica (e orchestra).
  • Francesco Borgonovo, La malattia del mondo, Milano 2020, pp. 207, € 15,00
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Questo libro è una riflessione sulla pandemia da coronavirus, che dall’evento risale alle condizioni ideali e materiali da cui è stato incentivato, in un’epoca in cui eventi del genere, che hanno funestato l’umanità per millenni, sembravano chiusi nell’archivio della storia. Archivio che a dispetto dei progressisti – e purtroppo non solo loro – si è riaperto.
  • La pandemia è stata frutto di due fattori fondamentali, ambo ideali: il primo è la ybris, il secondo è (la pretesa/aspirata) assenza di limiti (non solo fisici) che caratterizzano il pensiero della globalizzazione (e dei globalizzatori). Quanto alla prima scrive l’autore, la ybris è “prima di tutto superamento del limite, del confine. E se ci pensate, l’intera storia dell’epidemia di Covid-19 (esattamente come la storia della globalizzazione) è una faccenda di confini varcati e limiti infranti”. Il limite infranto è quello della natura “Della natura noi uomini siamo, al massimo, i custodi, come rivela il libro della Genesi. Quando veniamo meno al nostro ruolo, o quando tentiamo di farci creatori sostituendoci al Creatore, allora scateniamo l’epidemia, la pestilenza biblica”. Secondo gli scienziati il Coronavirus è nato – come altri agenti patogeni – da uno spillover da un “salto” tra specie (da animali selvatici all’uomo). Varcato il limite della specie è stato assai più agevole, dato il progresso tecnico e la permeabilità delle frontiere, diffondersi nel pianeta a velocità impressionante “Prigionieri come siamo dell’ideologia della dismisura, non abbiamo saputo chiudere tempestivamente i confini, non abbiamo voluto fermare il vortice della circolazione globale: la malattia, dalla Cina, è approdata in Germania, e da lì è giunta in Italia. Poi, il disastro. Quando il Covid-19 è calato nella nostra nazione, tutti i nostri limiti sono tornati prepotentemente a galla: quelli delle nostre strutture sanitarie, della nostra potenza industriale, della nostra indipendenza economica… Il confine, il limite, le barriere salvifiche che avrebbero potuto arginare l’avanzata del nemico occulto sono stati sbriciolati dal capitalismo selvaggio e dall’ideologia che impone: nessuna frontiera”.
  • Ricordando quanto scriveva Schmitt della contrapposizione tra terra e mare e le conseguenze che comporta sull’ordine, sul diritto e sull’economia, Borgonovo sostiene che non erra Zigmunt Bauman quando definisce la società post-moderna “società liquida” contrapposta alla solida terra che fonda società basate sul limite (confine delle proprietà, dei territori delle sintesi politiche, almeno di quelle stanziali, ossia, nella modernità, tutte). Per espandersi la “società liquida” necessita di superare se non di abolire i limiti.
  • Hegel lo aveva notato per l’industria nel paragrafo 247 dei Lineamenti di filosofia del diritto: “come per il principio della vita familiare è condizione la terra, cioè il fondo e il terreno stabile, così per l’industria l’elemento naturale che la anima verso l’esterno è il mare.
  • Nella brama di guadagno, esponendo al pericolo il guadagno stesso, l’industria si eleva a un tempo al di sopra di esso, e soppianta il radicarsi nella zolla e nella cerchia limitata della vita civile, i suoi godimenti e desideri, con l’elemento della fluidità, del pericolo e del naufragio…”; il mare pertanto era l’ “ambiente” più favorevole al commercio e all’industria. Ancor più quando, venuta meno la scoperta di nuove terre (e mercati) l’espansione deve basarsi sull’abolizione dei residui confini.
  • Il libro è colmo di idee. Per restare nei limiti di una recensione, la sintesi – purtroppo limitata come tutte le sintesi – è che la post-modernità si fonda sulla ybris, ossia la superbia di superare i limiti della natura. Borgonovo ricorda come i greci notassero ciò: Erodoto ed Omero, cui occorre aggiungere Sofocle, in particolare nell’Antigone e nell’Edipo re. Come condanna della ybris come distruttrice dell’ordine terreno e divino è particolarmente significativo il canto del coro nell’Edipo rePossa io avere destino di serbare santa purezza di parole e di azioni, a cui sono preposte leggi sublimi, procreate nell’etere celeste, e l’Olimpo solo è loro padre; non natura mortale di uomini le generò, né mai l’oblio le sopirà: un dio potente è in esse, e non invecchia. La dismisura genera tiranni”. O nella profezia di Tiresia a Creonte nell’Antigone, nella quale l’indovino prevede la rovina del re per aver violato le leggi di natura “questo non è un potere tuo, né degli dei supremi, anzi essi soffrono questa violenza da te”. Indubbiamente una civiltà come quella greco-romana che Spengler riteneva basarsi sul senso del finito, cioè del limite è particolarmente utile per capire la degenerazione faustiana della post-modernità.
  • La quale trova la propria caratteristica fondamentale nel ritenere superabili realtà e leggi naturali. Lo stesso comunismo reale, rapidamente espanso e conclusosi, si fondava sull’illusione del giovane Marx di cambiare la natura umana, mutando i rapporti di produzione; alla fine della dittatura si sarebbe costruita la società comunista, senza comando né obbedienza, pubblico e privato, amico e nemico. Cioè senza i presupposti del politico – le costanti che connotano ogni comunità politica umana. Risultato smentito dalla breve storia del comunismo. Il quale si è retto solo perché ha mantenuto anzi potenziato le costanti del politico nella dittatura sovrana del partito. Cessata la fede nella quale è imploso. Nella post-modernità questa ybris ha preso altre forme, immaginato altri idola: tutti accomunati dalla credenza di poter oltrepassare leggi e limiti naturali. Illusione sempre smentita e fondante, come cantava Sofocle, nuove tirannie.

 

  • Michea lupo ovile def
  • Jean-Claude Michéa
  • Il lupo nell’ovile 
  • recensione di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • (Meltemi, Milano 2020, pp. 142, € 14,00).
  • Scrive l’autore che nel “Capitale” Marx riteneva il mercato liberista (meglio, concepito dai liberisti) “l’Eden dei diritti innati dell’uomo”. Oggetto del saggio (rielaborazione di una conferenza, integrata da 35 scolii) è, sviluppando l’affermazione di Marx, da un lato il rapporto tra mercato e diritto; dall’altro quello tra socialismo e progressismo, che ha, secondo Michéa, snaturato la sinistra, subordinandola al capitalismo, quello post-moderno soprattutto.   
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  • NEL TRAMONTO DELLA REPUBBLICA
  • SOMMARIO
    Temi e Dike nel pensiero di Hauriou; 2. Privilegi e disparità a favore dei pubblici poteri; 3. Miglio, l’obbligazione politica e l’obbligazione-contratto; 4. Freund e i presupposti del politico; 5. Pubblico, privato e giustizia amministrativa; 6. Le privatizzazioni di fine secolo (XX) e loro ininfluenza su Temi; 7. Temi e Dike sono costanti dell’ordinamento; 8. Tocqueville e la giustizia amministrativa; 9. Meno Dike negli anni ’90; 10. Conclusioni
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  • Scriveva Maurice Hauriou nella seconda edizione del Précis de droit constitutionnel che nello Stato diritto e giustizia erano duplici: c’erano un diritto disciplinare e un diritto comune, cui corrispondevano una giustizia disciplinare e una giustizia comune[1].
  • Anni prima nei Principes de droit public (del 1910) sosteneva che “Ogni istituzione sociale incorporata non (è) sussistente che per un equilibrio di forze di cui una domina le altre, comporta… una coazione (contrainte) metà imposta, metà accettata…”. La disciplina sociale che ne deriva può essere considerata dalla visuale del gruppo o da quella degli individui. Dal punto di vista dell’insieme è un potere necessario per la coesione e la salvaguardia del tutto, da quello degli individui è un potere contro il quale occorrono garanzie e che ha bisogno di una certa definizione. Ne derivava una partizione del diritto (dell’istituzione) in disciplinare e statutario[2]. Il diritto disciplinare è non solo repressivo, ma anche organico[3]. L’istituzione genera naturalmente il diritto statutario come quello disciplinare. Il diritto statutario comporta delle regole giuridiche e delle procedure “Ces procédures sont liées à la vie de l’institution, elles sont les voies que suit celle-ci dans son mouvement uniforme”[4]. Queste sono in larga misura necessarie “Par la force des choses, tous les membres de l’institution sont appelés à un moment ou à un autre à partecipe à ces procédures, par cela même qu’ils dèploient leur activité au sein de l’institution”[5], e danno luogo a un diritto assai differente da quello disciplinare “en ce qu’il admet le point de vue individualiste des membres de groupe, combiné avec les nécessités sociales”[6]. Tuttavia accanto al diritto dell’istituzione (disciplinare e statutario) c’è quello prodotto dal commerce juridique, un insieme di forme giuridiche generate dall’attività economica, legate a una “forma di società assai diverse dalla forma politica costituzionale[7].
  • Ambedue le specie di diritto, istituzionale e comune, sono necessarie, perché la società politica e quella economica non sono “praticamente separabili l’una dall’altra”[8].
  • Lo scambio, scrive Hauriou, è irriducibile all’istituzione politica “le phénomèn de échange et des relations d’affaires n’est pas dans la donnée logique de l’institution politique. Celle-ci repose sur le pouvoir, l’échange repose sur la valeur”[9]. Il potere politico s’esercita principalmente sugli uomini e occasionalmente sulle cose, il valore economico è sempre una qualità delle cose. Scambio e commercio tendono a passare le frontiere, sono essenzialmente internazionali.
  • È da notare che, nella concezione di Hauriou, ai due diritti sostanziali corrispondono analoghi diritti processuali, caratterizzati dall’eguaglianza/e non eguaglianza delle parti e dal connotato di un rapporto (tra le stesse) gerarchico o meno.
  • La posizione d’ineguaglianza deriva da una serie di “privilegi” e “disparità” del potere pubblico (rispetto al soggetto privato), in parte riflettentisi nelle procedure giudiziarie amministrative quali:
  • 1) in primo luogo il potere di coazione generale, inerente alle funzioni amministrative[10].
  • In Italia, si direbbe, per il carattere intrinsecamente esecutorio del provvedimento (anche eseguibile ed esecutivo) cui, ovviamente, non corrisponde analoga situazione del privato.
  • 2) Di conseguenza il potere pubblico non deve (sempre) adire il Giudice per realizzare una pretesa, almeno negli ordinamenti “continentali”. Il privato si,
  • 3) Anche se il giudice emette una sentenza o comunque un provvedimento a favore del privato e a carico della pubblica amministrazione, la pronuncia del Giudice non corrisponde alla pienezza dello jussum tra privati.
  • Alcune statuizioni, invero, sono del tutto vietate, come la revoca o modifica degli atti amministrativi[11].
  • Consegue da ciò che, anche in presenza di atti amministrativi illegittimi ed annullati certi comandi nei confronti delle PP.AA. non possono essere pronunciati dal Giudice (condanne a facere specifico, e così via) mentre altre si (sentenze dichiarative, di condanna pecuniaria).
  • Tuttavia anche in presenza di statuizioni “ammesse” (nei confronti della P.A.) e di rapporti non di carattere “pubblico” (jure privatorum), specie a partire dagli anni ’90, si sono ulteriormente ridotte le possibilità di esecuzione coattiva nei confronti delle pubbliche amministrazioni (anche – anzi soprattutto – per i crediti pecuniari).         
  • 4) Determinate azioni non possono essere proposte (o proposte solo in casi determinati) nei confronti delle PP.AA. (possessorie e non solo).
  • 5) Quello che è peggio è che lo stesso decisum ed anche se giudicato, non è trattato, ove ad esser debitore è la P.A., allo stesso modo che se ad esserlo è un privato.
  • Esiste una folta (ed apparentemente) disordinata legislazione[12] volta ad impedire – o almeno a ritardare – la soddisfazione delle pretese nei confronti della P.A., particolarmente diffusa negli ultimi venticinque anni[13]. La legislazione suddetta vieta determinate azioni esecutive verso pubbliche amministrazioni (spesso di settore); istituisce termini dilatori a loro favore; talvolta impone ai Giudici la nomina di Commissari ad acta dipendenti delle stesse PP.AA. debitrici e così via. Tutte norme derogative di quanto prescritto per i privati[14].
  • E si potrebbe proseguire a lungo. È chiaro comunque che esistono differenze sostanziali, ripetute e crescenti tra il diritto applicato ai rapporti privati e quello tra P.A. e privati. Temi e Dike non sono mai state così distanti. Anche perché all’invadenza dello Stato sociale corrisponde una pressione fiscale assai superiore a quella degli Stati c.d. “monoclasse” o comunque del periodo anteriore al primo dopoguerra (e al c.d. “compromesso fordista”), la quale oggigiorno normalmente va da circa un terzo a circa la metà dei PIL nazionali. A conferma dell’aumento delle funzioni pubbliche, e quindi della loro accresciuta invadenza.
  1. I due diritti (sostanziali) e i corrispondenti processuali, derivano l’uno dalla necessità, per l’esistenza della sintesi politica, del rapporto di comando/obbedienza. Come l’altro – il diritto comune e la giustizia Dike - derivano dallo scambio e dall’universalità del medesimo.
  • Ambedue, scrive Hauriou, conseguono a caratteri dell’essere umano: d’essere necessariamente zoon politikon come dalla naturale socievolezza (sociabilité) umana[15]. Le due dimensioni (politico-istituzionale e non) sono irriducibili l’una all’altro, ma sempre co-presenti.
  • Sostiene Gianfranco Miglio che “I rapporti politici sono relazioni particolari, che si specificano rispetto ai rapporti interumani in genere … Al di fuori delle relazioni politiche esistono relazioni più specificamente interindividuali e già nelle aggregazioni politiche più elementari e primitive si pongono come qualcosa di prioritario sul piano temporale, ma che sopravvive all’interno dell’aggregazione politica”[16]. Perché “politica e vocazione dell’animale uomo presentano un nesso molto stretto. Ecco perché un filosofo come Aristotele scrisse che l’uomo è uno zoon politikon. È qui il nesso fra politica e uomo: non si tratta affatto del nesso della «socialità», che è qualcosa di completamente diverso e proprio la differenza fra queste due dimensioni potrà essere messa in luce dallo studio dell’oggetto dell’obbligazione «contratto-scambio», in quanto distinto da quello dell’obbligazione politica”.
  • Le due obbligazioni hanno differenti oggetti struttura, tempo e responsabilità. S’incrociano, scrive Miglio, nella funzione che ha il capo politico di garantire l’osservanza dei rapporti di contratto-scambio “Precisamente questa è la funzione che ha verso l’interno l’obbligazione politica: la primaria funzione che il capo politico deve ai propri seguaci consiste nel garantire fra loro l’esecutività dei rapporti di ‘contratto-scambio’ ed è qui che il ‘contratto-scambio’ non si confonde, ma si incrocia con il rapporto di obbligazione politica”[17].
  1. Julien Freund sostiene che la politica, come ogni attività umana, tende a razionalizzare il proprio dominio, di guisa da conseguire un (determinato) ordine. La natura specifica del proprio principio organizzativo è d’essere gerarchico. “È vano sperare che il politico possa diventare assolutamente egualitario… può imporre la più grande uguaglianza tra i membri della collettività… ma il fatto che la imponga, è indice che non è egualitario in sè. La sua natura gerarchica consegue insieme sia dal presupposto del comando/obbedienza sia dalla sua funzione che consiste nel salvaguardare l’ordine generale”[18] e prosegue “la prima ragione è chiara, perché là dove c’è comando ed obbedienza, c’è anche relazione da superiore ed inferiore (il corsivo è mio). La seconda significa che mantenimento e sviluppo dell’ordine non sono possibili se non comprimendo o sopprimendo bisogni e aspettative, cioè selezionandoli.
  • L’ordine è sempre imposto, perché non c’è coordinazione senza subordinazione; nessun ordine s’impone da se, non ce n’è senza coazione[19]. Ma non bisogna concludere che l’ordine pubblico si fondi unicamente sulla coazione né che sia esclusivamente gerarchico; non esiste, scrive Freund alcuna società nella storia a struttura puramente egualitaria o a struttura puramente gerarchica a meno di ammettere l’esistenza di comunità umane fondate su una sola essenza (morale, economico, politico), perché “ogni ordine è un compromesso più o meno stabile tra tendenze egualitarie e tendenze gerarchiche[20].
  • Perché comunque, anche se in forma attenuata e regolata, i conflitti (sia d’interessi che d’idee) continuano ad esistere[21] e così la necessità di un potere che li decida.
  • Freund fa dell’ordine gerarchico conseguenza del rapporto di comando/obbedienza, considerato dallo studioso alsaziano come un “presupposto” del politico. Presupposto che definisce come “la condizione propria, costitutiva ed essenziale di una essenza”, ovvero (nel caso) del politico[22]; nel definire cosa siano i presupposti, scrive “ci sono dei concetti che determinano necessariamente, costantemente ed universalmente una essenza nel senso che la loro dissoluzione comporterebbe l’abolizione dell’essenza stessa…. Se sopprimiamo, per esempio, il rapporto di comando/obbedienza, sopprimiamo il politico… i presupposti sono concetti che ci permettono di capire ciò che fa che la politica è politico, che esso è sempre e necessariamente ciò che è e non altro”[23].
  • Pur nelle sostanziali differenze tra “presupposti del politico” (Freund) e “regolarità della politica” (Miglio)[24], è certo, per quanto qui interessa, che i due studiosi ritenevano alla politica ed al politico connaturale il comando, e quindi la relazione superiore/inferiore; e, l’insieme, che una comunità basata (esclusivamente) sul rapporto gerarchico non era concretamente esistita (né poteva esistere). Per cui ambedue riconoscevano l’esistenza concreta di un’altra sfera – accanto a quella pubblico-politica - dell’esistenza e dell’attività degli uomini e delle comunità umane: quella “privata” fondantesi per l’appunto sull’eguaglianza delle parti[25]. Così Miglio descrive la struttura del rapporto delle due obbligazioni politica e obbligazione contratto-scambio[26]. La rappresentazione grafica (in nota) da il senso della verticalità, del rapporto capo-seguito, dell’ineguaglianza per l’obbligazione politica; dell’orizzontalità, della parità e della reciprocità per l’obbligazione-scambio.
  1. Ne consegue che la connaturalità al rapporto politico del presupposto comando/obbedienza si riflette anche sul diritto e sulla giustizia (Temi). A salvaguardare tuttavia l’ambito dell’altro diritto e dell’altra giustizia (Dike) c’è un altro presupposto del politico: pubblico/privato.
  • Come sopra cennato non c’è comunità politica senza la distinzione di pubblico e privato[27]. Non è vero né che siano esistite comunità senza “pubblico”; né che possano esistere (quando? dove?) senza “privato”.
  • La prima tesi è stata sostenuta per la feudalità medievale; nel Medioevo molto spesso rapporti politici erano trattati e regolati come privatistici, e ancor più, senza distinguerli chiaramente. Una descrizione di ciò ce ne da Hegel (ordinamenti perpetuatasi nel Sacro Romano Impero fino ai tempi del filosofo) nella Verfassung Deutschlands “Secondo il suo originario fondamento di diritto il diritto statale tedesco è quindi propriamente un diritto privato e i diritti politici sono un possesso legale, una proprietà… Poteri esecutivi, legislativi, giudiziari, spirituali, amministrativi sono mescolati, separati e congiunti nel modo più disordinato, confusi e distinti nelle parti più ineguali, proprio così molteplici come la proprietà dei cittadini in quanto privati; e il fondamento giuridico di entrambi è lo stesso”[28]. Tuttavia che determinati rapporti fossero pubblici (ed altri privati) è provato dal permanere della classica distinzione ulpianea tra diritto pubblico e privato nella dottrina medievale, come da alcuni caratteri del rapporto tra signore e vassallo.
  • Quello che appare prevalente nel Medioevo è il trattamento giuridico “privatistico” dei rapporti pubblici. Persino i regni romano-barbarici erano considerati divisibili come proprietà privata, mentre l’indivisibilità degli stessi costituiva una delle prime caratteristiche del (nascente) Stato moderno.
  • Quanto all’inverso, nessuno l’ha mai visto. Anche nei totalitarismi del XX secolo sono state riservate aree ad attività sociale di carattere privato. L’annullamento della distinzione – e del politico (si badi bene) – è un obiettivo dell’utopismo, e più specificamente connotato della “società senza classi” immaginata da Marx e dai marxisti e che nessuno ha mai realizzato (perché irrealizzabile), quindi rimasta nell’immaginario.
  • Né è da credere che altre utopie “deboli”, possano concretizzarsi. Quanto a quelle a carattere giudiziario, ossia con la sostituzione/implementazione del carattere e della funzione regolatrice dei Tribunali – cioè del potere giudiziario - rispetto a quelli politici (legislativo, esecutivo e pouvoir neutre), possono comunque più appropriatamente essere ricondotte alla distinzione di Hauriou tra Temi e Dike (diritto disciplinare e diritto comune): così la proliferazione di Corti e Tribunali internazionali su rapporti privatistici, che di tale giuridiarizzazione è la spia quantitativamente prevalente.
  • L’epoca rivoluzionaria iniziò (anche) con il ripudio sia dell’invadenza dei poteri pubblici nella società civile sia più specificamente della burocrazia. Ad esempio di ciò si possono citare (tra i tanti) i discorsi di Robespierre[29] e Saint-Just alla convenzione[30]. Tuttavia la necessità sia del funzionamento dello Stato moderno che della soddisfazione delle pretese dei cittadini lavoravano per l’estensione dei poteri pubblici, onde era necessario realizzare mezzi per equilibrarli. Per l’Italia unita fu di affidare il compito di garantire i diritti e quindi limitare il potere pubblico (soprattutto) con il controllo giudiziario, prima dei Tribunali ordinari (v. all. E L. 22/06/1865, n. 2248) per la tutela dei diritti soggettivi poi istituendo la giurisdizione amministrativa per la protezione degli interessi legittimi. L’opera di Silvio Spaventa, com’è noto, fu di particolare importanza per l’istituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato[31].
  • All’uopo, sulla scorta di quanto già fatto in Francia, Germania ed Austria-Ungheria Spaventa proponeva l’istituzione del giudice amministrativo. Nel celebrarne l’avvio con il discorso per l’inaugurazione della IV Sezione del Consiglio di Stato sottolineava la difficoltà di concepire una giurisdizione tra due parti in cui la volontà di uno era in “relazione di superiorità costante nell’altra”[32]; e riconduceva la nuova istituzione ad una nuova forma dello jus ispectionis “È questo il supremo diritto d’ispezione, di cui nessun governo poté fare mai a meno nell’esercizio delle funzioni degli organi suoi” il quale “in tale sfera dell’organismo amministrativo (ossia nel Consiglio di Stato e) meno accessibile agli influssi di parte e degli interessi particolari”[33]. D’altra parte era luogo comune rilevare, già nei primi decenni dopo l’unificazione, l’enorme aumento di funzioni, personale, spese pubbliche[34].
  • Quindi la soluzione, data la crescente amministrativizzazione della società, era di estendere il controllo giudiziario sulle P.P.A.A. sia in relazione ai diritti soggettivi che agli interessi legittimi.
  • Tuttavia tale controllo giudiziario mutuava dalle situazioni di inuguaglianza sostanziale anche altre di disparità processuale (v. sopra ai punti 3-4-5 del § 2, nonché per la legislazione discriminatoria degli ultimi trent’anni la nota 13)[35]. Ma quanto sopra ricordato non è esauriente: basti ricordare che né illo tempore né oggi sono ammesse nei giudizi davanti al Giudice amministrativo e tributario tutte le prove previste dal c.p.c.: anche se, spesso, tali eccezioni non privilegiano esplicitamente le PP.AA., realizzano di fatto disparità, perché quasi sempre la parte su cui grava l’onere di provare i fatti è quella privata[36], che si trova così a doversi difendere con un braccio legato dietro la schiena.
  1. Negli anni ’70 e soprattutto’80, si è diffusa in Europa l’inversa tendenza a de-pubblicizzare o a privatizzare imprese, servizi, beni d’appartenenza pubblica. Il tutto però in Italia non limitava o limitava solo marginalmente l’incidenza del “pubblico”. All’uopo basti notare che se il prelievo fiscale sul PNL – cioè il principale indice dell’invadenza pubblica – nel 1980 era di poco più del 30%, nel 2016 era oltre il 40%.
  • Il termine “privatizzazione” ha denotato peraltro diversi modelli di (pretesa) riduzione dell’intervento pubblico, che di seguito ricordiamo.
  • 1) Privatizzazione formale; ossia cambiamento dello status giuridico da amministrazioni ed enti pubblici a società di diritto privato.
  • 2) Privatizzazione sostanziale, con la vendita a privati delle imprese.
  • 3) Quanto al “tipo”, la privatizzazione è intesa:
  1. a) Privatizzazione come restituzione al mercato di categorie di attività e di rapporti prima considerati ‘pubblici’ per l’assunzione diretta da parte dello Stato; in particolare i servizi pubblici.
  2. b) Privatizzazione come ‘depubblicizzazione’ di apparati che erano stati considerati pubblici per una valutazione anche etico-politica, come IPAB e alcune aziende di credito.
  3. c) Privatizzazione come ‘aziendalizzazione’: il processo di privatizzazione si realizza con la trasformazione dei criteri organizzativi e gestionali “privatistici”, nonché con l’introduzione di criteri di responsabilizzazione per la gestione di strutture che continuano a restare pubbliche. Cambia cioè la regolamentazione ma non l’appartenenza.
  4. d) Privatizzazione come adozione (parziale) di modelli privatistici, in particolare per l’impiego pubblico e per l’organizzazione degli uffici[37].
  • Tali modelli – che spesso si fondono o si mischiano in concreto – possono dividersi in privatizzazioni quanto all’appartenenza e privatizzazione quanto alla regolazione, con forme “miste”.
  • Tuttavia almeno in Italia le privatizzazioni, tanto esternate e discusse, hanno influito poco o punto sul “tasso d’invadenza” del pubblico: oltre ai dati del prelievo fiscale, anche quelli relativi alla spesa per i dipendenti pubblici lo confermano: nel 1980 il costo complessivo del lavoro dipendente pubblico era di € 21.822,00 (valore 2005); nel 2005 di € 155.533,00 (fonte Eurispes)[38]. Per quanto qui interessa, occorre vedere se la “privatizzazione” abbia modificato la disparità tra Temi e Dike.
  • In effetti principalmente (ma non esclusivamente) con il dlgs 80/1998 e il dlg 165/2001 è avvenuto un “rimaneggiamento” delle giurisdizioni amministrativa e ordinaria che in un (non indifferente) clima di incertezza ha fatto sì che alcune materie (ad esempio quasi tutto il pubblico impiego) prima appartenenti all’una sono         passate all’altra e viceversa. Ma a parte il fatto che per il giudizio dinanzi il Giudice ordinario il regime probatorio è più esteso ( e quindi più favorevole alla parte privata), nessuna disparità è stata eliminata sul piano sostanziale. L’atto amministrativo continua ad essere esecutivo, onde il privato che prima avrebbe dovuto chiedere, per bloccare l’attività di coazione da parte della P.A., la sospensiva al TAR, ora ha la soddisfazione di chiedere l’inibitoria al G.O.
  • L’esecutorietà dell’atto (è iscrivibile nell’autotutela della P.A.) è un convincimento plurisecolare (in effetti un residuo dell’assolutismo), argomentato (un tempo) non tanto dalle fonti di diritto positivo, bensì da premesse generiche come dalla presunzione di legittimità dell’atto amministrativo, e soprattutto da esigenze pratiche.
  • Hauriou per il diritto francese considerava intrinseco all’istituzione il potere di dominio (pouvoir de domination) che comportava la coercitio[39], ossia l’esecuzione con la forza di cui l’apparato dell’istituzione dispone. Così alle amministrazioni competeva un potere coercitivo generale[40].
  • Neanche ha avuto soluzione favorevole alle parti private l’altra questione, se l’impugnazione dell’atto davanti al Giudice ne sospenda l’eseguibilità. Almeno davanti al Giudice amministrativo l’esecutività (tanto che occorre chiederne e ottenerne dal Giudice la sospensione) è legislativamente prescritta, diversamente che in altri Stati dell’Europa Continentale[41]. Essa è parimenti prevista dal vigente art. 47 del Dlgs 546/92 per il Giudice Tributario.
  • In sostanza la situazione è invertita rispetto a quanto disposto per le liti tra privati, in particolare per i provvedimenti monitori e di sfratto. Lì il decreto del Giudice di accoglimento è di regola non esecutivo (in via d’eccezione e su richiesta di parte può essere esecutivo); acquista esecutività se l’intimato non fa opposizione davanti al Giudice (così anche per lo sfratto); provvedimenti sull’esecuzione, pendente il giudizio, posso essere emessi solo dal Giudice (su istanza di parte). La disparità con le liti contro la P.A. è evidente.
  • Altro punto dolente è la presunzione di legittimità dell’atto amministrativo per definire la quale ci serviamo di una recente massima del Consiglio di Stato “Gli atti amministrativi se presumono legittimi fino a quando non intervenga provvedimento di annullamento giurisdizionale o di autotutela amministrativa” (C. Stato, sez. VI, 30/12/2014, n. 6422); e della Corte di Cassazione “Gli atti ed i certificati della P.A., essendo assistiti da una presunzione di legittimità, in difetto di prova contraria, possono essere posti a base della decisione anche quando la P.A. che li ha emessi sia parte in causa” (Cass. civ., sez. III, 02/03/2012, n. 3253) ambedue ripetitivi di una giurisprudenza più che centenaria.
  1. Da quanto scritto risulta che, ancorché gli ambiti siano largamente coincidenti, quello di Temi non può essere coestensivo a diritto pubblico, né quello di Dike a diritto privato. Non solo perché detti ambiti sono determinati da decisioni politiche, e quindi variano secondo gli ordinamenti.
  • Se partiamo della nota affermazione di Ulpiano publicum just est quod ad statum rei romanae spectat, privatum quod ad singularum utilitatem, e la combiniamo con quella Temi/Dike (basata non sulla distinzione pubblico/privato ma su quella comando/obbedienza) si possono avere quattro combinazioni: Temi/pubblico; ma anche Temi/privato, Dike/privato, Dike/pubblico. A parte la prima e la terza, (che sono “naturali”) esistono nella storia anche la seconda e la quarta, ossia il trattamento di rapporti privati in modo non egualitario o viceversa di materie o rapporti pubblici con regole paritarie. Di quest’ultime l’esempio più frequentato è il diritto medievale; della seconda il diritto attualmente vigente.
  • Basti dire che nell’ordinamento feudale era normale muovere guerra, attività sicuramente pubblica, assumendo con strumenti negoziali truppe mercenarie volontarie, pagandole con gli affitti, i canoni e vendite dei beni patrimoniali del capo politico (il signore feudale) o anche ottenendo crediti garantiti con i beni del medesimo. In uno Stato patrimoniale questo è la regola. Anche nello Stato moderno l’attività di diritto privato della P.A. è attribuita a Dike.
  • Quanto all’altro tipo, ossia Temi/privato, che è quello più frequente nello Stato moderno, dipende sia dalle concezioni eudemonistiche del potere e più ancora dalla (spesso illusoria) convinzione che i governanti sappiano (e agiscano) meglio dei governati perché conoscono meglio di questi quali siano le scelte più opportune per tutti. Ne consegue che, per tanto bene e cotanta scienza (del bene e del male), è opportuno sacrificare diritti e pretese dei sudditi. Un eudemonismo politico alla Federico II, paternalistico (e, a differenza del re prussiano, interessato). Di guisa che a questi appariva naturale mandare i granatieri per costringere i contadini della Pomerania a seminare patate (mezzi pubblici per scelte private) e ancor di più limitare i diritti dei sudditi per la necessità dello Stato (ma la storia del mugnaio di Sans-Souci prova che, a differenza di tanti maldestri eredi, aveva il senso del limite).
  • Comunque accadde con sempre maggiore frequenza, come scrive (per l’Ancien régime) Tocqueville, che il monarca, nel regolare materie, disponesse che tutte le controversie, anche tra privati, fossero decise dal funzionario (o da un collegio) amministrativo. Così Temi cresceva, anche al di fuori del proprio orto.
  • Sempre fuori da quell’orto erano le liti tra privato e privato, se concessionario della P.A., spesso improponibili per secolare giurisprudenza arrivata ai tempi nostri (v. tra i tanti, da ultimi Cass. SS. UU. 07/12/1974, n. 4087); così le azioni possessorie, ove le attività contestate al concessionario formino oggetto del provvedimento concessorio. Con ciò si costituivano processi privilegiati anche per soggetti non pubblici, comunque esercenti attività (ritenute) di pubblico interesse. Il che avviene in molti altri casi come, ad es., le espropriazioni-occupazioni per pubblica utilità[42] (con cui si protegge anche l’espropriante/occupante)[43]. In buona sostanza alcune situazioni di favore si estendono anche ai soggetti privati favoriti dal potere amministrativo con propri atti. Peraltro vi sono atti e provvedimenti che, per loro natura (Barile) non sono impugnabili davanti al giudice (amministrativo ed ordinario) come gli “atti politici”, denominati in Francia actes des gouverment, pertanto non justiciables.
  • D’altra parte è evidente che né è possibile l’esistenza di uno Stato senza Temi, né senza Dike. La prima può non avere neppure forma giurisdizionale (come negli stati borghesi di diritto), ma essere esercitata attraverso provvedimenti amministrativi di riesame, revisione (autodichia) come, prevalentemente, negli Stati “assoluti” ma è sempre insostituibile, come l’altra. Hauriou sostiene perché ambedue hanno la loro radice in caratteristiche dell’uomo, come essere sociale (v. nota 1).
  • E dato che queste sono costanti, non è possibile eliminarle. Il rapporto comando/obbedienza, ragione della disparità, è presupposto del politico, quindi non eliminabile. Anche se temperato dai principi dello Stato borghese (distinzione dei poteri, separazione di Stato e società civile, nazionalizzazione e funzionalizzazione delle potestà pubbliche) non è azzerabile, perché l’istituzione perderebbe carattere, organizzazione e capacità d’azione politica. Lo stesso per Dike: a tacer d’altro, almeno il commercio con chi non è suddito può svolgersi solo su base paritaria, anche se estremamente limitato.
  1. Scriveva Tocqueville, riferendosi all’ancien régime ed alle giustizia amministrativa che “In Europa non v’era paese in cui i tribunali ordinari dipendessero meno dal Governo che in Francia; ma non ve ne era neanche in cui fossero più in uso i tribunali straordinari”[44].
  • La finalità della costituzione di tali uffici straordinari era disporre, per gli affari d’interesse del sovrano di “una specie di tribunale più dipendente, che presentasse ai suoi sudditi qualche apparenza di giustizia, senza farne temere a lui la realtà”[45].
  • Quanto a una delle ragioni di ciò, Tocqueville la esternava citando il giudizio, a tale proposito, di un intendente dei Borboni “Il giudice ordinario è sottoposto a regole fisse, che lo obbligano a reprimere ogni fatto contrario alla legge; ma il consiglio può sempre, per uno scopo utile, allontanarsi dalle regole”[46]. Quindi in termini weberiani meno regolazione, più azione. La conseguenza era, malgrado la buona intenzione, l’abuso: “In base a questo principio, si vedono spesso l’intendente o il consiglio avocare a sé processi che solo per un legame invisibile si riallacciano all’amministrazione pubblica o che anche palesemente non vi si riallacciano affatto”[47].
  • Né è da credere, scriveva il pensatore francese, che con la fine della monarchia la situazione fosse granché migliorata, come pensavano i giuristi a lui coevi[48], infatti se, nel regime monarchico gli sconfinamenti tra potere esecutivo e giudiziario erano reciproci “A volte si permetteva ai tribunali di emanare regolamenti di amministrazione pubblica, cosa palesemente fuori della loro giurisdizione; qualche volta si interdiceva loro di giudicare autentici processi, escludendoli così dal dominio loro proprio”[49], dopo la rivoluzione “abbiamo scacciato la giustizia dalla sfera amministrativa nella quale l’antico regime l’aveva lasciata molto indebitamente introdursi, ma, nello stesso tempo, come si vede, il governo si introduceva di continuo nella sfera propria della giustizia e noi ve lo abbiamo lasciato; come se la confusione di poteri non fosse altrettanto pericolosa in questo campo quanto nell’altro e anche peggio; perché l’intervento dell’amministrazione pubblica nella giustizia corrompe gli uomini, tende a renderli servili e rivoluzionari a un tempo”.[50]
  • 9 La situazione di ineguaglianza, di deroga al diritto comune è stata ulteriormente accresciuta in Italia con le “riforme” dagli anni ’90 in poi, volte soprattutto a ridurre il debito pubblico. Obiettivo clamorosamente mancato, a dispetto (anche) della giustizia. E’ da chiedersi se ne valga la pena, dato il deludente risultato per finanze pubbliche e giustizia, conservarlo. Il tutto peraltro si è aggiunto a limitazioni di prestazioni del settore pubblico (dal blocco della perequazione delle pensioni all’incremento dei ticket sanitari e così via) spesso non ingiustificate, ma il cui effetto è stato moltiplicato dal rallentamento (fino, talvolta all’eliminazione processuale) della realizzazione delle pretese (e dei relativi mezzi di tutela).
  • Data la garanzia costituzionale di certi diritti (v. art. 24, 97 e 11 Cost.), in particolare di quello d’azione in giudizio, il tutto non si è potuto realizzare con mezzi espliciti e diretti come l’“avocazione” e la “riserva” di contenzioso a uffici amministrativi, ma in modi indiretti con la prescrizione di adempimenti e termini sconosciuti ai processi tra privati, e la sottrazione di mezzi istruttori apparentemente incidente su ambo le parti del giudizio, ma di fatto gravante quasi esclusivamente su quella privata, anche per i persistenti privilegi di quella pubblica, come la “presunzione di legittimità”[51].
  • Per esempio che senso ha scrivere come negli atti 1-2 del C.p.a. (D.Lgs. 267/2010 n. 104) che “La giurisdizione amministrativa assicura una tutela piena ed effettiva secondo i principi della Costituzione e del diritto europeo… Il processo amministrativo attua i principi della parità delle parti, del contraddittorio e del giusto processo previsto dall’art. 111, primo comma, della Costituzione”, quando qualche articolo più in la, si prosegue a sottrarre alle parti (di fatto, quasi sempre a quelle private) dei mezzi di prova? (v. per il processo tributario la nota 36).
  • Ovvero emanare una legge (L. 27/07/2012 n. 212 c.d. “Statuto dei diritti del contribuente”) piena di buoni propositi, peraltro in parte attuati. Tra gli altri (art. 8) la previsione della estinzione per compensazione delle pretese tributarie (parzialmente concretizzata). Qualche anno dopo un Presidente del Consiglio si proclamava “sdegnato” a chi gli faceva notare che detta previsione normativa era rimasta, dopo 10 anni, realizzata in piccola parte. Nessuno rilevava che un Presidente del Consiglio avrebbe dovuto far applicare la legge e non “sdegnarsi”.
  • Dato che le terapie su ricordate non guariscono, ma anzi peggiorano la malattia c’è da chiedersi pertanto se la cura non debba essere l’inverso: dimagrire Temi a vantaggio di Dike, riducendo decisamente la disparità (sostanziale e processuale) tra parte pubblica e privata.
  • Si potrebbe obiettare che, da un lato, una certa evoluzione legislativa (v. per la portata generale l’art. 11 della L. 241/90 e successive modifiche) ha reso più agevole l’uso da parte della P.A. di strumenti negoziali (e quindi privatistici). Ma si può replicare che l’uso rientra sempre nella discrezionalità della pubblica amministrazione alla quale spetta di scegliere l’uno o l’altro.
  • Dall’altro che la P.A. ha in ogni caso capacità di diritto privato, in genere, attribuito alla cognizione di Dike. Il fatto è che proprio lo strumentario derogatorio costruito dagli anni ’90 in poi (aggiuntosi a quello esistente) non discrimina tra obbligazioni derivanti dall’esercizio di potestà pubbliche (quindi autoritative) come un indennizzo per espropriazione, una sanzione e così via a quelle conseguenti a rapporti (e/o atti) c.d. paritetici (come il pagamento di locazioni, forniture di beni e servizi, stipendi al personale e altro) ma tra creditore (per lo più privato) e debitore (pubblico). Ad esempio (tra i tanti) l’art. 482 c.p.c. come integrato dalla L. 28/02/1997 n. 30 la quale dispone che quando debitore è lo Stato od enti pubblici non economici, il creditore non ha diritto di procedere esecutivamente prima di 120 giorni dalla notificazione del titolo esecutivo (invece, se è privato, non si deve attendere neppure un giorno).
  • Un tempo la giurisprudenza interpretava la legislazione (allora) vigente escludendo la giurisdizione dell’A.G.O. sulle liti derivanti da atti d’impero e l’ammetteva soltanto su quelle che traevano origine da atti di gestione. Circa gli atti di gestione o, secondo la terminologia meno risalente, circa l’attività di diritto privato della p.a., la giurisprudenza ha dubitato a lungo se dovessero valere le stesse limitazioni; ma da oltre cinquant’anni ha condiviso l’opinione che, per le attività di diritto privato delle P.P.A.A. (e salvo norme contrarie esplicite) valgono le regole di diritto comune. Ma tale interpretazione, pur favorevole alle prerogative della P.A., non parve sufficiente negli anni ’90 del secolo scorso. Occorreva accrescere le disparità tra diritto (e processo) vigenti tra privati e quello tra privati e poteri pubblici, e fu fatto.
  • Mentre quindi un tempo, Temi era la strada con cui si privilegiava l’esercizio di potestà pubbliche, oggigiorno la Temi bulimica è dovuta alla volontà di (sottrarsi o) differire l’adempimento d’obbligazioni, per lo più paritetiche. Basti all’uopo rilevare che della spesa pubblica, circa il 30% va in pensioni, e circa il 12% in prestazioni sanitarie: quasi tutti gli atti e le obbligazioni relative che ne conseguono sono paritetici. Com’è logico, data l’espansione dello Stato sociale.
  1. Verso la fine degli anni ’90, il Parlamento decise una modifica dell’art. 111 della Costituzione, volta, evidentemente, data la lettera della norma che ne risultava, a garantire più diritti all’imputato nel processo penale. Tuttavia tra la diffusa e particolare attenzione a tale tipo di processo il II comma del testo così novellato dispone (per ogni processo) che: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo ed imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.
  • Malgrado questa buona intenzione le situazioni di disparità tra le parti, sia quelle espressamente enunciate (quali deroghe o privilegi a favore della P.A.), sia quelle “occultate” o “mascherate” (come ad es., le limitazioni alle prove, che di fatto colpiscono, tenuto conto dei privilegi a favore della P.A., la parte privata) non erano rimosse, ma anzi irrobustite[52]. Anche se, almeno negli anni ’90, l’irrobustimento delle disuguaglianze era rivolto specialmente alla fase d’esecuzione dei provvedimenti giudiziari a carico della P.A.[53]. La regolamentazione dei giudizi di cognizione tra privati e PP.AA. rimaneva più o meno inalterata, senza adeguamenti al nuovo testo dell’art. 111 della Costituzione, ma senza significativi peggioramenti[54].
  • Il tutto si coniugava, in peggio, con i tempi biblici della giustizia italiana.
  • Onde per realizzare pretese verso la P.A., nel senso più volte chiarito dalla giurisprudenza nazionale e internazionale di ottenere il “bene della vita” oggetto della domanda giudiziaria, occorrono decenni perché altro è ottenere una sentenza se questa sia destinata ad essere eseguita a distanza di anni per cui sommando i tempi del processo di cognizione con quelli opportunamente dilatati dall’esecuzione, occorrono decenni dalla scadenza dell’adempimento.
  • Di quanto una normativa del genere possa giovare, non solo – che è quello che più conta – ai diritti dei privati, ma anche all’interesse pubblico e alla “lotta alla corruzione” è agevole dubitare.
  • Sta di fatto che, proprio quando si moltiplicavano le norme derogatorie, il debito pubblico non scendeva, malgrado l’aumento considerevole del prelievo fiscale, ma anzi, dopo qualche modesta riduzione, riprendeva ad aumentare. Segno che tutti quei sacrifici imposti ai privati non sono serviti a niente.
  • Oltretutto rendono appetibile il ricorso a pratiche dilatorie anche norme e fatti, apparentemente non dettati per la P.A.: così il bassissimo livello del saggio d’interesse legale il quale (non casualmente il più grande debitore italiano è lo Stato) consente alle P.P.A.A. di finanziarsi a carico dei creditori a un costo molto più basso di quello di mercato[55]. O il continuo aumento (ed estensione) del “contributo unificato”: il quale non casualmente è più alto per le liti davanti al G.A.; mentre per quelle tributarie, un tempo esenti, è stato istituito solo nel 2011. Ovvero la prassi sempre più diffusa di condannare alla rifusione delle spese di giudizio se a soccombere è la parte privata; a compensarle se è quella pubblica[56].
  • Quando l’attuale governo italiano si propone (tra le tante nella legislazione vigente) di abrogare la norma che inverte l’onere della prova per determinate liti tributarie fa quindi opera meritoria, ma piccola e parziale. C’è molto da fare per ricondurre Temi ad una dimensione meno ridondante e meno incivile.
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • [1] V. “Le droit national est un composé de ce quel les Grecs appelaient la Thémis, c’est-à-dire la vieille discipline juridique des familles, et de ce qu’ils appelaient la Dikè, c’est-à-dire la nouvelle justice interfamiliale, née des réparations motivées par les crimes et les torts causés de groupe à groupe”, op. cit., p. 88 e prosegue “Il faut cependant distinguer le droit disciplinaire et le droit commun. Toutes les institutions enfantent un droit disciplinaire que et en ce que, devant les tribunaux qui l’appliquent, il n’y a pas de parties égales l’une à l’autre. Il existait un droit de ce genre à l’intérieur des familles patriarcales et des clans primitifs : les Grecs appelaient Thémis cette sorte de justice organique, faisant corps avec l’institution elle-même… Mais, à côte de cette justice disciplinaire intérieure aux groupes primitifs, s’était constituée une autre justice que les Grecs appelaient Diké ; celle-là était extérieure aux groupes, intergroupale, interfamiliale, et nous dirions aujourd’hui internationale ; elle avait pour organes des tribunaux d’arbitres, devant lesquels les parties étaient égales l’une à l’autre… Alors que la Thémis prenait sa source dans l’organisation sociale, la Diké prenait la sienne dans la sociabilité humaine, qui ne perd pas ses droits même vis-à-vis des étrangers, même vis-à-vis des ennemis… On peut dire de ce droit commun qu’il était né avant la cité, c’est-à-dire avant l’Etat. Sans doute, ensuite, il fut intégré progressivement dans l’Etat, à mesure que celui-ci assuma le service de la justice et celui de la législation. Mais il ne fut jamais inhérent à l’institution de l’Etat comme l’avait été, par exemple, le droit pénal public primitif, qui était disciplinaire”.
  • [2] “Cette discipline peut être envisagée, soit du point de vue du groupe, soit de celui des individus” op. cit., da ciò “Le droit disciplinaire, qui représente l’intérêt du groupe exprimé par la coercition du pouvoir de domination, et le droit statutaire qui représente l’intérêt du groupe exprimé par l’adhésion individuelle des membres aux procédures collectives de la vie corporative, se font contrepoids l’un à l’autre”.
  • [3] “Quand une organisation a été créée à l’intérieur d’une institution et s’est implantéè d’une certaine façon, elle est liée à l’existence même de celle-ci, on sent qu’on ne pourrait pas arracher l’une sans détruire l’autre” op. cit., p. 137 e poco dopo “Le pouvoir disciplinaire s’appuie sur la force propre que l’institution a conscience d’avoir pour se faire justice elle-même” op. cit., p. 139.
  • [4] Op. cit. p. 144
  • [5] Op. cit. p. 144
  • [6] Op. cit. p. 144
  • [7] E prosegue “Tandis que, dans la société politique, les hommes sont tenus en groupe par leur soumission à la discipline d’une même institution, dans la société économique, ils sont tenus en relation les uns avec les autres par leur collaboration à l’œuvre commune de la satisfaction des besoins humains… On doit donc opposer les «situations de dépendance» aux «rapports de collaboration»… tendent à engendrer deux formes de société et deux formes de droit qui se déterminent, l’une en institutions politiques, l’autre en rapports ou relations du commerce juridique” , op. ult. cit., p. 177.
  • [8] Op. ult. cit. p. 180 e prosegue “ L’institution politique n’est pas une forme sociale qui se suffise, pas plus quel les rapports du commerce juridique n’en sont une. La véritable position de la question est de considérer la société complète comme composée des deux éléments de l’institution politique et du commerce juridique, et, quant à la combinaison des deux forces avec actions et réactions réciproque, mais avec légère suprématie de l’institution politique affirmée par le seul fait de l’existence des États”.
  • [9] Op. cit. p. 181.
  • [10] V. Hauriou op. ult. cit. 134, 139
  • [11] V. in Italia la prevalente giurisprudenza sull’art. 4, II comma, dell’all. E L. 2248/1865 i. v. sul diritto francese M. Hauriou Précis de droit administratif et de droit public, 12ª ed., Paris 1932 p. 455.
  • [12] Il disordine è apparente, perché lo scopo di tutte le norme è lo stesso: impedire o ritardare i pagamenti dei creditori della P.A..
  • [13] Si rammentano alcuni degli interventi legislativi e delle prassi benevole verso gli apparati pubblici e proprio per questo lesive della parità tra cittadini e poteri pubblici, ricordando che sono solo una parte di quanto disposto nello stesso senso. Con l’art. 11 della legge 19 marzo 1993, n. 68 concernente “disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica”, si integrava l’art. 24 della L. 720/84 del comma 4 bis. In particolare si precisava che non sono ammessi atti di sequestro o di pignoramento presso soggetti diversi dal Tesoriere dell’Ente. Con una norma siffatta il sistema per non pagare il creditore è semplice: basta far andare in “rosso” il conto presso il Tesoriere e dirottare su altre disponibilità le liquidità dell’Ente. La limitazione del soggetto “terzo pignorato”, ha, di fatto, come conseguenza di rendere impignorabili le somme liquide e disponibili. Ma i trucchi non finiscono qui. L’art. 1 del D.L. 8/1/93 n. 9, convertito con L. 18/3/93 n. 67, dispone: “le somme dovute a qualsiasi titolo dalle unità sanitarie locali e dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico non sono sottoposte ad esecuzione forzata nei limiti degli importi corrispondenti agli stipendi e alle competenze comunque spettanti al personale dipendente o convenzionato, nonché nella misura dei fondi a destinazione vincolata essenziali ai fini dell’irrogazione dei servizi sanitari”; ma anche tale norma pareva non bastare. Con l’art. 113 del D.L. 25/2/95 n. 77, si disponeva nuovamente: “1) Non sono ammesse procedure di esecuzione e di espropriazione forzata nei confronti degli enti locali di cui all’art. 1, comma 2, presso soggetti diversi dai rispettivi tesorieri. Gli atti esecutivi eventualmente intrapresi non determinano vincoli sui beni oggetto della procedura espropriativa …” Ciò che accomuna tutti questi espedienti, che hanno contribuito ad “abbattere i flussi di cassa”, è di aver agito sui diritti (processuali) dei creditori e sui poteri (processuali) del Giudice vanificando con limitazioni varie i diritti (sostanziali) delle parti. La Corte costituzionale con sprazzi di tutela ha annullato ogni tanto norme come quelle citate (v. sent. 29/6/95 n. 285; Corte Cost., 26-03-2010 n. 123); ma altri precetti simili alle disposizioni annullate sono state emanate prontamente. Il tutto era (ed è) aggravato da atti amministrativi (anche a contenuto normativo) quindi emanati dal complesso governo/amministrazione (come il D.M. 1/9/98 n. 352, annullato dal Consiglio di Stato), che limitano ulteriormente i diritti di categorie di creditori. Oltretutto negli ultimi dieci anni è invalsa la prassi che, nelle liti tra Pubbliche amministrazioni e parti private, se soccombono le prime, molto raramente si vedono accollate le spese di giudizio, dovute per legge (possono essere motivatamente ed eccezionalmente compensate, ma nei fatti, lo sono quasi sempre, sicchè l’eccezione è divenuta regola); mentre se a soccombere sono i cittadini quasi sempre sono condannati al pagamento delle stesse. Inoltre in una situazione in cui il principale debitore è lo Stato italiano (il debito pubblico è pari ad oltre il 130% del prodotto interno lordo) non solo s’intralcia con leggi ad hoc il pagamento dei debiti ma si agevola lo Stato debitore fissando (con decreto ministeriale) tassi d’interesse praticamente inesistenti (attualmente è lo 0,10%), incentivando così il mantenimento dell’ (abnorme) debito pubblico a costo (praticamente) zero relativamente a certe classi di creditori (cui è imposto il tasso), ma praticando tassi più vantaggiosi per altre classi che prestano a condizioni di mercato (soprattutto banche, fondi d’investimento, assicurazioni). Combinando saggi d’interesse inesistenti con la moltiplicazione d’intralci alla realizzazione dei crediti (e con l’abituale lentezza della giustizia italiana) si ha una moratoria (a tempo indeterminato) dei debiti pubblici verso alcune classi di creditori (quasi tutte). Il tutto presuppone l’esercizio del potere coercitivo: al creditore sgradito che non si vuole soddisfare si applicano disposizioni di legge, regolamentari, atti amministrativi, circolari. A quello favorito si paga subito e con interessi di mercato.
  • È ricorrente poi il divieto di compensazione tra crediti e debiti delle P.P.A.A. verso i privati. Qualche anno orsono un Presidente del consiglio si proclamava sdegnato verso le proposte di estendere la compensazione tra debiti e crediti verso lo Stato.
  • Tanto sdegno, invece che verso qualche uomo o partito politico, avrebbe dovuto essere indirizzato verso Giustiniano, il quale con una propria costituzione del 531 d.C., l’aveva resa di portata generale “compensatio ex omnibus actionibus ipso jure fieri sancimus …” (C, IIII,31,14) per cui (al più tardi) da quasi quindici secoli è diritto comune.
  • Un principio elementare, ispirato a razionalità e giustizia, fondato sulla parità delle parti ed assai ostico a sopportare da un apparato pubblico che si mantiene grazie ai denari dei governati.
  • [14] Tale legislazione è spesso giustificata con la situazione di emergenza della finanza pubblica. Ma è chiaro che, come sa qualsiasi bonuspaterfamilias, il modo migliore per ridurre il disavanzo pubblico è pagare i debiti e non procrastinarli (quindi perpetuarli) nel tempo.
  • [15] V. Précis des droits constitutionnel cit. p. 97-98.
  • [16] V. Lezioni di politica vol. 2, Bologna 2011 p. 153 e prosegue “dentro l’aggregazione politica che vediamo moltiplicarsi singoli individui, fra gruppi familiari che sussistono all’interno dell’aggregazione politica e per fini distinti da quella generale dell’obbligazione politica”. In relazione a ciò sorge il problema se “le relazioni politiche si distinguano in maniera integrale e stabile, sotto tutti i profili, dalle relazioni che politiche non sono?” la cui conseguenza è “come e fino a che punto si differenziano, sempre che si differenzino, l’obbligazione politica e l’obbligazione «contratto-scambio»?
  • [17] Op. cit., p. 180
  • [18] V. L’essence du politique, Paris 1965, p. 270.
  • [19] Op. cit., p. 271.
  • [20] Op. cit., p. 271 (il corsivo è mio).
  • [21] Op. cit., p. 272.
  • [22] Op. cit., p, 84
  • [23] Op. loc. cit..
  • [24] V. sulle regolarità Miglio op. cit., p. 83 ss.
  • [25] V. sempre Miglio op. cit., p. 184
  • [26] Struttura del rapporto:
  •    Capo politico                                  Interindividualità, reversibilità
  •          A-B-C                                                          A«-----»B
  • [27] In effetti i presupposti del politico sono tre: comando/obbedienza, pubblico/privato, amico/nemico. V. J. Freund op. cit.
  • [28] V. op. cit., trad. it. a cura di A. Plebe, Bari 1961, pp. 26-27.
  • [29] Ad esempio nel progetto di dichiarazione dei diritti proposto da Robespierre alla Convenzione è interessante, ai nostri fini, soprattutto l’art. 25 in cui si proclama “In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà pubblica ed individuale contro l’abuso dell’autorità di coloro che governano. Ogni istituzione che non consideri il popolo come buono e il magistrato come corruttibile è difettosa” (com’è noto, tale espressione non fu inserita nella dichiarazione del 1793). E nel discorso pronunziato alla Convenzione il 10 maggio 1793, Robespierre disse “Mai i mali della società provengono dal popolo, bensì dal governo. E non può essere che così. L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse di un uomo che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha bisogno d’altro che di anteporre se stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo
  • [30] Nel rapporto presentato alla Convenzione a nome del Comitato di salute pubblica il 19 vendemmiaio dell’anno II (10 ottobre 1973) scrive: “Tutti coloro che il governo impiega sono parassiti; e nel successivo rapporto del 23 ventoso dell’anno II (13 marzo 1794) rincara “C’è un’altra classe corruttrice, è la categoria dei funzionari... Tutti vogliono governare, nessuno vuole essere cittadino. Dov’è dunque la comunità politica? Essa è quasi usurpata dai funzionari
  • [31] Nei saggi (e discorsi) raccolti nel volume La Giustizia nell’amministrazione (Torino 1999) scrive “È evidente che, quanto il potere dello Stato è più grande, altrettanto, se non è più facile che esso ne abusi, maggiore però, per l’estensione sola del suo potere, può essere il numero dei suoi abusi. Il rimedio quindi, che si affaccia in prima alla mente di ognuno e contro gli abusi delle autorità pubbliche, è di restringere al possibile il loro potere. Ma è possibile oggi far questo?” e prosegue “Tutti i tentativi quindi, che faremo per diminuire le ingerenze dello Stato, a me sembrano pressoché vani: non è per questa via che si troverà il rimedio che cerchiamo”; è noto che, in materia di diritto pubblico, vigeva un diritto d’eccezione (rispetto a quello “comune”) diffuso “Nel tempo stesso che questa legge dell’abolizione del contenzioso amministrativo venne pubblicata, furono promulgate parecchie altre nostre leggi organiche di diritto pubblico; nelle quali, alle eccezioni già avvertite alla giurisdizione giudiziaria, ne furono aggiunte di ben più gravi… Ma tutte queste restrizioni colpiscono in generale le questioni di diritto pubblico, chiunque vi sia interessato, o individuo o persona collettiva”. Sosteneva poi che “la libertà oggi deve cercarsi non tanto nella costituzione e nelle leggi politiche, quanto nell’amministrazione e nelle leggi amministrative”.
  • [32] Op. cit., p. 223; poco dopo chiarisce “nei rapporti da una volontà superiore ad una inferiore (ed è questa la posizione dell’amministrazione pubblica verso il privato) l’interesse dell’una può essere, anzi è spesso, lasciato dalla legge senza limite, in contatto con l’interesse dell’altra. Ed è questo appunto il carattere di superiorità o d’autorità dell’una sull’altra” op. cit., p. 226.
  • [33] E prosegue “Di qui la necessità di un istituto nuovo, come di una nuova forma di organizzazione, di questo antico diritto d’ispezione dell’amministrazione pubblica su di se stessa, più consona alla coscienza progredita del diritto dei tempi nostri, ed al maggior bisogno di giustizia nelle pubbliche amministrazioni in proporzione della maggiore estensione degli interessi, a cui queste oggi hanno a provvedere”
  • [34] Tra gli altri ricordiamo Antonio Salandra il quale scriveva che i dati quantitativi dell’aumento ““dànno un’adeguata misura del bisogno sempre crescente di mezzi materiali e personali, che l’amministrazione risente per conseguimento dei suoi fini. La continua progressione dei bilanci e l’estensione di quello che fu detto funzionarismo non possono in alcun modo essere disconosciute” (il corsivo è mio); Vilfredo Pareto scriveva di “socialismo borghese” per denotare il sistema italiano. Giustino Fortunato in modo non lontano sosteneva che il socialismo attecchisce con facilità tra i funzionari pubblici “smarrito assai presto il contenuto etico, non indugiò a coltivare l’egoismo di categoria e a favorire i particolari sfruttamenti della piccola borghesia dominante, sempre più desiderosa di accrescere i pubblici uffici. sostituendo vaste imprese pubbliche, autoritarie e gerarchiche, alla libera concorrenza dei cittadini”.
  • [35] Dato che la legislazione derogatoria recente è prevalentemente rivolta a differire l’esecuzione dei crediti, tra cui quelli statuiti in sentenza, è peggiorativa dell’art. 4 della L.A.C. che obbliga le PP.AA. a “conformarsi alle sentenze”. E conformarsi significa eseguirli nell’oggetto, modi e nei tempi decisi.
  • [36] V. per il processo tributario (D.lgs. 546/92), non sono ammessi né il giuramento né la prova testimoniale, ed è dubbio che possa ammettersi anche l’interrogatorio formale; quello giurisdizionale amministrativo (v. art. 63 D.lgs. 2/7/2010 n. 104) la prova per testi è ammissibile, il giuramento e l’interrogatorio formale no. Va da se che la legislazione di settore prevede anche inversioni dell’onere della prova, esplicitamente a carico della parte privata.
  • [37] V. art. 5 c. 2 del d.lgs. n. 165 del 2001 dove è stabilito che «Nell'ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all'articolo 2, comma 1, le determinazioni per l'organizzazione degli uffici e le misure inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte dagli organi preposti alla gestione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro». Analoghe considerazioni possono essere svolte sull’aziendalizzazione dell’organizzazione dell’assistenza, almeno per quanto attiene alla riorganizzazione in Aziende pubbliche di servizi alla persona ai sensi del D. lgs. 207 del 2001.
  • [38] Anche se, a considerare la svalutazione della moneta, il divario è molto meno drammatico.
  • [39] V. Principes de droit public, Paris 1910, pp. 136 ss., in particolare p. 139.
  • [40] Ma non tutta la dottrina francese era d’accordo v. Duez e Deffere Tratté de droit amministrative, Paris 1952, p. 231.
  • [41] V. ad es. in Germania la legislazione istitutiva delle giurisdizioni amministrative disponeva che l’esecuzione degli atti amministrativi impugnabili fosse differita fino allo scadere del termine per proporre reclamo giudiziario, e che, proposto questo, rimanesse sospesa fino all’esito del giudizio, v. O. von Sarwey La giustizia nell’amministrazione in Trattato, Brunialtivol. VIII, p. 1047 ss., dove scrive “Dal concetto del potere pubblico (Staatsgewalt) consegue, ed è generalmente ammesso, che le autorità amministrative abbiano facoltà di condurre ad esecuzione le disposizioni, gli ordini, i provvedimenti emanati per fini od interessi pubblici… senza intervento dei tribunali, con azione coercitiva mediante minaccia od applicazione di multe… Questa facoltà è una derivazione del potere amministrativo ed è così indispensabile agli organi del pubblico potere, che senza di essa, i medesimi cesserebbero d’essere organi del pubblico potere”, poi cita le varie eccezioni, successivamente disciplinate dal § 80 della Vwgo del 21/01/1960. In Austria il § 64 della legge 21 luglio 1925 n. 274 sul procedimento amministrativo, dispose che i ricorsi presentati in termine utile contro gli atti dell’amministrazione ne sospendessero l’esecutorietà, salvo che fosse necessaria a causa di un periculum in mora per una parte o per la collettività.
  • [42] L’art. 52 della L. 25 giugno n. 2359, modif. con L. 18 dicembre 1879 n. 5188, sull’espropriazione per pubblica utilità dispone che “le azioni di rivendicazione, di usufrutto, di ipoteca, di diretto dominio, e tutte le altre azioni esperibili sui fondi soggetti ad espropriazione, non possono interrompere il corso di essa, né impedire gli effetti”
  • [43] Peraltro l’art. 7 del c.p.c. (D.Lg.s 02/07/2010 n. 104) ha disposto che il Giudice amministrativo conosce delle controversie “concernenti l’esercizio o mancato esercizio del potere amministrativo, riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti riconducibili anche mediatamente all’esercizio di tale potere, posti in essere da pubbliche amministrazioni…Per pubbliche amministrazioni, ai fini del presente codice, si intendono anche i soggetti ad esse equiparati o comunque tenuti al rispetto del principi del procedimento amministrativo”, mentre in linea generale ad essere oggetto della giurisdizione amministrativa erano i ricorsi contro gli atti e provvedimenti degli enti pubblici (v. art. 2 L. 06/12/1971 n. 1034). Ne deriva che ai soggetti equiparati, sono estese le disparità processuali. Questo malgrado le buone intenzioni del c.p.a.
  • [44] e proseguiva “Queste due cose avevano tra loro un rapporto più stretto di quanto non si immagini. Poiché il re non poteva quasi niente sulla sorte dei giudici; non poteva né revocarli, né trasferirli e, molto spesso, nemmeno elevarli di grado; poiché in una parola non li dominava né con l’ambizione né con la paura si era ben presto urtato di questa indipendenza”
  • [45] v. L’ancien régime et la revolution, trad. it. di G. Candeloro, Milano 1981, p. 91
  • [46] op. cit., p. 92.
  • [47] Op. cit., p. 93.
  • [48] “I giuristi moderni ci assicurano che per quanto riguarda il diritto amministrativo sono stati fatti grandi progressi dopo la rivoluzione. «Prima il potere giudiziario e quello amministrativo erano confusi», dicono, «soltanto dopo sono stati distinti e ciascuno è stato rimesso al suo posto»”, op. cit., p. 93
  • [49] Op. loc. cit., p. 93.
  • [50] Op. citata, p. 94.
  • [51] Un caso a se è l’art. 5 sexies della L. 85/2001 (legge-Pinto) come novellata nel 2015. Questa impose una dichiarazione al creditore (in forza di decreto o sentenza esecutiva del G.O.) che attesti “la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere, la modalità di riscossione prescelta ai sensi del comma 9 del presente articolo, nonché a trasmettere la documentazione necessaria a norma dei decreti di cui al comma 3” (comma I°). Postilla: la P.A., in tempi d’informatica sbandierata, è incapace di controllare se un proprio debito è stato pagato? O se è stato oggetto di giudizi? O di leggerne l’importo nel titolo esecutivo? Al comma 2° si dispone che “la dichiarazione di cui al comma 1 ha validità semestrale e deve essere rinnovata a richiesta della pubblica amministrazione”. Postilla: evidentemente si presume che la P.A. non sia in grado né di pagare ne di sapere nel frattempo se ha pagato! Al comma 3° si prescrive che i Ministeri competenti individuano la documentazione da trasmettere per il pagamento. Al comma 4° e 5° è prescritto che “nel caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione o della documentazione di cui ai commi precedenti, l’ordine di pagamento non può essere emesso…L’amministrazione effettua il pagamento entro sei mesi dalla data in cui sono integralmente assolti gli obblighi previsti ai commi precedenti. Il termine di cui al periodo precedente non inizia a decorrere in caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione ovvero della documentazione di cui ai commi precedenti. Postilla: la si deve leggere in connessione teleologica con il comma 7° che prescrive “Prima che sia decorso il termine di cui al comma 5, i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento”. Ma anche con il comma 11° che dispone “Nel processo di esecuzione forzata, anche in corso, non può essere disposto il pagamento di somme o l’assegnazione di crediti in favore dei creditori di somme liquidate a norma della presente legge in caso di mancato, incompleto o irregolare adempimento degli obblighi di comunicazione” (il corsivo è mio). Quindi per omettere di pagare, basta rilevare “irregolarità”.
  • Ove non bastasse e per garantire un’esecuzione rispettosa, il comma 8° dispone che nel caso di nomina del Commissario ad acta da parte del Giudice amministrativo questo sia “un dirigente dell’amministrazione soccombente, con esclusione dei titolari di incarichi di Governo, dei capi dipartimento e di coloro che ricoprono incarichi dirigenziali generali”. Postilla: il che significa mettere… il cane a guardia delle salsicce. Ve l’immaginate un funzionario che contraddice, col proprio operato, quello del dirigente o del collega? Se tutto tale armamentario di adempimenti derogatori (del diritto comune) non basta a scoraggiare il creditore è disposto, a chiusura del tutto che la P.A. paga soltanto nei limiti degli stanziamenti di bilancio.
  • Ma soprattutto una simile normativa renderebbe di lentissima (sempre) e di estremamente difficoltosa (spesso) realizzazione il credito tra privati: onde manca (per fortuna dei creditori).
  • [52] v. sopra le note 13, 35, 49.
  • [53] Basti all’uopo notare come, se un tempo la finalità di limitare o evitare l’esecuzione di pronunce nei confronti della P.A. era volto ad impedire le decisioni statuenti un facere, ora è volto ad impedire (o ritardare) l’esecuzione di condanna di pagamento, per le quali la giurisprudenza o la dottrina Ð’Antan non erano benevole verso la P.A.
  • [54] In realtà questa evidente incompatibilità tra il testo novellato dell’art. 111, deciso mentre negli stessi anni si promulgavano leggi in evidente contrasto con quello, è riconducibile alla prassi normale in Italia, di affidare ad una norma il carattere di manifesto pubblico e a quelle contrarie l’effettiva applicazione di guisa da far contento il popolo in astratto, e prendersene gioco in concreto.
  • [55] E, ça va sans dire, l’ “interesse di mora” cioè quello che lo Stato pretende dai contribuenti ove non paghino le imposte alla scadenza è del 3,50% (2017), quando quello legale è dello 0,10%. Lo stesso inadempimento costa al contribuente 35 volte di più di quanto costi allo Stato (a parte penalità, sovrattasse e così via). La disparità è enorme e l’incentivo del debitore a non pagare altrettanto.
  • [56] D’altra parte la timidezza (o il timore reverenziale?) verso la P.A. è vecchio difetto della giurisdizione, se già V.E. Orlando scriveva: “il sentimento autoritario era ed è ancora troppo radicato in noi, popolo nato ora alla libertà. Sicché, tutte le volte che essa ha potuto, la giurisprudenza ha allontanato da sé il calice amaro di agire come freno e limite del potere esecutivo” (v. Digesto italiano, voce Contenzioso amministrativo, vol. VIII, p. 591.
  • INTORNO ad EVOLA PITTORE VIVARELLI

  • Evola pittore 
  • Un saggio di Curzio Vivarelli
  • di
  • Giovanni Sessa
  • A causa del lavoro davvero «solerte» di numerosi «cursori» del pensiero evoliano (l’espressione è  di Gian Franco Lami), gli esordi culturali di Julius Evola sono stati trascurati o sbrigativamente derubricati a momento insignificante, rispetto al sistema maturo che il pensatore principiò ad elaborare, sul finire degli anni Venti, sotto il segno di Guénon e della Tradizione. Costoro hanno trascurato, nelle esegesi affrettate cui hanno dato luogo, quanto il filosofo stesso sostenne ne, Il cammino del cinabro, autobiografia spirituale e «guida tra i suoi libri», in merito alle relazioni sussistenti tra individuo assoluto ed uomo della Tradizione: «si trattò solo di una discesa dell’individuo assoluto da solitarie altezze astratte e rarefatte nella concretezza delle storia […] l’individuo assoluto si sensibilizzava quasi come in una sua incarnazione in colui o in coloro che stavano al centro delle civiltà tradizionali» (Edizioni Mediterranee 2018, pp. 182-183). L’individuo assoluto è la «figura» centrale dell’idealismo magico, sistema filosofico marcato dal novum dadaista. Ciò significa che Evola aveva rintracciato il proprio ubi consistam speculativo ed esistenziale già nella fase artistica, sia in poesia che in pittura. Peraltro, leggere con attenzione gli scritti di teoria dell’arte del filosofo, nonché analizzare la sua produzione magico-poietica, può essere d’aiuto a quanti vogliano liberare l’opera complessiva del pensatore dalla scolastica tradizionalista che, come tutti gli ismi, si costringe nelle categorie del necessitarismo storico e della sterile ripetitività intellettuale, riducendo il pensiero di Tradizione, ad una delle innumerevoli variabili di filosofie dell’impotenza, che la contemporaneità ben conosce. Al contrario, il pensiero di Evola sorse in un confronto serrato con la libertà, la cui misura era da individuarsi nella potenza.
  • Fortunatamente nell’ultimo periodo, le cose stanno cambiando. Lo mostra la pubblicazione integrale degli scritti estetici e dell’opera poetica e pittorica di Evola (Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia, Edizioni Mediterranee, 2018). Tale tendenza è confermata da un recente volume. Ci riferiamo al testo di Curzio Vivarelli, Intorno ad Evola pittore, edito dalle Edizioni del Tridente (pp.77), libro, peraltro, impreziosito da otto tavole pittoriche dell’autore, alcune delle quali mostrano un’evidente ispirazione sironiana.
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  • Intrecci Schmittiani Luigi Garofalo

  • Luigi Garofalo, Intrecci schmittiani
  • (Il Mulino, Bologna 2020, pp. 183, € 19,00) 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Un giurista che da “tecnico” o “esperto” del diritto diventa un maestro anche in altre discipline è un caso tanto raro, quanto segnale di ampiezza e profondità di pensiero. È ciò che è capitato a Schmitt (ma con lui - per rimanere al ‘900, ad Hauriou, Santi Romano, Smend, Kelsen, a tacer d’altri); con la particolarità che, in Italia, a partire dalla rinascita schmittiana degli anni ’70, l’attenzione è stata dedicata agli aspetti filosofici-politologici del suo pensiero, piuttosto che a quelli giuridici. Ma, a tale proposito, ricordiamo che Schmitt, nell’ultima – che ci risulti – intervista, rilasciata proprio ad uno studioso italiano, Lanchester, affermò di essere un giurista al 100%.
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  • Ciliberto Bruno copertina

  • Il sapiente furore di Giordano Bruno
  • Una biografia intellettuale
  •  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Giordano Bruno non è stato solo un filosofo di grande rilievo, ma un personaggio di spessore unico, un simbolo dell’intera Rinascenza. Nelle fiamme del rogo che lo arse in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600, stando ad un altro grande del pensiero italiano, Andrea Emo, si dissolse un’intera civiltà con il suo irrefrenabile slancio verso l’infinito.  Di Bruno e del suo pensiero si è, nel corso dei secoli, detto tutto e il contrario di tutto. La bibliografia che lo riguarda ha riempito intere biblioteche ma, spesso, si è mostrata partigiana, in un senso o nell’altro. Si deve a Michele Ciliberto, docente della Normale di Pisa e tra i massimi esegeti della filosofia del Rinascimento, un’opera monumentale e chiarificatrice, Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno, nelle librerie per Adelphi (pp. 812, euro 22,00).
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  • Brocca per amore ORIGO GENTIS ROMANAE 7
  • (questa tavola di S.G. è stata appositamente realizzata per l'articolo seguente)
  • Un
  • frammento di storia
    dell'origine
  • di
  • GIOVANNI  DAMIANO
 
 “Si passa la vita a caccia di dettagli
 (Gottfried Benn)
 
 
 
Il tema è immenso. Pertanto qui se ne offrirà solo un modesto frammento. Parto da Foucault, che in un suo scritto sul Nietzsche ‘genealogista’ fraintende radicalmente la ‘natura’ dell’origine, da lui interpretata come una “chimera”, come un che di astorico e di sempre identico a se stesso. L’origine sarebbe pertanto “sempre prima della caduta, prima del corpo, del mondo e del tempo; è dal lato degli dei e a raccontarla si canta sempre una teogonia”, laddove, al contrario, la genealogia, pienamente inscritta nella storia, s’opporrebbe “al dispiegamento metastorico dei significati ideali e delle indefinite teleologie”; s’opporrebbe, in una parola, “alla ricerca dell’origine”
[1].

 

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  • J.E. La Torre

  • La Torre
  • di
  • Julius Evola.
  • Una rivista battagliera,
  • di
  • Giacomo Rossi
  • Le opere di Julius Evola, a partire dagli anni Settanta, hanno avuto ampia circolazione. Nonostante ciò, ancora oggi, vi sono resistenze e pregiudizi nei confronti del pensatore «solfureo». Il suo pensiero è ritenuto, da troppi critici affrettati, espressione marginale della cultura fascista e neofascista. Fortunatamente, si sta affermando tra studiosi accorti e, perfino, tra una pattuglia di coraggiosi accademici, un’immagine diversa di Evola. Questi è pensatore complesso, cui stanno strette le definizioni tranchant del «politicamente corretto».  Al maturare di tale atteggiamento esegetico ha contribuito, in modo non trascurabile, la pubblicazione dell’opera omnia evoliana, realizzata dalle Edizioni Mediterranee, per la cura di Gianfranco de Turris.  E’ nelle librerie l’ennesimo volume di questa collana. Si tratta di Julius Evola, La Torre. Foglio di espressioni varie e Tradizione una (per ordini: 06/3235433; ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 468, euro 45,00), curato da de Turris, Scarabelli e Sessa (autori, peraltro, delle numerose note esplicative al testo), aperto da un saggio introduttivo di Marco Rossi. 

 

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  • Civis

  • Interpretazioni del Platone politico.
  • Una brevissima annotazione
  • di
  • Giovanni Damiano
  • Lo statuto di grande classico della filosofia che connota l’opera di Platone giustifica la lotta delle interpretazioni scatenatasi intorno ad essa sin da subito, specialmente in relazione al suo ‘lato’ politico.  Ce ne dava conferma una decina di anni fa il bel libro di Mario Vegetti, “Un paradigma in cielo”. Platone politico da Aristotele al Novecento.  Oggi, per la stessa casa editrice (la Carocci) è uscito, a cura di Mauro Bonazzi e Raffaella Colombo, un altro importante volume sul tema, intitolato Sotto il segno di Platone. Il conflitto delle interpretazioni nella Germania del Novecento.
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  • l eta massonica 184686 
  •  

  • LUSOL
  • L'Età massonica
  • I misteri della Massoneria svelati
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Lo precisiamo ab initio, onde evitare confusioni interpretative. Chi scrive è decisamente distante dalle tesi «complottiste» e ritiene, al contrario, che la storia abbia tratto «aperto», sia luogo del sempre possibile manifestarsi dell’origine, indotto dall’azione umana. Questa è fallibile e, pertanto, il destino dell’originario è sospeso tra riaffermazione ed oblio. Nonostante ciò, di recente abbiamo tratto una serie di informazioni importanti da un volume che uscì in prima edizione nel 1944 in Portogallo, parto del lavoro di scavo e di indagine storica di Lusol (pseudonimo di A. Cerqueira De Vasconselos). Ci riferiamo a, L’età massonica. I misteri della Massoneria svelati, nelle librerie per Iduna edizioni (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 223, euro 18,00). L’autore introdusse in patria le idee di Charles Maurras, fondatore dell’Action Française, influenzando il movimento dell’Integralismo lusitano.
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  • ELOGICON 4

  • A.A.V.V.
  • (a cura di Alessandro Mangia)
  • MES
  • L’Europa e il Trattato impossibile,
  • (Scholé, Brescia 2020, pp. 243, € 18,00)
  • recensione di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Un gruppo di giuristi, coordinato da Alessandro Mangia, s’interroga su cosa (e e che effetto debba e possa avere) il MES. Scrive Alessandro Mangia, ripetendo – ironicamente – un frammento del Digesto che nel diritto ogni definizione è pericolosa: c’è poco che non possa essere smentito o capovolto. «E questo appare tanto più vero per il MES, che è un oggetto misterioso dal punto di vista del diritto. Del MES, di ciò che può fare e non fare, di che cosa sia e a cosa serva, hanno parlato in tanti. Ma ne hanno parlato soprattutto economisti che si sono beati della ‘potenza di fuoco’ di un oggetto che galleggia nell’indistinto che sta fra diritto internazionale, diritto bancario, diritto costituzionale senza essere in grado di coglierne le pericolose anomalie. Se a questo si aggiunge la polemica politica, e la cattiva informazione, si capisce perché del MES si sia potuto dire tutto e il contrario di tutto». Peraltro «del MES non hanno parlato i giuristi, se non incidentalmente»; la conseguenza è che «del MES hanno parlato soprattutto economisti, politici e funzionari vari», spesso anche per andare su un giornale o in televisione. E il risultato è di «affidarsi a chi non ha né addestramento né forma mentale a cogliere le impressionanti implicazioni di ordine giuridico e istituzionale che derivano dall’essersi affidati ad un Trattato internazionale per regolamentare attraverso le forme del diritto privato i rapporti tra Stati sovrani» e ciò equivale a «farsi spiegare il Codice Civile o il diritto romano da un ingegnere. O un manuale di Tecnica delle Costruzioni da un giurista».
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  • Sotto il segno del pip. 1

  • Malgieri e il Covid 19
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La pandemia da Covid-19 ha cambiato le nostre vite. Il mondo, dal gennaio scorso, dopo che le autorità cinesi comunicarono alla Organizzazione mondiale della sanità che un’inedita tipologia di Sars, con sintomatologia simile alla polmonite, si era diffusa nella città di Wuhan, sede, peraltro, di istituti di ricerca dediti a sperimentazioni tecnologiche e biomediche, ha consapevolezza che nulla è più come prima. Un nemico invisibile si è insediato nelle nostre vite, il virus, determinando uno sconquasso sanitario. A seguito dei provvedimenti di «chiusura» generale assunti dai governi dei paesi colpiti dal virus, l’epidemia ha prodotto anche un disastro economico senza precedenti. Una delle più significative registrazioni dello stato di malessere, di crisi, indotto dal nuovo venuto invisibile, la si deve a Gennaro Malgieri, nel suo, Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario (gennaio-maggio 2020), nelle librerie per fergen editore (per ordini: info@fergen.it, pp. 199, euro 12,00).

 

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  • Marco Rossi Sintesi Recto

  • Sintesi di storia d'Italia
  • politicamente scorretta
  • di
  • Marco Rossi
  • lettura di
  • Sandro Giovannini
  • Una primissima lettura di Sintesi di storia d’Italia politicamente scorrettadi Marco Rossi, ‘i libri del Borghese’, 2020, ci regala finalmente una possibilità veramente unica di ripercorrere sinteticamente una storia d’Italia non viziata dai troppi pregiudizi che ormai imperano nella cultura dominante attuale.
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  • camillo agrippa

  • Camillo Agrippa,   "La quintessenza del Rinascimento"
  • di
  • Nicola Bizzi 
  • Il rinascimento esoterico,
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il Rinascimento è inscritto nel DNA spirituale d’Italia. Culla della civiltà europea, fin dalle più lontane origini, questa terra è protesa tra Esperia ed Ausonia, tra la terra della sera, del tramonto e l’heideggeriana terra del mattino. In più fasi della nostra storia abbiamo conosciuto il morso profondo della crisi, il disgregarsi della comunità, la cui prima manifestazione esteriore è da individuarsi nel venir meno del senso della bellezza e della gioia di vivere. Abbiamo creato, comunque, la civiltà della Rinascenza: fenomeno storico-culturale latore, ad un tempo, di grandezza e di ambiguità. Stando alla vulgata tradizionalista, con l’Umanesimo avrebbe avuto inizio la modernità, dimentica del sacro. Ad uno sguardo più attento, il fenomeno del Rinascimento appare meno univoco di quanto si sia creduto. All’affermarsi della visione laica della vita e della scienza profana, con alcune correnti spirituali, afferenti per lo più al neoplatonismo fiorentino, si è tentato di perpetuare, con forza, il ritorno ai misteri antichi. A ricordarcelo, con persuasività di accenti e documentazione significativa, è Nicola Bizzi in un recente lavoro, Camillo Agrippa. La quintessenza del Rinascimento, pubblicato dalle edizioni Aurora Boreale (per ordini: edizioniauroraboreale@gmail.com, pp. 84, euro12,00). Il libro è impreziosito da un saggio introduttivo di Luca Valentini.

 

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  • Il tempio interiore

  • Sono figlio di Terra e di Cielo stellato
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • È evidente come questa civiltà sia agli sgoccioli. Morirà, poiché ha divelto le proprie radici, sia in Cielo che in Terra. Che soltanto un’esigua minoranza se ne stia rendendo conto non può che confermarlo. Gli uomini odierni vivono in una inconsapevolezza pressoché completa, storditi da un abuso di medicinali-droghe, da conoscenze distorte o false e da stimoli artificiali continui, fisici e mentali. Nel Dhammapada si legge: “Come cogliesse fiori, la morte va cogliendo gli uomini attaccati al desiderio: impetuoso torrente su di un addormentato villaggio”.[1] Oggi il desiderio ha perso ogni misura, è uscito dall’alveo naturale, si è fatto cieco, adharmico, incapace di vedere la connessione delle cose tra loro, privo di pietas e di compassione. La menzogna dietro la quale esso si nasconde è un’orribile maschera, negatrice di bellezza.

 

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  • Parlamento 1

  • Referendum e rappresentanza 
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il dibattito sul referendum d’approvazione del taglio del numero dei parlamentari mi ha indotto a pubblicare nuovamente un mio lungo articolo sulla rappresentanza politica, apparso nel 1984 su “Il Consiglio di Stato”.  In effetti il dibattito attuale, complici anche alcune (meno recenti) affermazioni degli esponenti dei “5 Stelle” sulla sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta (grazie alla rete) ha riportato l’attenzione e la polemica sulla funzione e il carattere della rappresentanza politica, come sul vario significato attribuito al termine – a seconda non solo delle convinzioni oggettive, ma dell’angolo visuale e dal campo da cui (e in cui) lo si esamina.  
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  • ELITE E POPOLO

  • Benjamin Constant,
  • La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni
  • recensione
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • (Liberilibri, Macerata 2020, pp. XLI + 66, € 8,00)
  • È opportuna e tempestiva l’iniziativa di una nuova edizione di questi saggi di Constant (la prima è del 2001) con introduzione di Luca Arnaudo.  Questo perché in tempi di cambiamenti radicali, di democrazie liberali e illiberali, i saggi inclusi nel volume, soprattutto il primo, famoso, danno un contributo decisivo, tanto alla risposta a cosa sia la libertà politica e, in certa misura, anche la democrazia.  Com’è noto Constant distingue la concezione della libertà degli antichi da quella dei moderni, distinzione poco o punto chiara a molti teorici e politici del XVIII secolo e della rivoluzione francese. Quella degli antichi “consisteva nell’esercizio, in maniera collettiva ma diretta, di molteplici funzioni della sovranità presa nella sua interezza, funzioni quali la deliberazione sulla pubblica piazza della guerra e della pace… ma se tutto ciò gli antichi chiamavano libertà, al tempo stesso ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme… In tal modo, presso gli antichi, l’individuo, praticamente sovrano negli affari pubblici, è schiavo all’interno dei rapporti privati”. Al contrario “tra i moderni, al contrario l’individuo, indipendente nella vita privata, anche negli Stati più democratici non è sovrano che in apparenza”; “Scopo degli antichi era la divisione del potere sociale tra tutti i cittadini di una medesima patria; questo essi consideravano la libertà. Scopo dei moderni è la sicurezza nelle gioie private, ed essi chiamano libertà la garanzie accordate da parte delle istituzioni a tali gioie”.  Il crollo delle istituzioni rivoluzionarie, che nella concezione della libertà degli antichi trovano il pilastro, è stato causato proprio dalla diversità dalla libertà come condivisa dai moderni.

 

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Madre con bambino 4 ELOGICON def


Mia  Madre

di

Giuseppe Gorlani


  • Mia madre immaginava fogli verdi con sovraimpresse croci. Identificava le scale di cristallo con la meraviglia preclusa all’uomo. Questi doveva lavorare, lottare, meritarsi tutto.  Veniva dalla seconda guerra mondiale. Non amava i tedeschi e detestava i partigiani sfrontati, dal grilletto facile, con un rosso fazzoletto attorno al collo.  Al ritorno dalla Russia, mio padre, suo novello sposo, dovette nascondersi in una stanza senza finestre per quasi un anno. Parecchie volte vennero a cercarlo: lo ritenevano un “fascista” per il semplice fatto di essere stato un coraggioso ufficiale dell’esercito italiano. Ma mia madre riusciva ogni volta ad allontanarli.
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  • Meyrink cop. 1

  • L’autobiografia spirituale di Meyrink
  • La metamorfosi del sangue
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Gustav Meyrink è, da tempo, autore di culto per quanti si occupino di letteratura fantastica ed esoterica. Non è di certo casuale che, ad introdurre lo scrittore austriaco nelle patrie lettere, sia stato Julius Evola, che tradusse nella nostra lingua alcuni suoi significativi scritti. E’ ora disponibile, in prima edizione italiana, il volume di Meyrink, La metamorfosi del sangue, edito da Bietti (per ordini: 02/29528929, pp. 170, euro 17,00) per la cura di Andrea Scarabelli e con introduzione di Sebastiano Fusco. Il libro è arricchito da un interessante apparato iconografico e presenta l’introduzione redatta da Enrico Rocca, per la prima edizione italiana de Il Golem (1926). Il critico goriziano, imparentato con il filosofo Carlo Michelstaedter, come questi finito suicida nel 1944, in questo breve scritto colse il valore letterario-artistico del romanzo di Meyrink, ma tese a svalutarne i riferimenti esoterici e cabalistici, dei quali la trama del racconto era innervata.

 

 

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  • Della morte di Peregrino

  • Sulla morte di Peregrino 
  • di
  • Giovanni Damiano
  • Nei “Taccuini di appunti” che seguono le Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar scrive che ad interessarle del II secolo e.v. era il suo essere stato il periodo “degli ultimi uomini liberi”. Giudizio perentorio, certo, ma non privo di verità. L’attività poetica di Giovenale, ad esempio, non copre forse i primi tre decenni di quel secolo? E all’età antonina non appartiene anche Celso, di cui non per nulla era amico proprio Luciano di Samosata? Ora, si dà il caso che le Edizioni di Ar con questi uomini liberi abbiano una qualche confidenza. Non direttamente con Giovenale, di cui però apprezzerebbero senz’altro moltissimo (giusto un esempio tra i tanti possibili; satira undicesima, vv. 56-57: “tu oggi potrai sperimentare, o Persico, se queste cose che sono così belle a dirsi, io non le mantengo anche nella realtà della mia vita e delle mie abitudini”), ma di sicuro con Celso, del quale, per primi in lingua italiana, traducevano nel 1977 il Discorso di verità, ed anche col Luciano di Lucio o l’asino, opera a suo tempo (2005) ospitata nella collana erotica “Le librette di controra”.
  • Adesso, a distanza di un quindicennio, le Ar hanno dato alle stampe, nella superba versione di Luigi Settembrini, un altro gioiello di Luciano di Samosata, ovvero Della morte di Peregrino. Protagonista del racconto è appunto Peregrino, tanto mosso dalla “smania” di “far parlare di sé”, da darsi fuoco in pubblico pur di soddisfare il suo narcisismo. Insomma, un soggetto perfetto per l’arte irridente, sfrontata, caustica, di Luciano. E perfetti sono i personaggi di contorno: filosofi cinici, cristiani, creduloni vari. Tutti sferzati dal riso di Luciano, dalla sua verve satirica, dal suo acre disincanto. Non per nulla Alberto Savinio definì la Morte di Peregrino “una violenta, spietata satira dell’impostura”. Per dirne due, l’impostura dei cinici, che dietro il paravento di una pretesa autenticità di vita nascondevano un umano, troppo umano, esibizionismo, e quella dei cristiani, la cui ricerca di salvezza si rovescia in cieco fanatismo e in stolida creduloneria. Non stupirà, quindi, il livore della voce dedicata dal lessico bizantino Suida (X secolo) al nostro Luciano, bollato come ateo blasfemo ed “empio scellerato”, nonché “nemico rabbioso della verità”, e naturalmente condannato al fuoco eterno, che si può leggere nella davvero ‘lucianea’ postfazione di Umberto Colla. Una conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, della bontà dell’opera di quest’uomo libero dell’antichità. La cui lezione oggi pare forse ancor più essenziale di ieri…

               
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  • Lo strano caso Italia 1

  • Luciano Barra Caracciolo,
  • Lo strano caso Italia
  • (Eclettica Edizioni, pp. 233, € 18,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Escono da qualche anno sempre più libri che non “cantano in coro” e sottolineano, anzi, come la globalizzazione e l’euro siano stati, per l’Italia (soprattutto) un cattivo affare.  Questo saggio si distingue già dal titolo e dal sottotitolo. Quanto al primo l’aggettivo strano avrebbe dovuto essere scritto tra virgolette: perché – tanto strano il caso Italia non è (e il libro lo conferma), ma anzi era voluto e prevedibile.  Per il sottotitolo questo è “Breviario di politiche economiche nella crisi del globalismo istituzionale aggiornato all’emergenza coronavirus”; e il libro è – in gran parte – la dimostrazione che le politiche di austerità hanno provocato – o almeno aggravato decisamente – la crisi in atto (almeno) dal 2008, precipitata ulteriormente con la pandemia. E così il breviario serve a riportare sulla “retta via”, ben nota agli economisti (non di regime), e a ritrovare le condizioni di compatibilità tra il modello economico-sociale delineato dalla Costituzione e quello emergente dai trattati europei.
Altro
  • I generalissimi dellImpero romano dOccidente 1

  • ‘generalissimi’
  • dell’Impero romano d’Occidente
  • di
  • Giovanni Damiano

  • Le Edizioni di Ar hanno pubblicato, assai di recente, un libro di John Michael O’Flynn, intitolato I generalissimi dell’Impero romano d’Occidente. La definizione di ‘generalissimi’ è una creazione dell’autore; serve a indicare una serie di capi militari, in genere di origine barbara o semibarbara, ma qualche volta cittadini romani, che nell’occaso dell’impero, grazie innanzitutto alle loro doti militari, hanno occupato un ruolo di primo piano nella difesa e nella guida di quella che formalmente era ancora la res publica romana, senza però mai vestire la porpora, tranne il caso di Costanzo, ma ritagliandosi a volte il ruolo di Kingmaker, come Arbogaste o, dopo la fine della dinastia teodosiana, Ricimero e Oreste. Insomma, per chi legga queste pagine, sarà facile scoprire come i ‘generalissimi’ corrispondano ai nomi di Merobaude, Arbogaste, Stilicone, Costanzo, Aezio, Ricimero, Gundobado, Oreste. Sono loro ad occupare interamente la scena, dal disastro di Adrianapoli (378 e.v.) sino alla “caduta senza rumore” dell’impero d’Occidente.

 

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  • Clusone Oratorio dei Disciplini 01

  • VIVA LA MORIA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  •  
  • Scrive Manzoni che nella Milano appestata i monatti – addetti al trasporto dei malati al lazzaretto e dei cadaveri al cimitero - brindavano allegramente ripetendo “Viva la moria!”, dato che l’epidemia garantiva agli stessi un lavoro continuo e remunerativo, e la connessa possibilità di rubare e di estorcere denaro a malati e parenti. Una delle vittime fu proprio Don Rodrigo derubato dai monatti d’accordo con il Griso. Mentre Renzo, preso dalla folla per untore (ossia diffusore volontario della pestilenza) era protetto dai monatti quale procacciatore d’affari dei medesimi.   Il contegno dei monatti è da non dimenticare perché per ogni situazione, anche quella più luttuosa, c’è sempre qualcuno che ci guadagna, e non solo l’erario, come mi è capitato di scrivere poco tempo fa, citando Puviani e Pareto. Qualche tempo dopo il terremoto d’Abruzzo, destò scandalo la registrazione della telefonata di un imprenditore edile che esultava nell’apprendere l’entità dei danni provocati dal sisma, che si sarebbero tradotti – per lui – in appalti e commesse per la ricostruzione.
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  • Atti metafisica del sesso

  • Per un eroticamente (s)corretto
  • Gli Atti del convegno evoliano dedicato a
  • 'Metafisica del sesso'
  • di
  • Giacomo Rossi

  •  
  • Nella vasta produzione libraria di Julius Evola, Metafisica del sesso, la cui prima edizione vide la luce nel 1958, per diverse ragioni riveste un ruolo centrale. Innanzitutto, perché affronta un tema, quello della sessualità, considerato tabù nell’Italia degli anni Cinquanta, che è divenuto di stringente attualità nella realtà del secolo XXI, vista la confusione che regna in tema. Quest’opera, inoltre, assieme a Gli uomini e le rovine e a Cavalcare la tigre, segna il percorso ideale del pensatore tradizionalista nel dopoguerra. Per celebrare i Sessant’anni dalla pubblicazione di questo volume, la Fondazione Evola organizzò nel novembre del 2018 due Convegni, a Roma e Milano, cui parteciparono, in qualità di relatori, noti studiosi. Sono ora in libreria gli Atti di quei simposi con il titolo, Eros, magia, sacro in J. Evola. Per un eroticamente (s)corretto. Il volume è curato da G. de Turris, A. Scarabelli e G. Sessa per i tipi di Fondazione Evola-Pagine editrice (per ordini: 06/45468600, pp. 171, euro 16,00).

 

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  • Couchin copertina 1

  • La meccanica della rivoluzione
  • Uno studio di
  • Augustin Cochin
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • La rivoluzione francese, comunque la si giudichi, è stata, senza dubbio, uno degli eventi che hanno determinato il definitivo affermarsi del moderno. Eppure, questo straordinario vulnus storico, questo spartiacque della storia europea e del mondo, non può essere pensato, nel suo sviluppo, come un continuum, segnato, dal 1789 al Termidoro, dai medesimi ideali, dalle medesime speranze di redenzione umana. Hannah Arendt richiamò l’attenzione degli studiosi sulla discontinuità politica che caratterizzò quegli anni drammatici e concitati, sia per la Francia che per l’Europa. In molti si sono interrogati attorno alle cause remote e prossime della rivoluzione, composito susseguirsi di crisi istituzionali, politiche ed economiche, fornendo risposte le più disparate.  Tra le esegesi più originali e produttive della Grande rivoluzione va segnalata quella di Augustin Cochin, la cui opera più nota è di recente stata pubblicata in nuova edizione da OAKS editrice, Meccanica della rivoluzione (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 351, euro 25,00). Il volume è impreziosito dalla prefazione di Giovanni Damiano che consente al lettore, non solo di entrare nelle problematiche della storiografia di Cochin e, più in generale, della storiografia inerente la Rivoluzione, ma di attualizzarne i contenuti con riferimento a temi di stringente attualità politica.

 

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  • Stati Generali 1789

  • GLI “STATI GENERALI”
  • di  CONTE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • È impegnativa l’espressione con cui il prof. Conte ha designato il convegno programmato per la settimana in corso. “Stati generali”, che rimanda a quelli convocati (l’ultima volta) nel 1789, per risanare le finanze francesi e il cui risultato – come spesso accade – non fu quello preventivato, ma l’altro di cambiare in toto la forma politica, e ancor più, il mondo moderno; passando per rivoluzioni, terrore, guerre (civili e internazionali). Pare comunque da escludere che il convegno – a onta del nome – possa avere esiti così epocali; proprio perciò occorre fare qualche considerazione, per non confondere con le parole quel che è distinto nei fatti. In primo luogo quali differenze hanno gli Stati generali di Conte da quelli convocati da Luigi XVI, e a cosa di attinente alla rivoluzione invece somigliano? È diverso, in primo luogo il ruolo (e la posizione) costituzionale: l’assemblea francese era un organo dell’Ancien régime, quello del prof. Conte è un’iniziativa che non ha funzione, rilievo, effetti istituzionali. E ciò fa gioco alla maggioranza parlamentare, perché qualunque cosa decida (??) il convegno, non può comandare e soprattutto mandarli a casa, né ora, né nel futuro. Secondariamente, altro pregio del convegno, i partecipanti sono degli invitati di Conte e non dei delegati o rappresentanti di qualcuno (nazione, popolo, ceti, terzo stato, ecc. ecc.), quindi non possono parlar quali “rappresentanti” e a nome di qualcuno né esprimerne la volontà.
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  • RestiamoFiumani Aa. Vv 1

  • #RestiamoFiumani
  • Il nuovo e-book della
  • Bietti
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Una delle iniziative editoriali più interessanti, messa in cantiere nei giorni della quarantena imposta dal governo a causa del Covid-19dalla casa editrice Bietti, è sicuramente la nascita di una collana di snelli e-book, di cui in questi giorni ha visto la luce il primo volume (seguito, come si può leggere nel comunicato stampa, da Ombre e figure I di Piero Buscaroli e da Ernst Jünger, un dandy nelle tempeste d’acciaio di Nicolaus Sombart, figlio del più famoso Werner). Si tratta di un testo che raccoglie gli interventi di quattro giovani intellettuali controcorrente, già animatori, nel corso del 2019, di eventi dedicati alla commemorazione del centenario dell’Impresa di Fiume, chiamati, durante la reclusione forzata da Coronavirus, a presentare sul web per Libropolis-Festival del giornalismo e dell’editoria il numero della rivista Antarès, interamente dedicato ai cinquecento giorni della Città Sacra. Stiamo parlando dell’e-book#restiamofiumani (disponibile sul sito internet della casa editrice: www.bietti.it). L’idea di pubblicare la raccolta degli Atti è di Daniele Orzati, mentre il titolo lo si deve a Stefania d’Alterio, voce del gruppo IANVA insieme a Renato “Mercy” Carpaneto, tra gli autori dell’e-book.

 

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  • Horia def. 3

  • Vintila Horia, l’esule eterno
  • Una nuova edizione di
  • Considerazioni su un mondo peggiore
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La Romania ha svolto, nel corso del secolo XX, nonostante la sua marginalità geopolitica, un ruolo centrale nella cultura europea. A concederle tale primato furono gli intellettuali della «giovane generazione» che si formarono nella prima metà del Novecento e vennero «a ferri corti» con il proprio tempo. Tra essi spiccano i nomi di Eliade, Cioran, Noica, Ionesco. Non certo secondario fu il ruolo svolto, in tale congerie spirituale e creativa, da Vintila Horia, scrittore dalla prosa cristallina ed elegante. Egli fu, fino alla fine dei suoi giorni, coerente rispetto alle scelte ideali messe in atto durante la giovinezza, che difese pagando un tributo salato a tiranni e conformisti. E’ da poco nelle librerie, per i tipi della OAKS editrice, uno dei suoi libri migliori e più profondi, Contro il mio tempo. Considerazioni su un mondo peggiore (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.230, euro 20,00). Il volume è accompagnato da un saggio introduttivo di Gennaro Malgieri, che consente al lettore di entrare nei recessi meno noti del mondo dello scrittore.
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  • de unamuno

  • La passione di verità di Miguel de Unamuno
  • Un pensatore della singolarità
  • di 
  • Giacomo Rossi
  •  
  • Al di là dei cliché interpretativi da troppo tempo consolidati, la filosofia del Novecento è stata caratterizzata da una significativa contrapposizione, che vide schierati, su fronti opposti, pensatori dell’impotenza e filosofi della potenza.  I primi, perfettamente inseriti nella linea logocentrica inaugurata, in illo tempore, da Parmenide e tesi ad affermare il primato del concetto, dell’essenza e dell’universale, nei confronti della vita e dell’esistenza che, al contrario, hanno il volto dell’individuale, della nudità e della singolarità.  I secondi, decisamente meno numerosi, si fecero latori di un pensare atto a mostrarsi in una prassi. Gli scritti e il dire di questi ultimi hanno carattere comune, manifestano una lotta a mani nude con la verità. Testimoniano quella passione di verità di cui disse, con pregnanza argomentativa, il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel. La loro è «comunicazione d’esistenza», che sospinge il lettore ad una reale trasformazione interiore, al cambio di cuore e di sguardo sul mondo.  Tra essi, un ruolo di primo piano, ebbe il basco Miguel de Unamuno. Di questo filosofo è da poco nelle librerie, per i tipi della OAKS editrice, in una nuova edizione italiana, il volume, La tragedia del vivere umano. Il libro è arricchito dalla introduzione di Adriano Tilgher che accompagnava la precedente edizione e dalla nuova prefazione di Giovanni Sessa (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 175, euro 18,00).
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  • Teoria della dittatura Michel Onfray

  • Michel Onfray
  • Teoria della dittatura
  • (Ponte alle Grazie, 2020, pp. 219, € 16,50) 
  • Recensione
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Michel Onfray con questo saggio ci offre una “nuova” concezione della dittatura, che non è quella classica del secolo XX, in cui il termine era usato (soprattutto) per designare il totalitarismo, ma è la dittatura mascherata, con parecchi punti di contatto con il dispostismo mite descritto da Tocqueville in un celebre passo della Democratie en Amérique (2,4,6).  L’autore si pone il problema se la società attuale sia veramente libera, o almeno, abbia fatto negli ultimi decenni progressi verso la libertà. Per rispondere a questi interrogativi usa criteri desunti dalle due opere di Orwell più note: 1984 e La fattoria degli animali, in cui il romanziere inglese descriveva i totalitarismi del XX secolo: nazismo e comunismo. Da queste, Onfray desume sette “comandamenti” idonei a demolire le libertà e realizzare una dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; propagare l’odio; aspirare all’impero.  Ai comandamenti seguono i “principi” che ne sono le deduzioni conseguenti, come Praticare una lingua nuova, Usare un linguaggio a doppia valenza, Inventare la memoria, Cancellare il passato, Creare la realtà, e così via.

 

 

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  • Ancora una fil

  • Herder e l’idea di nazione
  • Una filosofia della storia fuori dal coro progressista 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Tra il XVIII e il XIX secolo si affermarono nel pensiero europeo, in termini definitivi, le filosofie della storia. L’idea di rintracciare un telos, uno scopo al corso degli eventi e, soprattutto di indicare la storia quale percorso chiuso, inevitabilmente tendente a realizzarsi in una fine, è lascito del processo di secolarizzazione della visione ebraico-cristiana del mondo, che trovò dirompente accelerazione nel pensiero illuminista. In tale frangente storico, il filosofo tedesco Johann Gottfried Herder scrisse un libro il cui contenuto è, al medesimo tempo, in continuità con tale atteggiamento di pensiero, pur segnandone un’evidente rottura. Ci riferiamo al volume, Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità. Contributo a molti contributi del secolo, nelle librerie in nuova edizione per Meltemi. Il testo è stato tradotto ed introdotto da Franco Venturi ed è accompagnato da un saggio di Francesca Marelli (pp. 154, euro 15,00).

 

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  • Adorno

  • Adorno e il radicalismo di destra  
  • Un’ esegesi fuorviante 
  • di
  •   Giovanni Sessa
  • Nel mondo editoriale tedesco va registrato lo straordinario successo conseguito, nell’ultimo periodo, da una pubblicazione rimasta finora inedita, del filosofo francofortese Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra. In pochi mesi il volumetto ha venduto oltre settantamila copie, trasformandosi in un vero proprio bestseller. Un segno dei tempi. Il libro è ora presente anche in traduzione italiana, per i tipi della Marsilio (pp. 91, euro 12,00), arricchito dalla postfazione di Volker Weiss, storico specialista dei movimenti politici della destra contemporanea. Si tratta della trascrizione della conferenza che dà titolo al volume, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, tenuta dal filosofo all’Università di Vienna nel 1967. Questo libro del pensatore francofortese è, in fondo, la continuazione di un’altra sua conferenza, Che cosa significa elaborazione del passato, che egli tenne nel 1959. Da questa precisazione si evince come la lettura adorniana sia collocabile all’interno della trattazione critica del «passato che non passa», centrale nella cultura storica tedesca, e non solo, nella seconda metà del secolo XX. Il testo mirava a spiegare al pubblico austriaco i successi elettorali fatti registrare, negli anni Sessanta, in Germania dal NPD, partito politico di destra.

 

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  •  gorlani2 1

  • Pranam all’Ineffabile
  • Giuseppe Gorlani
  • recensione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’ultima fatica letteraria di Giuseppe Gorlani, Pranam all’Ineffabile, da poco nelle librerie per i tipi de La Finestra Editrice (per ordini: info@la-finestra.com, pp. 102, euro 19,00) ha per sfondo la visione del mondo del Sanatana Dharma (Induismo) e, più in particolare, la Tradizione Shivaita, fiorente nell’India meridionale. L’autore fu, tra gli anni Sessanta e Settanta, tra quei giovani che si misero in cammino verso il sub-continente indiano al fine di incontravi la Conoscenza fondata sull’Intelligenza del Cuore. Da allora, in forza del tradere trasmessogli da un Guru, da un autentico Maestro, l’intera sua esistenza è divenuta un pranam, un inchino, un omaggio deferente all’Ineffabile, alla Presenza che tutto anima. I suoi lavori letterari e grafici, vanno inquadrati in tale contesto, sono un rendere omaggio al Principio, posto oltre ogni dualità.

 

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 Copertina Scuderie dellOccidente

  • Un urlo sulle rovine
  • Tornano
  • Le scuderie dell’Occidente
  • di
  • Jean Cau
  • di
  • Giacomo Rossi
  • Jean Cau è stato scrittore dal piglio deciso, uno dei più efficaci polemisti francesi della seconda metà del XX secolo. Autore prolifico di romanzi e pamphlet di successo, è stato considerato, nella prima giovinezza, l’enfant prodige  della gauche d’oltralpe.  Fu collaboratore di Les temps modernes e di  France-Observateur  e ciò gli conferì notorietà tra l’intelligentsia progressista.  Fu vicino al guru Jean-Paul Sartre e con il romanzo, La pietà di Dio, nel 1961 ottenne il Premio Goncourt.  In quel periodo, a ricordarlo è Alain de Benoist: «Lo si incontrava [...] sulla terrazza del caffè de Flore. Aveva i capelli lunghi e il foulard attorno al collo»,  ma nonostante l’atteggiamento esistenzialista, cominciava ad avere in angustia il rivoluzionarismo salottiero e borghese di tanti suoi «compagni».   Ben presto, da enfant prodige si trasformò in enfant terrible: mise in discussione i sacri principi della rivoluzione e del progresso.  Da quel momento, i suoi lavori furono puntualmente silenziati dalla grande stampa, a cominciare da, Les temps des esclaves, nelle cui pagine aveva sottoposto a critica serrata l’idea di eguaglianza.  Per rispondere al silenzio dei critici à la vague, nei primi anni Settanta, mentre in Europa impazzava il vento della contestazione, decise di dare alle stampe un volume ancora più provocatorio, Le scuderie dell’Occidente. Trattato di morale, di cui è nelle librerie la nuova edizione italiana per OAKS (per ordini: info@oakseditrice, pp. 188, euro 20,00).  Il volume è corredato da un’ampia Introduzione di Giovanni Sessa. Cau scrisse questo volume che sinteticamente, ricorda Sessa, è un urlo lanciato sulle rovine del nostro tempo, nella convinzione che: «non si possa urlare contro i lupi e far parte del branco. Io ho scelto, e accetto di pagare il prezzo di silenzio e di ostilità che circonda alcuni dei miei scritti» (p. X).
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  • Donà ARIOSTO Di qua di là

  • Orlando Furioso (e iniziato)
  • Donà e la filosofia di Ariosto
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Massimo Donà, filosofo veneziano, prosegue nella costruzione del proprio sistema speculativo. Tracciate, ormai da anni, le coordinate generali di una filosofia magico-poietica, che si realizza in un fare (non è casuale che Donà sia, tra le altre cose, un trombettista jazz), nell’ultimo periodo il pensatore le sta applicando all’esegesi di opere del passato, in cui rintraccia consonanze e prossimità alla propria visione delle cose. L’ultimo suo volume orientato in tale direzione è, Di qua, di là. Ariosto e la filosofia dell’Orlando furioso, edito da La Nave di Teseo (pp. 198, euro 14,00). L’autore, more solito, sottrae il capolavoro ariostesco alle consolidate consuetudini esegetiche. A suo dire, l’Orlando è molto più che un poema cavalleresco, in quanto: «Ariosto è tutto nei suoi personaggi, in cui vede riflessa l’impietosa verità del mondo» (p. 12). La lezione del poeta italiano ha agito su Shakespeare, Cervantes e Calderon de la Barca, in quanto centrata sulla convinzione che: «altro non v’è al mondo che un’incessante manifestazione di una sempre identica e lucida follia» (p. 13). Il capolavoro dell’artista emiliano presenta, in alcuni suoi motivi, l’evidente anticipazione di tematiche care al Barocco, pur avendo un antecedente significativo nel Somnium di Leon Battista Alberti, breve Intercenale in cui si narra del paese dei sogni. L’intero volume di Donà è latore di una interpretazione né rassicurante, né armonica del Rinascimento; al contrario, la Rinascenza è letta, in sintonia con Garin e Cacciari, quale essenziale riemersione del tragico.

 

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  • BRENDANO SGORLON

  • L’Isola di Brendano
  • Un importante romanzo di Carlo Sgorlon
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Carlo Sgorlon, a parere di chi scrive, aspetta ancora di essere riconosciuto come uno dei grandi nomi della letteratura italiana della seconda metà del ventesimo secolo. A dieci anni dalla morte, la casa editrice Mimesis ha iniziato a pubblicare nella collana appena inaugurata, Opere di Carlo Sgorlon, i suoi romanzi inediti. E’ da poco nelle librerie, per la cura di Franco Fabbro e Marco D’Agostini, un libro che lo scrittore friulano terminò poco prima della scomparsa, L’isola di Brendano (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657, pp. 289, euro 20,00). Restano da dare alle stampe altri dieci romanzi inediti e gli scritti, assai numerosi, che l’autore pubblicò su riviste e giornali. La bibliografia prodotta da Sgorlon è decisamente consistente.
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  • Sguardi sullignoto 2

  • Sguardi sull’Ignoto
  • Il Decamerone del mistero ai tempi del Coronavirus
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il virus ribattezzato Covid-19, volenti o nolenti, sta cambiando le nostre vite. Innanzitutto, per la quarantena cui siamo costretti, che taluno vive come riduzione allo stato di arresto domiciliare. Per molti questa avrebbe potuto essere l’occasione per dedicarsi alla pratica della lettura, cosa ormai desueta nell’era del web. Purtroppo, le disposizioni governative hanno imposto la chiusura anche alle librerie. Fortunatamente, nel mondo dell’editoria e, più in particolare, degli intellettuali indipendenti, non legati a nessuna delle diverse declinazioni assunte dall’intellettualmente corretto, si continua a lavorare alacremente nella consapevolezza che, data la situazione attuale, è necessario adottare nuovi canoni nella produzione e nella distribuzione del sapere. In tal senso, va sicuramente segnalata l’iniziativa della storica casa editrice Bietti di Milano, sul cui sito è scaricabile gratuitamente un e-book (http:www.bietti.it/atti vita/ioleggodacasa/).  Si  tratta di un cadeau graditissimo: una raccolta di racconti fantastici, dei generi più diversi, realizzata da firme note nell’ambito di tale filone narrativo. Ci riferiamo a, Sguardi sull’Ignoto. Decamerone del misterovolume curato da Dalmazio Frau ed Andrea Scarabelli.

 

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  • Toute Démocratie

  • ECCEZIONE E DEMOCRAZIA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Non è un caso che negli Stati (sicuramente) democratici la proclamazione dello Stato d’eccezione nelle sue molteplici gradazioni e forme è attribuito a organi eletti direttamente o indirettamente dal corpo elettorale.  Così, per limitarsi all’esame delle costituzioni francese, tedesca e spagnola, l’art. 16 della Costituzione francese lo riserva al Presidente della Repubblica. Diversamente l’art. 116 della Costituzione spagnola alle Cortes, gli artt. 115 (e seguenti) della Costituzione tedesca al Parlamento. Anche se data l’urgenza che connota (alcune) situazioni eccezionali, misure d’urgenza possono essere decise dal governo salvo poi ratifica (approvazione, autorizzazione) del Parlamento (per la normativa spagnola e tedesca). A una prima disamina ciò può considerarsi una conseguenza logica del carattere democratico del moderno Stato di diritto, che ripugna a conferire tale competenza ad organi non elettivi (e burocratici) come i comandanti militari (almeno per le zone interessate); o dal carattere politico delle situazioni eccezionali e delle misure, pertanto demandate ad organi politici e non amministrativi; o anche dalla necessaria compressione dei diritti fondamentali, che richiedono, ancora, volontà e responsabilità politiche, e così via.  È pertanto negata ad organi che non abbiano la fiducia, diretta (meglio) o indiretta del corpo elettorale.
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  • Donà Miracolo naturale

  • L’infinitudine materiale di Leonardo
  • Donà
  • a confronto con la
  • Vergine delle rocce
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Massimo Donà, filosofo veneziano, dopo aver presentato in opere propriamente teoretiche, quali Aporia del fondamento (Mimesis, 2008) e Sulla negazione (Bompiani, 2004) le coordinate di fondo della propria originale speculazione, originale in quanto centrata sul venire a ferri corti con l’origine, nei suoi ultimi scritti applica i risultati teorici conseguiti, all’esegesi di opere musicali, pittoriche, poetiche e filosofiche, anticipatrici e confermative della propria idea della vita. Va segnalato, quale lavoro tra i più interessanti in tal senso, il recente, Miracolo naturale. Leonardo e la Vergine delle rocce, nelle librerie per le edizioni Mimesis (per ordini: mimesis@imesisedizioni.it, 02/24861657, pp. 67, euro 6,00). Più in particolare, Donà si confronta con la prima versione della Vergine delle rocce, attualmente conservata al Louvre, che Leonardo realizzò tra il 1483 e il 1486 per la committenza di una Confraternita religiosa milanese. In essa, l’artista avrebbe dovuto celebrare, attraverso la rappresentazione della Vergine, il dogma dell’Immacolata Concezione.

 

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  • Come fiori di ciliegio

  • Come fiori di ciliegio
  • I giapponesi e la seconda guerra mondiale
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • In Europa continuiamo a confrontarci con il «passato che non passa», con l’esperienza dei fascismi maturata tra le due guerre mondiali e, soprattutto, con l’esito per noi catastrofico dell’ultimo conflitto. Negli ultimi anni della guerra, almeno in alcuni paesi del nostro continente, si manifestò il fenomeno della Resistenza ai regimi autoritari, al contrario, in Giappone, esercito e popolo continuarono a combattere in modo indefesso per la causa nazionale, fino al dramma delle bombe atomiche. I commentatori hanno attribuito tale atteggiamento al legame saldissimo che questo popolo aveva con la propria tradizione ancestrale, al ruolo svolto, presso i «prussiani» d’Oriente, dalla motivazione spirituale e religiosa e dalla venerazione per l’Imperatore-dio. Cose senz’altro vere. Nonostante ciò, subito dopo la guerra e a causa della sconfitta, il paese del Sol Levante è entrato di fatto nell’«era americana», epoca nella quale fu portata a termine l’apertura del Giappone all’Occidente iniziata dall’imperatore Meiji. Ciò ha creato una situazione davvero paradossale: a fronte della modernizzazione della vita, realizzata in modo repentino e portata in profondità, sopravvive nel paese l’attaccamento, almeno da parte di alcuni, alla tradizione. Un paese di contraddizioni, dunque, il Giappone moderno. Esse esplosero il 25 novembre 1970, quando lo scrittore Yukio Mishima si tolse pubblicamente la vita, compiendo il rituale del seppuku, per risvegliare le coscienze dei suoi connazionali, traviate dal moderno e al fine di riportarle sulla strada dei valori tradizionali. Un recente libro richiama l’attenzione su questi aspetti della civiltà nipponica. Si tratta del volume, Come fiori di ciliegio. Lettere e testimonianza del Giappone in guerra, curato da Jean Lartéguy per i tipi di OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 169, euro 18,00). Il curatore fu scrittore di successo e corrispondente di guerra dalla Corea e dall’Indocina. Questi, in occasione del suo ricovero presso il Tokio Army Hospital nel 1951, ebbe la possibilità ci confrontarsi con la realtà postbellica del paese del Sol Levante.

 

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  • cau copertina

  • Pubblichiamo un estratto dalla prefazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • al libro di
  • Jean Cau,
  • Le scuderie dell’Occidente.
  • Trattato di morale
  • in questi giorni nelle librerie per
  • OAKS editrice
  •  
  • Un urlo sulle rovine
  • Crisi, per l’europeo moderno, è davvero parola chiave ed irrinunciabile. Da più di un secolo, dal momento in cui Oswald Spengler pubblicò il monumentale, Il tramonto dell’Occidente, siamo null’altro che abitatori della crisi. Da un punto di vista generale, sorvolando sulle numerose concause storiche a monte del processo di decadenza, non si può non concordare con chi ha sostenuto che, in fondo, la crisi altro non è che il risultato del venir meno delle premesse ideologiche dell’Illuminismo.  Centrale, in tale progetto ideologico, fu il tentativo di: «subordinare la Natura [...] di reimpostare la natura [...] sul modello della Ragione».  In tale tentativo prometeico era implicita la volontà di modificare, di cambiare la stessa natura umana.  Il Cesarismo, auspicato da Spengler quale possibile rimedio all’ineluttabile tramonto dell’Europa, ha segnato di sé la storia e gli uomini nel ventennio tra il 1920 ed il 1945 ma, alla fine del conflitto, la sua sconfitta è risultata irrimediabile.  In ogni caso, l’esperienza dei fascismi europei, tentò di mettere in atto, una rettifica dei processi di decadenza, nel senso indicato da Evola nel 1934 in Rivolta, con la tematizzazione del ciclo eroico.  Fino ad allora, la letteratura della crisi ed il pensiero negativo si erano mossi tra dicotomie quali quelle di Kultur (Civiltà) e Zivilisation (Civilizzazione), nelle quali, da una parte venivano colti i tratti negativi, massificanti ed economicistici del presente, esperito quale guénoniano Regno della quantità e: «dall’altra il loro opposto positivo [...] epoche di civiltà ed epoche di cultura».

 

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  • Come hitler vedeva i tedeschi 1

  • Hitler e i tedeschi
  • Una biografia romanzata
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Da oltre mezzo secolo, i tedeschi, ma più in generale, gli europei, si stanno confrontando con il «passato che non passa», vale a dire con le tragedie immani prodotte dal nazional-socialismo e dal comunismo.  In realtà, si tratta di un confronto impari, rispetto al quale sono risultati insufficienti i criteri ermeneutici della moderna storiografia, in quanto il nazismo è stato derubricato, sic et simpliciter, a rappresentazione simbolica del male assoluto. Ciò non vale per il solo movimento nazista, in quanto la damnatio memoriae grava, in maniera ancor più pervasiva, sull’uomo che incarnò gli ideali del nazismo, Adolf Hitler, ridotto ad icona di follia collettiva.  Alla luce delle acquisizioni della più accreditata metodologia storiografica, che ormai vanta più di qualche secolo di vita, oggi il passato ci è: «più vicino [...] di quanto non lo sia stato nei secoli o anche solo nei decenni a noi anteriori» (p. 10). A questa prossimità al passato, anche a quello nazista, fa però da contraltare l’altrettanto radicata convinzione che, una conoscenza realmente obiettiva di ciò che è stato, è, di fatto, irraggiungibile.  Tale  mix ha prodotto, rispetto ad Hitler e al nazismo, due atteggiamenti che poco hanno a che fare con la loro comprensione effettiva: la condanna risoluta o la negazione della tragedia (atteggiamento decisamente minoritario rispetto al primo). Tra le molte cose che ci è capitato di leggere recentemente in tema, merita menzione il lavoro di Johann Lerchenwald, H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, edito da Jouvence, con la presentazione di Franco Cardini (per ordini: info@jouvence.it, pp. 245, euro 18,00).
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  • Sirio

  • Mito e cosmo antico
  • Tre studi di de Santilliana e di Von Dechend
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend sono noti al grande pubblico per essere gli autori de, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e la struttura de tempo (Adelphi 1983). Un libro imprescindibile che cambiò, alla sua uscita, il modo di guardare al mondo antico e, più in particolare, al pensiero arcaico.   La sagace azione intellettuale ed esegetica esercitata sui testi antichi dai due studiosi, è destrutturante delle false certezze sulle quali la ratio moderna ha costruito il suo arrogante dominio: il logos, infatti, per i due pensatori, non è affatto contrapposto al mythos, anzi, si è sviluppato dal suo humus.  A confermare tale tesi, con una documentazione assai ampia, è la recente pubblicazione di un volume, finora inedito in Italia, di de Santillana e Von Dechend, Sirio.  Tre seminari sulla cosmologia arcaica, nelle librerie per i tipi di Adelphi (pp. 171, euro 13,00).  Il libro è curato da Svevo D’Onofrio e Mauro Sellitto.  A quest’ultimo si deve il saggio La scienza prima del mito (e dopo), che chiude l’opera.
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  • uomo in vetta

  • Heroes and Villains
  • Un film di Guido Mina di Sospiro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Ci è capitato più volte di parlare dei libri di Guido Mina di Sospiro, milanese trapiantato dai primi anni Ottanta negli Stati Uniti, paese nel quale ha pubblicato diversi volumi in inglese, tradotti nella nostra lingua ed in altre, perfino in coreano e tailandese. I suoi scritti testimoniano la sua adesione ad una visione tradizionale della vita, alla quale si sentì spinto per impulso naturale, fin dall’adolescenza.  Il rifiuto della contemporaneità materialista e utilitarista emerge, con particolare evidenza, anche da un suo lavoro cinematografico, prodotto tra il 1978 e il 1979, assieme ad un gruppo di amici e coetanei che si autodefinirono «Scuola di Milano».  Ci riferiamo al film, Heroes and Villains, oggi visionabile integralmente a seguente link: https://vimeo.com/366528847.   Si tratta di un Super 8 che, pur non potendo avere tecnicamente le qualità dei 35 mm., presenta, nel sagace uso delle immagini e nella concitazione dell’intreccio, una profonda suggestività. Nel maggio del 1979 il film di Mina di Sospiro fu presentato alla Cineteca Nazionale di Milano ed ottenne un notevole successo di pubblico. Gli spettatori furono coinvolti dalla  proiezione, partecipando attivamente ad essa ed accogliendo con un lungo applauso la scena finale. Il conservatore della Cineteca, Walter Alberti, rimase particolarmente colpito da quella serata, in particolare,  dall’inusuale entusiasmo  del pubblico. 
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  • de benoist arianna contro il liberalismo

  • Alain De Benoist
  • Critica del liberalismo
  • di
  • Teooro Klitsche de la Grange
  • (Arianna editrice, Bologna 2019, pp. 285 € 23,50)
  • Quando un pensatore così acuto e influente come Alain De Benoist giudica il liberalismo che considera (a ragione) come “l’ideologia dominante del nostro tempo”, occorre prenderne atto, senza incorrere nelle usuali deprecazioni, anatemi ed esorcismi, come capitato (in Italia da ultimo circa un anno fa) anche se (parte) delle tesi sostenute non convincono.  Scrive De Benoist “Una società liberale non è esattamente la stessa cosa di un’economia liberale. È invece una società in cui dominano la preminenza dell’individuo, l’ideologia del progresso, l’ideologia dei diritti dell’uomo, l’ossessione della crescita, lo spazio sproporzionato del valore mercantile, l’assoggettamento dell’immaginario simbolico all’assiomatica dell’interesse … è all’origine della mondializzazione, la quale non è altro che la trasformazione del Pianeta in un immenso mercato, e ispira quello che oggi si chiama «pensiero unico».
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  • Gesell

  • Autodifesa contro le banche
  • Gesell e l’ordine economico naturale
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Keynes, uno dei più noti economisti del Novecento, durante gli anni del Secondo conflitto mondiale, dichiarò di sentirsi vicino alle posizioni che, in tema di politica monetaria, fin dai primi anni Venti, erano state sostenute da Silvio Gesell. Le sue teorie economiche rappresentano oggi un punto di vista imprescindibile con il quale confrontarsi, per quanti non si riconoscano nelle scelte mercatiste imposte dal globalismo liberista. Non fu un economista accademico, ma da mercante e allevatore sui generis qual era, fu attento osservatore della realtà storico-sociale del suo tempo. Colse, prima e meglio di altri, la contraddizione di fondo del capitalismo della prima metà del secolo XX: di fronte all’ampliarsi senza precedenti dell’abbondanza di beni, indotto dall’espansione delle forze produttive, quella realtà economica faceva registrare una ineguale distribuzione della ricchezza. Fin dal 1890, negli Usa, motore propulsivo della Forma-Capitale contemporanea, il 50% della ricchezza nazionale era nelle mani dell’1% della popolazione. Povertà diffusa, quindi, e concentrazione del denaro nelle mani di pochi. Fin da allora si annunciava l’irresistibile ascesa della Nuova Classe, espressione della finanza transnazionale, che oggi domina il pianeta.  A riportare l’attenzione sulle soluzioni proposte da Gesell, al fine di superare l’impasse economica con la quale si confrontò, è un suo libro, Autodifesa contro le banche, nelle librerie per OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 79, euro 10,00).  Il testo è impreziosito da un saggio di Silvano Borruso e dall’Introduzione di Hugo R. Fack. Sostanzialmente, si tratta dell’Apologia che l’autore scrisse per difendersi di fronte al tribunale speciale per essere stato Ministro delle Finanze della Repubblica Sovietica di Baviera, insediatasi al potere nell’aprile del 1919. Gesell non fu né comunista né socialista, tanto che, in queste pagine, si può leggere: «Per molti anni, i miei insegnamenti sono stati insabbiati, perché mettevano a disagio i ricchi, i capitalisti e i socialisti […] Dobbiamo disimparare ciò che abbiamo imparato» (pp. 16-17). Accettò l’incarico di ministro, perché il suo mentore negli ambienti della Repubblica era Niekisch, esponente nazional-bolscevico della Rivoluzione conservatrice, che si fece garante della realizzazione del suo programma. In realtà, il tempo non gli fu sufficiente ma, in poco meno di un mese, elaborò un programma di riforme radicali, che presentò al popolo di Baviera. La riforma monetaria e quella fondiaria avrebbero dovuto realizzare l’Ordine Economico Naturale.
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