"Scuola Romana di Filosofia politica"

è diretta da

Giovanni Sessa

La S.R.F.P. fondata, a suo tempo, da Gian Franco Lami ed Emiliano Di Terlizzi, docenti alla “Sapienza”, è oggi un forum critico di filosofia e metapolitica.

  • C’ERA  UNA  VOLTA  LA  NEUTRALITÁ
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Anche la guerra in Ucraina conferma che la neutralità, ossia l’estraneità dei non belligeranti ad un conflitto tra Stati, ha subito un radicale cambiamento in conseguenza delle innovazioni al diritto internazionale nel XX secolo.   Prima lo stato neutrale era (rigorosamente) imparziale nei confronti dei belligeranti.  Tale imparzialità comportava il dovere di astenersi da ogni iniziativa tesa a favorire lo sforzo bellico (di uno) dei contendenti; a questo corrispondeva il diritto di non sopportare operazioni belliche – e il loro effetti – sul proprio territorio, popolazione, commercio.
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  • Nel periodo tra le due guerre mondiali e nel successivo la neutralità “classica” fu decisamente ridimensionata: in particolare il divieto di ricorso alla forza di cui allo Statuto dell’ONU ha eroso l’imparzialità dei neutrali, perché è loro consentito di aiutare l’aggredito e sanzionare l’aggressore. Pertanto la tanto – e giustamente – discussa fornitura da parte degli U.S.A. e di alcuni Stati dell’Unione europea di armi all’Ucraina (cui si aggiungono le misure anti-russe) farebbero parte di questa innovazione al diritto internazionale.  Ciò comunque comporta una diversa problematica, in relazione al diverso carattere della “guerra” moderna.   Infatti, più o meno nel XX secolo in cui mutava lo status del neutrale, cambiava pure quello di guerra; l’ostilità, connessa strettamente alla volontà di imporre la propria, assumeva diverse forme, caratterizzate dall’assenza (e dalla drastica limitazione) dell’uso delle armi.  Conflitti sì, ma disarmati.
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  • Il libro dei “bravi colonnelli cinesi Guerra senza limiti (da me spesso citato) ce ne fornisce ragione ed esempi. Gli autori scrivono: “...da questo momento in poi la guerra non sarà più ciò che è stata tradizionalmente. Il che significa che, se l’umanità non avrà altra scelta che entrare in conflitto, non potrà più condurlo nei modi consueti… Quando la gente comincia ad entusiasmarsi e a gioire… per la riduzione di forze militari come mezzo per la risoluzione dei conflitti, la guerra è destinata a rinascere in altre forme e su di un altro scenario, trasformandosi in un altro strumento di enorme potere nelle mani di tutti coloro che ambiscono ad assumere il controllo di altri paesi o aree” onde “...la guerra che ha subito i cambiamenti della moderna tecnologia e del sistema di mercato verrà condotta in forme ancor più atipiche. In altre parole, mentre si assiste ad una relativa riduzione della violenza militare, allo stesso tempo si constata un aumento della violenza politica, economica e tecnologica…"   Se si riconosce che i nuovi principi della guerra non sono più quelli di “...usare la forza delle armi per costringere il nemico a sottomettersi ai propri voleri”, quanto piuttosto quelli di “...usare tutti i mezzi, inclusa la forza delle armi e sistemi di offesa militari e non-militari e letali non letali per costringere il nemico ad accettare i propri interessi, tutto ciò costituisce un cambiamento: un cambiamento nella guerra e un cambiamento nelle modalità della guerra”.
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  • Il problema è quindi vedere in tali contesti di guerra “non violenta” che significato assume la neutralità.   In primo luogo il neutrale in una guerra di aggressione è considerato se non un imbucato almeno un pilatesco.   Certo se si carica di significati morali una scelta politica, la conseguenza (per il neutrale) è proprio quella.   Di essere neutrale tra bene o male, come gli angeli disprezzati da Dante perché rimasti neutrali nella lotta tra Dio e il diavolo.   Ma a parte ciò la neutralità in tempi di guerra condotta con mezzi non violenti (e non militari) finisce col perdere definitivamente – anche se non totalmente – l’imparzialità che la connotava nel diritto internazionale westphaliano.
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  • Nella prassi contemporanea l’imparzialità è stata ristretta alla neutralità militare, mentre la guerra è estesa a tutti gli aspetti della vita economica e sociale, dall’economico al giuridico, al morale e perfino allo sport, con il rifiuto di fare gareggiare gli atleti russi, e alla musica. Se questo possa portare alla pace è assai dubbio, perché l’unico caso di sanzioni efficaci nel secolo scorso fu quello contro il Giappone: ma ebbe, contrariamente alle aspettative, non l’effetto di portare alla pace, ma all’estensione della guerra.  Di per se, anche continuando – fortunatamente – il non ricorso a mezzi militari diretti, il carattere “neutrale” di una simile prassi non regge. E in effetti è esplicitamente rifiutato dalle continue condanne e sanzioni all’aggressore. Ma mentre le prime possono avere l’effetto di intensificare il sentimento politico anti-russo (che è uno dei fondamenti della guerra tradizionale), dell’efficacia delle seconde è più lecito dubitare, dato che – solo per fare un esempio – le entrate della Russia dagli aumenti dei prodotti petroliferi superano di gran lunga il costo della guerra (almeno così si legge). D’altra parte è stato notato da molti che l’assenza di un vero neutrale, almeno in Europa è un inconveniente decisivo per mediare la pace. Questo perché spesso è proprio l’autorità di un terzo (realmente) neutrale che può provocare la pace o evitare la guerra.   Nel medioevo già riusciva al Papa; nell’Europa moderna, e proprio dalla parte dove oggi si combatte fu Bismarck e il Reich tedesco nel congresso di Berlino (1878) presieduto del cancelliere di ferro a farlo. Ma la pace fu possibile anche perché Bismarck e la Germania non erano diretti interessati alla sistemazione dei Balcani; anzi disse che “...i Balcani non valgono le ossa di un solo granatiere di Pomerania” per sintetizzare la propria realistica propensione alla pace. Non così si può dire dell’Europa contemporanea che a quella pace ha interessi assai superiori a quelli del Reich.  Purtroppo non ha un Bismarck: come diceva il cancelliere (dell’Italia) “...ha un grande appetito ma dei pessimi denti”.

  •    
  • veneziani

  •   Veneziani   
  • e
  • La Cappa
  • Per una critica del presente
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Marcello Veneziani nel suo ultimo libro edito da Marsilio, LA CAPPA. Per una critica del presente (pp. 204, euro 18,00), entra nelle vive cose della crisi contemporanea.  Bauman ha descritto l’uomo contemporaneo come l’abitatore, per eccellenza, della crisi. Tale condizione ha, nel corso del tempo, non solo corroso le speranze in un possibile cambiamento, ma ha creato un clima di diffuso disagio che, a dire di Veneziani ha infine assunto il volto di una Cappa opprimente e pervasiva: «Ci manca il respiro, e non sappiamo dire in che senso, in che modo, perché. E’come se fossimo sotto una Cappa» (p. 7). In tale situazione, a venir meno è l’intelligibilità del reale, non riusciamo a cogliere la dimensione di senso della vita e del mondo. Vengono meno lo spessore, la consistenza della realtà. Tutto appare svuotato, pervaso dal vuoto nullificante. Il dirompere imprevisto della pandemia ha radicalizzato gli aspetti negativi della Cappa, determinando una restrizione senza precedenti della dimensione relazionale della vita.
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  • Craven

  • Il populismo negli U.S.A.
  • Da Jefferson a Bryan   
  • di 
  • AVERY  CRAVEN
  •   rec.  di
  • Giovanni Sessa
  • Negli ultimi anni il populismo è tornato a essere fenomeno politico di stringente attualità, meglio, è stato al centro del dibattito politologico. Movimenti populisti o nazional-populisti sono sorti ovunque, in Europa e nel mondo. Alcuni commentatori hanno visto nell’elezione di Trump e negli eventi successivi alla discussa vittoria di Biden, la conferma, allo stesso tempo, dell’ampio consenso popolare che la globalizzazione ha concesso a tali movimenti e della loro pericolosità per la democrazia. Se c’è un paese d’elezione del populismo, è sicuramente da individuarsi negli Stati Uniti. Lo ricorda lo storico americano Avery Craven, in una pubblicazione di recente comparsa nel catalogo della Oaks editrice, Storia populista degli U.S.A. Da Jefferson a Bryan, con introduzione di Luca Gallesi (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 183, euro 18,00). Craven, deceduto nel 1980, fu docente presso la Chicago University. Nelle sue ricerche si è occupato, in modo prevalente, della guerra civile americana, analizzata con gli occhi di un uomo del Sud.
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  • Le Bon

  • La
  • PSICOLOGIA  POLITICA
  • di
  • Gustave Le Bon
  • Un’opera di stringente attualità
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Uno degli assunti fondamentali del pensiero di Gustave Le Bon può essere sintetizzato in questa affermazione: l’irrazionalità delle masse, mosse dal sentimento, dà sempre luogo, in ambito politico, alla ricerca di un capo. Tale constatazione emerge dalle pagine della nuova edizione italiana di una delle opere capitali dello psicologo e sociologo francese, Psicologia politica, nelle librerie per i tipi di OAKS editrice a cura di Francesco Ingravalle (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 291, euro 16,00). L’idea cardine che abbiamo riferito è, ab origine, motivo ritornante della filosofia politica. Presente in Platone, si riafferma con Althusius, Taine e guida le considerazioni dello stesso Pareto.  In Le Bon, ricorda il curatore: «la ragione è propria delle minoranze, delle élites, i sentimenti sono la voce delle masse» (p. II). La prima edizione francese di Psicologia politica vide la luce nel 1910, poco più di un quindicennio dopo l’uscita di Psicologia delle folle, in un momento in cui l’autore aveva pienamente definito il proprio mondo ideale.
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  • UNIVERSO   e   PLURIVERSO
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Sullo scorcio del secolo scorso, appariva sicuro, a seguire la comunicazione imperante, che l’assetto del pianeta era avviato all’uniformità, dato che era diventato unipolare dopo l’implosione del comunismo e dell’U.R.S.S., onde l’unica potenza egemone erano gli U.S.A. Così la prospettiva che iniziava era che la politica – e il suo scenario – si trasformavano dal pluriverso, cui alcuni millenni di storia ci hanno abituati, all’universo. Una (sola) potenza egemone; uno il contesto (il pianeta globalizzato); una la conseguenza, la pace; una avrebbe dovuto essere la forma politica ossia la democrazia più liberal che liberale; una l’ideologia, il rispetto dei diritti umani; uno il nemico, chi a tanto bene si opponeva. E via unificando.
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  • Poco tempo dopo, con l’attentato dell’11 settembre, tale costruzione già presentava vistose e sanguinarie falle: un’organizzazione più terroristica che partigiana aveva colpito duramente il territorio U.S.A. A parte l’incrinarsi (a dir poco) delle prospettive rosee, era evidente che il problema reale, che quelle avevano più che sottaciuto, occultato, era ciò che millenni di pensiero politico avevano considerato: le differenze tra gli uomini, il loro voler vivere in comunità (relativamente) omogenee, in spazi costituenti il limite (anche giuridico) tra interno ed esterno. Così chi afferma l’universo e l’uniformità non riduceva il numero dei (possibili) nemici, ma lo incrementava di tutti coloro che non concordavano né con l’egemonia di una potenza, né con quella di una forma politica, né di un uguale “tavola dei valori” per tutti i popoli del pianeta e via distinguendo.   Di guisa che quello che con espressione involontariamente strapaesana la stampa nazionale chiamava l’“ulivo mondiale” si è rivelato un moltiplicatore (o almeno un non-riduttore) di zizzania planetaria. Abbiamo avuto guerre etniche, partigiane, religiose oltre a quelle più “tradizionali” di competizioni per la potenza e l’appropriazione (politica ed economica).   A questo hanno contribuito due elementi, l’uno consistente in una regolarità politica, quindi ineliminabile: il conflitto.  Da Machiavelli a Schmitt passando per Hobbes e (tanti) altri lotta, conflitto e amico-nemico sono stati considerati intrinseci alla natura umana.   Per cui è impossibile eliminarli; ed è difficile ridurli, anche se non impossibile.
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  • In fondo sia la teologia politica cristiana che il diritto internazionale westphaliano erano volti a realizzarlo. In particolare la riduzione dei legittimi contendenti agli Stati sovrani (justi hostes) diminuiva il numero di guerre limitando chi ne poteva far uso, garantendo così lunghi periodi di pace e comunque di guerre limitate (guerres en dentelles) alle nazioni europee. A ciò concorrevano altri precetti fondamentali del diritto pubblico (internazionale e interno): il monopolio della violenza legittima e della decisione politica, le frontiere (conseguenti al carattere territoriale delle comunità sedentarie), le distinzioni giuridiche (romanistiche) tra nemico e criminale e carattere pubblico della guerra. Il diritto di ciascuna comunità di vivere secondo le proprie scelte e consuetudini, ovviamente all’interno del proprio territorio, ne garantiva il pluralismo ed il rispetto da parte delle altre.
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  • L’universo non è in linea con tale metodo sperimentato nella storia, che è poi, come scriveva de Maistre, la politica applicata. Buona parte dell’armamentario di propaganda spiegato, da ultimo (ma non solo) nella guerra russo-ucraina è il contrario di quanto efficacemente praticato in qualche secolo di storia d’Europa. Il nemico è un “criminale, macellaio, pazzo”. Le sue pretese sono quelle di un malato grave, a Putin hanno fatto anche delle visite psichiatriche via televisione con diagnosi tutte infauste (dal tumore alla demenza).    Il fatto che quanto fatto da Putin somigli assai alla politica dei suoi predecessori negli ultimi secoli (da Pietro il grande a Caterina la grande passando per Alessandro I e II, Nicola I), rivolti a guerreggiare per acquisire la supremazia nel (e intorno al) Mar Nero, può avere due risposte: o che, per interessi, in primo luogo geopolitici, la Russia tende a conquiste ed accessi ai “mari caldi” tra cui in primis, il Mar Nero, e di tale tendenza occorre tener conto; ovvero che la Russia da Pietro il Grande ad oggi è stata governata per gran parte dalla sua storia, da dementi (tuttavia due dei quali fregiati dagli storici con l’appellativo di “grande”).   La lotta sarebbe tra democrazia contro autoritarismo – argomento che ricorda assai quello del “mondo libero” contro il “totalitarismo comunista” - solo che nel primo caso, aveva fondamenti ben più seri.   L’autoritario è ovviamente Putin (ma anche Erdogan, Xi-Jin-Ping, Orban, Modi ecc. ecc.). Dimenticando che, se per difendere la democrazia fosse necessario propiziare la guerra a Russia, Cina, India, ecc. ecc., il confronto risulterebbe assai problematico. Argomenti che hanno tutti i connotati comuni: a) di non riconoscere l’avversario come nemico giusto; b) di considerare le frontiere come intollerabile limite d’influenza; c) e di discriminare essenzialmente in base a “tavole di valori” nelle quali i “diritti umani” rivestono un ruolo fondamentale.
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  • Ora se è vero che vivere in una democrazia liberale (reale, meno in quelle parlate come purtroppo – in parte – è l’Italia) è molto meglio che vivere in uno Stato autoritario e forse anche in una democrazia illiberale, è parimenti vero che altro è tenersi il proprio modo di esistenza e rispettare quello degli altri, altro è cercare di esportarlo con inopportune ingerenze, e ancor più con guerre (dirette o per procura).  Ancor più quando il fondamento è la diversità di valori, la cui conseguenza è, come scriveva Schmitt, che valorizzarne alcuni significa comunque dis-valorizzare altri, collocarli in una “scala” da quello superiore a quello inferiore. E quindi discriminare coloro che condividono quelli “in basso”..
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  • Come sosteneva Max Weber la competizione tra valori crea una lotta dove non è possibile “nessuna relativizzazione e nessun compromesso”. Onde Schmitt riteneva: “la teoria dei valori celebra i suoi trionfi… nel dibattito sulla questione della guerra giusta” perché crea così il nemico assoluto “Il non valore non ha nessun diritto di fronte al valore, e nessun prezzo è troppo alto per la imposizione del valore supremo”[1].
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  • Soprattutto per questo il pluriverso è preferibile all’universo – in politica, e specialmente nei rapporti tra popoli.   E l’inclusione dell’orbe nell’urbs, capacità di cui i Romani erano maestri, richiede secoli e rispetto delle differenze. Tempo carente ed attitudine assente tra i globalizzatori. Onde il pluriverso, fondato sul rispetto della diversità tra i popoli, possiede un’attitudine pacificatrice superiore all’“alternativa” universalista.
  • [1] E prosegue: “Tutte le categorie del diritto di guerra classico del jus publicum europaeum – nemico giusto, motivo di guerra giusto, proporzionalità dei mezzi e condotta conforme alle regole, debitus modus – cadono vittime, inesorabilmente, di questa mancanza di valore”, v. Carl Schmitt, La tirannia dei valori, A. Pellicani Editori, Roma 1987, p. 72.

  • Azzurre Lontananze Sessa Le Bon IDUNA

  • Di seguito pubblichiamo un estratto della "Introduzione" di Giovanni Sessa al volume, G. Sessa-G. Le Bon, Azzurre lontananze. Tradizione on the road, edito da Iduna, pp. 226, euro 20,00. Si tratta della silloge dei diari di viaggio dell’autore in Irlanda, Nepal, Islanda, Pakistan e Mongolia. In "Appendice" la prima traduzione italiana di alcuni capitoli del volume di G. Le Bon, Il Nepal. Nelle librerie dal 28 Aprile 2022.
  • […] L’anelito al movimento, la filosofia del camminare che si evince dalle pagine di Thoreau, è una sorta di ermetico solvitur ambulando: «desiderio di liberazione dall’ansia» indotta dalla civilizzazione. Essa è testimoniata […] dal tempo di battuta delle sue pagine. La partenza, l’andare, il camminare, inducono in chi se ne faccia protagonista […], uno stato di levità psichico-mentale, una ri-nascita, un recuperato nuovo vigore esistenziale, che si manifesta nella sintonia con uomini, animali, piante e fiori. Camminare, anche per chi scrive, come il lettore evincerà dalle pagine di questo libro, è una via alla liberazione nella quale, con il ritorno al consueto […] è implicito un principio d’ordine. Tale […] camminare non ha nulla da spartire con attività sportive o salutistiche: va intrapreso con autentico spirito d’avventura interiore, senza alcun fine pratico. Solo a questa condizione il camminare può condurre a uno: «“stato di grazia” interiore che comporta ampliamento di visione e una particolare valutazione delle cose». Lo potremmo definire […] camminare metafisico, qualora non avessimo contezza che tale termine, nell’intera storia del pensiero europeo, ha determinato errori e sviamenti teorici e pratici senza pari. Camminare, in ogni caso, per noi ha valore conoscitivo: si pensi […] alla valenza iniziatica dell’Esicasmo e della Filocalia, la preghiera del cuore, nella tradizione cristiano-ortodossa.
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  • […] Altro autore, con il quale mi sono confrontato a lungo, e che mi permise di comprendere a fondo la filosofia del camminare, è Bruce Chatwin. Questi, […] in Anatomia dell’irrequietezza, mi parve condividere le medesime esigenze esistenziali che, fin da bambino, mi avevano indotto al movimento. Blaise Pascal, egli ricorda, ha sostenuto che: «Notre nature est dans le mouvement», per la qual cosa vita monotona e ripetitività producono malessere, apatia e disturbi nervosi. Per Chatwin, i popoli che definiamo sbrigativamente “primitivi” (quelli che il lettore incontrerà in diverse pagine di questi miei diari di viaggio), conservano consapevolezza della verità dell’affermazione di Pascal. Noi, “uomini della civilizzazione”, inveterati stanziali, ne abbiamo perso memoria, non ne abbiamo più contezza: «I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari non piangono mai e sono tra i bimbi più contenti del mondo. E diventano, crescendo, persone mitissime. Sono felici della loro sorte, che considerano ideale» . Del resto[…] il cosmo stesso è in perpetuo cammino: «I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano […] per insegnarci che dovremo sempre essere in movimento».
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  • In forza del debito contratto con Thoreau e Chatwin, ho compreso, soprattutto grazie alla pagine di Robert Walser, che camminare consente uno sguardo lucido sul senso riposto della physis, della natura. Quando si è in cammino: «idee, lampi di luce e luci di lampi si presentano e si affollano da sé per essere elaborati con cura». Chi riesca a elaborare tali dinamiche intuizioni, tali immagini, sgorganti sua sponte di fronte agli enti di natura che, di volta in volta, incontriamo nel vagabondare, comprende che non siamo semplicemente noi uomini a guardare e a pensare. Infatti, prosegue Walser […]: «Laddove mi stupivo, forse ero a mia volta oggetto di stupore; e se l’ambiente circostante mi appariva incerto e ambiguo, la stessa impressione facevo io a lui […] era una possibilità. La campagna e tutte le sue bellezze avevano occhi, e io ne ero felice».
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  • […] L’On the road, il viaggio d’avventura condotto con mezzi disparati, facendo l’autostop, servendosi del bus, dell’aereo, a piedi, ha segnato di sé un’intera generazione, quella cui, anagraficamente, appartengo. Essa ha avuto, quali parole d’ordine, la critica della vita artificiale, dell’utilitarismo e del produttivismo dominanti nel mondo occidentale. Il viaggio alternativo è stato teorizzato, tra gli altri, da Jack Kerouac in due romanzi notissimi, On the road e I vagabondi del Dharma , i cui protagonisti di fatto appartenevano al movimento Hippie. Ho condiviso tale modalità di viaggio, ma alla dimensione puramente negativa, al rifiuto della società capitalista, egualitaria, materialista dell’Occidente globalista propria degli Hippie, ho fatto seguire l’adesione al mondo valoriale della Tradizione. I diari, che costituiscono il libro che il lettore ha tra le mani, sono rimasti nel mio cassetto alcuni decenni. Ci teniamo a sottolinearlo con forza: pubblichiamo questi diari per testimoniare l’esistenza di una frangia giovanile che ha esercitato una radicale e seria contestazione al sistema, richiamandosi a Julius Evola e alla Tradizione quale alternativa al presente […]. Nei miei viaggi, come da molti luoghi dei diari si evince, ho interpretato le realtà che, di volta in volta incontravo, alla luce di tale visione del mondo, in certi casi, è inutile nasconderlo, in modo assolutamente ingenuo!
  • ...
  • […] Queste le motivazioni di fondo che mi hanno indotto a viaggiare, a pormi in cammino, ad andar per montagne. Mi auguro di essere riuscito a trasmettere ai lettori, almeno parte delle emozioni che ho provato in giro per il mondo. Per farlo, nel momento in cui ho deciso di trascrivere questi diari dalle pagine ingiallite dal tempo dei quaderni sui quali, sulla strada, magari sotto lo scrosciare della pioggia o durante nevicate in quota, li avevo composti, ho pensato fosse necessario mantenere inalterato lo stile scrittorio […] frammentario, sincopato, come lo è il ritmo di qualsiasi viaggio[…]. Ho rispettato l’ordine cronologico dei diari, per cui il libro si apre con il diario inerente all’Irlanda, cui fanno seguito quelli relativi al Nepal, all’Islanda, al Pakistan e alla Mongolia. Tre di questi viaggi (Irlanda, Nepal, Islanda) li ho organizzati e compiuti in solitudine, per gli altri due (Pakistan e Mongolia) mi sono avvalso di un’organizzazione, allora non turistica, di viaggi d’avventura.
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  • […] Il volume è arricchito dall’Appendice che contiene quattro capitoli, inediti in italiano, del diario di viaggio, Il Nepal, uscito a Parigi in prima edizione nel 1886, del grande psicologo francese Gustave Le Bon.  Una lettura intrigante, crediamo, che aiuta ad avere proficuo accesso alla complessa cultura nepalese.

  • cielo con nuvole 1

  • SANZIONI  ED  ETEROGENESI  DEI  FINI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Dall’inizio del conflitto russo-ucraino i mass-media mainstream (ossia la grande maggioranza) esaltano l’efficacia delle sanzioni decise – in particolare quelle dell’U.E..   Questo toccandone ogni possibile aspetto e conseguenza. Si legge con piglio giustizial-populista, che sono sequestrati i panfili degli oligarchi. Ma come ciò possa danneggiare il tenore di vita della stragrande maggioranza dei russi che quei panfili li hanno visti solo in cartolina, non si comprende; e ancor meno come, da ciò, possa diminuire il consenso popolare a Putin. Piuttosto potrebbe farlo – e probabilmente lo può – l’aumento delle perdite umane provocate dal proseguire della guerra. Parimenti non è chiaro se il divieto di vendere mocassini, prosecco e parmigiano ai russi possa creare problemi a Putin; casomai li crea ai produttori italiani.
  • ..
  • Certo sanzionare le importazioni di petrolio e gas problemi seri allo Zar li può provocare: solo che perché la minaccia diventi efficace occorrono anni. Nel frattempo Putin concluderà la guerra e le sanzioni saranno inutili.   D’altra parte nel secolo scorso l’efficacia delle sanzioni economiche per dissuadere dall’aggressione o comunque coartare la volontà del sanzionato è stata – per lo più – minima.   A partire da quelle applicate all’Italia perla guerra d’Etiopia, fino al caso della piccola Cuba che ha resistito per diversi decenni alle misure economiche degli U.S.A., e conservato il proprio regime nemico degli Yanquis; permettendosi anche qualche intervento all’estero (a dispetto degli americani, e, ovviamente sollecitato dai sovietici). Se ci si chiede il perché, data la sproporzione dei mezzi (tra sanzionanti e sanzionati) i risultati siano stati così modesti, occorre, principalmente, rifarsi a due ragioni.
  • ...
  • La prima: che la guerra reale è condizionata, limitata ad un obiettivo politico. Vince chi lo consegue, perde chi non lo raggiunge. Occorre pertanto che per dissuadere l’aggressore le sanzioni siano efficaci nel lasso di tempo decorrente tra inizio e conclusione della guerra. Nel caso ad esempio della guerra di Etiopia, le sanzioni all’Italia durarono poco più di sette mesi e furono revocate due mesi dopo la caduta di Addis Abeba. Ma non avevano né influito sulle operazioni né distolto Mussolini dall’obiettivo politico (la conquista dell’Etiopia). Conseguito il quale diventavano inutili.
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  • La seconda: per essere efficaci le sanzioni devono essere applicate da quanti più soggetti, di guisa da non lasciare alternativa al sanzionato. Quelle per la guerra d’Etiopia furono inefficaci perché, per diverse ragioni, Germania, U.S.A. e perfino alcuni Stati che le avevano deliberate non le applicarono o lo fecero parzialmente e distrattamente. Lo zucchero cubano, nell’altro caso ricordato, trovò un acquirente interessato nell’Unione sovietica e Stati satelliti.
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  • Al contrario l’embargo deciso da U.S.A., Gran Bretagna e Olanda contro il Giappone nel luglio del 1941 era estremamente efficace, perché il Giappone non poteva trovare delle possibili sostituzioni alle materie prime che venivano a mancare, petrolio in primo luogo.  I militari giapponesi stimavano che il petrolio accumulato o comunque disponibile non sarebbe durato più di due anni: entro quel termine avrebbero dovuto cessare l’aggressione alla Cina e l’occupazione dell’Indocina. La guerra scoppiò meno di sei mesi dopo. Il principale (se non unico) caso di sanzioni efficaci nel secolo scorso ebbe il risultato di dar inizio ad una guerra nuova, e non di concludere quella in corso. Cioè raggiunse l’obiettivo opposto alle intenzioni proclamate: costituendo così caso da manuale di eterogenesi dei fini (esternati).   
  • ...
  • Cambiando angolo visuale sopravvalutare l’effetto delle sanzioni è un errore di valutazione che consegue alla sopravvalutazione dell’elemento economico in un ambito essenzialmente politico com’è la guerra. Il discorso relativo è di un’ampiezza da non poter essere contenuto in un articolo. Sta di fatto che l’esito della guerra – salvo il “caso” ricordato da Clausewitz – dipende da una serie di fattori, fattori di potenza. Ossia idonei a far prevalere la propria volontà su altri, o, all’inverso, di non far prevalere quella degli altri sulla propria. Ambedue condizionate dall’obiettivo politico della guerra (o della pace). Nel caso più frequente alle volte conseguirlo esige di vincere (sul piano militare) la guerra, in altri di non perderla. Allo scopo i fattori di potenza (economico, militare, organizzativo, anche costituzionale) non è solo il primo. Anzi possono essere compensati da altri. Nella guerra dei sette anni, la Prussia, piccola ma dotata di un grande esercito guidato dal miglior generale dell’epoca – ed alleata ed aiutata dalla Gran Bretagna – riuscì a realizzare l’obiettivo di non soccombere ai tre più potenti Stati continentali dell’epoca: Francia, Austria e Russia, dotati di risorse economiche, finanziarie e demografiche superiori di circa 20 volte a quelle di Federico II. Nel XX secolo le guerre rivoluzionarie di liberazione – asimmetriche in sé – hanno mostrato come popoli colonizzati, poveri ed arretrati hanno raggiunto l’indipendenza dagli Stati colonizzatori, malgrado la disparità anche nei mezzi militari. Questo essenzialmente per il loro obiettivo politico (l’indipendenza), la determinazione nel perseguirlo nonostante danni e perdite, e la coesione realizzata allo scopo. Dalla parte dei colonizzatori, dove l’interesse economico era prevalente e richiedeva il controllo del territorio coloniale, il costo delle guerre si rivelò superiore ai benefici dell’occupazione (onde preferirono concedere l’indipendenza). Cioè opera in senso inverso alla logica economicistica e quantitativa. Logica che avrebbe avuto un ruolo sicuramente più ampio e di “successo”, in stato di pace. Per cui, dati i risultati delle sanzioni efficaci (cioè Pearl Harbour) c’è da augurarsi che, ai fini della pace, quelli delle sanzioni U.E. lo siano il meno possibile.

  • Bismarck

  • KULTURKAMPF
  • Bismarck tra tradizione e innovazione
  • I discorsi del Cancelliere di ferro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Otto von Bismarck è sicuramente un personaggio storico di grande rilevanza. Le sue scelte politiche hanno condizionato, non solo la storia della Germania moderna, ma gli eventi della prima metà del XX secolo.   Al fine di conoscere l’uomo e il Cancelliere, consigliamo vivamente la lettura di un volume a sua firma, Kulturkampf. Discorsi politici, da poco nelle librerie per Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.291, euro 24,00). Il volume è impreziosito dalla chiarificatrice prefazione del germanista Marino Freschi.   Nato nel 1815, anno fatale per le sorti d’Europa, Bismarck per tutta la vita, rileva il prefatore: «rimase attaccato alle radici dell’aristocrazia terriera» (p. I).  In gioventù, i suoi esordi nell’amministrazione prussiana non furono brillanti.   Si rese protagonista di alcuni scandali e tenne una condotta di vita al di sopra delle righe.   Fu un momento passeggero: ben presto, si radicò nel suo animo la spiritualità pietista, fondata sulla devozione mistica e mirante al risveglio interiore.
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  • Europa in camicia nera
    L’Europa in camicia nera
  • di 
  • Elia Rosati
  • L’estrema destra dagli anni ’90 a oggi
  • rec.  di
  • Giovanni Sessa

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  • In Europa viviamo, dal momento in cui è esplosa, in modo imprevisto ed eclatante, la pandemia da Covid-19, in un sistema politico in cui gli spazi di libertà e di sovranità popolare si sono sempre più ridotti. Si tratta di una forma particolare di governance, la governance sanitaria, forma estrema della degenerescenza delle democrazie liberali che, ab origine, come notò il filosofo Andrea Emo nell’immediato secondo dopoguerra, aveva in sé tratto epidemico, esplicitato dalla tendenza dei propri apparati a “sovrapporsi” al popolo.   A tale situazione, nell’ultimo trentennio, si sono opposte quelle forze politiche che vengono, per stanca convenzione, definite di “estrema destra”.   Al fine di comprendere cosa è accaduto, dal 1990 a oggi, in tale settore dello schieramento politico continentale, è bene leggere l’ultima fatica di Elia Rosati, L’Europa in camicia nera. L’estrema destra dagli anni Novanta a oggi, pubblicata da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, pp. 191, euro 16,00).      Il volume è chiuso dalla postfazione di Guido Caldiron.  Si tratta di uno studio in cui l’autore, che svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Studi storici dell’Ateneo milanese e che ha già dato alle stampe altre pubblicazioni in tema, si avvale di una metodologia mista: «ritenendo che fare storia di anni così complessi e recenti debba avvalersi di un approccio multidisciplinare» (p. 11)
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  • Recto Il filo Aureo GORLANI

  • PREMESSA   (di   S.G.)   con 
  • INTERVISTA    a
  • GIUSEPPE GORLANI
  • e  nota di
  • Giovanni Sessa

  • RETRO libro GORLANI Il filo aureo
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  • In passato abbiamo accolto, ora leggibili sul sito www.heliopolisedizioni.com , “Rivista online Heliopolis” nella sezione “Scuola Romana di Filosofia politica” a cura di Giovanni Sessa, vari scritti di Giuseppe Gorlani come coordinatore di questa comunità ashramica e stimato amico.  Ora, per quanto poco conti il mio parere, vorrei affermare che, anche chi non può o non vuole condividere, neanche intellettualmente, tutto o molto della loro scelta di vita, dovrebbe comunque ascoltare la loro testimonianza con attenzione realmente valutativa e con profondo rispetto dovuto alla rara serietà, efficace costanza e teso equilibrio, pur nella decisa scelta religiosa.   Io li ho conosciuti, anni fa per merito di Gian Franco Lami e di Giovanni Sessa, al tempo della nostra complessa esperienza del movimento di pensiero “Nuova Oggettività. Popolo, partecipazione, destino”, ove Giuseppe Gorlani ha sovente riverberato, nelle relazioni ufficiali e sempre nei rapporti interamicali, una forte referenza sacrale, autentica e realmente lontana dai sempre incombenti narcisismi intellettuali e dalle sterili diatribe personalistiche. Tabe di troppe comunità che ho conosciuto e frequentato.  Per tale motivo, in questo momento così difficile per tutti noi, credo che una veloce immersione nel loro mondo valoriale, espresso qui in questa intervista con una concinnitas che genera un vero desiderio di leggere e rileggere, sia veramente utile e capace anche di ridonarci, direttamente od indirettamente,  il senso di uno stimabile percorso orientato superiormente.  
  • INTERVISTA a   GIUSEPPE GORLANI
  • 1) Identità spirituale...
  • Il nostro punto di riferimento è il Sanatana Dharma. Giuseppe agli inizi degli anni ‘70 incontrò a Kashi, in India, un sadhu mahatma senza nome che, nell’arco di tre o quattro mesi, lo iniziò ad una sadhana (disciplina spirituale) shivaita. C’è stata dunque una trasmissione diretta, orale, non libresca, estranea ad ogni aspetto commerciale (per intenderci, al marketing legato spesso ai maestri famosi) o di affermazione profana.
  • Tornato in Italia, Giuseppe incontrò in modo del tutto “casuale” un gruppetto di giovani con i quali diede vita alla Comunità dei Cavalieri del Sole. Ad essi trasmise uno stile di vita ed una visione della realtà che, pur rispettando le modalità esistenziali dell’occidente moderno, si radicava nell’insegnamento shivaita.
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  • 2) Che cosa vi ha tenuto uniti negli anni?
  • L’aggettivo “ashramica” aggiunto a “comunità” spiega le ragioni della nostra unione. Esso rimanda al termine sanscrito ashram, circa il cui significato il Glossario sanscrito dice: “Luogo di ritiro e meditazione dove, sotto la direzione di un Istruttore o Guru, i discepoli si riuniscono per vivere una disciplina spirituale”. Giuseppe non è un Guru, ma piuttosto un messaggero, un custode o un fratello più anziano. La sua autorità non si fonda su fattori quali il denaro, l’erudizione, ecc., bensì attinge ad una maggiore esperienza nella sadhana e all’aver incontrato il Maestro. Il Centro è Shiva nei suoi tre aspetti di Sadguru, Maestro dei Maestri, di Ishwara, Principio primo da cui tutto emana, e di Paramashiva, Assoluto ineffabile.
  • La sadhana – che è essenzialmente purificazione – include pertanto tre aspetti: devozionale, filosofico-dottrinale, meditativo. Quest’ultimo rimanda ad uno spogliarsi di qualsiasi proiezione mentale, affinché nel Silenzio emerga l’Innato.
  • Senza Centro non può esservi alcuna Unità.
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  • 3) Quali sono le difficoltà maggiori all’interno
  • La principale difficoltà consiste nel senso di impotenza derivante dal rendersi conto dell’enorme discrepanza esistente tra Quello (il Tat upanishadico) che siamo realmente e l’ignoranza che si è sedimentata dentro, accecando l’ente sino al punto da indurlo ad identificarsi in essa. La comprensione intuitiva della Realtà non è sufficiente a debellare l’identificazione nell’ignoranza (avidya), perciò è indispensabile percorrere un sentiero di purificazione con la totalità di se stessi. Dato che nell’Era attuale non abbondano i punti di riferimento religiosi e di spiritualità tradizionale capaci di ispirare, ci si deve impegnare a valorizzare quel che si è ricevuto. Abbandonare il Cammino significa commettere una sorta di suicidio; come altro potrebbe essere definita la rinuncia alla Conoscenza di Sé?
  • Per il resto, se nell’intimo si è rettamente orientati, i problemi secondari (veri e propri phantasmata) recedono sino a scomparire. Le qualità che bisogna sviluppare per procedere nella sadhana sono: la pazienza, la salute, la buona volontà, la perseveranza, la modestia, la discriminazione, l’amore per l’Ineffabile – formale e informale ad un tempo – presente in noi e dappertutto.
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  • 4) Quali le difficoltà all’esterno
  • Dal punto di vista di uno Yogin, esterno ed interno sostanzialmente coincidono. Tuttavia, l’interno è ciò su cui dobbiamo cominciare a lavorare.   Sino a che si crede di dover modificare l’esterno senza prima aver rettificato l’orientamento interiore, realizzando concretamente le verità che si sono comprese, si resterà nell’impotenza e nella frustrazione, subendo in modo irrimediabile le ingiustizie e le disarmonie di un mondo in avanzato stato di decomposizione. Anteporre l’esterno all’interno è la ragione per la quale impera il disordine. Infatti, anche se si riuscisse ad eliminare una particolare manifestazione esterna dell’ignoranza, si finirebbe col sostituirvi inevitabilmente la propria ignoranza irrisolta.
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  • 5) Il vostro rapporto con i giovani
  • Da una copia sposata all’interno della Comunità sono nati cinque figli. Ciò ci ha permesso di constatare come, per quanto ci si impegni ad educare al meglio, l’influsso più significativo provenga dalla scuola. Anche gli studi classici vengono oggi impartiti superficialmente, perciò la maggior parte dei giovani restano ignoranti, privi di quegli strumenti filosofici, linguistici e morali indispensabili alla formazione di persone responsabili e mature. Le nuove generazioni vengono indirizzate alla superbia e all’edonismo che necessariamente, a tempo debito, si capovolgono in miseria e pochezza. L’unica strategia che abbiamo potuto utilizzare per difenderli è stata mitigare tali suggestioni nefaste, proponendo insegnamenti di segno opposto; essa ci ha consentito di raggiungere alcuni buoni risultati.
  • La nostra scelta di vivere immersi nella natura, dedicandoci a lavori artigianali e agricoli, è stata di grande aiuto nel prevenire la loro pressoché totale alienazione. Ora che sono adulti e che dunque possono osservare con maggior obiettività il mondo, cominciano a rendersi conto di verità che prima tendevano a rifiutare. La natura insegna la misura, il ritmo, il sacrum facere; la natura, magistra vitae, offre un’opportunità di salute e migliora l’intelligenza.
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  • 6) Il vostro rapporto con l’iper-tecnologia
  • L’iper-tecnologia è forse il maggior nemico dell’uomo contemporaneo poiché conduce surrettiziamente alla nefasta meta del transumanesimo. Il suo sviluppo, proposto come “progresso” auspicabile, condurrà all’implosione.
  • Nei nostri viaggi in Oriente (Iran, Afganisthan, Nepal, India), alla fine degli anni ‘60 inizi ‘70, abbiamo potuto vedere in quali condizioni, materiali e spirituali, si trovassero i popoli privi degli sofisticati accorgimenti tecnologici oggi in auge. Una cosa è certa: il mondo era infinitamente più bello e le persone più serene. Inoltre l’attenzione verso il sovrasensibile era assai più spiccata.
  • Nell’articolo Il concetto di nada nel pensiero indiano, del Pandita Shri Vidya Nivasa Mishra, comparso sulla rivista Atrium (n. 4, anno XXIII), si legge: «Se si vuole penetrare l’essenza della nostra cultura non possiamo farlo senza la foresta»
  • E’ ovvio, tuttavia, come nella situazione attuale dalla tecnologia non si possa prescindere. L’importante è usarla per lo stretto necessario e non farsene divorare. Vale assai più camminare in un vecchio bosco di querce rugose che ammirare panorami splendidi sul computer, scambiare quattro chiacchere col vicino artista-contadino piuttosto che chattare stolidamente, alimentando desideri virtuali. In quanto uomini è fondamentale restare vicini alla realtà naturale.
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  • 7) In relazione alla vostra visione superiormente orientata quali i rapporti possibili con i macro-fattori sociali e politici.
  • Non si può impedire che la Forza disgregante impossessatasi della mente della maggior parte degli esseri umani giunga alle sue estreme conseguenze. Il sasso che cade dovrà arrivare sino al fondo: non un istante prima fiorirà l’apocatastasi.  E’ un’utopia presumere di combattere il male con le sue stesse armi, standosene al suo interno.  Ci si dovrà piuttosto dissociare, non perdere la minima possibilità di evadere dal convoglio della follia, risvegliare nell’intimo la Presenza atemporale.
  • Si dovrà imparare a giocare in modo impeccabile l’essere nel mondo ma non del mondo. Una volta che si sia divenuti realmente padroni e conoscitori di se stessi, nessuno nell’intero trimundio potrà nuocerci.
  • Nei tempi attuali domina la menzogna. Si dovrà allora percorrere il cammino opposto ed imparare ad essere spietatamente sinceri con se stessi. Se si potrà aiutare qualcuno lo si farà, diversamente si resterà invisibili. Già in un’epoca maggiormente fausta, il wei-wu-wei (l’agire senza agire) di Lao Tzu era assai più efficace dell’agire virtuoso del pur grande Confucio. Oggi il wei-wu-wei è l’unico agire possibile.  Grandi cose ne scaturiranno; sarà però difficile, se non impossibile, individuare qualcuno da ringraziare: l’uomo del Tao non lascia tracce.
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  • Sandro Giovannini mi invita a scrivere di Giuseppe Gorlani e dei Cavalieri del Sole.  Accolgo prontamente e lietamente l’invito: l’ occasione mi consente di ri-cordare (di riportare dal cuore e nel cuore, centro dell’intelligere di senso tradizionale) la figura di Gian Franco Lami.   Giovannini, con la rivista Letteratura-Tradizione,   Lami attraverso il magistero maieutico, socratico, della “Scuola romana di Filosofia politica”   e Gorlani con l’asrham dei Cavalieri del Sole, hanno rappresentato per me un momento di effervescenza intellettuale unico e irripetibile.  Assieme abbiamo partecipato e dato luogo a un numero non trascurabile di incontri, eventi, convegni, pubblicazioni, a muovere dai primi anni del nuovo secolo, stretti da una non comune philia, dato il tratto divisivo, oltre che dissolutivo, dell’attuale fase storica.   La cosa paradossale, ma al medesimo tempo più rilevante del nostro rapporto, è che non condividiamo la medesima Via.   Nel corso del nostro iter intellettuale-spirituale, abbiamo compiuto scelte differenti. Chi scrive, non ha mai aderito al Sanātana-dharma, tantomeno lo hanno fatto Giovannini e Lami.   Eppure, tra noi, fin dai primi incontri, si è stabilita una sintonia amicale, una fratellanza piena, persuasa, ideale.
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  • Ci univa e ci unisce, la ferma convinzione della necessità di testimoniare, anche nell’atmosfera adharmica del presente, la possibilità di una vita Alta e Altra, quella indicata dalla Tradizione.  Resta il fatto che tale riferimento lo abbiamo letto, interpretato e vissuto in modalità eterogenee.  Per quanto mi riguarda, ritengo fuor da ogni dubbio, che l’esperienza realizzativa di Gorlani e dei Cavalieri sia autentica, risultato di un lungo e sofferto percorso di ricerca spirituale.  E ciò mi basta.  Ricordo con emozione la prima volta che mi recai presso la loro bellissima Dimora (di ciò si tratta, non di una semplice abitazione): ebbi l’impressione di trovarmi nella Cittadella della custodia tradizionale, nella “Torre” di evoliana memoria, dove simboli e statue votive degli dèi dell’India erano e sono collocati al posto giusto, individuato secondo i canoni della geografia sacra.  Nella suggestione di tale Dimora si svolse una serata indimenticabile, cui partecipammo tutti noi, con altri sodali, dedicata al mondo fantastico di Tolkien, che oltre ad evocare l’affabulatorio docente di Oxford, fu propizia e foriera di altre iniziative e progetti comuni.   La residenza dei Cavalieri, vale la pena rilevarlo, è attorniata dalla Natura, simbolo dei simboli, le cui disparate manifestazioni non fanno che dire il Medesimo e le cui continue metamorfosi non indicano una forma nel senso della Gestalt, come sa Gorlani.   Egli, infatti, è latore di quel sapere (dal sapio latino) che indica l’assaporare, il toccar con mano la Realtà.  Ha contezza che gli enti sono maschere del senza forma, del ni-ente originario, della non-dualità.  Mi permetto di sostenere che, probabilmente, ciò che ci unisce in profondità è la condivisa consapevolezza che la dynamis della physis, la potenza non normabile dell’origine, e qui uso espressioni più vicine alla mia sensibilità tradizionale, è principio animante Tutte-cose.   Non è certamente casuale che, lo ho scritto nella Prefazione a un volume di Gorlani, Il Filo aureo, lo abbia incontrato la prima volta nei giorni del rigoglio primaverile del 2006 e che, ogni volta che scrivo di lui, come oggi, dalla finestra del mio studio si mostri l’erompere del primo tempo dell’anno e della vita.   Con Giovannini facemmo conoscenza nella medesima occasione, segnata dal nuovo inizio della natura.   Per non dire di Lami, cui strinsi la mano nel 1977, in quello che Leopardi definisce il “maggio odoroso”.  “Amicizie stellari” contraddistinte, da un lato, da Śiva-Dioniso, dall’altro da Vāstospati, dio dell’Ordine.   Lami definiva, non va dimenticato, il suo pensiero «filosofia dell’ordine e del divino».
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  • Una visione del mondo “di pochi”.  Del valore e delle intenzione della comunità dei Cavalieri del Sole ha detto esaustivamente nell’intervista Giuseppe. Nei suoi confronti e nei confronti di Sandro non posso che esprimere riconoscenza e gratitudine, sia per l’amicizia che mi concedono che per gli stimoli intellettuali e spirituali che ho tratto dal loro incontro. Relazioni di tal fatta mi hanno indotto a perseverare lungo la strada scelta, nonostante i momenti di stanca, le inevitabili disillusioni, stoicamente, come insegna Löwith: «senza sperare e senza disperare», con occhio fisso alla physis. La Natura svela ogni segreto a chi sappia leggere il suo caleidoscopico linguaggio.  In quest’ultimo periodo ci ritroviamo, nel ricordo imperituro di Lami, a condividere l’esperienza della rivista online  heliopolisedizioni.com   tentando di compiere, come Gian Franco ci invitava a fare: «Un passo per la vita, un passo per il pensiero».   Tutto il resto non conta.    A noi, ancora una volta, dunque!!          (Giovanni  Sessa)

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  • Grecchi

  • La filosofia prima della filosofia
  • Uno studio innovativo di
  • Luca Grecchi
  • di
  • Giovanni Sessa
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  • Attorno alle origini della filosofia, antichisti e filologi dibattono da secoli. Per convenzione manualistica, i più ritengono che questa forma di pensiero, connotante di sé, fino ai nostri giorni, l’iter storico dell’uomo europeo, sia sorta con i Presocratici, nel VI secolo a.C., nelle colonie ioniche dell’Asia Minore. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la lezione di Giorgio Colli spostò l’attenzione su epoche più arcaiche, in quanto l’insigne studioso della Sapienza greca, disse il filosofare esser sorto in continuità con il mito, non in contrapposizione a esso. E’ da poco apparso nel catalogo di Scholé, uno studio di Luca Grecchi che, in tema, risulta latore di importanti novità. Ci riferiamo a, La filosofia prima della filosofia. Creta, XX secolo a.C., Magna Grecia, VIII secolo a.C. (pp. 198, euro 22,00).  Il volume è preceduto dall’introduzione dell’archeologa Daniela Lefèvre-Novaro. L’autore, docente all’Università di Milano-Bicocca, ha già all’attivo diverse pubblicazioni in tema.    In queste pagine, egli muove dall’assunto aristotelico che ciò che è in atto deve essere stato in potenza. Ora, se tutti gli esegeti concordano nel riferire che è possibile parlare dell’attualizzarsi del filosofare, a muovere dal VI secolo a.C., risulta necessario spingere l’indagine ai secoli precedenti per individuare il terreno “potenziale” dal quale la filosofia sarebbe sorta. Grecchi pone, quale fil rouge del proprio lavoro esegetico, questa definizione della filosofia: «un sapere finalizzato alla ricerca della verità dell’intero, caratterizzato da metodo dialettico, avente come fondamento di senso e di valore l’uomo inteso nella sua universalità» (p. 13). Il filosofare si occupa di due contenuti, trascurati dalle scienze, la verità e il bene: è disciplina che richiede una prassi atta a inverare nell’azione virtuosa, le acquisizioni del piano teoretico. Tale era la filosofia nel mondo antico, perciò: «Non può essere casuale […] che la philosophia si sia formata nell’antica Grecia» (p. 17) e non in Oriente, dove mancava il pre-requisito politico e sociale di un tale sviluppo, la polis.
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • NEBBIA  della   GUERRA   e     FAKE-NEWS   
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
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  • Scriveva Clausewitz che la guerra è caratterizzata dalla “nebbia” che non consente o consente con poca chiarezza e distinzione la percezione della situazione effettiva.  Tale nebbia non è però solo quella di Austerlitz, cioè un fenomeno naturale, ma è dovuta ad attività (ed errori) umani: alla confusione, allo scarso o contraddittorio afflusso d’informazioni, agli espedienti del nemico volti ad ingannare. Le informazioni, scriveva il generale prussiano, sono la base per le   “nostre idee ed azioni… base fragile ed oscillante, e si comprenderà ben presto quanto pericolosa sia l’impalcatura della guerra, con quanta facilità possa crollare, e schiacciarci sotto le sue macerie”.    Le informazioni perciò   “in guerra sono in gran parte contraddittorie, in maggior parte ancora menzognere, e quasi tutte incerte”.    Tale difficoltà è già importante per chi deve decidere, cioè i comandanti politici e soprattutto militari, gli esperti.   Ma è assai peggiore “la cosa per colui che non ha esperienza…  invece le notizie successive si sostengono, si confermano, s’ingrandiscono, aggiungono”.    E il “pubblico” cioè coloro che osservano le descrizioni belliche, sono il massimo della non-esperienza, e non si rendono conto o in misura minima che   “la maggior parte delle informazioni è falsa… Ciascuno è disposto a credere più il male che il bene e ciascuno è tentato di esagerare un poco il male: ed i pericoli fittizi che vengono segnalati, in tal modo, pur dissolvendosi in se stessi come le onde del mare, si affacciano, al pari delle onde, senza una causa visibile”.   Il capo ha così il difficile compito di valutare e selezionare tra le tante che gli giungono, le notizie più attendibili.
  • Quando poi le informazioni generosamente distribuite sono dirette al pubblico radio-televisivo e dei media in genere, la nebbia s’infittisce e si amplifica l’interesse a produrle, anche quando la saggezza le rende improbabili.   Con ciò si passa alla “guerra psicologica”, definibile come l’insieme delle iniziative volte a controllare l’opinione pubblica e i di essa giudizi ed azioni, agendo – prevalentemente – sul sentimento e l’emotività.   Se indirizzato al nemico (in atto o in potenza) lo scopo assolutamente prevalente è di condizionarne e fiaccarne la volontà, inducendolo alla trattativa (a perdere), se la guerra è in atto, o a non farla (o a non intervenire) se è in potenza.   Questo è ovvio, perché da un lato la guerra è un mezzo per affermare la propria volontà e potenza, onde il miglior nemico è quello poco determinato a combattere; dall’altra la prima regola dell’agire strategico è ridurre il numero (o almeno la potenza) dei nemici, come ben sapevano i romani.   Il generale prussiano, tuttavia, in un’epoca in cui la stampa quotidiana muoveva i primi passi non era in grado di prevedere quanto si sarebbe intensificata col progredire dei media.
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  • La guerra russo-ucraina è connotata, ancor più che le precedenti del XX e XXI secolo, da essere una guerra telematica, combattuta sui media, non meno – anzi di più – che sul campo.  Ma sempre caratterizzata dallo scopo, ovvero fiaccare la volontà del nemico e indurlo a sottomettersi – e dei mezzi all’uopo spiegati: una massa d’informazioni false, artate, contraddittorie.   Che non reggono, o sono del tutto improbabili una volta verificate o valutate.
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  • Ad esempio il ruolo di Putin, elevato – in mancanza di più acconci interpreti – ad incarnazione del male assoluto.   È lo stesso statista che fino a pochi mesi fa interloquiva con tutti i grandi della terra, che stringevano accordi e facevano affari con lui.  Mostrandosi così, almeno, un po’ ingenui, facenti parte della razza dei Chamberlain, non dei Bismarck.   E anche dimentichi che il nemico non è solo quello cui si fa la guerra, ma anche quello con cui si conclude la pace.  Onde è meglio, come nel diritto (romano) e internazionale classico non demonizzarlo, o anche solo criminalizzarlo, perché così si rende ancora più difficile concludere la pace.   E la stessa pace diventa così una tregua di briganti.    
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  • Altra notizia non falsa, ma costante, è quella sui “danni collaterali”, ossia sui civili morti a causa delle operazioni belliche. É cosa vera, semplicemente perché da millenni a far le spese della guerra sono (anche) gli innocentes (come scrivevano i teologi-giuristi del ‘600).  Ancor più nelle guerre moderne dove la straordinaria forza distruttiva delle armi ne ha reso l’uso limitato spesso impossibile.   Con la conseguente violazione del principio del diritto “in guerra” di risparmiare gli innocentes, ossia i non combattenti.
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  • Solo che a distinguere tra crimine di guerra e “danni collaterali” è, molto spesso, la natura dell’obiettivo e l’intensità (e potenza) dell’attacco. Ad esempio non risulta che i russi abbiano impiegato l’aviazione per bombardamenti terroristici, tipo quelli di Dresda, Amburgo e Tokio (e di tante altre città dell’Asse) della seconda guerra mondiale. In cui i morti, nella più modesta delle valutazioni furono alcune decine di migliaia (a bombardamento). E dove furono largamente impiegate le bombe al fosforo per causare incendi difficilissimi da spegnere. Cioè proprio ordigni fatti con lo stesso elemento che tanto tiene banco tra le atrocità russe praticate in questa “operazione militare speciale”. Peraltro anche in tal caso qualcuno s’è impancato a docente di chimica bellica, confondendo fenomeni e norme. Le bombe al fosforo sarebbero armi “chimiche” perché… basate su una reazione chimica (produrre la combustione).  Ma essendo una reazione chimica altresì l’esplosione causata dalle bombe convenzionali, anche queste, ragionando come certi esperti, sarebbero delle armi chimiche.   Sul piano giuridico invece le bombe al fosforo sono classificate armi convenzionali e, per questo, vietate dalla Convenzione di Ginevra del ’98, ma tenute ben distinte dalle armi chimiche vietate da altra convenzione.   Per cui reagire all’uso di ordigni al fosforo con un bombardamento di gas nervini sarebbe una rappresaglia sproporzionata.
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  • Soprattutto non si può confondere il nemico con il criminale come fa la propaganda argomentando che l’uno e l’altro uccidono e danneggiano. La Russia – e così l’Ucraina – ha, come qualsiasi Stato lo jus belli, e quindi il diritto di servirsene.  Chi la governa non è un animale, un essere non-umano, né un delinquente.  Già lo sapevano i romani. Nel Digesto (L, 16, 118) si legge “Hostes’ hi sunt, qui nobis aut quibus nos publice bellum. decrevimus: ceteri ‘latrones’ aut ‘praedones’ sunt”; e traducendo “i nemici sono coloro che a noi, o noi a loro, abbiamo dichiarato pubblicamente guerra: gli altri sono briganti o pirati”.   Caso mai Putin ha, secondo una moda invalsa da quasi un secolo, fatto la guerra chiamandola diversamente (operazione militare speciale). Ma in ciò è stato preceduto da tanti altri – Nato compresa – che ha condotto guerre denominandole “operazioni di polizia internazionale” (ecc. ecc.).   L’ipocrisia non è una pratica peculiare a un contendente ma appare estesa a tutta un’epoca che, vagheggiando un pacifismo integrale, ha cominciato a realizzarlo dal vocabolario. Purtroppo non andando oltre.
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  • Resta da vedere se, diversamente dalle buone intenzioni esternate, una pratica siffatta non faccia crescere d’intensità lo scontro bellico: anzi la creazione del male, del nemico assoluto porta proprio a quello: ad intensificare il sentimento ostile (Clausewitz);e così a popolarizzare la guerra.      Le vie dell’infermo sono lastricate di buone intenzioni.


  •                                      Reghini e Cornelio Agrippa
  •      Il De Occulta philosophia commentato dall’esoterista neo-pitagorico
  •                                              
  •                                            di Giovanni Sessa
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  • Arturo Reghini è stato un punto di riferimento della tradizione esoterica primo-novecentesca. E’ noto che diresse e collaborò a numerosi e vivaci periodici dell’epoca e che fu in contatto con esponenti del tradizionalismo romano, non ultimo Julius Evola, con il quale giunse, dopo un periodo di collaborazione, alla definitiva rottura. Momento rilevante, nell’elaborazione del suo sistema speculativo-operativo, è rappresentato dal confronto con l’opera di Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535). La nostra affermazione trova conferma in un volume di recente pubblicazione, Agrippa e la sua magia secondo Arturo Reghini, comparsa nel catalogo delle Edizioni Aurora Boreale, per la cura di Nicola Bizzi, Lorenzo di Chiara e Luca Valentini (per ordini: edizioniauroraboreale@gmail.com, pp. 327, euro 20,00). Il libro contiene tre saggi contestualizzanti dei curatori, lo scritto di Reghini inerente l’opera di Agrippa, la biografia del neo-pitagorico vergata dal discepolo, Giulio Parise, nonché un’ampia bibliografia.
  • A Nicola Bizzi si deve uno scritto ricostruttivo, che esalta la funzione svolta dall’esoterista italiano nel contesto storico in cui si trovò ad agire. Azione centrata la sua, su una pars destruens, la critica del: «modello di Massoneria post-illuministico» (p. 55), e su una pars construens, la riattualizzazione della Massoneria iniziatica e dei suoi riti. Bizzi ricostruisce in modalità organica l’iter intellettuale-realizzativo reghiniano, intervallando dati biografici e discussione dei plessi teorico-operativi più rilevanti della visione del mondo del pensatore-matematico. Da queste analisi si evince l’importanza che l’opera di Agrippa ebbe sul Nostro. Il mago di Nettesheim corresse, come opportunamente ricorda nel suo scritto Di Chiara, in senso prassista, la pur grandiosa visione del mondo neoplatonica di Ficino e di Pico. L’opera maggiore di Agrippa, il De occulta philosophia, non può essere derubricata ad esempio di enciclopedismo erudito rinascimentale. Nell’ultima edizione del 1533, frutto di accorta e ampia revisione testuale: «si fa più forte la necessità […] di procedere ad una radicale opera di purificazione e di restaurazione del corpo di insegnamenti magici legati all’antica sapienza teurgica» (p. 9). Essi, infatti, stavano correndo il rischio di cadere nell’oblio, oscurati dai rivestimenti intellettualistico-secolari, che la visione moderna stava loro imponendo.
  •    Il compito che Agrippa si pose è il medesimo che, nel Novecento, si porrà Reghini: vivificare l’antico sapere magico-ermetico. Allo scopo, la frequenza di Tritemio, che lo stimolò allo studio della tradizione esoterica, risultò assai proficua. Tritemio, e sulla cosa concordano i più noti biografi di Agrippa, fu Maestro di quest’ultimo, avendolo incontrato in un periodo nel quale questi usciva da esperienze vissute in circoli iniziatici, che non si erano rivelate del tutto positive. Tra il 1510 e il 1533, Agrippa consolida il proprio patrimonio ideale, le proprie esperienze lungo la Via trasmutativa. Pertanto, con l’edizione del 1533 si realizza: «una vera e propria sistematizzazione degli insegnamenti magici ed esoterici disponibili all’epoca» (p. 10). Lo studioso riuscì a tanto, grazie alla protezione dell’Arcivescovo di Colonia, Hermann Von Wied. Nel De Occulta si evincono disparate influenze, dedotte dalle traduzioni ficiniane dei testi ermetici, misterici, teurgici e pitagorici, ma anche riferibili a Pico. Evidenti sono i richiami al De Verbo Mirifico di Reuchlin o a studiosi quali Paolo Ricci e il francescano Francesco Giorgio Veneto: «Ampio credito riscuoteva infine la grande tradizione di magia naturale medievale che dal maestro Alberto Magno passava per […] Ruggero Bacone» (p. 15).
  • L’opera di Agrippa è organizzata in tre libri. Il primo si occupa del livello più basso della magia, legato alla dimensione naturale. Il secondo discute la cosiddetta magia astrale, ovvero è una trattazione della sfera intermedia e celeste. Infine, il terzo libro tratta di quel tipo di magia che: «investiga il piano sovra celeste e prettamente intellettuale […] connesso al regno delle essenze eterne» (p. 16). L’universo agrippiano è retto da una serie di corrispondenze interne, il livello inferiore, mantiene un rapporto simpatetico e analogico con quello superiore, e viceversa. Il cosmo è animato, vivente. Per tale ragione, ogni ente non può essere conosciuto attraverso i suoi aspetti di superficie, fermandosi alla modalità esteriore, apparente: «giacché esistono molteplici livelli di conoscenza di uno stesso essere» (p. 17). Del resto se l’inferiore è sorto dal processo emanazionista, che conduce dall’Uno ai molti, nulla vieta di pensare una possibile conversione epistrofica, una “risalita” degli enti all’Uno: «E’ il principio dell’anima mundi che in Agrippa fonda tanto la veduta speculativa, quanto l’applicazione magico-operativa della dottrina» (p. 17). Il cosmo è, quindi, imago Dei, mentre l’uomo è considerato da Agrippa, in quanto microcosmo, “immagine di una immagine”, imago mundi.
  • Mago è l’uomo che sa attirare a sé forze dall’alto, per servirsene allo scopo di “sgrezzare la pietra” e trasmutarla nella sua reale natura divina: «Alla base di tale ideale, vi è l’intima persuasione […] circa il carattere o dignità integrale […] congenita all’uomo» (p. 25). Il mago riunifica i tre livelli del reale in una potente operazione di reintegrazione. Coglie nel segno Valentini, individuando nella dea Hecate, che nel mondo greco-romano ebbe funzioni psicopompe, la simbolizzazione di una funzione essenziale: unire i tre mondi del Cosmo. La dea era rappresentata con un volto infero, un cane, indicante la realtà ctonia, un volto terrestre, rappresentato da un cavallo, animale vitale per antonomasia. Infine, un volto celeste, quello di un serpente, forza dei primordi, che ha alchimicamente sublimato la caducità e la transitorietà dei primi due mondi indicando: «la rigenerazione finale di Ecate triforme […] che cambia la propria pelle, che da strisciante nella melma diviene lo Djed egizio […] il cobra eretto» (p. 32). Tripartizione rintracciabile, lo fa rilevare Valentini, anche nell’Ermetismo.
  •    In tale tradizione, il mondo elementale, campo d’azione del filosofo naturale, è dato dal Sale, la cui realizzazione si ottiene con il Separando Lunare, che induce una prima autonomia dalla fisicità. Il mondo siderale è alchimicamente assimilabile al Mercurio, la cui Opera al Bianco getta le premesse per il superamento del tellurico. Alla fine del percorso l’assimilazione con il mondo intellettuale, associabile allo Zolfo e all’Opera al Rosso, testimonia la trasmutazione nell’Oro. Detto ciò, si comprende che il commento reghiniano ad Agrippa è in realtà un trattato teorico-realizzativo sull’ Opus Magicum.
  • Pienezza
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • La gloria fluisce dalla notte al mattino, mentre molti, troppi, si affaccendano intorno a cose da nulla. Se Andrea Emo, che era un uomo nobile, in senso eckhartiano, sosteneva di essere «un buono a nulla [...] capace di affrontare guardare sopportare il nulla», con tale espressione voleva significare la vacuità di tutte le proiezioni individuali, ma non poteva certo negare la Presenza del Senza Superiore (Anuttara) non inteso come ente, bensì come Ineffabile che egli identificava nel Cristo sorgente dal sepolcro.
  • Dopo aver detto, gridato, proclamato tutti i “no” possibili, balza fuori il “Sì” ultimo, stracolmo di Paramashiva: l’asseverazione che non appartiene a questo o quel nome, ma che splende per se stessa. E c’è libertà, gioia, amore senza oggetto. Noi, pulviscolo sterminato, siamo Lui, lo riconosciamo e godiamo sia il Tutto che il Nulla. Siamo il Pieno, di là dal vuoto e dal pieno osservabili. Con fiducia, con sconfinata capacità di accogliere la Realtà ammantata di qualsiasi forma.
  • C’è attestazione implicita del Bene includente il ragno in un angolo tra i muri in paziente attesa del nutrimento, che sarà angoscia per la vittima. C’è musica, proporzione di accordi, armonia nella tensione continua all’equilibrio. C’è il tessere di Kabir sul telaio della comprensione: «Un mare di azzurro ricopre il cielo. / La febbre di vivere è stata placata».* C’è il sorriso di un uomo, di una donna, di un bambino, c’è l’albero diritto e rigoglioso, c’è il vallone dove si nascondono i cinghiali e in cui la bellezza lascia abbondanti impronte.
  • Si consacri a una simile meraviglia la propria meraviglia; questa, benché vuota, non sarà mai inadeguata. Altrimenti perché Andrea Emo, buono più di molti al nulla, avrebbe scritto, riempiendo un armadio di quaderni? Non ne pubblicò neppure uno, ubbidendo all’ispirazione della nobiltà che lo permeava, ma avrebbe anche potuto pubblicarli e il pieno al fondo del nulla avrebbe sorriso.   Un petalo rosso sfiora l’orecchio, cade leggero da alcune nubi e costringe il “nulla” a cantare, entrando nelle bocche in disfacimento di qualsiasi cadavere.
  • Il shishya si sieda nella polvere in siddhasana. Troppa gioia non può essere comunicata e si rivela come beatitudine.   Shri Adi Shankaracharya, shishya di Govinda Bhagavatpada, scrive ne L’onda di felicità del Liberato vivo: «Quando mantiene il silenzio o quando si mostra incline a parlare, quando la sua felicità interiore sospende la sua voce e lo fa ridere sino alle stelle, o quando egli esamina con interesse qualche questione del mondo, il saggio la cui ignoranza è stata abolita dall’iniziazione del suo Guru non è più il giocattolo dell’illusione. [...] Egli gode senza sosta della Liberazione, tuffandosi e rituffandosi nel lago di innata beatitudine che è la suprema realtà di Shiva».**
  • Om Purnamadah Purnamidam / Purnat Purnamudachyate / Purnasya Purnamadaya / Purnamevavasishyate.***    Invisibile e visibile sono Pienezza; nessuna diminuzione la può alterare e non vi è alcunché di dicibile o indicibile che si sottragga alla Pienezza.

  • Note:
  • *I canti di Kabir, Co 1999, p. 82.
  • **Jean Klein, Essere, To 1983, pp. 5 e 6.
  • ***Traduzione: «Quello è Pienezza, questo è Pienezza, la Pienezza viene dalla Pienezza, se togli Pienezza dalla Pienezza, ciò che rimane è Pienezza».

  • Buddha su tigre guerra interiore

  • Combattere
  • di
  • Giuseppe Gorlani

  • Per combattere valorosamente è necessario offrire la totalità di se stessi alla bandiera cui apparteniamo, al Re che poniamo al di sopra di ogni cosa. Morire non è il male peggiore. Perdere l’onore, la dignità e dunque essere vili sono gli esiti che più spaventano l’“uomo nobile”. Tradire l’amore per quelli che hanno riposto fiducia in noi: quale strazio! Del resto bisogna almeno intravvederla la viltà per conoscerla e allontanarla o, meglio ancora, risolverla.
  • ...
  • In alcune situazioni estreme è possibile sentirsi invadere da un principio di panico, ma, quando dal punto di vista dell’io individuato tutto sembra ormai perduto, si risveglia miracolosamente il Re, emissario dell’Atman, l’Eroe che vede la paura come un’aquila volteggiante il coniglio. Nella sua bocca i mantra sono tuoni, astra, eruzioni di vulcani, apocatastasi.
  • ...
  • Allora il corno delle Valkirie squilla tra le valli, stracciando il terrore della morte nello stesso modo in cui gli zoccoli dei cavalli lacerano la bandiera nemica nel fango. Liberi da distrazioni si può combattere al meglio. Dice Shri Krishna nella Bhagavad Gita: «Lo Yoga è abilità nell’azione».*    Che la battaglia sia interna od esterna non fa molta differenza.   Entrambe sono scandite da azioni alle quali non ci si può sottrarre.    Il comprendere che non si traduce in agire è vana chiacchiera.
  • ...
  • Il valore deve essere in nuce dentro di noi sin dalla nascita, ma poi bisogna coltivarlo, dopo aver ricevuto un’adeguata iniziazione ad esso. Più questa ci avrà messo duramente alla prova e più sarà stata efficace al fine di svelare Quel che si È.     Anche lo yogin, il sapiente, l’alchimista, il teurgo combattono. L’uomo nasce con un nocciolo di inerzia e pigrizia difficili da superare. Dipende dalla nostra volontà lasciarlo espandere o sottometterlo alla Conoscenza che lo trasformerà in decisioni intelligenti, coraggiose, realizzatrici del Bene.   Anzi, è certo che la battaglia condotta contro l’ignoranza dagli aspiranti alla Conoscenza-Amore è maggiormente cruenta e perigliosa rispetto a qualsiasi altra; spesso dura per l’intero arco dell’esistenza.    Il rischio che si corre non è soltanto abbandonare il corpo fisico o macchiare la propria dignità con un atto di viltà, bensì quello di vedersi ricacciare incommensurabilmente lontani dal Sole.
  • ...
  • L’invocazione che lo yogin rivolge alla Presenza nel Cuore – il Sé, l’Atman identico al Brahman – è ch’egli riesca a non arrendersi mai, risollevandosi con forza rinnovata dai propri errori. Il tratto finale dell’ascesa non prevede errori. Tuttavia esso non è difficile in sé. Difficile è non distrarsi, evocare la perfezione spontanea, la nostra natura innata, di là da vita e morte, pace e guerra, lode o biasimo. Colpire al buio una moneta con un sasso. Vedere in trasparenza gli intenti reconditi di ciascuno. Stare soli e in compagnia ad un tempo. E accettare completamente, irreversibilmente d’essere lo splendore indescrivibile che siamo.
    *Roma 1981, II, 50

Eco Buddhismo


  • Capitalismo ed ecologismo
  • Il caso dell’eco-buddhismo in Thailandia
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’attenzione ecologica è certamente un tratto che connota dall’interno teoria e prassi del capitalismo cognitivo. Il prometeismo radicale, realizzato dall’industrialismo moderno, pare essersi smorzato, negli ultimi decenni, di fronte al possibile disastro ambientale annunciato dai dati scientifici. E’ sorto, in tal modo, un “ecologismo” di sistema, teso a difendere gli interessi della Forma Capitale ed eterodiretto dai potentati comunicativi delle società opulente. Esempio eclatante il “gretismo”, fenomeno mediatico di massa che ha coagulato le istanze dell’ecologia riformista interna al sistema vigente. Un recente volume dell’antropologa Amalia Rossi, docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, mostra come l’ecologismo prodotto per partogenesi dal capitalismo, vada avanzando anche nei paesi in via di sviluppo, ad esempio in Thailandia. Ci riferiamo a, Eco-Buddhismo. Monaci della foresta e paesaggi contesi in Thailandia, edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 320, euro 20,00). Il volume è aperto dalla prefazione di Andrea Staid.
  • ...
  • Si tratta di uno studio analitico, risultato della permanenza e delle ricerche condotte dell’autrice nella provincia nord-thailandese di Nam, posta al confine settentrionale con il Laos. Tale territorio, nelle complesse vicende politiche thailandesi, dipanatesi negli ultimi decenni nel susseguirsi di governi riformisti a fasi di aperta dittatura militare, è stato il focolaio dell’insurrezione maoista. Il metodo seguito da Rossi è interdisciplinare, l’atteggiamento di indagine è esplicitamente definito “non-neutrale”: l’autrice, infatti, prende posizione nei confronti dei cambiamenti in atto nel paese orientale alla luce della propria storia e della propria formazione culturale: «di fatto mi situavo allo stesso tempo “con” e “contro” tutti i “nativi” […] cercando sì di pormi sopra le parti, ma solo dopo aver immaginato di indossare le maschere dei miei informatori e di agire e pensare come loro» (p. 32). Il lettore, per entrare nelle vive cose della trattazione, come rileva il prefatore, deve liberarsi del pregiudizio legato alla visione del mondo occidentale, per la quale oggi sarebbe necessario “preservare la natura”, imperativo discendente dal dualismo di natura e cultura, cos’ì come è stato pensato in Europa. In secondo luogo, bisogna tener presente che, anche in Thailandia, la recente riconfigurazione paesaggistica, messa in atto attraverso la creazione di riserve e Parchi naturali, non ha tenuto conto delle necessità e della cultura degli abitanti della regione del Nam. Tali “custodi” del territorio hanno praticato, per secoli, un’agricoltura semi-nomade, ora ritenuta anti-economica e anti-estetica. Ragione per la quale sono stati allontanati dal loro habitat.
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  • Donà

  • Massimo Donà e la filosofia di Goethe
  • Una sola visione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • E’ nelle librerie, per i tipi di Bompiani, un libro davvero importante di Massimo Donà, Una sola visione. La filosofia di Johann Wolfgang Goethe (pp. 327, euro 14,00). Nelle sue pagine, il filosofo si confronta con il pensiero del grande scrittore tedesco, del quale legge, in termini teoretici, le opere. Il libro è stato preceduto da altre due monografie, dedicate rispettivamente a Leopardi e Shakespeare. Il motivo che accomuna i tre volumi è il medesimo. Donà interpreta questi tre grandi, valorizzando, alla luce delle proprie posizioni speculative, il loro tratto anti-platonico, anti universalista. Non casualmente, sostiene l’autore, Goethe era mosso da: «sovrumano amore nei confronti dell’irripetibile unicità dell’esistente» (p. 21): intese vita e natura quale: «espressione di una potenza incoercibile di cui sarebbe stato vano cercare di predeterminare il corso e la direzione […] poiché “in ogni luogo noi siamo al suo centro”» (p. 22). Sulla scorta di tale intuizione, il genio di Weimar comprese l’inanità degli “universali”, delle “idee”, al fine di comprendere il reale. I concetti determinano, “pietrificano” il conosciuto, nella migliore delle ipotesi parcellizzano, attraverso la procedura analitica, l’Uno-Tutto.
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  • Gustave Le Bon,
  • Come nascono le opinioni e le credenze
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange   
  • (Oaks editrice, pp. 461. € 28,00)

  • Pensatore positivista “tipico”, Gustave Le bon fu psicologo, sociologo, antropologo. Ed anche epistemologo, come dimostra questo saggio. Ammirato all’epoca, in particolare dai grandi dittatori, al cui rapporto con il “seguito” non furono estranee le concezioni di Le Bon, come appare dalle loro capacità e modi di persuasione delle masse.
  • ...
  • La ricerca delle regolarità di comportamento dei gruppi sociali, anche e soprattutto se caratterizzati da una inesistente o minima organizzazione/strutturazione – in pratica senza reale potere e “diritto” - è uno dei percorsi di ricerca di Gustave Le bon, probabilmente il principale.    Prima che nell’azione collettiva, il comportamento dei gruppi sociali deriva dalle opinioni e credenze diffuse negli stessi. Nella prefazione Francesco Ingravalle scrive che ciò “equivale a fare della fede (che è opinione e credenza eretta a norma direttiva della nostra vita) la chiave degli eventi storici prodotti dall’interazione fra gli uomini”. La fede è connotata da una logica affettiva che non è – meglio va al di là – della logica razionale; Ingravalle sostiene che, secondo Le Bon, “la logica affettiva intride di sé le collettività e le folle: non c’è da stupire che il misticismo attecchisca nelle masse, mentre la logica razionale, prodotto tardivo dell’evoluzione umana, trova il proprio maggiore dispiegamento negli individui”.
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  •                                  
  • Scruton
  •    
    Vivere conservatore 
  • Una biografia intellettuale di Roger Scruton
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • L’aggettivo conservatore è, nel vocabolario contemporaneo, sinonimo di “inadeguato”, “superato”, “fuori della realtà storica”. Per un pensatore, esser definito tale, equivale ad essere relegato ai margini del dibattito intellettuale, confinato al di là dei confini segnati dall’“intellettualmente corretto”.   In tal caso, si è considerati, a tutti gli effetti, “scorretti”, “inattuali”, “nemici delle sorti progressive” dell’umanità. E’quanto è accaduto all’inglese Roger Scruton, illustre rappresentante del pensiero conservatore. Lo si evince dalla lettura di un interessante volume. Si tratta di Vivere conservatore. Conversazioni con Mark Dooley, recentemente comparso nel catalogo della Giubilei Regnani per la cura di Francesco Giubilei, autore di un’introduzione contestualizzante (per ordini: info@giubileiregnani.com, pp.338, euro 23,00).
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  • LIBERA NOS A MALO….
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La pandemia (ma non solo) ci ha riempito di bonus: per le facciate, l’energia alternativa, i monopattini, le bici elettriche, ecc. ecc. Con gli italiani in gran parte contenti nel vedere come dai funebri ritornelli – dei governi Monti e post-Monti – con cui s’accompagnavano tasse nuove e innovative (nel senso dell’aumento), si fosse passati al carnevale, con lo Stato che, invece di ripartire carichi, distribuisce sovvenzioni.
  • ...
  • Da qualche settimana tuttavia lo spartito è cambiato: i bonus, questa risorsa di sollecitudine paterna dello Stato-provvidenza sono stati pervertiti dai soliti italiani profittatori: risulterebbe che una consistente quota dei bonus finanziati da Pantalone sarebbe stata percepita da chi non ne ha diritto. Per cui sarebbe opportuno fare marcia indietro. Ci permettiamo però, al riguardo, di prendere esempio da quanto sosteneva Lenin: fare si un passo avanti ma per farne due indietro. Vediamo come.
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Susanetti


  • Il talismano di Fedro
  • Davide Susanetti e la mania sacra
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Noi, uomini della società liquida, post-moderna, viviamo la situazione di crisi che attraversa in profondità le nostre vite, come se fosse naturale, destinata a perpetuarsi per l’eternità. Viviamo una vita chiusa nell’endiadi produzione-consumo: in essa il desiderio si è plebeizzato, involgarito, è divenuto, come rilevò il “fanciullo divino” Carlo Michelstaedter, “rettorico”. Del resto, la merce, deus ex machina della contemporaneità, non può, per il tratto limitato che la connota, che rinviare sempre a se stessa, a nuovi consumi. Abbiamo obliato il senso profondo del de-siderio, della tensione alle stelle che, in quanto uomini, ci connota ontologicamente. Coglie nel segno, pertanto, Davide Susanetti, grecista dell’Università di Padova, nel sostenere che: «abbiamo bisogno di trovare nuove sintesi che ci rendano capaci di vedere, desiderare e immaginare un orizzonte diverso da quello che le ceneri della post-modernità ci pongono davanti agli occhi» (p. 11). Lo scrive in un volume non solo speculativo, ma caratterizzato da evocatività poetica, Il talismano di Fedro. Desiderare, vedere, essere, di recente comparso nel catalogo di Carocci editore (pp. 150, euro 15,00).
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  • DAnna

  • La Sapienza nascosta di Dante
  • Un saggio di
  • Nuccio D’Anna
  •  di
  •  Giovanni Sessa

  • Nell’anno appena trascorso, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante, un profluvio di libri ha fatto torcere i torchi delle più diverse case editrici. Si sa, l’universo dantesco è immenso, infinito. Le porte d’accesso al mondo ideale del Sommo poeta sono molteplici. Un ruolo rilevante, nell’ermeneutica della produzione dell’Alighieri, lo ha certamente svolto la scuola di indirizzo tradizionale che, nello specifico dantesco, ha prodotto, tra le altre, le esegesi di Valli, Rossetti e Guénon. In tale ambito, una posizione di primo piano, tra gli studiosi contemporanei, crediamo debba essere riconosciuta a Nuccio D’Anna, storico delle religioni ed esperto di simbolismo, del quale è da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice il volume, La Sapienza nascosta di Dante. Linguaggio e simbolismo dei Fedeli d’Amore (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp.142, euro 12,00)
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Donà


  • Sapere il sapore
  • La filosofia del cibo e del vino di
  • Massimo Donà
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La produzione filosofica di Massimo Donà sta crescendo, di anno in anno, in modo esponenziale. Il pensatore veneziano sta “applicando” le idee-forza del suo sistema a molteplici ambiti del sapere e dell’esperienza umana.  E’ nelle librerie per i tipi di ETS il volume, Sapere il sapore. Filosofia del cibo e del vino (per ordini: info@edizioniets.com, pp. 157, euro 15,00).  Donà è, co-direttore del Master di filosofia del cibo e del vino dell’Università Vita-Salute San Raffaelle e ha recentemente curato, con Elisabetta Sgarbi, il primo numero della rivista, Pantagruel.  Sappia il lettore che i saggi che compongono il volume, mirano a mostrare come: «l’anima sia realmente funzione del corpo» e che: «si vive […] cercando il fondo, pur nella consapevolezza che un fondo, molto probabilmente, non lo si troverà mai» (p. 11).
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  • faust

  • FAUST
  • dalla leggenda al mito
  • Una silloge di scritti dedicati al patto con il diavolo
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Si deve alla sagace cura di Paolo Scarpi, storico delle religioni e studioso di ermetismo, una silloge degli scritti più rilevanti che, nel corso della storia, hanno avuto per protagonista Faust. Ci riferiamo al volume di AA.VV., Faust. Dalla leggenda al mito, recentemente pubblicato da Marsilio (pp. 565, euro 18,00).   E’ un volume connotato da vasta e profonda erudizione, quanto, fatto raro in pubblicazioni del genere, da una non comune godibilità di lettura. Consente, infatti, al neofita di entrare nel complesso mondo che ruota attorno ad un personaggio paradigmatico della letteratura europea e fornisce, altresì, allo studioso, elementi rilevanti di approfondimento, attraverso la precisa contestualizzazione storica fornita, nell’ampio saggio introduttivo, da Scarpi. La lettura è agevolata da un capitolo dedicato alla presentazione degli autori e delle opere ed è impreziosita da una bibliografia e sitografia in tema.
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  • A COLPI DI  GROSSRAUM
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Diversamente dalla crisi pandemica e dai DPCM, quando molti ricordavano – e ricorrevano – alla teoria di Schmitt sullo stato d’eccezione, per quanto spesso cercando di amputarla dall’essere un criterio d’identificazione del sovrano, che fa troppo Salvini – non mi risulta che la crisi ucraina sia stata inquadrata in un’altra delle idee di Schmitt, così utili ad interpretare la situazione contemporanea: quella del Grossraum (grande spazio). Per corroborare tale concetto occorre premettere che s’iscrive nella concezione di decadenza dello Stato moderno, cui Schmitt contrapponeva l’insopprimibilità del “politico”, quale essenza (Freund).
  • ...
  • Onde se lo Stato non “fa” politica (o si autolimita in ciò) a colmare tale assenza ci pensano altri soggetti (dai partiti, alle chiese, agli imperi e così via). Dopo di che, atteso che un limite spaziale, nelle civiltà sedentarie (Hauriou) è necessario, come lo è un soggetto (e principio) ordinatore, il Grossraum può essere considerato come uno spazio delimitato, organizzato intorno ad un’egemonia di comando, in grado di governare una pluralità di sintesi politiche (cioè in primo luogo, gli Stati), escludendone le potenze esterne allo stesso.   In un’interpretazione post-Huntington tale spazio può somigliare alle “civiltà” i cui componenti sono affini per un patrimonio di idee, tradizioni, valori comuni. A tale tesi si può tuttavia replicare che il Grossraum, anche se non esclude – anzi è favorito – (dalle) affinità non vi trova un elemento essenziale. Questo perché lo sono, invece l’egemonia e la delimitazione spaziale, possibile anche in spazi di popoli non omogenei né affini. Come d’altra parte in altre sintesi politiche, come gli imperi, per lo più multi-etnici, multi razziali, multi religiosi        [1].     Più vicino al concetto di Grossraum è quello di “sfera d’influenza” e altre consimili, che designano l’effettività di un comando egemonico (e relativa pretesa) su più sintesi politiche. Che questo emerga da millenni fa parte della storia.   Ogni (aggregato di) potenza si circonda, ove possibile – di stati-clienti, gli obblighi dei quali vanno dal massimo di fornire risorse – anche militari – alla sintesi politica egemone, al minimo di conservare una neutralità in caso di guerra tra quella e le altre, in effetti una rinuncia a muover guerra alla potenza egemone.
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  • SOTTO SCACCO

  • Lorenzo Castellani,
  • SOTTO  SCACCO, 
  • (Liberilibri, Macerata 2022, pp. 115, € 14,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il profilo più interessante di tale saggio, è che, contrariamente a quanto di solito generalmente praticato (anche da studiosi), riconduce a concetti, categorie, intuizioni che sono patrimonio da secoli del pensiero politico, le vicende d’attualità.    Così è per la pandemia. Il libro esordisce   “Il potere politico si fonda sulla paura.   E il caso della pandemia non costituisce eccezione… La paura, scaturita dal rischio posto dalla pandemia, è stato il carburante di legittimità politica per far accettare scelte di governo, restrizioni e norme che altrimenti mai sarebbero state considerate ricevibili dalle popolazioni delle democrazie occidentali” (e naturalmente il riferimento è, in primis, a Hobbes) “per paura si deve intendere anzitutto l’insicurezza collettiva e per politica il controllo autoritario e assolutista di tale insicurezza”. Dato che “secondo Luhmann, il sistema politico-giuridico opera come una struttura normativa di selezione delle alternative. Diritto e potere politico tracciano dei confini per i comportamenti individuali e sociali costringendo le possibilità di scelta tra innumerevoli alternative”, onde “Il sistema di potere, in definitiva, definisce quali rischi coprire e quali lasciar correre, quali paure sopire e quali far circolare”.
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  • Calasso

  • La letteratura assoluta   o   della custodia degli dei
  • Un saggio di Elena Sbrojavacca sul pensiero di
  • Roberto Calasso
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Roberto Calasso ha giocato un ruolo essenziale nella sprovincializzazione della cultura italiana, aprendola alla fascinazione indiano-vedica, alle suggestioni mitteleuropee e al pensiero di Tradizione guenoniano. L’Adelphi è stata l’anti-Einaudi, vale a dire la casa editrice che ha sottratto l’egemonia alle culture che, nel corso del tempo, hanno imposto il loro primato nel nostro paese: liberale, cattolica e marxista. E’ da poco nelle librerie un volume che scandaglia la ricerca intellettuale calassiana. Ci riferiamo al saggio di Elena Sbrojavacca, Letteratura Assoluta. Le opere e il pensiero di Roberto Calasso, edito da Feltrinelli (pp. 332, euro 25,00).     Calasso ha scritto molto.  Quella che egli stesso ha definito “Opera unica e in fieri”, consta di undici volumi, a muovere dalla Rovina di Kasch del 1983, per giungere a La tavoletta dei destini del 2020. A latere di tale percorso, il direttore editoriale di Adelphi ha scritto altri libri di rilievo. Uno di essi, a dire di Sbrojavacca, ha tratto dirimente per la comprensione del pensiero dell’autore, La letteratura e gli dei. Nelle sue pagine, lo scrittore ha chiarito che «esiste […] un legame molto stretto fra l’abbandono dei riti e la fisionomia della letteratura moderna» (p. 15). Del resto: «Il forte nucleo attorno al quale gravitano gli undici volumi corrisponde a […] una precisa idea di letteratura» (p. 13).  Sappia il lettore che, dai libri del Nostro, emerge un affresco assai critico della modernità, così come dell’«ancora più indefinibile mondo contemporaneo, icasticamente definito […] “innominabile attuale”» (p. 14). Tale realtà storico-esistenziale è il risultato dell’abbandono del legame uomo-divino, che si è manifestato in Europa, in modo saliente, dal secolo XVIII.
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  • Pautasso Evola

  • Il filosofo in prigione
  • di 
  • GUIDO  ANDREA PAUTASSO
  • Il processo Evola-F.A.R. del 1951 
  • di
  • Giovanni  Sessa
  • Il filosofo veneto Andrea Emo, al termine del secondo conflitto mondiale, ebbe a scrivere, da lucido diagnosta qual era, che la democrazia liberale è “epidemica”. Il termine è da leggersi in senso etimologico greco: vale a dire, la democrazia moderna tende a porsi, attraverso il proprio apparato rappresentativo, “sul popolo”, a limitarne la libertà e l’effettivo esercizio della sovranità politica. Oggi, in piena età della governance, la cosa ha evidenza lapalissiana ma in quel frangente, tale tesi risultava, quantomeno, sospetta di “nostalgismo”. Un libro di Guido Andrea Pautasso, di recente comparso nel catalogo Oaks, Il filosofo in prigione. Documenti sul processo a Julius Evola, ci pare confermi la tesi di Emo (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.287, euro 20,00).
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  • Locchi

  • Giorgio Locchi e la filosofia dell’origine
  • Un saggio di
  • Giovanni Damiano
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Giorgio Locchi è nome noto a quanti abbiano imparato a pensare negli anni Settanta. L’ultima fatica di Giovanni Damiano, dedicata all’esegesi del contributo teorico di Locchi, ha il merito indiscusso di risvegliare l’interesse su questo filosofo, il cui pensiero mira al superamento dello stato presente delle cose. Ci riferiamo a, Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi, nelle librerie per Altaforte Edizioni. Il testo è arricchito da un saggio di Stefano Vaj, che legge in termini transumanisti il contributo del filosofo e dalla postfazione di Pierluigi Locchi, figlio del pensatore (pp. 145, euro 15,00).
  • ...
  • Il libro di Damiano analizza il significato dell’iter speculativo locchiano, mettendone in luce gli snodi essenziali. A tal fine, lo studioso salernitano, distingue la propria esegesi da cliché riduzionisti, che hanno legato, sic et simpliciter, il teorico della storia aperta all’esperienza della Nouvelle Droite: «Locchi […] si colloca in una eccedenza, in una “terra di nessuno”, né apologeticamente moderna, né sterilmente antimoderna» (p. 8). La sua filosofia dell’origine è altra rispetto agli universalismi eterizzanti e rassicuranti dei tradizionalisti, quanto: «dalla dinamica autofondativa della modernità» (p. 8). Egli è stato, in essenza, un filosofo della libertà. Sulla libertà, principio infondato, ha costruito la propria visione della temporalità, come si evince dalla pagine di, Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista (Roma, 1982) e in quelle di, Sul senso della storia (Padova, 2016). Tale concezione mira a: «preservare “quel potenziale di eccedenza e di sorpresa che caratterizza ogni storia”» (p. 9), al fine di sottrarre il percorso umano ai determinismi progressisti e/o reazionari.
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  • Cover Braun

  • Di seguito pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Giovanni Sessa,
  • "Destino e posterità. La primavera sacra di Otto Braun", al volume di
  • Otto Braun, "Io terrò duro, qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra",
  • OAKS editrice (pp. 255, euro 20,00).
  • Più volte ci è capitato di rilevare come il destino dei libri sia insondabile. Volumi di gran pregio, portatori di una nuova visione del mondo, si sono mostrati tali solo decenni dopo la loro pubblicazione. Altri, al contrario, meno significativi, ma imbevuti del senso comune proprio del frangente storico in cui ebbero in sorte di veder la luce, hanno ottenuto immediato riscontro. Il libro che il lettore sta per leggere, Io terrò duro, qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra di Otto Braun, testimonia, in modo paradigmatico, quanto detto. La prima edizione italiana, uscita nel 1923, fu curata dal filosofo politico Enrico Ruta con il titolo di Diario e lettere, attrasse l’attenzione di uno sparuto gruppo di intellettuali tra cui, come si vedrà, i filosofi Benedetto Croce e Julius Evola. L’idealista magico, tra i primi, colse l’eccezionalità di questa silloge, individuando nel giovane autore un tedoforo ante litteram delle proprie posizioni speculative.
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  • Le Bon

  • Gustave Le Bon e le credenze
  • Un classico dello studioso francese
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • A novant’anni dalla morte di Gustave Le Bon, uno degli intellettuali francesi più prolifici e letti dei primi decenni del secolo scorso, il suo nome richiama nel lettore, o il titolo della suo opera più nota, La psicologia delle folle, o i suoi presunti legami con l’ideologia fascista. E’ora disponibile un volume di Le Bon, dal quale si evincono la qualità epistemologica della sua ricerca e le ragioni che lo resero uno degli intellettuali più influenti del proprio tempo. Ci riferiamo a, Come nascono le opinioni e le credenze, nelle librerie per i tipi di Oaks Editrice, a cura di Andrea Prestigiacomo e con prefazione di Francesco Ingravalle (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 461, euro28,00).
    Nato nel 1841, Le Bon conseguì brillantemente la laurea in medicina nel 1866. Fu testimone oculare della guerra franco-prussiana e della Comune, i cui eventi lo impressionarono in modo profondo. Viaggiatore instancabile, vagabondò in Asia, Nord America ed Europa, spinto da interessi antropologici. In tale ambito di studi, ricorda il curatore: «inventò [..] il cefalometro […] che permetteva […] di compiere le misurazioni del cranio delle persone al fine di trarne valutazioni statistiche e antropometriche» (p. 22). Esemplare, tra i suoi diari di viaggio, risulta essere, Voyage au Népal (fu il primo francese a visitare il paese himalayano). Pubblicò, nel medesimo frangente, diversi articoli su riviste scientifiche e mediche, centrati sulla terapia delle patologie maggiormente diffuse tra il proletariato francese dell’epoca.
Altro
  • L’ULTIMO  SPENGA  LA  LUCE 
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Le recenti lezioni suppletive del seggio alla Camera lasciato libero dal neo eletto Sindaco di Roma on.le Gualtieri ha raggiunto un record di astensione elettorale: ha votato poco più di un decimo degli elettori (l’11% e frazioni). Dei votanti, un po’ meno del 60% ha plebiscitato (per così dire) la eletta on.le D’Elia (del PD). La quale ha occupato un seggio forte del consenso di poco più del 6% degli elettori.   Il tutto pone dei problemi che in una democrazia – anzi in ogni regime politico – sono considerati primari se non decisivi. Non ripetiamo i nomi di coloro che se ne sono occupati, ma solo i profili più importanti.   In primo luogo il rapporto tra potere (dei governanti) e consenso (dei governati): perché un regime politico sia vitale (nel senso anche della durata) occorre che potere e consenso convergano, di guisa che il comando della classe dirigente trovi la minore resistenza possibile: la quale è tale se i governati credono al diritto a governare nonché all’utilità del potere dei governanti. Se tale convinzione non c’è o è scarsa, il potere si esercita essenzialmente attraverso la coazione – esercitata dall’apparato (Donoso Cortès). 
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  • La miseria simbolica

  • La  miseria  simbolica 
  • Il filosofo Bernard Stiegler e l’epoca iperindustriale 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Da tempo sosteniamo che sarebbe necessario liberarsi della nefasta idea della fine della storia. La società contemporanea, non è il “migliore dei mondi possibili”, è superabile ed emendabile. Ci ha rafforzati, in tale posizione, la lettura di un recente volume del filosofo francese Bernard Stiegler, La miseria simbolica. 1. L’epoca iperindustriale, edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it; 02/22471892, pp. 164, euro 16,00). Il volume è arricchito dall’introduzione di Rossella Corda, dalla postfazione di Giuseppe Allegri e dal saggio firmato dal Gruppo di ricerca Ippolita, che cura le opere di Stiegler in Italia.
  • Sappia il lettore che il pensatore francese non si limita a sviluppare una diagnosi delle cause che hanno prodotto l’epoca iperindustriale, ma propone una terapia del mal-essere, individuale e comunitario, che connota i rapporti umani al suo interno. In prima istanza, egli si libera del cliché della post-modernità lyotardiana e baumaniana, che porta implicitamente in sé il riferimento a un presunto post-industrialismo, fuorviante per l’esegesi del presente. Sarebbe opportuno utilizzare l’espressione epoca iperindustriale per designare la nostra epoca: essa permette di comprendere l’inaggirabilità della téchne e, soprattutto, il legame che unisce in uno estetica e politica. La nostra è l’età della miseria del simbolico.
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  • memè Scianca

Bobi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


  • Memè Scianca,  Bobi Bazlen  e  l’Adelphi
  • Gli ultimi due volumi di
  • Roberto Calasso 
  •  rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Di Roberto Calasso, in particolare dopo la recente scomparsa, si è detto tutto.  Per taluni è stato, e tra questi chi scrive, l’innovatore per antonomasia dell’editoria italiana, avendo fatto conoscere, attraverso l’Adelphi, autori e concezioni aliene rispetto alle culture che hanno dominato il panorama intellettuale italiano dall’Unità a oggi: la liberale, la cattolica, la marxista. Per altri, in particolare per certo cattolicesimo “tradizionalista”, egli è stato interprete di rilievo del neo-gnosticismo, atto a dissolvere l’identità nazionale. Il giorno in cui Calasso si è spento, sono comparsi nelle librerie, per i tipi di Adelphi, due suoi libri che chiariscono, in termini inoppugnabili, formazione e idealità dell’autore. Ci riferiamo a Memè Scianca (pp. 96, euro 12,00) e a Bobi (pp. 97, euro 12,00).
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  • gentile

  • Patria, Nazione, Fascismo
  • Gli scritti politici di
  • Giovanni Gentile
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il Novecento filosofico italiano non è stato espressione di marginalità e provincialità speculativa. Al contrario! Se la nostra tradizione filosofica, nel secolo XX, ha svolto un ruolo di primo piano, lo si deve, tra gli altri, al magistero di Giovanni Gentile. La crucialità della sua lezione teoretica, per la critica più accorta, è fatto acclarato. Ciò che viene ancora discusso e stigmatizzato negativamente nell’esperienza esistenziale del pensatore di Castelvetrano è, naturalmente, la sua adesione al fascismo.  E’, da poco, nelle librerie un volume che può far chiarezza a riguardo. Ci riferiamo alle silloge di scritti di Gentile, Patria, Nazione, Fascismo. Scritti di politica (pp. 570, euro 28,00), edito da Mursia e curato da Hervé A. Cavallera, docente emerito dell’Università del Salento, cui si deve la pubblicazione delle Opere Complete del filosofo attualista.
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  • Alexis de Tocqueville

  • TOCQUEVILLE,  la PANDEMIA
  • e il  DISPOTISMO (POST) MODERNO 
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Mi è capitato di scrivere che il dispotismo e/o la tirannide da temere al nostro tempo non è (tanto) quello classico, basato su un illimitato uso della forza al servizio di una volontà non opponibile, ma un altro, più che sulla violenza e la paura fondato sulla frode e il raggiro.   Se ne era accorto quasi due secoli fa Tocqueville; nella Démocratie en amerique si chiedeva “quale tipo di dispotismo debbano paventare le nazioni democratiche”. Il capitolo è quanto mai interessante e, come succede ai pensatori di valore, prevede il futuro delle società dallo sviluppo delle tendenze in atto.   In primo luogo usa il termine dispotismo, ma si affretta a precisare che quello delle nazioni europee a lui contemporanee ha poco a che spartire con quanto, a tale proposito, scriveva Montequieu: per il quale dispotico era il regime che si basava come principio di governo sulla paura e i cui esempi erano prevalentemente non europei e non cristiani.    Tocqueville scrive che “un assetto sociale democratico, simile a quello degli Americani, poteva agevolare particolarmente lo stabilirsi del dispotismo” e le monarchie europee avevano già cominciato a servirsene “per allargare la cerchia del loro potere”: “Ciò mi portò a pensare che le nazioni cristiane avrebbero forse finito col subire un’oppressione simile a quella che un tempo pesò su molti popoli dell’antichità”. Ma, meglio riflettendo sul tema, ne mutava l’oggetto. Perché il dispotismo “antico” aveva il limite di non poter controllare capillarmente tutte le articolazioni di un vasto impero “l’insufficienza delle conoscenze, l’imperfezione delle procedure amministrative, e soprattutto gli ostacoli naturali suscitati dalla disuguaglianza delle condizioni, l’avrebbero ben presto fermato nella esecuzione di un programma così vasto”.   Così che il potere degli imperatori romani “non si estendeva mai su un gran numero di persone; si attaccava a qualche grande oggetto e trascurava il resto; era violento e limitato”.   Invece il dispotismo moderno “avrebbe altre caratteristiche: sarebbe più esteso e più mite e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli”, e ciò per due ragioni. In primo luogo perché “in secoli di lumi e d’uguaglianza quali sono i nostri, i sovrani potrebbero giungere più facilmente a riunire tutti i poteri pubblici nelle loro sole mani e a penetrare più abitualmente e più profondamente nella cerchia degli interessi privati di quanto non abbia potuto mai fare nessun sovrano dell’antichità.   Ma questa stessa uguaglianza che facilita il dispotismo, lo mitiga”.
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  •                     
  • Le religioni dei celti
  •  
    Le religioni dei Celti e dei popoli Balto-Slavi
  • Uno studio classico di Vittore Pisani
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Vittore Pisani, insigne studioso scomparso nel 1990, ha dato lustro alla tradizione degli studi filologici e storico-religiosi. Fu docente nelle Università di Firenze e Cagliari e, successivamente, nell’Ateneo milanese, che aveva già inglobato la Regia Accademia Scientifico-Letteraria, dove aveva svolto il proprio magistero il goriziano Graziadio Isaia Ascoli. L’illustre studioso isontino ebbe il merito di liberare la glottologia dai vincoli metodologici che fino ad allora l’avevano legata alla Storia comparata delle lingue. Pisani operò sulla scorta dell’intuizione di Ascoli. Lo ricorda Maurizio Pasquero nell’Introduzione a un’opera di rilievo del filologo, Le religioni dei Celti e dei Balto-Slavi nell’Europa precristiana. Il volume è da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 101, euro 12,00).
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  • COSTITUZIONE MATERIALE  e   ANTIFASCISMO LEGALE
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Una dozzina d’anni fa Berlusconi – o meglio i suoi seguaci – contrapposero alla Costituzione formale la Costituzione materiale, suscitando la consueta raffica di anatemi ed esorcismi degli intellos di sinistra, che della costituzionale formale, o meglio della loro interpretazione del testo normativo, avevano fatto il proprio shibboleth. E avvertivano che il richiamo a quella materiale rischiava di rovinargli il giocattolo.  È appena il caso di ricordare che il termine (non il concetto) di costituzione materiale era opera di un acuto giurista come Costantino Mortati, membro dell’assemblea costituente della Repubblica, in buona parte sviluppando quanto espresso quasi un secolo prima da Ferdinand Lasalle nella nota conferenza “Über Verfassungswesen”, ove il rivoluzionario riconduceva la costituzione agli “effettivi rapporti di potere che sussistono in una data società”, alla forza attiva “che determina le leggi e le istituzioni giuridiche”. Scriveva Lassalle che “Gli effettivi rapporti di potere che sussistono in ogni società sono quella forza effettivamente in vigore che determina tutte le leggi e le istituzioni giuridiche di questa società, cosicché queste ultime essenzialmente non possono essere diverse da come sono” (il corsivo è mio); ed elencava i relativi “pezzi di costituzione”: il potere del re, quello dell’aristocrazia, della borghesia che comunque assicuravano un ordine, effettivo e concreto, e con ciò la coesione sociale. Così la costituzione è l’insieme - dei rapporti di forza reali - ed organizzati – di una comunità politica. E cos’è la Costituzione formale? Rispondeva Lassalle “Questi effettivi rapporti di forza li si butta su un foglio di carta, si dà loro un’espressione scritta, e, se ora sono stati buttati giù, essi non solo sono rapporti di forza effettivi, ma sono anche diventati, ora, diritto, istituzioni giuridiche, e chi vi oppone resistenza viene punito”.
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  •                                  
  • Meraviglie dellimpossibile

  • Le
  • NUOVE  MERAVIGLIE  DELL'IMPOSSIBILE
  • Le introduzioni di
  • DE TURRIS e  FUSCO
  • ai volumi della Fanucci
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Un tratto caratteristico dell’ “intellettualmente corretto” va individuato nello scoperto ostracismo verso tutto ciò che risulta essere “altro” dalla vulgata, creata ad hoc ed eterodiretta dal sistema comunicativo, fondata sui valori materialistici e utilitaristici. Ciò ha indotto, negli intellettuali d’apparato, un’evidente pigrizia mentale, un’incapacità a superare gli steccati ideologici marcati dall’industria culturale. Prendiamo il caso della critica letteraria nel Novecento, che ha manifestato una chiusura totale nei confronti delle espressioni letterarie non riducibili alla lettura “verista” del reale.  Le cose sono cambiate a muovere dagli anni Settanta, grazie a due pionieri della letteratura fantastica e fantascientifica, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco.  In quegli anni, i due autori presentarono, per la casa editrice Fanucci, opere rilevanti afferenti ai due generi letterari, in una veste editoriale impeccabile, con traduzioni affidabili, i cui testi erano preceduti da introduzioni mirate a contestualizzare il contenuto dell’opera e la figura dell’autore. E’ da poco nelle librerie, per i tipi di Jouvence, il volume di De Turris-Fusco, Nuove meraviglie dell’impossibile, per la cura di Luca Ortino, accompagnato dalla postfazione di Loris Pinzani (per ordini: 02/24411414, info@jouvence.it, pp. 335, euro 22,00).    Dopo l’uscita per Mimesis nel 2016 del libro, Le meraviglie dell’impossibile, nel testo di cui qui si discute, compaiono altre 20 di quelle introduzioni. 

  • Perfino al lettore  più superficiale,   esse mostrano la  sagacia esegetica degli autori:   si tratta di  veri e propri  saggi  chiarificatori. 
  • Dalla lettura si evince, innanzitutto, il lavoro di svecchiamento critico prodotto dai due, in quanto, negli anni Sessanta, la fantascienza: «era considerata un trastullo per ragazzini introversi o per adolescenti immaturi […] non era vera letteratura» (p. 11).
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  • Del Ninno

  • Le metamorfosi e l’anima
  • La poesia di Giuseppe Del Ninno
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Il nostro tempo, età feriale in cui la dismisura prevale in ogni ambito, pare aver obliato la poesia, il suo valore. La sussunzione della quint’essenza della vita nei metra del verso non si confà a un mondo in perpetua accelerazione. Oggi è la dimensione mercuriale a pervadere le nostre vite, la velocità stordente dell’adesso, del semplice statim latino, ha deprivato il tempo e la metamorfosi della natura della profondità che le costituiscono. Statim è dire cosa altra dall’ hic et nunc romano e dal kairos greco, attimo immenso nel quale il tempo edipico e cronologico abbraccia aion, l’eterno.   In pochi, per questo, oggi si cimentano con la scrittura poetica, in pochi si dedicano a quello che, nel mondo classico, era il fare per eccellenza, poiein, il poetare che conduceva il creatore di versi, quanto l’attento lettere e/o uditore, si pensi alla tradizione aedica, di fronte all’Origine, vale a dire a un’esistenza non chiusa e limitata in se stessa, ma essenziata.  Eppure, nonostante la mesta povertà spirituale nella quale viviamo, qualcuno tenta questo difficile confronto e pratica, noncurante, l’arte poetica.    Tra questi non possiamo non segnalare Giuseppe Del Ninno, che ha, da poco, congedato la sua ultima fatica in versi.     Ci riferiamo a, Nei dintorni dell’anima, raccolta di componimenti comparsa nel catalogo dell’editrice Tabula Fati (per ordini: 335/6499393, edizionitabulafati@yahho.it, pp. 79, euro 8,00).
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  • FEDERALISMO  E  UNITÁ  POLITICA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  1. Nella prima metà del XIX secolo due grandi pensatori europei, Hegel e Tocqueville si posero il problema di come potesse conservarsi uno Stato federale, come gli Stati Uniti d’America, senza che l’Unione godesse di tutti quei poteri che il “centro” delle monarchie europee – cioè il governo monarchico – aveva nel proprio territorio,
  • Scriveva Hegel:
  • “Se paragoniamo poi l’America del nord con l’Europa, troviamo laggiù l’esempio costante di una costituzione repubblicana. Cioè l’unità soggettiva, perché vi è un presidente a capo dello Stato, eletto, per prevenire ogni possibile ambizione monarchica, solo per quattro anni. La protezione universale della proprietà e la quasi totale assenza d’imposte sono fatti che vengono continuamente elogiati. Ma con questo è già determinata anche la caratteristica fondamentale di questi Stati. Essa consiste nella tendenza del privato all’acquisto e al guadagno, nella prevalenza dell’interesse particolare, che si volge all’universale solo in servigio del proprio godimento. Vi sono, naturalmente, rapporti di diritto, ed una formale organizzazione giuridica: ma questa conformità al diritto è senza dirittura, e così i commercianti americani hanno la cattiva riputazione di ingannare sotto la protezone del diritto”, e prosegue “l’America del nord non va considerata come uno Stato già formato e maturo ma come uno Stato tuttora in divenire: esso non è ancora tanto progredito, da aver bisogno della monarchia. E’ uno Stato federativo: ma questi, per quel che concerne i loro rapporti con l’estero, sono gli stati peggiori. Solo la sua particolare posizione ha impedito che questa circostanza non causasse la sua totale rovina. Ciò si è visto nell’ultima guerra con l’Inghilterra. I Nord-americani non poterono conquistare il Canadà, e gli Inglesi poterono bombardare Washington, perché la tensione fra le provincie impedì ogni vigorosa azione. Inoltre, gli stati liberi nordamericani non hanno nessuno stato confinante, rispetto a cui siano nella situazione in cui gli stati europei sono reciprocamente, uno stato cioè che debbano considerare con sospetto e contro cui debbano mantenere un esercito stanziale.

 

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  • Il silenzio del cosmo

  • Il silenzio del cosmo
  • Una pubblicazione del G.R.E.C.E. Italia
  •  di
  • Giovanni Sessa
  • Nella prima metà del 2020, anche nel nostro paese, si è costituito il G.R.E.C.E. (Gruppo di ricerca e studi sulla Civiltà Europea) che intende riproporre, in modalità originale, dibattiti e tematiche care all’omonimo gruppo francese, sorto nel 1969 e animato da Alain de Benoist. Non è casuale che la prima pubblicazione curata da questo cenacolo intellettuale abbia al centro le problematiche ecologiche. Si tratta de, Il silenzio del cosmo. Ecologia ed ecologismi, nelle librerie per i tipi delle Edizioni Arktos (pp. 210, euro 20,00). Il volume raccoglie gli Atti del Convegno, Ecologia. Habitat come limite della crescita infinita, tenutosi il 1 luglio 2020 online. All’evento presero parte in qualità di relatori, Andrea Virga, Andrea Cascioli, Eduardo Zarelli, Andrea Scarabelli i cui testi costituiscono, assieme a quelli di Giuseppe Giaccio e Giannozzo Pucci, la prima parte della raccolta.  In appendice compaiono contributi teorici, originariamente usciti sul periodico Diorama Letterario, di insigni studiosi quali Michael Walker, Philippe Forget, Laurent Ozon e Alain de Benoist.  Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Hugo Höppener, detto “Fidus.
  • Dalla lettura si evince come gli autori siano fermamente convinti della necessità di affrontare, attraverso nuovi paradigmi culturali, il problema ecologico. Rilevano l’inane azione messa in campo dall’ecologismo “riformista”, variabile culturale interna al modello di sviluppo del capitalismo contemporaneo, la cui inefficacia è presentata da Scarabelli con le parole di Michel Serres, che lo aveva paragonato: «al capitano di una nave che si sta dirigendo contro uno scoglio, il quale intima al macchinista di ridurre la velocità, senza però cambiare rotta» (p. 48). Il successo mediatico di Greta Thunberg testimonia l’adesione del “riformismo” ecologico ai valori della società della dismisura. Un secondo aspetto, assai rilevante, che connota la proposta del G.R.E.C.E., sta nel recupero del senso greco della physis, quale luogo: «dell’insorgenza spontanea delle cose […] pronta a dileguarsi appena si cerca di ridurla alla sua concretezza materiale» (p. 72), come colto da Zarelli.   Tale asserzione implica il rifiuto radicale dell’approccio prometeico e baconiano alla realtà, centrato sull’idea che essa altro non sia che quantità, res extensa cartesiana, oggetto manipolabile dall’azione apprensiva della res cogitans, dell’uomo “padrone dell’ente".
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  • Ingravalle

  • Lo Stato riformatore
  • di
  • Carlo Francesco Ferraris
  • Un saggio di     Francesco Ingravalle
  • rec. di
  • Giovanni Sessa

  • Il dibattito sull’esito del Risorgimento e sulla formazione dello Stato unitario in Italia, è ancora aperto: ha animato parte significativa della cultura politica del secolo XX.  A ricordarcene la crucialità, anche rispetto alla presente contingenza storico-politica, è l’ultimo volume di Francesco Ingravalle, docente dell’Università del Piemonte orientale. Si tratta de, Lo Stato riformatore. Carlo Francesco Ferraris: intellettuale e funzionario (1850-1924), comparso da poco nel catalogo della OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.220, euro 20,00). Il volume è completato da un’antologia di scritti del Ferraris e da una bibliografia essenziale.
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  • Agrippa

  • Reghini e Cornelio Agrippa
  • Il   "De Occulta philosophia" 
  • commentato dall’esoterista neo-pitagorico
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Arturo Reghini è stato un punto di riferimento della tradizione esoterica primo-novecentesca.   E’ noto che diresse e collaborò a numerosi e vivaci periodici dell’epoca e che fu in contatto con esponenti del tradizionalismo romano, non ultimo Julius Evola, con il quale giunse, dopo un periodo di collaborazione, alla definitiva rottura.   Momento rilevante, nell’elaborazione del suo sistema speculativo-operativo, è rappresentato dal confronto con l’opera di Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535).   La nostra affermazione trova conferma in un volume di recente pubblicazione, Agrippa e la sua magia secondo Arturo Reghini, comparsa nel catalogo delle Edizioni Aurora Boreale, per la cura di Nicola Bizzi, Lorenzo di Chiara e Luca Valentini (per ordini: edizioniauroraboreale@gmail.com, pp. 327, euro 20,00). Il libro contiene tre saggi contestualizzanti dei curatori, lo scritto di Reghini inerente l’opera di Agrippa, la biografia del neo-pitagorico vergata dal discepolo, Giulio Parise, nonché un’ampia bibliografia.
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  • Francesco Calasso Medio evo del diritto

  • Francesco Calasso,
  • Medio evo del diritto
  • (Adelphi,  2021, pp. 647, € 38,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • È pubblicato in nuova edizione, con postfazione di A. Cecchinato, il saggio di Francesco Calasso del 1954, già all’epoca oggetto di attenzioni diffuse.  La postfazione nota come l’attività scientifica dell’autore con la sua aura di antiformalismo “ha infuso l’esperienza scientifica di Calasso d’una piena fiducia nel valore autoritativo della tradizione, che è stata la vera cifra – come ha insegnato Manlio Bellomo – di una vita condotta per il diritto”.   A distanza di oltre cinquant’anni e malgrado la materia – la storia del diritto – il saggio di Calasso suscita interessi d’attualità.    In primo luogo per la “rinascita” del diritto romano, avvenuta nei primi secoli del passato millennio, in Italia ad opera, in particolare, d’Irnerio e della scuola di Bologna.  Lentamente i giuristi del diritto comune, interpretando il corpus juris in una con consuetudini, statuti e (anche) contaminazioni, contribuiscono all’unità giuridica.  Ovviamente nei e con i limiti di un sistema non codificato, e le cui fonti non avevano il carattere formale di un’organizzazione che le ponesse in essere e ne garantisse l’applicazione. Caratteri ambedue, ancorché non esclusivi, del (successivo) Stato moderno.   Come scrive Calasso, il sistema giuridico è un tutto, un’unità. E il quid che gli da vita è “un’organizzazione cioè nella quale distinguiamo un meccanismo che produce le norme e degli organi che le applicano e ne garantiscono l’osservanza”.   Come successe che, malgrado la debolezza dell’organizzazione politica medioevale, avvenisse quella “unificazione”?    Fu, scrive l’autore per “un ideale supernazionale: quella monarchia universale che perpetua il nome di Roma”.
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  • Copertina SE 2020

  • Studi Evoliani 2020
  • L’inarrestabile diffusione del pensiero di Evola
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  Pochi pensatori, nel corso della storia, sono stati contrastati, attaccati, diffamati, quanto Julius Evola. Eppure, nonostante il pregiudizio politico-culturale, i suoi libri sono letti e discussi anche all’estero. Evola è tra i più tradotti filosofi del nostro paese, mentre la pubblicazione della sua opera omnia prosegue a ritmo serrato da parte delle Edizioni Mediterranee. Tale interesse per il pensatore tradizionalista lo si evince anche dall’annuario della Fondazione Evola, il cui ultimo numero è da poco nelle librerie. Ci riferiamo a AA.VV., Studi Evoliani 2020. Evola in Dada - Cent’anni di “Arte Astratta”, curato da Gianfranco de Turris, Andrea Scarabelli e dallo scrivente per le Edizioni Ritter (per ordini: 02/201310; info@ritteredizioni.com, pp. 300, euro 25,00).
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  • cover Letica della libertà

  • Murray N. Rothbard,
  • L’etica della libertà
  • (Liberilibri editore, Macerata 2021, pp. 468, € 14,00)
    • di
    • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Pubblicata dall’editore Liberilibri oltre vent’anni fa, ora è ristampata dallo stesso editore, in un momento in cui il “liberalismo” (come inteso dai media mainstream) è colpevolizzato di tutto: dalla globalizzazione fino all’inadeguatezza della risposta alla crisi pandemica. Non riportiamo quanto già scritto in molte recensioni, tra cui una apparsa sull’Opinione circa un mese orsono. Ci limitiamo alla critica che un liberale “archico”, come chi scrive può muovere ad un libertario (o liberale anarchico).   Rothbard propone una società in cui sia abolito il monopolio statale della violenza (legittima) e tutti i servizi pubblici siano offerti (ed acquistati) sul mercato. L’etica di tale società senza Stato si basa sul carattere pre-statale e naturale (giusnaturalistico) dei diritti dell’individuo; sviluppa (in particolare) il pensiero di John Locke. La contrarietà dello Stato all’etica è costituita dal fatto che obbliga i sudditi senza il consenso (individuale e volontario) degli stessi.  Così sintetizzando al massimo quello che Rothbard sviluppa in centinaia di pagine di Etica della libertà.   A questo un liberale archico può svolgere due critiche fondamentali.  
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  • Manifesto nuova filosofiaBeuys
  • Per una nuova filosofia
  • Massimo Donà e l’arte
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  

 

 

  • La nostra è epoca di “acque basse”. Manca la forte aspirazione anagogica, iperbolica, presente in altri frangenti storici. Il dibattito intellettuale è monocorde, sintonizzato sul senso comune. Fortunatamente, c’è chi non si accoda al coro conformistico. Lo dimostra l’ultimo numero della rivista Nova Theoretica edita da Castelvecchi, significativamente intitolato, Manifesto per una nuova filosofia (per ordini: 06/ 8412007, info@castelvecchieditore.com, pp. 223, euro 20,00). In esso, sette illustri accademici (M. Adinolfi, M. Donà, F. Leoni, C. Meazza, M. Moschini, G. Rametta, R. Ronchi) presentano un progetto ambizioso, pensare un nuovo paradigma filosofico: «Tenendo fede a un solo principio: quello della ricerca svolta in prima persona» (p. 5), liberi da ogni appartenenza di scuola e, soprattutto, dai dogmi imperanti nel nostro tempo che, in filosofia, hanno isterilito il confronto attorno a false opposizioni: continentali/analitici, differenza/identità, soggettività/evento. Il tentativo è serio, importante. Muove dalla consapevolezza che la filosofia non è un sapere: «già costituito […] ma è sempre allo stato nascente, sempre in questione quanto alle sue possibilità» (p. 7).
    Qui ci intratterremo sugli scritti di Massimo Donà. Il filosofo veneziano si occupa di tre lemmi fondamentali di un nuovo lessico speculativo, strettamente connessi tra loro sotto il profilo teoretico: impossibilità, inalterità, singolarità. Per quanto attiene al primo, Donà ricorda che in Occidente, nell’endiadi potenza/atto è stato assegnato il primato a quest’ultimo nell’iter che conduce da Aristotele a Hegel e giunge al neo eleatismo di Severino. Detto ciò, il pensatore si confronta con i plessi più rilevanti della tradizione speculativa europea, mostrando, in tutta evidenza, l’inanità della classica distinzione di possibile e necessario, discendente dalla valorizzazione dell’atto. Incalza, inoltre, il lettore, interrogandosi retoricamente: «E se impossibile fosse tutto quello che esiste, proprio quale esistenza del non-esistente? […] E se impossibile fosse cioè proprio quello che non solo può essere, ma è?» (p. 88). Ciò che esiste è l’impossibile, in quanto il “positivo” non è che la negazione di una negazione. Per questo le cose non sono mai quel che dicono di essere: «come avrebbe saputo fin da giovane, il filosofo-artista Evola, impegnato a rivendicare […] l’assolutezza dell’arbitrario […] che, in quanto tale, non sarà mai universalizzabile» (p. 88).
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  •                                     
  • la Grande madre
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  • Jünger
  • La Grande Madre
  • Meditazioni mediterranee
  •  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Ernst Jünger, insigne rappresentante della Rivoluzione conservatrice tedesca, è stato scrittore di vaglia, diagnosta del moderno, illuminato interprete della Tecnica e profeta di un Nuovo Inizio. Nella sua sterminata produzione letteraria, un posto di rilievo rivestono i diari di viaggio. In essi, l’autore ha dato, sotto il profilo stilistico, il meglio di sé, per il tratto elegante della prosa e per la non comune capacità di affabulare il lettore. Lo conferma il volume, Ernst Jünger, La Grande madre. Meditazioni mediterranee, curato da Mario Bosincu, comparso nel catalogo de Le Lettere (pp. 209, euro 15,00). Il testo raccoglie i diari dei viaggi compiuti dallo scrittore, tra il 1955 e il 1975, nel Mediterraneo, che lo portarono in Sardegna, Spagna, Turchia, Creta, Egitto, Samo, e perfino nel Sinai.
  • E’ bene aver contezza di quanto, in merito al senso del viaggiare, ebbe a scrivere Marguerite Yourcenaur. La scrittrice affermò che, come un detenuto in attesa dell’esecuzione capitale è portato a compiere il giro della prigione in cui è rinchiuso, così gli uomini, animali davvero mortali in quanto consapevoli della fine che li attende, sono indotti al viaggio da tale tragica certezza. In tale prospettiva, gli umani con il viaggio completerebbero, sic et simpliciter, il giro della “cella” in cui sono costretti. L’affermazione della Youcenaur è forte, ha tratto gnostico. Jünger, di contro, è mosso da una visione totalmente divergente. Egli è animato da afflato neoplatonico, convinto che all’homo symbolicus, sia dato interpretare la natura in termini ierofanici. Nella molteplicità caleidoscopica del reale, Jünger individua i diversi volti dell’Uno. Nelle sue pagine, il viaggio diviene strumento catartico: attraverso lo spostamento nello spazio (che è sempre anche moto nel tempo), di fronte a reperti archeologici e alle meraviglie o al terrifico che alberga nella physis, ci liberiamo dell’accessorio che la ratio moderna ha costruito. Tornati all’essenziale che ci costituisce, ci scopriamo nuovi, sempre in fieri, aperti alle potestates del cosmo.
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  • Thibon Nietzsche

  • La mistica di Nietzsche
  •  Un classico del filosofo Gustave Thibon
  •  di
  • Giovanni Sessa
  • Alcuni libri, quelli che illuminano problemi teorici ed esigenze esistenziali già presenti in noi, si leggono d’un sol fiato. Usciamo da una lettura siffatta, che ci ha appassionato non poco. Ci riferiamo a un testo capitale del filosofo-contadino francese Gustave Thibon, Nietzsche o il declino dello spirito, comparso nel catalogo di Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 299, euro 25,00). Il testo è accompagnato dalla prefazione di Massimo Maraviglia, mirata a contestualizzare la figura dell’autore nel panorama culturale del Novecento e tesa a chiarificare il paradossale rapporto che legò quest’ultimo al pensatore dell’Oltreuomo. In prima istanza, ci pare di poter asserire che il volume mostra come le scelte intellettuali divergenti dei due non abbiano pesato affatto sull’esegesi compiuta dal francese. Il cattolico Thibon coglie nel filosofo tedesco un tratto mistico, totalmente trascurato, invece, da interpreti vicini alle prospettive nietzschiane.  Naturalmente, e lo si vedrà, ci riferiamo ad una sorta di mistica negativa che avrebbe agito, quale polo attrattivo, sul teorico dell’eterno ritorno. Per entrare nel cuore vitale del nietzschianesimo, Thibon presenta il dramma intimo vissuto dall’uomo Nietzsche, in quanto, fichtianamente, ha contezza che dietro ogni filosofia c’è un uomo, con le proprie idiosincrasie, passioni e un dato tratto caratteriale. Anzi, esplicitamente, confessa «Noi pensiamo […] che in Nietzsche la dottrina sia sempre determinata dalle passioni e dalle reazioni dell’uomo» (p. 9). Nietzsche non aveva forse sostenuto che: «non esistono verità, fuorché quelle individuali»? (p. 9).
  • A causa dell’attenzione posta sull’uomo, sul suo spirito convulsamente teso all’infinito, il volume che presentiamo viene meno alla “lettera” del pensatore di Röcken, ma ne rintraccia la sostanza. Tale metodo ermeneutico è conseguenza delle scelte esistenziali messe in atto da Thibon. Figlio di contadini, allo scoppio del Primo conflitto mondiale, fu costretto, per il richiamo al fronte del padre, a sostituirlo nel lavoro dei campi.   La natura divenne la sua prima maestra di saggezza. Ne osservò, apprezzandola, la dimensione ciclica, indicante all’uomo la via all’eterno. Trasse, dalla vita rurale trascorsa nell’avita magione di Saint-Marcel-d’Ardeche, cui si dedicò definitivamente dopo un periodo di vagabondaggi e viaggi, l’idea che il limite è il carattere distintivo, invalicabile, della vita.   Studio e letture occupavano, assieme al lavoro dei campi, le sue giornate.   Da ciò l’epiteto, che lo ha accompagnato fino agli ultimi giorni, di filosofo-contadino. Fu sodale del primo Maritain, ospitò, presso di sé, nel 1941, Simone Weil, dalla quale apprese, come ricorda il prefatore, che: «L’uomo desidera sempre qualcosa oltre l’esistere» (p. III).   Autodidatta d’eccezione, su di lui agì in profondità il magistero di Léon Bloy, che lo rese “cristiano estremo”: «Sono estremista per la mia attrazione per la teologia negativa, la mistica della notte, il “Dio senza base né appoggio” che era quello di S. Giovanni della Croce ed è il mio oggi» (p. II). Tale tendenza spirituale gli fece incontrare anche Gabriel Marcel: questi aveva ben compreso il carattere enigmatico dell’esistere, in quanto aveva contezza della: «differenza fondamentale tra il pensiero oggettivante-scientifico […] e un’ontologia consapevole che vi vede (nella vita) essenzialmente il mistero» (p. III).
  • La critica thiboniana della modernità si costituisce su una constatazione che, ai suoi occhi, pareva avere evidenza lapalissiana. L’epoca attuale ha: «il cielo chiuso e la fogna spalancata» (p. III). La società contemporanea ha tratto catagogico, in quanto in essa la vita è stata privata dell’essenza, della propria ragion d’essere. Thibon, proprio come Nietzsche, ebbe in animo di ridare senso al mondo. I due hanno seguito vie diverse: la cristiana il primo, la via del ritorno all’Ellade, il secondo. Eppure, entrambi hanno condiviso un dato esistenziale comune: il volersi spingere oltre il semplice esistere, sensibili al richiamo dell’infinito e dell’eterno. Il francese è, anzi, affascinato dalla sete d’assoluto che si evince dalle pagine del tedesco. In esse, gli pare di avvertire un “presentimento” del divino, che presto in Nietzsche verrà meno, a causa dell’insorgere orgoglioso dell’Io.   Per Thibon, il “si alla Terra” del pensatore dell’Oltreuomo finisce per incontrare il Nulla, non si apre al Fondamento: «Il mondo del divenire, totalmente permeato dal nulla, Nietzsche non lo vuole più come ponte gettato verso la sponda divina, ma come affascinante meta di ogni destino» (p. 277).
  • In ogni caso, per Thibon l’anticristianesimo nietzschiano è compensato dalla sua fascinazione di Dio. Opportunamente, Maraviglia ricorda il giudizio espresso da Karl Löwith su Nietzsche. Il discepolo di Heidegger interpreta la “volontà di potenza” quale volontà di futuro, ultima manifestazione della teologia della storia cristiana, ormai definitivamente immanentizzata. Al contrario, la civiltà antica, quella ellenica in particolare, aveva al proprio centro la physis, la natura, con i suoi cicli eterni, il sorgere e il perire degli enti, dai quali il primato della volontà era del tutto assente. L’aspra critica al moralismo, vale a dire la pedagogia nietzschiana dell’anti-morale, la tabula rasa degli pseudo-valori del mondo borghese, avrebbero potuto indurre nel pensatore tedesco quel denudamento dell’Io, realizzato dai mistici cristiani, in particolare da S. Giovanni della Croce, a cui Thibon dedica la terza parte del volume. Nietzsche e Giovanni della Croce: «ebbero l’animo dell’adoratore ardente» (p. 225), e tentarono di espellere da sé ogni impurità “umana, troppo umana”.
  • Da Nietzsche scaturì: «un furioso torrente di negazione» (p. 228) dei falsi ideali della modernità; Thibon agganciò la negazione dei nuovi idoli a Dio, all’immutabile. Il filosofo francese attribuisce la catastrofe esistenziale del tedesco, al suo esser rimasto fedele al divenire. In realtà, a nostro giudizio, se di fallimento nietzschiano bisogna parlare, esso va attribuito al residuo cristiano che fece dell’eterno ritorno un’ennesima filosofia della storia, impossibilitata, per questo, ad incontrare realmente la physis greca. Solo di fronte a essa, l’uomo, stoicamente, come ribadì Löwith: «Non spera, né dispera», spendendosi per una vita persuasa.    L’opzione di fede ci divide da Thibon. Nonostante ciò, riteniamo questo libro di grande rilevanza esegetica. Coglie ciò che è “celato” in Nietzsche e lo trasmette al lettore in modalità appassionata e coinvolgente.


 

  • Esolen cover

  • Anthony M. Esolen
  • Sex and the unreal city. La demolizione del pensiero occidentale,
  • (Il Timone, Milano 2021, pp. 233, € 22,00)
  • recensione di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Come scrive l’autore “ora, in questa nostra epoca così apparentemente illuminata, abbiamo dichiarato che restare ancorati alla realtà sia una cosa da condannare. Perciò non abbiamo semplicemente finito col credere in alcune falsità”, ma alla falsità, compreso il non essere, inteso al minimo come ciò che non esiste, anzi ciò che ragionevolmente non può esistere.  La diffusione di tale credenza è sorprendente, e contraddice la pretesa di essere, nel contempo, dei “fedeli della ragione”.   Perché credere in una cosa che non è ma addirittura non può essere, serve solo ad illudersi o ingannare gli altri.  Come scrive Dante “ti fai grosso / col falso imaginar, sì che non vedi / ciò che vedresti, se l’avessi scosso”. Così una volta creduto nell’irrealtà, si deve conseguentemente svincolarsi dalla logica e dall’esperienza. Scrive Esolen: “Uno dei sintomi dell’irrealtà è sicuramente l’incapacità di riconoscere la propria stupidità… Tutti, in qualche maniera, siamo degli sciocchi: ci sono gli sciocchi che lo sanno, e gli sciocchi che, non sapendolo, sono ancora più sciocchi”, scrive l’autore descrivendo la parabola delle università americane popolate, del tipo umano homo academicus saecularis sinister.
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  • Poli Dante

  • Dante e l’Origine
  • Uno studio di
  • Giuliana Poli
  • di
  • Giovanni Sessa
  • I settecento anni dalla morte di Dante sono stati celebrati in Italia con convegni di studio, dibattiti, e una messe di scritti della più diversa natura. Si sa, l’opera dell’Alighieri, è immensa, non solo per la vastità della sua produzione, ma per le prospettive che essa apre, tanto in termini spirituali che intellettuali. Nel corso dei secoli, esegeti delle più diverse formazioni hanno creduto di aver individuato porte di accesso privilegiato al suo sapere poetico. In tal senso, un ruolo di rilevanza hanno svolto autori sensibili a problematiche esoteriche, tra loro Rossetti, Valli, Guénon, per fare qualche nome tra i tanti. Tale scuola di pensiero si è spesa nell’individuazione di possibili riferimenti iniziatici nella produzione del Padre delle nostre lettere. Tra i molti volumi, editi nell’anno in corso sul Sommo poeta, segnaliamo il lavoro di Giuliana Poli, Velame italico. La dottrina dell’Origine nella Divina Commedia, comparso, con prefazione di Aldo Onorati e patrocinio della Società Dante Alighieri, nel catalogo di LuoghInterori (pp. 70, euro 14,00).
  • Si tratta di una raccolta di brevi saggi scritti dalla Poli per la Società patrocinante, nell’ultimo frangente. L’autrice, giornalista, vanta una formazione che spazia dall’iconologia all’antropologia culturale. Il gusto per le immagini lo si evince anche dalla grafica, davvero ben curata, del volume e dalle riproduzioni di dipinti che accompagnano, passo passo, le sue riflessioni. In particolare, va preliminarmente chiarito che le sue analisi risultano debitrici, tanto nei confronti degli interpreti “esoterici” del grande poema, quanto, più in generale, delle prospettive proprie del pensiero di Tradizione. La studiosa rielabora originalmente le tesi dei primi, tentando di individuare: «le tracce di una Tradizione antica e ancestrale “italica” presente nella Commedia» (p. 7) e, soprattutto, ne abbia contezza preliminare il lettore, legge al “femminile” tale antica Sapienza. Come rileva il prefatore, si può essere più o meno d’accordo con le sue conclusioni, resta il fatto che, almeno per certi aspetti, esse hanno tratto innovativo.    Le pagine di Giuliana Poli muovono dall’assunto che, nel processo storico dell’umanità e nella vita dei singoli, vi siano fasi, momenti di passaggio, chiusi da: «un evento che ha come scopo quello di ridare equilibrio attraverso un atto disarmonico» (p. 9). Nel vuoto così prodotto, si perdono i riferimenti abituali, la “scorza superficiale” della vita che, poco dopo: «ritroverà nel proprio tempio interno, una luce rinnovata» (p. 9). E’ quanto accadde, come si rileva dalla lettura che l’autrice compie del V Canto del Purgatorio, a due nobili marchigiani, Jacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro, le cui tragiche morti, connotate da grande dispersione di sangue, vengono interpretate in termini alchemico-simbolici. Nel caso di Jacopo, il lago di sangue rinvia al Fuoco ermetico e al ricongiungimento con la propria gens. Nel caso di Bonconte, attraverso l’elemento Acqua, questi “defluirebbe” verso la vera Libertà, l’Origine, fino alla conquista dell’ “Io sono”. Anche il canto del Miserere, che chiude la narrazione delle morti dei due, testimonia la necessità di: «una conversione del cuore per salvare l’Anima e ritrovare il punto della luce dentro di sé» (p. 13).
  • Chiarificatrice, al fine di comprendere la visione tutta declinata al “femminile” di questo studio, risulta l’esegesi dell’Inno alla Vergine di S. Bernardo, nel XXXIII Canto del Paradiso. Nella prima strofa, il poeta descriverebbe, a dire della Poli, l’irradiarsi del Principio originario nei giorni del Solstizio d’Inverno, fase nella quale si chiude il ciclo dell’anno e si determina un Nuovo Inizio. In tali giorni: «la luce è angusta e genera un momento di massima drammaticità e sofferenza della Natura» (p. 16), cui farà seguito la nascita della scintilla divina. Il Natale, è qui presentato, quale giorno del mistero della generazione primigenia e del suo riassorbimento. La Donna perfectissima, assimilati gli elementi cosmici, produce, tramite l’Amore, l’energia, la scintilla luminosa, l’Intelligenza, operante immanentisticamente nell’Uno-Tutto. Compito del Sapiente, ricongiungersi a tale Madre Celeste. Il tema qui discusso è collegato alla figura di S. Antonio Abate, che Dante presenta nel canto XXIX del Paradiso. Il maiale da cui il santo è tradizionalmente accompagnato nell’iconografia più diffusa, in realtà, è un cinghiale bianco, animale che, nella tradizione celtica, da un lato veniva associato alle funzioni sacerdotali e, dall’altro, era simbolo della sapienza germinativa dell’Origine, eminentemente femminile.   Tale funzione è esemplarmente rappresentata da Beatrice, della quale il Poeta, nei versi 121-126 del XXIX Canto del Purgatorio, presenta l’essenza attraverso tre figure di donna, ognuna delle quali è connotata da uno dei tre colori, tipicamente “italici”, della beatitudine: verde, bianco e rosso. Beatrice è, quindi, Una e Trina e, ricorda Poli, nella Trinità il tre è: «il ritorno del multiplo all’unità assoluta» (p. 30). Il verde, sotto il profilo simbolico, è colore della speranza rigenerativa, legato al fulmine e al tuono, indica l’inizio della via epistrofica e ascensionale verso l’Origine. La Donna, in tale contesto, è Via alla Libertà. La figura della Donna eminente, di Beatrice, è altra rispetto a quella di Francesca da Rimini, che pure ha esercitato tanto fascino “umano, troppo umano” sui lettori. Beatrice, rappresenta il desiderio svincolato dalla dimensione catagogica della carne, la tensione erotica cantata dai Fedeli d’Amore, mentre Francesca diviene simbolo di un Amore effimero, senza “ali”, non anagogico e, quindi, contraddittoriamente mortale. L’Amore, ricorda l’autrice, può indirizzare virtuosamente la natura, oppure ridursi a mera brama. A seconda di come lo si vive, può condurre all’adempimento della via Solare, o vincolare all’illusorietà della via Lunare.
  • Nel Canto XIX del Purgatorio, Dante fa esplicito riferimento alla falconeria e al falco. Tale rapace, proprio come il Sole, nel suo volteggiare libero nell’aria, prima scende sotto l’orizzonte e poi risale: indica la speranza di rinascita, di ri-generazione: «il falco incappucciato è sinonimo di speranza della luce che nutre chi vive nelle tenebre» (p. 43). L’intera esegesi dantesca della Poli, trova esemplare sintesi nella figura del “messo celeste”. Figura misteriosa questa, che compare nel Canto IX dell’Inferno. L’autrice la legge quale personificazione dell’energia originaria che crea e distrugge, della potenza della physis che, opportunamente attualizzata: «purifica, compie l’opera del solve et coagula» (p. 52), mettendo in comunicazione l’alto e il basso, l’uranico e il tellurico, trasmutando la “pietra grezza” in “levigata”.
  • Questi sono solo alcuni dei plessi del libro, altri momenti della Commedia vengono attraversati e discussi, tra essi l’appassionata analisi del detto dantesco: «Il Bel paese dove il Sì suona» e la discussione della possibile presenza del volto dell’Alighieri in una pittura del Botticelli. A noi basta far rilevare al lettore che, anche in Dante, la physis con le sue potenze agenti, assume, in alcuni luoghi della sua vasta opera, il valore di presenza sovrastante ed eterna, a cui l’uomo, il Sapiente, deve rapportarsi per condurre un una vita “in ordine” e persuasa.

  • PARTECIPAZIONE ELETTORALE  E  DEMOCRAZIE LIBERALI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • L’articolo, sintetico ed efficace di Riccardo Scarpa pubblicato dall’Opinione del 21 ottobre 2021, sulla “deriva oligarchica” di elezioni cui partecipa all’incirca il 40% degli elettori, induce a qualche ulteriore riflessione.
    La prima: è sicuro che qualsiasi regime politico, anche non democratico, si regge (anche) sul consenso dei governati. Questo può desumersi, laddove siano monarchie ed aristocrazie, da vari “indici”. Il principale dei quali è l’obbedienza, il non dissenso (o il dissenso parziale e contenuto). In quelli democratici c’è un “indice” in più, peraltro numerico: le elezioni. Se il corpo elettorale è svogliato e renitente, significa quello che Scarpa ha ben espresso: che è un’oligarchia, non di diritto, ma di fatto. E che una democrazia che suscita tanta indifferenza sia in buona salute è difficile sostenerlo: anche perché fino a qualche decennio fa nella deprecata “prima repubblica” eravamo abituati a percentuali di partecipazione al voto almeno doppie.

  • In secondo luogo: siamo abituati a distinguere tra democrazia e liberalismo. Ci sono state nella storia democrazie poco o punto liberali e stati liberali poco (o punto) democratici. Tra cui il Regno d’Italia, almeno fino al suffragio universale maschile (1913). Ciò non toglie che democrazia e liberalismo, facili a distinguersi concettualmente, si siano per lo più accompagnati nella storia. Anche un regno del XIX secolo, in cui votava il 5% (o anche meno) dell’elettorato maschile era più democratico di una monarchia del settecento, quando non c’erano votazioni né rappresentanza (in senso moderno) dei governati.   Com’è noto uno dei pensatori liberali cui si deve la più accurata distinzione tra libertà degli antichi (a un dipresso = democrazia) e libertà dei moderni (sempre a dipresso di prova – liberalismo) è Benjamin Constant nel discorso “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”. Constant sostiene che nelle antiche polisScopo degli antichi era la divisione del potere sociale tra tutti i cittadini di una medesima patria; questo essi consideravano la libertà. Scopo dei moderni è la sicurezza nelle gioie private, ed essi chiamano libertà la garanzie accordate da parte delle istituzioni a tali gioie” mentre nella società moderna “serve a tale libertà, un’altra organizzazione rispetto a quella che poteva andar bene alla libertà antica…all’interno del tipo di libertà di cui noi siamo gelosi, più l’esercizio dei nostri diritti politici ci lascerà tempo per dedicarci ai nostri interessi privati, più la libertà ci diverrà preziosa. Da ciò deriva, Signori, la necessità del sistema rappresentativo. Il sistema rappresentativo altro non è che un’organizzazione per mezzo della quale una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può e non vuole fare da sé”; onde il sistema rappresentativo è essenziale alla libertà dei moderni.

  • Ma c’è un rischio, sostiene il pensatore svizzero “Poiché da ciò che la libertà moderna differisce rispetto all’antica deriva la minaccia di un pericolo di specie differente. Il rischio a cui sottostava la libertà antica era che, attenti ad assicurarsi solo la partecipazione al potere sociale, gli uomini cedessero a poco prezzo i diritti e i godimenti individuali. Il rischio della libertà moderna è che, assorbiti dal piacere della nostra indipendenza privata e dall’inseguimento dei nostri interessi particolari, noi rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico. I depositari dell’autorità non mancano di esortarci a far ciò. Essi sono così ben disposti a risparmiarci ogni tipo di pena, eccetto quella di obbedire e pagare”.
    E ambedue, l’obbedire e il pagare gli italiani hanno sopportato nella seconda repubblica, assai più che nella prima. Ma non è solo questo l’inconveniente: più grave, perché la partecipazione è necessaria alla libertà politica: “La libertà politica, sottoponendo a tutti i cittadini, senza eccezioni, la considerazione e lo studio dei propri più sacri interessi, aumenta il loro spirito, nobilita i loro pensieri, stabilisce tra di loro una sorta di uguaglianza intellettuale che fa la gloria e la potenza di un popolo. Osservate come una nazione si rafforza non appena un’istituzione le consente l’esercizio regolare della libertà politica”, quella libertà che in Italia è temuta come la peste dall’establishment. Tant’è che si vota il meno possibile e, quando lo si fa, si contraddice alle indicazioni dell’elettorato. Per cui dopo un elogio della partecipazione e del patriottismo, Constant afferma che “Ben lungi, Signori, dal rinunciare ad alcuna delle due specie di libertà di cui vi ho parlato, occorre piuttosto, come ho dimostrato, imparare a combinarle tra loro” perché “Occorre che le istituzioni si occupino dell’educazione morale dei cittadini. Nel rispetto dei loro diritti, avendo riguardo della loro indipendenza, senza ostacolare le loro occupazioni, esse devono comunque consacrare l’influenza di cui dispongono alla cosa pubblica, chiamare i cittadini a concorrere con le loro decisioni e i loro suffragi all’esercizio del potere; esse devono garantire loro un diritto di controllo e di sorveglianza con la manifestazione delle loro opinioni, e formandoli in tal modo, per mezzo della pratica, a queste elevate funzioni, donar loro al contempo il desiderio e la possibilità di adempierle”. E questa consapevolezza dello “Stato rappresentativo” come sintesi di democrazia e liberalismo è patrimonio comune dei liberali successivi, a partire da Orlando, Mosca, Croce.


  • iL VIAGGIATORE IMMOBILE

  • Intellettuale e gentiluomo
  • I sessant’anni di attività letteraria di
  • Gianfranco de Turris
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’egemonia culturale dell’ “intellettualmente corretto” ha posto, nel nostro paese, al centro delle cronache culturali pensatori funzionali al sistema, alla visione del mondo moderna e materialista. Si contano sulla punta delle dita gli intellettuali che hanno tentato di reagire con iniziative editoriali di spessore a tale situazione. Quando ciò è accaduto, essi hanno patito una marginalizzazione culturale e professionale. Tra questi, va, senza dubbio, annoverato Gianfranco de Turris, studioso del Fantastico, autore egli stesso di racconti, oltre che raffinato critico ed interprete di questo genere narrativo. La sua attività giornalistico-saggistica iniziò nel lontano 1961. Chi volesse aver contezza dell’intensità, della profondità e della lungimiranza esegetica di de Turris, non ha che da sfogliare le pagine di un recente volume, mirato a ricordare i suoi sessant’anni di vita letteraria. Ci riferiamo a, Il viaggiatore immobile. Saggi per Gianfranco de Turris in occasione dei 60 anni di attività (1961-2021) edito, per la cura di Andrea Gualchierotti, da Solfanelli (per ordini: 335/6499393, edizionisolfanelli@yahoo.it, pp. 227, euro 13,00).   Il libro è una silloge che raccoglie contributi di amici, collaboratori e colleghi, impreziosita da un noto contributo critico di de Turris, Dal Mito alla Fantasy e dalla bibliografia della sua narrativa.  Non si tratta di una celebrazione acritica, di un lavoro meramente agiografico ed elogiativo in senso deteriore, ma, come rileva il curatore: «di un meritato omaggio che ha ancor più valore proprio perché chi lo riceve fatica ancora sul campo» (p. 8).
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  • POLONIA   E   CAVILLI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Il riaccendersi della vertenza tra Polonia ed UE, a mio avviso, sposta di poco la questione che indicavo ai lettori de “L’Opinione” negli articoli del 30 settembre e del 19 novembre dell’anno passato: che l’espressione “Stato di diritto”, di cui all’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea, è altamente polisemica, essendo considerati da un lato “Stati di diritto” ordinamenti assai differenti; dall’altro il concetto relativo allo stato elaborato da tanti pensatori in nodo non univoco. Ricordavo, per evitare al lettore il “catalogo di Laparello” delle concezioni e degli autori, quanto se ne può leggere nell’attenta voce “Stato di diritto” nel “Dizionario del liberalismo” scritto da Anna Pintore che, stante la non-univocità del termine e del concetto “nessuna trattazione del tema può essere neutrale”; con la conseguenza che, proprio perciò, la formula “ha goduto fin dalla sua nascita di apprezzamento pressoché universale, al punto da segnare oggi una strada senza alternative: uno Stato che non incarni questo modello deve essere considerato legittimo ed indegno di obbedienza”. Quindi indeterminato da un lato, e perciò utile per giustificare misure sanzionatorie (se non aggressive): la connotazione lasca è ideale per sfornare pretesti.
  • Quale esempio, scrivevo che “nella procedura Ue d’infrazione alla Polonia è stata contestata la limitazione all’indipendenza dei giudici polacchi dopo le innovazioni degli ultimi anni… Tuttavia negli USA tutti i giudici della Corte Suprema, e molti di quelle “inferiori” sono di nomina (o elezione) politica, ma pare assai difficile sostenere che gli USA non sono uno Stato di diritto, ma anche che quel modo di nominare comprometta gravemente lo Stato di diritto”. E così si potrebbe proseguire, non solo per la Polonia (v. sul punto le “infrazioni” sulla libertà e l’educazione sessuale) ma anche per la procedura d’infrazione all’Ungheria.  Ma non risulta che Montesquieu, Gneist, Orlando, Constant (ecc. ecc.) abbiano usato come criterio per discriminare gli Stati di diritto da quelli che non lo sono le preferenze sessuali, il contenuto dei sussidiari e così via. Il pericolo è che, a forza di calcare la mano su profili irrilevanti o poco rilevanti si perdano di vista quelli essenziali (allo Stato di diritto), come avviene da decenni soprattutto in Italia tra l’indifferenza dei mass-media di regime. Solo coll’emergenza pandemica è stato dibattuto pubblicamente che alcune delle misure non erano proprio in linea né col concetto del Rechtstaat ed ancor più con i principi e le disposizioni della nostra Costituzione. Due pensatori di valore come Agamben e Cacciari sono stati messi alla gogna per aver sostenuto che obbligo del green pass nei luoghi di lavoro fa a pugni (tra l’altro) con il principio costituzionale “lavorista” (v. art. 1 Costituzione).    Piuttosto che alla paglia nell’occhio degli altri, faremmo bene a pensare alle travi nel nostro.

 

  • Dizionario dei simboli

  • Il Dizionario dei simboli
  • di
  • Juan Eduardo Cirlot 
  • Summa del sapere tradizionale
  • di
  • Giovanni Sessa

  •  
  • Di alcuni libri non ancora tradotti nella nostra lingua, si sente davvero la mancanza. Per quanto attiene al pensiero di Tradizione, grazie alla casa editrice Adelphi, è stato da poco colmato un vuoto editoriale che durava da troppo tempo. Ci riferiamo alla recente pubblicazione nella nostra lingua dell’opera capitale di Juan Eduardo Cirlot, Dizionario dei simboli, da poco nelle librerie per la traduzione di Maria Nicola (pp. 551, euro 34,00). L’autore (1916-1973), dopo l’iniziale partecipazione al dada e al surrealismo, si avvicinò all’etnomusicologo Marius Schneider, che lo introdusse allo studio dello spiritualismo e della simbologia. Fu poeta, compositore, critico d’arte ma, soprattutto, dette il meglio di sé come iconografo: le pagine del libro che presentiamo lo confermano senza tema di smentita. La prima edizione del testo fece gemere i torchi nel 1958, la seconda, rivista ed ampliata, nel 1969.
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  • Casalino 2

  • Sull’Invisibile
  • Casalino e il pensiero di Tradizione
  • di
  • Giacomo Rossi
  • La raccolta di saggi Sull’ Invisibile. Parlare all’animo, scrivere nell’animo di Giandomenico Casalino, da poco uscita per la casa editrice Arya Edizioni (p. 128, euro 19,00), getta luce e offre spunti di assoluto interesse sul pensiero tradizionale.  Lo studioso leccese, attraverso un dialogo costante con alcuni dei più importanti pensatori tradizionali, quali Platone, Plotino e Hegel su tutti, illumina quel sentiero che ognuno di noi è chiamato a percorrere per riscoprire le potenzialità sopite del nostro essere più-che-uomini.  Giandomenico Casalino compie quel cammino e quell’ascesa che è sempre un partire dalle profondità del proprio animo.
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  • Gnosi

  • Il serpente e la croce
  • Una storia della gnosi
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Di gnosi, antica e moderna, si è molto discusso. Di più, la categoria di “neo-gnosticismo” è diventata un riferimento imprescindibile, al fine di spiegare la drammatica storia del secolo XX. Nell’ultimo periodo, le cronache giornalistiche seguite al decesso di Roberto Calasso, direttore della Adelphi, hanno riaperto il dibattito in tema, tenuto conto del tratto “gnostico” che taluni hanno voluto attribuire alla casa editrice milanese. E’ora a disposizione del lettore un interessante volume di Paolo Riberi, Il serpente e la croce. Duemila anni di gnosi: dai vangeli apocrifi ai Catari, da Faust ai Supereroi, comparso nel catalogo Lindau (pp. 334, euro 24,00), che fa chiarezza in tema. Non si tratta, come sostiene opportunamente Domenico Devoti in prefazione, di una semplice ricostruzione filologica ed organica della storia della gnosi, in quanto: «non ultimo intendimento (dell’autore) è […] il cercare di cogliere il volto perennemente vivo […] di eventi, mentalità e realtà che si radicano nel lontano passato» dello gnosticismo (p. 5).
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  • Filosofia italiana

  • La tradizione filosofica italiana
  • di
  • Corrado Claverini
  • Caratteri e specificità del pensiero italiano
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  • Nel secondo dopoguerra, la storiografia filosofica italiana ha messo in atto un’azione denigrativa nei confronti del neoidealismo, che aveva celebrato la propria marcia trionfale assieme a quella del Fascismo. Tali giudizi negativi hanno, alla lunga, finito per pesare sulla reale valutazione del ruolo giocato dalla filosofia italiana a livello internazionale.  Da ciò è disceso che, per troppo tempo, il lettore di media cultura ha ritenuto la speculazione nazionale secondaria, provinciale e passiva di fronte alle filosofie d’oltralpe.  Fortunatamente le cose sono cambiate e, attualmente, il pensiero italiano gode di ampio credito.  A conferma, vi sono una serie di pubblicazioni, tra le quali segnaliamo, La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi, di Corrado Claverini, assegnista dell’Università di Salerno, da poco pubblicata per i tipi di Quodlibet (pp. 215, euro 20,00).
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  • Goebbels

  • Gianluca Magi
  • Goebbels
  • 11 tattiche di manipolazione oscura
  • (Piano B Edizioni, 2021, pp. 193, € 15,00)         
  • di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • A considerare quanto affermato (da quasi tutti) i mass-media, il nazismo sarebbe morto e sepolto, come tutti i suoi capi – tra cui Goebbels – nel 1945. Probabilmente è vero (per lo più) per le idee, assai meno per i mezzi di cui si servì per conquistare e mantenere il potere. Soprattutto la propaganda di cui Goebbels fu un vero maestro, e le cui tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica sono tuttora praticate dalle élite dirigenti per esercitare e accrescere il proprio potere. E quindi d’attualità. Anche se si può affermare che, essendo la retorica – parente nobile della propaganda – già praticata e studiata dall’antichità, molte di quelle tecniche sono attualizzazioni/adattamenti ai mezzi moderni (stampa, radio, televisione ecc.) di modelli di persuasione già praticati da Demostene e Cicerone. L’autore lo afferma dall’introduzione “La volontà di dominio dell’uomo sull’uomo, le strategie di manipolazione , il controllo sociale e l’arte dell’inganno sono antiche quanto la storia dell’umanità”, oggi poi “se consideriamo che passiamo oltre un terzo della vita immersi nei media (tra TV, web, film, quotidiani e riviste), possiamo comprendere come la nostra capacità di parlare, pensare, costruire rapporti con gli altri, i nostri desideri i nostri sogni e il nostro stesso senso d’identità siano plasmati dai media”; dato ciò – e l’importanza decisiva che ha la persuasione nell’esercizio del dominio - scrive l’autore “Perché non usare le 11 tattiche di manipolazione oscura per illuminare chi, secondo le intenzioni, dovrebbe esserne il bersaglio?”. E per l’appunto dopo una breve biografia di Goebbels, Magi passa ad esporre le 11 tecniche (principi tattici) usate dal ministro nazista per garantirsi il controllo dell’opinione pubblica, soprattutto interna.

  • E così il potere sul “seguito”. Questi principi si fondano sul disprezzo per la capacità di giudizio – razionale o almeno ragionevole - delle masse e per lo sfruttamento dei pre-giudizi, luoghi comuni, idola più condivisi, basati su emozioni (e non su ragionamenti). Così la creazione del nemico, utilissimo per la polarizzazione e il consolidamento del seguito (lo aveva già compreso Eschilo), anche se poi il nemico non è tale; l’affermazione dell’unanimità anche se creata fittiziamente; la semplificazione del messaggio; l’orchestrazione (lo stesso messaggio è ripetuto all’infinito e da tutti (o quasi) i media; l’occultamento delle notizie in contrasto con la tesi che si sostiene; la disinformazione, con la creazione di falsi bersagli, o comunque che abbiano l’effetto di distrarre l’opinione pubblica. È impressionante come tali principi siano utilizzati dalle élite contemporanee allo stesso scopo della dirigenza nazista. Tattiche come il silenziamento, la disinformazione, lo sviamento ecc. ecc. sono identificabili facilmente in gran parte dalla comunicazione odierna. C’è tuttavia un carattere principale che rende differenti la propaganda della NSDAP e quelli delle élite, soprattutto italiane, contemporanee. Mentre quella era rivolta alla conquista del potere (prima nazionale, poi internazionale) cioè era accrescitiva e implementativa, quella delle élite della (seconda) Repubblica e molto più limitatamente, indirizzata a mantenere (parte del) potere gestito. Ha cioè un’ambizione enormemente ridotta. E dati i più che mediocri risultati dei governi della (seconda) Repubblica, sarebbe stato troppo difficile sostenere derivazioni (in senso paretiano) diverse.

                                         

  • Ionescu

  • Nae Ionescu
  • Il filosofo che sedusse una generazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Nella cultura del secolo XX, la Romania ha giocato un ruolo centrale. Studio e ricerca sono stati gli ambiti con i quali i giovani intellettuali di quel paese hanno tentato il superamento della marginalità esistenziale, che discendeva dall’essere nati in una provincia “orientale”. Si pensi, tra i tanti, a Cioran, Eliade, Noica, Vulcănescu, esempi eminenti della “giovane generazione” formatasi alla scuola di Nae Ionescu che, da quei precoci e vivaci studiosi, fu ritenuto Maestro indiscusso. E’ a disposizione dei lettori italiani una biografia che ricostruisce la vita intellettuale di Ionescu. La si deve a Tatiana Niculescu, Nae Ionescu. Il seduttore di una generazione da poco comparsa nel catalogo Castelvecchi per la cura di Horia C. Cicortaş e Igor Tavilla (per ordini:06/8412007; info@castelvecchieditore.com, pp. 240, euro 22,00).

  • Il volume muove dalla ricostruzione dell’ambiente familiare del filosofo. Questi nacque nel 1890 a Brăila, città portuale danubiana nella quale transitavano merci disparate e persone provenienti da ogni dove. Qui trascorse l’infanzia e parte dell’adolescenza. Il padre era un pubblico funzionario, pertanto, la famiglia aveva un discreto tenore di vita. L’uomo, purtroppo, morì anzitempo, lasciando agli eredi ingenti debiti. Anni dopo, Nae scriverà di aver sperimentato: «tutte le miserie della vita quando gli altri aprivano a malapena gli occhi sul mondo» (p. 13). Ebbe, così, un ruolo rilevante, nel suo mondo interiore, il nonno paterno, Stroe Ivaşcu, servo della gleba dal carattere forte. Questi, nel villaggio natale di Tătaru, era annoverato tra le personalità contadine più riguardevoli: si era emancipato e aveva ricoperto incarichi amministrativi, divenendo piccolo proprietario terriero. Nae onorerà per tutta la vita il ricordo del nonno, vedendo incarnate in lui le virtù del ceto rurale, che il filosofo contrapponeva alla degenerazione antropologica esemplificata dalla figura del cittadino moderno.
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  • lDENTITà

  • Henry Levavasseur,
  • L’identità come fondamento della città
  • Riconciliare ethnos e polis
  • (Passaggio al bosco edizioni, 2021, € 10,00)
  • rec. di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Questo saggio, chiaro e sintetico, si pone il problema di come conciliare ethnos e polis, ovvero in altri termini, ma di senso vicino, comunità e istituzione (politica).    Nella decadenza della modernità, cioè l’epoca in cui viviamo, ethnos e polis sono stati progressivamente separati: nel senso che si pensa possa costituirsi un’istituzione senza una certa omogeneità tra i cittadini. E tale omogeneità non è necessario che si fondi su dati concreti e reali.    L’autore cita a tale proposito, tra le tante, le interpretazioni moderne della celebre conferenza di Renan Cos’è una nazione? Il passo in cui Renan definisce la nazione come sintesi tra passato (possesso in comune di una quantità di ricordi, cose, rapporti, usi) e il presente (la volontà di vivere insieme ed avere un destino comune) è intesa pretendendo di ridimensionare e svalutare il passato, e attribuire alla volontà arbitraria (Tönnies) dei partecipanti la capacità di costruire un futuro comune tra persone prive di ogni passato comune.    Un’esegesi che annichilisce totalmente ciò che nel pensiero di Renan era collegato necessariamente.
    Alla volontà (arbitraria) e al diritto, inteso anch’esso riduttivamente (come atto volontario) dei consociati è rimessa la costituzione dell’ordine sociale o almeno della magna pars di esso, cioè la costituzione dell’istituzione.  Così l’atto relativo è il risultato di una decisione comune degli associati, direttamente o per rappresentanza.
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  • Cover il conflitto costituenteEdoardo Dallari

  • EDOARDO  DALLARI
  • Il conflitto costituente.
  • Da Platone a Machiavelli
  • (Mimesis edizioni, Milano 2021, pp. 122, € 9,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Questo saggio prende le mosse dal carattere peculiare della filosofia italiana, d’essere “una filosofia della ragione impura rivolta... a un’esperienza della negazione, della fallibilità... dell’impotenza della ragione”, e così filosofia della prassi. Ma “Il timbro prassistico della filosofia italiana è già tutto latino, ed è esattamente questo carattere che Machiavelli farà suo e rielaborerà”.  In Machiavelli, scrive l’autore “convivono dunque tre prospettive che consentono, almeno è la credenza che regge questo saggio, di eleggere Machiavelli a figura del destino europeo e occidentale: anamnesi dell’antico, immanentizzazione del reale e possibilità astratta del nichilismo”.  Il confronto con Platone è indotto dal fatto che il pensiero del filosofo greco è volto alla ricerca e fondazione della città ideale, conforme agli ideali di giustizia e virtù; quello del segretario fiorentino all’esigenza di uno Stato solido perché indipendente e durevole.  In questo senso è chiaro che Machiavelli pensava a Roma: una città che ha creato un impero, e di durata pluricentenaria: cinque secoli in occidente e quasi quindici in oriente, a considerare la datazione “ufficiale”.  Che poi, la caratteristica realista dipendesse anche dal pensiero latino lo dimostra anche il Somnium scipionis nel De republica, di Cicerone dove il grande oratore scrive che la costituzione romana è frutto dell’esperienza e della pratica di governo di molte generazioni: non di un legislatore o un progetto (come Licurgo, Solone) ma di un lavoro corale di tanti, raffinato dall’insegnamento delle crisi e delle vicende storiche.   In questa visione una particolare attenzione è dedicata al rapporto conflitto/ordine. Mentre nelle concezioni “ideali” il conflitto è considerato ciò che deve evitarsi nella polis ordinata, in Machiavelli è il conflitto interno che ha costituito la ragione dello straordinario successo della civitas.  Perché, data l’ineliminabilità del conflitto, interno come esterno, l’ordine idoneo è quello che si serve del conflitto per garantire l’ordine e accrescere la potenza dell’insieme.  Anche perché le crisi – ineliminabili come il conflitto – pongono la necessità di novità e cambiamento. Scrive Dallari “La storia di Roma è archetipo simbolico proprio perché testimonia che il conflitto è costituente, funzionale alla strutturazione della forma, che la scissione, la contraddizione è costante “essenziale” dell’ordine, che i tumulti sono il limite trascendentale dell’atto ordinante, che la storia è ricerca di equilibrio tra le forze nel co-implicarsi di ordine e conflitto”.  Una considerazione in margine a questo interessante saggio. La teoria del segretario fiorentino è assai simile, tra le altre, a quelle realistiche dei giuristi (non positivisti) del XX secolo: dalla considerazione di Carnelutti che il diritto nasce dal conflitto per l’appropriazione (senza conflitto non c’è diritto); che l’ordine giuridico è sempre in movimento (Hauriou, Smend); che la crisi (l’eccezione) ne fa parte come la normalità (Schmitt); che è la vitalità a costituire un ordinamento legittimo (Santi Romano).  Tutte concezioni ben corroborate dall’esperienza storica: ma finché si ritiene che una buona costituzione sia quella conforme ai principi, e alle “tavole di valori”, a diritti umani presenti in dichiarazioni solenni (e non nel cuore dei cittadini), e non nella capacità di assicurare l’esistenza politica di una comunità, la pace tra i cittadini e l’indipendenza dallo straniero (“a ognuno puzza questo barbaro dominio”) il pensiero di Machiavelli sarà sempre attuale.


 

  • Ierogamia
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • Se, in nuce, l’uomo contiene tutto, allora può comunicare con tutto, in alto e in basso. Può spegnere le stelle e accenderle. Può scegliere o perfezionare involucri in cui manifestarsi. Può unire il fuoco all’acqua in una superiore sintesi. L’uomo attuale si è perfezionato nel potere meno intelligente di distruggere… e si pensa “evoluto”. Il giovane Pico sosteneva: «Magiam operari non est aliud quam maritari mundum».1     Maritare il mondo per analogia, per similitudine, per sympatheia o, in particolare, per contrasto. Due poli opposti hanno infatti in comune il prana, la forza-potenza primaria emanata dall’Essere. Per esempio, il veleno e il medicamento non sono, agli occhi del sapiente, inconciliabili, ma complementari, coincidenti; essi, se utilizzati con arte impeccabile, si capovolgono e fondono l’uno nell’altro, «onde effettuare i miracoli dell’Unico».2   Il dragone ermetico «… è velenosissimo, e tuttavia è perfetto. […] Il suo veleno diventa la gran medicina. […] Di questo tutti i saggi si rallegrano a gran voce».3     Maritare il limitato con l’illimitato, il finito con l’infinito, il tempo con l’eternità, il profano col sacro, lo scendere col salire, l’espirare con l’inspirare, Ida con Pingala, il passato con il futuro, la notte con il giorno, il no con il sì, il Kali-yuga con il Satya-yuga.   Realizza tali ierogamie il principio divino, sovra-cosciente, quando apre porte sottilissime ai solstizi, nei crepuscoli, nelle aurore, nel samadhi, al fine di svelare l’immortalità che l’esoterismo addita.   Ne ebbe intuizione Gustavo Adolfo Bécquer: «Quién reunió la tarde a la mañana? / Lo ignoro; solo sé / que en una breve noche de verano / se unieron los crepúscolos y… fué»
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  • Filosofia della caccia

  • Filosofia della caccia
  • Un cammeo teorico di
  • Ortega y Gasset
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • La “religione” trionfante nella società post-moderna è quella dei “diritti dell’uomo”.  Le grandi narrazioni, si suol dire, hanno fatto il loro tempo e prodotto disastri inenarrabili.  L’uomo è invitato, dalla cultura dominante “politicamente corretta”, a crogiolarsi nel bagnasciuga del moralismo buonista imperante.  Tra i suoi comandamenti vigono la pratica vegana integrale, cui si danno, toto corde, i rampolli dei ceti dominanti.  Essi sono, inoltre, i tedofori dell’ecologismo addomesticato dagli interessi economici, nuovo vangelo “gretino” della post-modernità.  Inutile ricordare come, in conseguenza di ciò, sulla pratica della caccia gravi una scomunica assoluta.  Chi scrive ritiene che la caccia moderna sia un inutile massacro, ma crede altresì che, in altri tempi, la pratica venatoria abbia avuto carattere assai diverso.
  • A confortarci in tal senso è la recente pubblicazione di uno scritto del filosofo spagnolo Ortega y Gasset, Filosofia della caccia, nelle librerie per i tipi di Oaks, con prefazione di Marco Cimmino (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 100, euro 12,00).  Il pensatore realizzò questo testo come prefazione di un volume del conte Eduardo de Yebes dedicato alla caccia, che uscì a Madrid nel 1943. Tenuto conto che lo scritto aveva acquisito una certa ampiezza ed evidenziava, a tutto tondo, l’originalità della posizione di Ortega, venne editato come pubblicazione a sé, in forma di pamphlet.  Sappia il lettore che il filosofo, in queste pagine, mette in atto, da un lato, un esercizio di divertissment intellettuale, lo si evince dalla leggerezza e fluidità della prosa di alcuni passaggi, mentre dall’altro ha impegnato il proprio ingegno erudito, accademico, nella discussione di un tema che, poco alla volta, lo coinvolse.  La cosa è davvero paradossale, in quanto il pensatore non aveva mai partecipato ad una battuta di caccia.  Cimmino, opportunamente, ricorda che l’esegesi del fenomeno venatorio in Ortega si fonda su una distinzione essenziale: caccia moderna vs caccia tradizionale, praticata in altri secoli. Infatti, per l’autore: «i cacciatori di Altamira e di Lascaux (Paleolitico) sono meno primitivi dell’assassino moderno: anzi, spesso costui non è neppure un cacciatore, sibbene un persecutore» (p. II).
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  • Accademia di Platone Suburbio Pompei

  • TALEBANI E RIVOLUZIONE PASSIVA
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Mentre Kabul cadeva dinanzi all’offensiva dei talebani, molti ricordavano come la “dottrina” dell’espansione del modello democratico occidentale con la forza fosse stata condivisa - a quanto si leggeva - da almeno tre Presidenti U.S.A.: Clinton, Bush jr. e Obama e i loro consiglieri sia di destra che di sinistra.   Taluni ritenevano - non infondatamente, che fosse una derivazione degli interessi di potenza - politica ed economica - degli U.S.A. soprattutto, se non dell’intero mondo occidentale.   Nessuno – che mi risulti – ha ricordato, come da oltre due secoli, in varie formulazioni e declinazioni quella concezione è stata ripetuta.  Esportava gli immortali principi dell’89, facendo la guerra alle monarchie europee (ed alle classi dirigenti) già la Convenzione francese nel 1792, sintetizzandola in una frase efficace: “guerra ai castelli, pace alle capanne”, con il decreto del 15/12/1792.   Il che a prescindere dalle buone intenzioni (e dalla buona fede) era nient’altro che un programma di guerra civile europea. Che infatti infiammò il continente per quasi un quarto di secolo: le armate rivoluzionarie e poi napoleoniche trovavano molti alleati nei paesi conquistati, ma anche un “nuovo” nemico: i combattenti partigiani controrivoluzionari. I quali, ebbero un ruolo non secondario nella caduta di Napoleone. Fabrizio Ruffo, Empecinado, Andreas Hofer furono l’altro volto di una ostilità “irregolare” quanto profonda che, nel pensiero di Clausewitz, l’avvicinava alla guerra assoluta. Il richiamo agli immortali principi dell’89, servì a suscitare nemici almeno quanto a trovare alleati-seguaci, e fu comunque fertile nel provocare e aggravare l’ostilità. Non tanto perché presentarsi a casa d’altri con le baionette inastate e i cannoni rombanti non è propriamente il modo migliore e più rassicurante per farlo; ma soprattutto perché quegli immortali principi erano poco o punto condivisi dalle popolazioni invase.
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  • Alvi Apocalittici

  • La necessità degli apocalittici
  • L’ultimo saggio di
  • Geminello Alvi 
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’ultima fatica letteraria di Geminello Alvi può essere definita il suo libro della vita.  Lo è, a parere di chi scrive, per due motivi.  Innanzitutto, perché è il risultato delle riflessioni condotte dallo studioso per decenni sul testo dell’Apocalisse. In secondo luogo, in quanto il volume, che ha la giustificata pretesa di essere un commento al testo sacro, presenta, a tutta prima, tratto labirintico, aporetico, in evidente sintonia con l’Apocalisse stessa. Ciò rende davvero “tradizionale” l’esegesi di Alvi: essa è fedele al non transeunte del testo, non ai suoi aspetti accessori. Il volume, per chi sia aduso alle semplicistiche classificazioni, è un esempio, sicuramente ben riuscito, di saggistica erudita, colta.  In esso, Alvi attraversa le vicissitudini ermeneutico-filologiche cui l’Apocalisse è andata incontro durante i millenni della sua storia ma, al medesimo tempo, è sostenuto da un incontenibile afflato “poetico”, nel senso etimologico greco del temine, che rende la sua lettura, qualora accompagnata dal testo dell’Apocalisse, lieve e liberante. Ci riferiamo a, La necessità degli apocalittici comparso nel catalogo Marsilio (pp. 460, euro 30,
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  • Dove e come difendere 
  • LA SOVRANITA’ ECONOMICA POSSIBILE
  • di
  • Vittorio de Pedys
  • Può apparire sorprendente ma chi scrive ritiene che la sovranità economica nazionale debba oggi essere articolata e difesa a due distinti livelli: quello nazionale e quello europeo. Non c’è bisogno di ricordarci che l’Europa in cui viviamo non è l’Europa che vogliamo, che sogniamo e per la quale ci battiamo. E’ a tutti noi chiaro che una mera unione economica, basata sulla moneta comune, sulla dominazione burocratica centralizzata a Bruxelles, penalizza quelle nazioni meno virtuose e più ignave, come il nostro Paese.  Noi che aspiriamo ad una Europa dei popoli, che difenda strenuamente le sue millenarie tradizioni, le sue differenze e le sue peculiarità, sogniamo un fascio di popoli avvinti da un principio federatore superiore, imperiale, di potenza e di pace.  Tutto questo oggi non c’è, ma ciò non ci esime dal lavorare e batterci nel reale, per la realizzazione di un’unione migliore e più audace dell’attuale. Senza rifugiarsi né in miti incapacitanti (“...non ci si arriverà mai”, perché agire sul reale quantunque non ottimale si può) né in astratti complottismi che a nulla servono (“...l’Europa vuole spartirsi e depredare le ricchezze italiane”, perchè le nostre ricchezze le depredano al 99% gli italiani), né a ridicole semplificazioni da bar (“...la Germania decide tutto per i suoi fini nazionali“, perché se lo fa , fa benissimo, ma noi qui auspichiamo maggiore, non minore leadership tedesca nell’Unione, visto che è, nei fatti, non solo l’unica esistente, ma anche la migliore possibile).
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  • conoscenza sacra provv

  • La 
  • "Conoscenza sacra"
  • Il pensiero di Tradizione di S. H. Nasr
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Viviamo in un stato di crisi permanente, sostengono alcuni commentatori illuminati. Fin dai primi decenni del secolo XX, del resto, la critica della cultura, aveva indotto, almeno in una sparuta minoranza di intellettuali, la convinzione che il nostro non fosse affatto il migliore dei mondi possibili e che le “sorti progressive” dell’umanità stessero per incontrare un punto di arresto. Solo i pensatori afferenti al pensiero di Tradizione hanno sviluppato uno sguardo sul reale che ha reciso davvero i ponti con la cultura responsabile della decadenza, quella moderna, essenzialmente “orizzontalista”, catagogica, soggettivista e utilitarista. Con il tradizionalismo è necessario confrontarsi, nonostante il pregiudizio ideologico e la rimozione preconcetta, istinti riflessi cui ricorrono i paladini dell’intellettualmente corretto per sostenere le loro fragili certezze ideologiche, smentite dalla realtà.
    E’ da poco nelle librerie un volume di Seyyed Hossein Nasr, vero e proprio classico del pensiero di Tradizione, che consente di capire la crucialità del tradizionalismo per le sorti dell’uomo nel nostro tempo. Ci riferiamo a, Conoscenza sacra, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee. Il testo è accompagnato dalle prefazione organica e contestualizzante di Giovanni Monastra (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 381, euro 29,50). Lo studioso iraniano, nato nel 1933, è considerato, lo ricorda il prefatore, come il più importante dottrinario sciita contemporaneo. Dotato di una formazione rigorosa ed interdisciplinare, studiò dapprima al MIT matematica e fisica per passare, successivamente, all’università di Harvard dove si occupò di geologia e geofisica. In questo frangente, maturò interessi filosofico-religiosi e, seguendo un corso tenuto da de Santillana, l’autore de Il mulino di Amleto, entrò in contatto con le firme più insigni del “tradizionalismo integrale”, in particolare lo colpirono le posizioni di Guénon e Schuon. Sviluppò, pertanto, alla luce di tale eterodosso iter formativo, una posizione teorica equidistante dal relativismo moderno, quanto dall’esclusivismo integralista. Con l’ascesa di Khomeini al potere, infatti, si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, dove insegnò alla Washington University.
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  • COPERTINA ATOMI DI FUOCO 2 721x1024

  • Storia delle religioni e Tradizione
  • Una raccolta di saggi di Marco Toti
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il secolo XX è stato caratterizzato da un intenso dibattito culturale. Sono stati, peraltro, messi in discussione, a partire dalla “rivoluzione intellettuale” dei suoi primi due decenni, gli statuti interni e i metodi d’indagine di diverse discipline. La “storia delle religioni” non è stata risparmiata da tali cambiamenti. Anzi, nel suo ambito, si è assistito al confronto tra storicismo e fenomenologia che, solo in alcuni casi, ha prodotto una possibile sintesi conciliativa. Tracce di tale confronto emergono dall’ultima fatica di Marco Toti, “Un atomo di fuoco”. Forme e dinamiche culturali d’Occidente: storia delle religioni, ermeneutica, tradizione, nelle librerie per il Cerchio (per ordini: info@ilcerchio.it, pp. 297, euro 32,00). Le intenzioni dell’autore sono chiarite nella Premessa che apre il volume e contestualizzate nella Presentazione di Pietro 
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  • cover N SNOB OAKS

  • Un intellettuale allo specchio
  • “N-SNOB.
  • Altre evocazioni
  • di
  • Sandro Giovannini
  • rec. di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • L’area politica della “destra” italiana pare, per l’ennesima volta, essersi ri-costituita attorno al rassicurante paradigma moderato e liberal-conservatore, centrato su modelli ideali di riferimento che molti, sensibili alle idealità rivoluzionario-conservatrici o vicini al pensiero di Tradizione, speravano di aver relegato nel dimenticatoio. Come comportarsi di fronte ad una situazione siffatta che si manifesta nel pieno dispiegarsi della liquidità esistenziale e politica della post-modernità? Una risposta la fornisce Sandro Giovannini nella sua ultima fatica, N-SNOB.  Altre evocazioni, libro comparso nel catalogo OAKS (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 193, euro 20,00).
  • Si tratta di una memoria esistenziale nella quale l’autore si interroga criticamente sulle scelte compiute nel corso di un’intera vita, tracciando il bilancio di un percorso assai impegnativo, ricco di incontri rilevanti, così come di inevitabili delusioni. L’incipit del libro muove da una constatazione di fatto: «I tempi non sembrano favorire nuove sintesi, se non inquietanti e feroci…» (p. 7). Tale realistica affermazione rivela come lo stato attuale delle cose neghi ciò che Giovannini ha, da sempre, perseguito: l’abbattimento degli steccati ideologici e artistici (l’impulso impellente che lo ha guidato, daimonicamente, è quello poietico). Di fronte a ciò: «è meglio prendere ciò che viene con la certezza malinconica che comunque abbiamo cercato di muoverci personalmente ed in ristretti circoli per il meglio e con l’ironia tragica» (p. 7). L’autore non si piange addosso, come dovrebbe fare l’intera area di riferimento alla quale egli si è rivolto, adusa, al contrario, alle facili lamentazioni e al diniego delle responsabilità, in quanto, nonostante il progressivo disfarsi del vivere virtuoso, per chi mantenga lo spirito libero e sgombro dal senso comune è ancora possibile godere del bello e dell’eterno.

 

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  • la strada della seta

  • La strada della seta
  • Un classico della letteratura di viaggio e d’avventura
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La prima metà del secolo XX, oltre ad essere uno dei periodi più drammatici della storia, è stato anche un’epoca nella quale, per l’ultima volta, degli ardimentosi hanno dato luogo a mitici viaggi d’esplorazione nelle lande più desolate della terra. Nella maggior parte dei casi gli ultimi esploratori sfidarono pericoli di ogni tipo, confrontandosi con la morte. Tra essi, un posto di rilievo per le imprese compiute, spetta allo svedese Sven Hedin, che dei suoi viaggi ha lasciato testimonianza scritta in pagine di diari imperdibili per gli appassionati di tal genere letterario.   E’ da poco nelle librerie, per i tipi di Iduna editrice, una delle sue fatiche più significative, La strada della seta, accompagnata dall’introduzione di Paolo Mathlouthi (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 322, euro 24,00)
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  • Eresie dellOttocento

  • Eresie dell’Ottocento
  • La sinistra non marxista in Italia
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Noi italiani abbiamo un’urgenza non più rinviabile. Leggere criticamente la nostra storia per ritrovare un fil rouge comune, che ci consenta di riappropriarci della nostra identità culturale e spirituale. Momento dirimente per la costruzione dell’identità italiana moderna è rappresentato dal Risorgimento e da quanto accadde nei primi decenni unitari. La storia del Nuovo Inizio italiano è stata letta da diversi punti prospettici. La maggior parte degli esegeti concorda nel ritenere gli eventi che muovono dal 1820 alla presa di Roma del 1870, una “rivoluzione incompiuta” o, per dirla con Gentile, una “rivoluzione-restaurazione” da concludere. Delle idealità critiche, maturate nel nostro paese alla fine dell’Ottocento in relazione alla costruzione dello Stato centralista, si occupa la nuova edizione di un volume di Pier Carlo Masini, Eresie dell’Ottocento, comparso nel catalogo OAKS, con prefazione di Renato Besana (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 324, euro 24,00.
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  • Pienezza
  • di
  • Giuseppe Gorlani
  • La gloria fluisce dalla notte al mattino, mentre molti, troppi, si affaccendano intorno a cose da nulla. Se Andrea Emo, che era un uomo nobile, in senso eckhartiano, sosteneva di essere «un buono a nulla [...] capace di affrontare guardare sopportare il nulla», con tale espressione voleva significare la vacuità di tutte le proiezioni individuali, ma non poteva certo negare la Presenza del Senza Superiore (Anuttara) non inteso come ente, bensì come Ineffabile che egli identificava nel Cristo sorgente dal sepolcro.
  • Dopo aver detto, gridato, proclamato tutti i “no” possibili, balza fuori il “Sì” ultimo, stracolmo di Paramashiva: l’asseverazione che non appartiene a questo o quel nome, ma che splende per se stessa. E c’è libertà, gioia, amore senza oggetto. Noi, pulviscolo sterminato, siamo Lui, lo riconosciamo e godiamo sia il Tutto che il Nulla.   Siamo il Pieno, di là dal vuoto e dal pieno osservabili.   Con fiducia, con sconfinata capacità di accogliere la Realtà ammantata di qualsiasi forma.   C’è attestazione implicita del Bene includente il ragno in un angolo tra i muri in paziente attesa del nutrimento, che sarà angoscia per la vittima.   C’è musica, proporzione di accordi, armonia nella tensione continua all’equilibrio.   C’è il tessere di Kabir sul telaio della comprensione: «Un mare di azzurro ricopre il cielo. / La febbre di vivere è stata placata».*     C’è il sorriso di un uomo, di una donna, di un bambino, c’è l’albero diritto e rigoglioso, c’è il vallone dove si nascondono i cinghiali e in cui la bellezza lascia abbondanti impronte.

  • Si consacri a una simile meraviglia la propria meraviglia; questa, benché vuota, non sarà mai inadeguata.  Altrimenti perché Andrea Emo, buono più di molti al nulla, avrebbe scritto, riempiendo un armadio di quaderni?   Non ne pubblicò neppure uno, ubbidendo all’ispirazione della nobiltà che lo permeava, ma avrebbe anche potuto pubblicarli e il pieno al fondo del nulla avrebbe sorriso.   Un petalo rosso sfiora l’orecchio, cade leggero da alcune nubi e costringe il  “nulla” a cantare, entrando nelle bocche in disfacimento di qualsiasi cadavere.

  • Il shishya si sieda nella polvere in siddhasana.   Troppa gioia non può essere comunicata e si rivela come beatitudine.   Shri Adi Shankaracharya, shishya di Govinda Bhagavatpada, scrive ne L’onda di felicità del Liberato vivo: «Quando mantiene il silenzio o quando si mostra incline a parlare, quando la sua felicità interiore sospende la sua voce e lo fa ridere sino alle stelle, o quando egli esamina con interesse qualche questione del mondo, il saggio la cui ignoranza è stata abolita dall’iniziazione del suo Guru non è più il giocattolo dell’illusione. [...]   Egli gode senza sosta della Liberazione, tuffandosi e rituffandosi nel lago di innata beatitudine che è la suprema realtà di Shiva».**

  • Om Purnamadah Purnamidam / Purnat Purnamudachyate / Purnasya Purnamadaya / Purnamevavasishyate.***    Invisibile e visibile sono Pienezza; nessuna diminuzione la può alterare e non vi è alcunché di dicibile o indicibile che si sottragga alla Pienezza.

  • Note:
  • *I canti di Kabir, Co 1999, p. 82.
  • **Jean Klein, Essere, To 1983, pp. 5 e 6.
  • ***Traduzione: «Quello è Pienezza, questo è Pienezza, la Pienezza viene dalla Pienezza, se togli Pienezza dalla Pienezza, ciò che rimane è Pienezza».

                                      

  • Alain de Benoist Memoria viva

  • Memoria Viva 
  • Il cammino intellettuale di
  • Alain de Benoist
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Da studente, lessi con grande interesse i libri di Alain de Benoist. Eravamo negli anni Settanta: l’Italia viveva i drammatici “anni di piombo”, seconda fase della guerra civile. La parte politica nella quale militavo, la “destra”, sembrava attardarsi culturalmente sulle posizioni del nostalgismo neofascista, incapace di leggere il reale con strumenti esegetici innovativi. Subiva, quindi, l’egemonia culturale degli avversari. Anzi, non riusciva neppure, schmittianamente, a individuare il nemico cui contrapporsi. Dalla Francia giunse una ventata di novità, che produsse significativi fermenti intellettuali e il sorgere di nuove iniziative editoriali. Gli scritti di de Benoist, furono latori, in una prima fase, del tentativo, parafrasando il titolo di un noto volume collettaneo di quel periodo, di provare una destra nuova e, successivamente, di superare le stesse categorie di destra e di sinistra, e spingersi verso inusitate sintesi culturali e politiche.
  • Da allora, il pensatore si è posto di fronte all’opinione pubblica europea, come uno dei critici più radicali del mondo contemporaneo, latore di una vis polemica sempre in fieri. Lo si evince dalla lettura del suo ultimo volume, Memoria viva. Un cammino intellettuale, tradotto da Andrea Scarabelli per Bietti (per ordini: 02/29528929, pp. 450, euro 25,00). Il libro, uscito in prima edizione in Francia nel 2012, è impreziosito dalla prefazione di Stenio Solinas e dalla postfazione di Gennaro Malgieri. Nelle sue pagine, il filosofo risponde alle domande di François Bousquet e ricostruisce la sua vita, a muovere dall’infanzia.
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  • EVOLA Il mistero delloccidente

  • Evola e il mistero iperboreo
  • La raccolta di scritti del filosofo 1934-1970
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Julius Evola è stato scrittore prolifico. Ad un considerevole numero di volumi, dedicati ad ambiti assai diversi del sapere, dal dadaismo alla filosofia, dall’ermetismo alla critica della modernità, ha fatto seguire un inusitato numero di saggi e articoli, pubblicati su riviste e quotidiani. Da anni, la Fondazione Evola sta raccogliendo in volumi i diversi contributi del tradizionalista romano. E’ da poco nelle librerie il testo del pensatore, Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, curato da Alberto Lombardo, al quale si deve anche l’interessante introduzione, pubblicato da Fondazione Evola/Pagine, Quaderno n. 53 di testi evoliani (per ordini: 06/45468600, pp. 243, euro 18,00). Il libro è impreziosito dall’ampia postfazione di Giovanni Monastra, biologo con competenze di antropologia fisica, che offre, come ricorda Gianfranco de Turris nella Nota: «una panoramica sui più recenti studi di genetica […] che hanno in parte confermato, in parte modificato, il quadro della preistoria indoeuropea offerto da Evola» (p. 7).
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  • RIFORMA CARTABIA,
  • PER PICCINA CHE TU SIA…
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Scusate se insisto; ma la discussione sulla “riforma” Cartabia ha ridestato gran parte dei luoghi comuni sulla giustizia. Uno dei quali è che, sanzionando comportamenti di amministratori e funzionari si sarebbero indotti gli stessi a non decidere; col risultato di rendere (ancora) più inefficienti le P.P.A.A. italiane. Vero è che l’attenzione si è focalizzata su un reato specifico cioè l’abuso di potere (art. 323 c.p.) la cui formulazione è così vaga da prestarsi ad interpretazioni plurime (e contrastanti).   Se è certo che detto reato si presta a strumentalizzazioni (anche) politiche, lo è altrettanto che escludere, ridurre o rendere inefficaci le sanzioni non può che incentivare a commetterlo. Funzione della sanzione è, come scriveva Carnelutti “Sancire, significa fondamentalmente, in latino, rendere inviolabile e perciò avvalorare qualche cosa; ciò che viene avvalorato, in quanto si cerca di impedirne la violazione, è il precetto, in cui l’ordine etico si risolve… in quanto la sanzione garantisce l’osservanza dell’ordine etico, converte il mos in ius perché meglio congiunge, così tiene uniti, gli uomini nella società”; ma aggiunge “non v’è alcun motivo per riservare al castigo il carattere della sanzione: serve a garantire l’osservanza dell’ordine etico il premio al pari del castigo; praticamente e, per ciò, storicamente, il premio ha però una importanza assai minore”.
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  • Falk

  • I “Misteri” di
  • Novalis
  • Uno studio di
  • Maryla Falk
  • di
  • Giovanni Sessa
  • L’opera di Novalis, poeta e scrittore del Romanticismo tedesco, non ha, sic et simpliciter, valore letterario, ma è la testimonianza di un’esperienza spirituale intensamente vissuta.  Lo mostra con chiarezza uno studio dell’indologa Maryla Falk, da poco riproposto da Iduna editrice per la cura di Nuccio D’Anna. Ci riferiamo a, I “Misteri” di Novalis (per ordini: associazione.iduna@gmail.com,pp. 120, euro 15,00). A tutta prima, a qualche lettore superficiale, potrebbe apparire un’anomalia il fatto che una specialista del pensiero indiano, nota ai lettori per il volume, Il mito psicologico nell’India antica (Adelphi, 1986), che fu accolto nel 1939 fra le Memorie dell’Accademia dei Lincei, con il beneplacito di studiosi del valore di Carlo Formichi e Pier Gabriele Goidanich, abbia scritto un saggio di germanistica. Eppure, lo scritto su Novalis è correlato, per più di un aspetto, alle Vie realizzatrici, di cui la Sapienza indiana è stata espressione.
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  • Corrado Ocone Salute e libertà

  • Corrado Ocone
  • Salute  o  libertà
  • Un dilemma storico-filosofico
  • (Rubbettino Soveria Mannelli 2021, pp. 125, euro 14,00)
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange

  • Il dilemma a cui si riferisce il titolo può lato sensu essere riportato al più generale potere e libertà, o anche paura e libertà e al ruolo della paura nella formazione-concezione dello Stato e nella modernità.  Ossia un’opposizione che ricorre nel pensiero politico, filosofico e giuridico moderno, riproposta da un anno a questa parte con riferimento alla pandemia, quindi attualizzazione di un dilemma costante. E in effetti, il rapporto paura/libertà è esaminato dall’autore riepilogando brevemente ciò che ne pensavano alcuni tra i maggiori filosofi: da Hobbes a Locke, da Machiavelli a Hegel (limitandoci ai più noti). Scrive Ocone sulla paura della modernità distinguendo i ruoli che aveva in Hobbes e Machiavelli: nel primo “È proprio sull’istinto di sopravvivenza dei singoli, sul loro conato ad autopreservarsi, che nasce lo Stato … E il suo compito è legato al raggiungimento di questo fine, cioè dare sicurezza /relativa) e allontanare (nella misura del possibile) la sempre incombente possibilità di morte … Il meccanismo securitario messo qui in campo assume su di sé il monopolio della forza legittima proprio per garantire la vita, l’esistenza dei contraenti”. Così la paura è resa “produttiva di politica” generando (e giustificando) l’ “istituzione di protezione”.
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  • Cop. THOMPSON def

  • All’orlo della storia
  • W.I. Thompson
  • e la critica della tecnocrazia
  •  di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Il dibattito teorico attorno alla storia, in questo inizio del XXI secolo, è ancora attuale. Ciò è spiegabile se si tiene conto del fatto che, noi tutti, siamo, in modalità differenti, figli delle filosofie della storia e dei drammi che esse hanno determinato nel secolo scorso. Certo, nella fase attuale, diversi studiosi, più che interrogarsi sul senso e il fine della storia, hanno cominciato a chiedersi se sia mai possibile andare oltre la storia. Tra questi va annoverato lo statunitense W. I. Thompson, di cui è comparsa da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice la nuova edizione di, All’orlo della storia. Per una critica della tecnocrazia, con prefazione di Luca Siniscalco (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 332, euro 24,00).
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  • Cop. GENTILE def

  • "Genesi  e  struttura  della  società"
  • La centralità della filosofia politica di
  • Gentile
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Giovanni Gentile ha fornito, sotto il profilo teoretico, un contributo imprescindibile alla filosofia italiana ed europea del Novecento. Nonostante i giudizi preconcetti, motivati da ragioni squisitamente politiche e dettati dalle linee guida dell’“intellettualmente corretto”, molti critici, liberi da tali condizionamenti, riconoscono oggi la grandezza del pensatore di Castelvetrano. Gentile fu, non solo insigne filosofo, ma uomo dotato di una non comune nobiltà di spirito e di coraggio intellettuale. E’ tornata da poco nelle librerie per i tipi di OAKS editrice, l’opera che può essere considerata il suo lascito spirituale, Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica, preceduta da un saggio introduttivo che contestualizza la figura e l’azione culturale messa in atto dal filosofo, a firma del curatore, Gennaro Sangiuliano (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 194, euro 20,00
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  • Romanticismo politico SCHMITT

  • Carl Schmitt
  • Romanticismo politico
  • a cura di Carlo Galli,
  • (il Mulino, Bologna 2021, pp. 248, 23 euro)
  • recensione di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • La grande attenzione con cui il pensiero di Carl Schmitt è stato considerato in Italia a far tempo dalla pubblicazione delle “Categorie del politico” ha (indotto e) prodotto anche una serie di ri-edizioni delle opere del giurista. A partire proprio dalle “Categorie del politico” (ora riedite da Il Mulino), dalla “Dittatura” e (a parte altro), fino ad adesso con “Romanticismo politico”. Questo viene pubblicato dal Mulino, curato come la precedente edizione (Giuffré 1981) da Carlo Galli, che vi ha premesso una nuova presentazione.   Prima di considerare quest’ultima, è bene sintetizzare quanto scriveva Schmitt sul romanticismo. Sostiene che “Il romanticismo è occasionalismo soggettivizzato: gli è infatti essenziale il rapporto occasionale col mondo, ma, al posto di Dio, è il soggetto romantico a occupare la posizione centrale. Partendo da questa, poi, trasforma il mondo, con tutto ciò che vi accade, in mero pretesto. Proprio questo spostamento dell’istanza suprema da Dio al soggetto geniale muta l’intera prospettiva, e porta alla luce l’occasionalismo nella sua purezza. Nei vecchi filosofi dell’occasionalismo, come Malebranche, era sì presente il concetto dissolvitore di occasio, ma la legge e l’ordine venivano ritrovati in Dio, l’Assoluto oggettivo”. Diversamente che nei filosofi dell’occasionalismo. “Ben diversamente avviene quando a realizzare la sua attitudine occasionalistica è l’individuo isolato ed emancipato”.
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  • Dominique Venner

  • Europa e Tradizione 
  • Le tesi di
  • Dominique Venner   
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  

  • Testimoniare la Tradizione. Queste parole hanno valore esemplare, vengono considerate paradigmatiche per l’esplicito invito a pensare e a vivere con coerenza le proprie scelte ideali. La coerenza, lo si sa, è privilegio di pochi. Tra essi, nella realtà contemporanea, va certamente annoverato Dominique Venner, irriducibile pensatore francese della Tradizione. Egli, come è noto, è giunto, al fine di risvegliare la coscienza assopita dei compatrioti europei, a compiere il gesto estremo del suicidio nella cattedrale parigina di Notre Dame. Gesto eclatante, che ha reso lo scrittore transalpino, stando ai giudizi di molti osservatori, il “Mishima d’Occidente” o, quantomeno, uno stoico romano che ebbe in sorte di vivere nella società liquida. Per averne contezza è sufficiente leggere un suo volume di grande rilievo, per la prima volta tradotto nella nostra lingua da Gaetano Marabello, Storia e Tradizione degli Europei. Trentamila anni d’identità, pubblicato dall’editore L’Arco e la Corte. Il libro è arricchito dalla postfazione di Manlio Triggiani (pp. 337, euro 18,00).
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  • Montinaro Peste e Coronavirus

  • Peste e Coronavirus
  • Un saggio di
  • Gianluca Montinaro
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La pandemia da Covid-19 ha cambiato profondamente, senza ombra di dubbio, le nostre vite. Da oltre un anno ci stiamo confrontando con il diffondersi del virus, che ha determinato mutazioni ad ogni livello: restrizioni delle libertà personali, dirigismo politico, crisi economico-sociale senza precedenti. Il distanziamento umano al quale siamo ancora costretti rappresenta un attacco alla nostra natura di “animali sociali”. Tutto ciò ha indotto un numero considerevole di intellettuali e studiosi ad interrogarsi su quanto sta accadendo. Un contributo assai rilevante crediamo lo abbia fornito Gianluca Montinaro nella sua ultima fatica letteraria, Peste e Coronavirus 1576-2020, nelle librerie per i tipi dell’editrice La Mandragora (per ordini: info@editricelamandragora.it, 0542/642747, pp. 199, euro 15,00). Il libro è arricchito dalla prefazione del virologo dell’Università di Genova, prof. Matteo Bassetti e dalla postfazione di Vittorio Sgarbi.
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  • Donà SullAssoluto

  • Sull’Assoluto
  • L’ Hegel “segreto” di
  • Massimo Donà
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La filosofia di Massimo Donà è pensiero sorto da un confronto serrato, critico, appassionato con i grandi snodi teorici della speculazione europea.  Momento dirimente delle sue riflessioni va individuato nel venire a ferri corti con Hegel, o meglio con la vulgata esegetica che fa del grande tedesco il capo-scuola dello storicismo, latore di un dialettismo positivo e conciliativo.  Lo dimostrano le pagine di, Sull’assoluto e altri saggi hegeliani, nelle librerie per i tipi di Mimesis (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesiseizioni.it, pp. 353, euro 24,00).
  • La prima parte del volume ripropone i contenuti di, Sull’assoluto, uscito in prima edizione ventotto anni fa; la seconda raccoglie i contributi esegetici prodotti dall’autore sull’hegelismo negli ultimi quindici anni. Il volume è impreziosito dalla prefazione, alla prima edizione, di Emanuele Severino. In essa, il pensatore neo-parmenideo sostiene che le pagine di Donà mirano a rintracciare nella filosofia moderna, soggettivista e nichilista, “tracce”, “risonanze” dell’eternità degli essenti.
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  • teofania

  • Teofania
  • di Walter F. Otto
  • Lo spirito della religione greca antica
  • di
  • Giovanni Sessa
  • La cultura tedesca, dalla fine del Settecento fino alla prima metà del Novecento, ha dibattuto il tema del Nuovo Inizio. Molti dei suoi interpreti l’hanno letto quale possibile ritorno alla Grecia e ai suoi valori. In termini esplicativi, valgano questi versi di Stefan George, Meister dell’omonimo Kreis: «Un piccolo gruppo percorre taciti sentieri/ Fieramente discosto dal fermento operoso/ E come motto porta sulle sue bandiere:/Alla Grecia in eterno il nostro amore». In sequela di questa concezione, lo storico delle religioni Walter Friedrich Otto dette alle stampe, nel 1956, una delle sue opere più note e belle, Teofania. Lo spirito della religione greca antica. Il volume è ora riproposto dalla casa editrice Adelphi (pp. 184, euro 15,00), per la cura del germanista Giampiero Moretti, autore, inoltre, di una chiarificatrice postfazione, utile per contestualizzare le tesi di Otto.
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  • 001 2

  • Pubblichiamo un estratto della
  • prefazione
  • di
  • Giovanni Sessa
  • alla biografia intellettuale,
  • Richard Wagner,
  • di Éduard Schuré
  • Oaks editrice
  • (pp. 253, euro 20,00).
  • La letteratura critica dedicata a Richard Wagner […] è ormai sterminata e riempie intere biblioteche. Eppure, tra tante pubblicazioni, poche hanno davvero corrisposto al tratto maggiormente caratterizzante l’azione culturale di questo straordinario artista-filosofo, come è riuscito a fare il libro che il lettore ha ora tra le mani, Richard Wagner di Édouard Schuré. Lo studioso francese legge, infatti, la figura del grande musicista come quella di un titano in lotta contro il proprio tempo. Un titano antimoderno, dunque, al quale l’autore, per vocazione e per scelta, come si vedrà, si sentiva assai prossimo. Tale intenzione la si evince fin dall’incipit del volume: «Sono fiero di avere difeso quasi da solo, fra poco saranno venti anni, la causa dell’Arte pura e dell’Ideale, in un periodo in cui vivevamo schiacciati dal giogo di ferro della Scienza positiva, mentre la sua legittima figlia, la letteratura naturalistica, ci soffocava con le sue volgari epopee ed i suoi miasmi malsani».
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  • Roberto Esposito
  • Istituzione 
  •  recensione di 
  • Teodoro Klitsche de la Grange
    • (Il Mulino, Bologna 2021, pp. 163, € 12,00)

  • La concezione e l’uso corrente del termine “istituzione” non lo correla alla vita e al mutamento. L’autore ritiene invece che “Compito primario delle istituzioni non è solo quello di consentire a un insieme sociale la convivenza in un dato territorio, ma anche di assicurare la continuità nel mutamento, prolungando la vita dei padri in quella dei figli…le istituzioni rispondono al bisogno degli uomini di proiettare qualcosa di sé al di là della propria vita – della propria morte – prolungando, per così dire, la prima nascita nella seconda”; e continua sottolineando le antinomie del concetto. Ad esempio tra movimento (momento istituente) e stabilità dell’istituzione. La logica dell’istituzione “tiene insieme movimento e stabilità, mutamento e permanenza, innovazione e conservazione”. Ma così è anche per altre antitesi: libertà e necessità, soggetto ed oggetto, interno ed esterno. L’autore analizza le concezioni di filosofi, sociologi, pensatori politici e, ovviamente, giuristi, essendo il concetto (e il termine) familiare soprattutto a quest’ultimi. Esposito ritiene (a ragione) che “I primi, e più influenti, teorici dell’istituzionalismo giuridico sono il francese Maurice Hauriou e l’italiano Santi Romano” e brevemente riassume i tratti fondamentali del loro pensiero (come – anche – di quello di Cesarini Sforza).
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  • DAnna sabei

  • Neoplatonici e Sabei
  • Un saggio di
  • Nuccio D’Anna
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Uno dei periodi della storia dell’umanità più carichi di fascino è, senza dubbio, l’età del lento tramonto del mondo antico. In quel frangente, si scontrarono opposte visioni ma, al contempo, si assistette al formarsi di nuove compagini religiose, al definirsi di scuole filosofiche segnate da eclettismo e sincretismo. La resistenza della spiritualità pre-cristiana fu pervicace. Non si concretizzò soltanto nel tentativo di restaurazione imperiale messo in atto da Giuliano Flavio, ma dette luogo ad una rielaborazione originale dell’antica Sapienza. Per avere contezza di quanto accadde sotto il profilo spirituale, è dirimente l’ultima fatica di Nuccio D’Anna che, all’ambito degli studi storico-religiosi si dedica, con persuasività argomentativa, da decenni. Ci riferiamo al volume, I Sabei di Harrān e la Scuola di Atene, edito da Jouvence (per ordini: info@jouvence.it, 02/24411414, pp. 212, euro 20,00).

 

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  • Leco della Germania segreta

  • A proposito di
  • “L’eco della Germania Segreta.
  • Si fa di nuovo primavera’”,
  • di
  • Giovanni Sessa
  • OAKS editrice.
  • Recensione di
  • Sandro Giovannini
  • (uscita su  EreticaMente  del 03.06.21)
  • C’è una strana intima coincidenza tra il lavoro, ormai di anni, di Giovanni Sessa sul mitologema della “Germania Segreta” ed il mio libro su “Borges et alii. Una diversa avventura dell’elitismo”, anche se i dati generativi, letterari e latamente contestuali dei due testi sembrano lontani anni luce. Qui non siamo, lo diciamo immediatamente, nella sequela del rinvenimento archeologico del topos letterario, anche se molte delle eventuali coincidenze interne dei prodotti di scavo potrebbero rivelarci insospettate analogie, quanto proprio nel lavoro di banco posteriore, fatto intrecciando ipotesi interpretative, datazioni discutibili, primazie logiche, in definitiva il lavoro di tesi antitesi e sintesi che presiede ad ogni ricerca onorevole. L’immagine che sopra abbiamo evocato potrebbe essere deviativa se però la intendessimo del tutto come cosa salda, ovvero come una chiave omnibus, capace di spalancarci la porta del senso completo, attuato, vitale, complessivo e contestuale al posto invece - forse - del farci intuire, ma in modo potente, che dietro quella porta si potrebbero nascondere delle domande ancor più segrete, in quanto del tutto inaudite... (=mai ben comprese), quindi sostanzialmente mai o mal poste, su quell’andito, su quel sito, su quelle rovine...
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  • Copertina BORGES ET ALII x e book

  • Borges et alii
  • Giovannini e l’irriverenza sacra degli elitismi
  • di
  • Giovanni Sessa
  • (Uscito su ERETICAMENTE il 30.04.2021
  • https://www.ereticamente.net/2021/04/borges-et-alii-giovannini-e-lirriverenza-sacra-degli-elitismi-giovanni-sessa.html)

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  • Sandro Giovannini è intellettuale raffinato. Le molteplici iniziative intellettuali che lo hanno visto protagonista hanno sempre mirato a stimolare il dibattito nella variegata ed eterogenea galassia della cultura non conforme. La sua ultima fatica letteraria conferma, ancora una volta, le sue intenzioni. Ci riferiamo a "Borges et alii. Una diversa avventura dell’elitismo", nelle librerie per Heliopolis Edizioni/Asino Rosso formato Kindle (il volume è acquistabile sulle piattaforme mondadoristore, amazon, la feltrinelli e kobo, pp. 259, euro 3,99). Opera lungamente meditata, pensata, la cui stesura è stata interrotta e ripresa più volte. Segno tangibile della rilevanza che essa riveste nell’iter dell’autore pesarese, già coordinatore di Letteratura e Tradizione e del Centro Studi Heliopolis. Tali riferimenti non sono casuali: il cuore vitale di questo volume è da individuarsi nell’esegesi della produzione di Borges. Lo scrittore argentino fu ospite, nel maggio 1977, del Centro Studi Heliopolis e vi tenne una indimenticata conferenza. Borges, chiosa Giovannini: «era perfettamente consapevole sia della nostra totale alterità al sistema dominante, sia del prezzo che ulteriormente avrebbe dovuto, per questo, sopportare». In quel frangente storico, connotato dal divampare della seconda fase della guerra civile in Italia e da irriducibili divisioni politiche, l’esegesi borgesiana viveva due derive, centrate, rispettivamente, sulla rimozione dei dati civili e caratteriali dell’autore e sul volerlo ridurre alla pratica dell’arte per l’arte.
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  • LA PARITÁ DELLE ARMI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • Comincia male l’annunciata riforma della giustizia tributaria. C’informa il comunicato congiunto dei Ministeri interessati che, in Cassazione “...il contenzioso tributario rappresenta una delle componenti principali dell’arretrato accumulato (50.000 i ricorsi pendenti stimati a fine 2020, con una percentuale di riforma delle decisioni di appello del 45%)”, per concludere che la riforma della giustizia tributaria è “coerente con le indicazioni dell’Unione Europea”, la quale notoriamente non ha un’opinione lusinghiera della giustizia italiana in genere.   Ciò che preoccupa è che si sia iniziato col consueto richiamo alla pletora di ricorsi e all’arretrato, ossia guardando il problema non dall’angolo visuale dei contribuenti, ma da quello dell’amministrazione. Prendere le mosse dal quale, come scriveva Marx, è logico per una visuale burocratica, tendente naturalmente a confondere l’interesse dell’ufficio o dei burocrati allo stesso addetti con quello, generale, dello Stato. Il quale non è solo e tanto la deflazione del contenzioso, ma che il diritto sia applicato (con giustizia) e lo sia in tempi e modi appropriati.
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  • Cop. FROBENIUS def

  • I Miti di Atlantide
  • Frobenius, l’Africa e l’Atlantide
  • di
  • Giovanni Sessa
  •  
  • Dalla notte dei tempi gli uomini si sono interrogati attorno alle proprie origini e a quelle della civiltà. A tale domanda hanno fornito risposte disparate. L’attenzione per l’origine, l’ineliminabilità di tale interrogativo, la si evince dal costante ripresentarsi nella storia dell’immaginario europeo del mito di Atlantide. La sua prima attestazione, è noto, la si ebbe in due dialoghi platonici, il Crizia e il Timeo. In essi, il filosofo ateniese sostenne che Poseidone ebbe in sorte un’isola, Atlantide appunto, nella quale insediò i propri figli. Qui si sviluppò un prospera civiltà che aveva nel divino il suo costante punto di riferimento. Presto le cose cambiarono e la legge della decadenza portò Atlantide a smarrire il rispetto del sacro. La collera di Zeus produsse un cataclisma, che determinò la perdita dell’isola felice e la fine dei suoi abitanti. A riaprire la discussione intorno al mito atlantideo è la pubblicazione in nuova edizione, di un libro dell’insigne etnologo tedesco Leo Frobenius, I miti di Atlantide, comparso nel catalogo di Iduna Editrice, con prefazione di Maurizio Pasquero (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 235, euro 20,00).
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  • Frau caravaggio

  • Caravaggio e l’alchimia
  • Un saggio di
  • Dalmazio Frau 
  • rec.   di
  • Giovanni Sessa

  • Su Caravaggio si è scritto molto. Non poteva, del resto, essere diversamente, in quanto Michelangelo Merisi da Caravaggio ebbe una vita avventurosa, vissuta, nei diversi contesti nei quali l’artista si calò, al di sopra delle righe, spinto dalla spasmodica volontà di conseguire, in ogni ambito, la libertà. Ma, soprattutto, egli fu animato da un’insaziabile ricerca di gloria. E’ da poco nelle librerie un interessante volume che ricostruisce le vicende biografiche del pittore e ne analizza le opere con sguardo nuovo e originale. Ci riferiamo al saggio di Dalmazio Frau, Caravaggio luci e ombre. Tra alchimia ed altri misteri, edito da Bastogi. Il libro è accompagnato dall’introduzione di Alessandro Sansoni (per ordini: 34076861911, bastogilibri@alice.it, pp. 107, euro12,00).
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  • copertina dimensione magica gruppo ur A

  • Il magico Gruppo di Ur
  • Il mattino dei maghi alla fine degli anni Venti
  • di
  • Giovanni Sessa
  • Roma, negli anni Venti del secolo scorso, era animata da una vita intellettuale estremamente dinamica, impensabile ai giorni nostri. Dibattiti pubblici, conferenze su tematiche inusitate, polemiche tra artisti, filosofi, letterati e spiritualisti erano all’ordine del giorno. Antroposofi, teosofi, orientalisti e tradizionalisti romani si confrontavano dalle pagine di battagliere riviste, ampliando gli orizzonti esistenziali di una generazione. L’Urbe fu, in quel frangente storico, punto di riferimento e d’incontro dei principali esoteristi italiani. Tale tendenza di pensiero si manifestò, in modo particolare, in un gruppo di intellettuali che si trovarono attorno alla rivista Ur, il cui primo numero fu dato alle stampe nel gennaio del 1927. Il periodico aveva, al centro della copertina bianca, il monosillabo Ur e, per sottotitolo, «rivista di indirizzi per una scienza dell’Io». Deus ex machina della testata, il filosofo Julius Evola, il quale ricorda ne, Il cammino del cinabro, come la titolazione indicasse: «La radice arcaica del termine ‘fuoco’, ma vi era anche una sfumatura additiva, pel senso di ‘primordiale’, ‘originario’, che essa ha come prefisso in tedesco» (p.157). .  Una recente pubblicazione consente interessanti approfondimenti in merito al «Gruppo di Ur», che si costituì attorno alla rivista. Ci riferiamo agli Atti del Simposio Internazionale svoltosi a Napoli nel 2017, in occasione del novantesimo anniversario della costituzione di tale Gruppo, La dimensione magica del Gruppo di Ur, pubblicato dalle Edizioni Rebis (per ordini: 373/7436098, pp. 159). Il volume raccoglie le relazioni di molti studiosi ed esoteristi contemporanei. Luca Valentini nell’introduzione precisa che: «Ur nacque e si sviluppò proprio con l’intendimento di superare le particolarità di ogni singola scuola esoterica, di rendere ogni indirizzo atto al confronto ed alla sana ‘contaminazione’ con percorsi differenti» (pp. 9-10),
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  • SESSA 2

  • Nuovo Inizio   e   Natura
  • in,
  • L’Eco della Germania segreta
  • di   Giovanni Sessa
  • seconda   
  • recensione  di
  • Giacomo Rossi
  • Nella sua nuova fatica letteraria, L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Giovanni Sessa si interroga intorno alla matrice comune che lega pensatori apparentemente molto distanti tra loro, quali Ludwig Klages, Stefan George, Karl Löwith, Ernst Jünger e Walter Benjamin. Si tratta di una raccolta organica di saggi, edita da Oaks editrice e impreziosita dall’introduzione di Marino Freschi, dalla prefazione di Romano Gasparotti e da un’appendice di Giovanni Damiano, (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 225, euro18,00).
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  • Eraclito Conflitto 2

  • GUERRA   SENZA   MILITARI
  • di
  • Teodoro Klitsche de la Grange
  • In un’intervista a “La verità” il segretario del Partito comunista Marco Rizzo, tra molte cose condivisibili, ha introdotto un tema il quale, quasi totalmente dimenticato, è riproposto dalla crisi pandemica. Ha detto Rizzo che “...è evidente che oggi conta più un ospedale di un F-35 o di una corazzata. Una nazione che salvaguarda la sanità è strategicamente più avanzata”.  In effetti è nel pensiero costituzionale e filosofico che una costituzione – e più in generale l’organizzazione politica di uno Stato – è buona quando consente di affrontare e superare le emergenze (le guerre, in primo luogo) e che sono le crisi possibili a dover forgiare l’assetto dei poteri pubblici (v. Ludendorff).   Per fare un esempio, restando all’irenico (tardo) secolo XX, De Gaulle sosteneva la necessità dell’art. 16 della Costituzione della V Repubblica (i poteri eccezionali del Presidente) con i caratteri della guerra moderna (anche atomica).  Va da se che, come sostiene l’on.le Rizzo, in una crisi sanitaria, indipendentemente dalle cause (se naturali, o frutto di imperizia umana, o anche – ma è assai improbabile – per attacco batteriologico) carri armati e cannoni sono del tutto inutili a difendersi. Ma vaccini ed ospedali, di converso, sono le casematte della difesa sanitaria.
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  • Gianfranco de Turris Qualcosa daltro

  • Qualcosa d’altro 
  • I racconti 1986-2000
  • di
  • Gianfranco de Turris  
  • di
  • Giovanni Sessa


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  • L’ultima fatica di Gianfranco de Turris, Qualcosa d’altro. Racconti 1986-2000, nelle librerie per Bietti, è opera davvero importante. Nelle sue pagine de Turris ha trasferito una messe enorme di letture, una sorta di borgesiana Biblioteca di Babele del fantastico, rielaborata in modo originale e trasferita al lettore in una prosa affabulatrice e coinvolgente. Il volume è preceduto da un saggio introduttivo di Giuseppe O. Longo, mirato a cogliere l’ubi consistam della produzione fantastica dell’autore, e da una postfazione dil Alessio de Gigio (per ordini: 02/29528929, pp. 260, euro 16,00). Si tratta della raccolta di racconti scritti e pubblicati da de Turris tra il 1986 ed il 2000.
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Cop. STEINER def


  • Steiner   e   Goethe
  • INTUIZIONE  ED  ESPERIENZA  NELLA  SCIENZA  OLISTICA
  • di
  • Giovanni Sessa

  • Goethe è stato, per la cultura europea, un vero e proprio magnete. Con lui si sono confrontati intelletti di primo piano del XIX e del XX secolo. Solo per fare dei nomi: Hegel, Schelling, Nietzsche, George, Löwith. Anche il padre dell’antroposofia, Rudolf Steiner, come riconobbe James Webb, ha avuto nel «genio di Weimar» un punto di riferimento essenziale. Del resto, un poeta, letterato, filosofo della sua statura, non poteva essere trascurato dalla vivace curiositas che animò la ricerca di Steiner. Questi fu incaricato di curare gli scritti scientifici del pensatore romantico e, di questo particolare ma rilevantissimo ambito della ricerca goethiana, Steiner si è occupato in un volume che, di recente, è stato riproposto all’attenzione dei lettori, da Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 248, euro 20,00).
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