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2 - ALTRI AUTORI, articoli ed INDICE varie pagine
Padre romano
Gli articoli
non  necessariamente 
esprimono in toto la linea editoriale
dell'Heliopolis edizioni,
né dei collaboratori, né degli amici più vicini al sito,
ma sono indicativi di una koinè possibile,
vista sempre alla luce del pensiero 
filosofico e metapolitico
con una visione
mitopoietica  e  critica
dell'origine...

 

ELENCO 
articoli  delle varie    PAGINE:

 

- In questa  PAGINA    di  ALTRI AUTORI:

1) QUESTA  È  REEM E NON SCAPPAVA SU UN BARCONE
di  Gianni Fraschetti.
2)  QUANDO MUSSOLINI  DISSE: "Il mio amico Pound ha ragione"
di  Adriano  Scianca. 
3)  LA VERITA'  "NEL"  TESTO: l’ermeneutica realista di René Girard 
Brani tratti dalla relazione di  Marco Porta.
4)  OPORTET IDEALISMUS   di  Ugo Perone
5)  NUOVO REALISMO, VECCHIO DIBATTITO... 
di  Emanuele Severino
6) ECCO PERCHE' LE ELITES CI ODIANO,  di Adriano Scianca
7) BREVI NOTE SUL CAMBIAMENTO,  di Giuseppe Gorlani
8) IL RISORGIMENTO PERDUTO, di Maria Cipriano
9) IL DOPPIO CIRCUITO,  di  Teodoro Klitsche de la Grange
10) CRUX, AXIS MUNDI, di Barbara Spadini
11) LO SPECCHIO E LE SIMMETRIE DELL'ANIMA, di Barbara Spadini
12) IL TEMPO E L'ILLUSIONE, di Barbara Spadini
13) ANCORA  su un libro di Giovanni Sessa, di Giovanni Damiano.
14) I FIORI DELLA SCIENZA di Roby Guerra, e-book poetico, La Carmelina - Ferrara
15) MIA MOGLIE, di Biagio Luparella.
16) INTERVISTA  di Adriano Scianca a Stefano Vaj (2007)
17) RESOCONTO convegni (2014-2015) E.O.S. + "Centro Studi Heliopolis" di Trieste
18) I VERI PADRONI DEL MONDO.
19) QUELLO CHE NON SAI SULLA SIRIA.
20)  MARINETTI, AEROPOEMA, GESU',   di Roby Guerra.
21) ANCHE LEI NON è SCAPPATA, di Gianni Fraschetti.
22) LE NOSTRE PROPOSTE SULLA GRECIA, di Vittorio de Pedys.

23) OPINIONE SU ABS E CARTOLARIZZAZIONI DI MUTUI, di Vittorio de Pedys.

24) CONTRIBUTO ALL’ANALISI DI  “L.-T.”
e la cultura, oltre destra e sinistra, che verrà;  di Marco Rossi.
25) BASTA  OPERAI, PUNTIAMO SUGLI IMMIGRATI, di Adriano Scianca.
26) ITALIA non conta nulla, ma il mistero di Roma...

Intervista di Adriano Scianca a Sandro Consolato.
27) RELAZIONE DEL 1961, 
di Benjamin Freedman.
28) RESURREZIONE DELLA NAZIONE
, di   Teodoro Klitsche de la Grange.
29) ADDIO  A  BUSCAROLI, di Andrea Lombardi.
30) GLI "EROI DI KUWEYRES",  di Gian Micalessin.
31) Le ultime parole di Alexander Prokhorenko...

32) Renaud Camus e la Grande Sostituzione”,  di Adriano Scianca.
33) Propositum Artis,
di Gian Ruggero Manzoni, present. mostra Mole Vanvitelliana, Ancona, 2-25.04.2016.
34) Il mediterraneo come Ritual: Rumore e richiamo bianco di creazione, di Vitaldo Conte.  All’interno della Mostra:  Il dilemma degli elementi mutabili ed immutabili . Mostra Palazzo Modica, Scordia 26. Marzo 6 aprile 2016.


 




***

 


- nella PAGINA di  GIOVANNI  SESSA:
1) L'ARTE COME ORIGINARIO DISINCANTO
IN ANDREA EMO.
2) GLI ESERCIZI DI AMMIRAZIONE
DI UN GENERAZIONE TRA VACUITA' E DESTINO. 
L'ultimo libro di Sandro Giovannini.

3) GENEALOGIA E NUOVO INIZIO. 
Note sull'ultimo saggio di  Giovanni Damiano.
(L'emozione genealogica).



 


- nella PAGINA di  SANDRO GIOVANNINI  COLLEGATI :

1)  PER ORA INTORNO AL DILEMMA "CRESCITA/DECRESCITA".  (S.G.)
2)  di  STEFANO VAJ:  "CRESCITA/DECRESCITA".
3) RECENSIONE di S. G. su:  Giovanni Sessa,  La meraviglia del nulla.
4) ULTIMA INTERVISTA a S. G e Roberto Guerra,
a cura di Luca Siniscalco.
5)  E' LA MIA VITA CHE MUORE. E' LA VITA CHE RINASCE.  (S.G.)
6) DENTRO questo occidente siamo irrimediabilmente condannati
7) L'ALTRIMENTI INAFFRONTABILE. Riacquisire consapevolezza (...come nel 1914).
8) LO  SCONTRO  D'INCIVILTA'.

9) “BORGES A PESARO”, Maggio 1977.  “L’angolo della poesia”,
 Rocca Costanza, (Pesaro), 21 Luglio 2016.
(S.G.)


 

***

di seguito in questa pagina
ARTICOLI:

1) 
QUESTA  È  REEM

E NON SCAPPAVA SU UN BARCONE

Gianni Fraschetti
 
(da www.noreporter.org
di giovedì 03 settembre 2015)

Immagine_Rem_2.png
           
Questa ragazza siriana si chiamava Reem.
Reem Hassan. Laureata in letteratura, aveva conseguito un Master in inglese,
pittrice, era stata anche una presentatrice della Tv siriana,
poi era iniziata l’immane lotta contro gli ottantadue paesi
che in tutto il mondo contribuiscono a foraggiare
gli oltre centocinquantamila terroristi islamisti presenti in Siria
e Reem aveva scelto di arruolarsi
nell’esercito arabo siriano
per difendere la sua Patria e la sua gente.
            Era una ragazza coraggiosa Reem,
una combattente dura e determinata,
ed è stata promossa più volte, sul campo, fino a divenire Generale.
Un Generale donna, come donna è il Vice Presidente della Siria.
Un Generale col mitra in mano.
Reem è caduta in combattimento, circa quarantott’ore fa,
nella piana di Al Ghab, a Ziyarah.
Ma ai buonisti e alle femministe non importa,
non è meritevole di alcuna commozione Reem perché la sua storia
non è di quelle politicamente corrette.
            Reem non fuggiva, non aveva abbandonato la sua Patria e la sua gente
e non stava scappando su un barcone,
stivata come una pecora da un branco di negrieri.
Non avrebbe fruttato 35 euro al giorno agli amici
di Odevaine e non tirava la lacrimuccia
e la carità pelosa a un’opinione pubblica
sempre più disattenta alla stessa sorte che l’attende.
Nulla di tutto questo.
Reem era un guerriero che combatteva per la sua Patria
e il suo popolo ed è morta alla testa della sua unità d’assalto.
Troppo per dedicarle due righe su un giornale.
            Ma il popolo siriano tutto e gli uomini e le donne libere
di occidente sono consapevoli della sua storia
e del suo enorme sacrificio.
Riposa in pace Reem, il sole sorgerà ancora
e l’alba avrà anche il tuo sorriso.
Non sei caduta invano.
 
 
2)

Ezra_Pound_1.jpg

QUANDO MUSSOLINI  DISSE:
"Il mio amico Pound ha ragione"


di  Adriano  Scianca 
 
(da  www.ilprimatonazionale.it 
di venerdì 30 gennaio 2015)
 

 
Il 30 gennaio 1933, il poeta americano Ezra Pound incontrava a Palazzo Chigi Benito Mussolini. Nell’ottantaduesimo anniversario di questo evento di cui tanto parlerà il poeta nei suoi scritti successivi, riproponiamo un articolo scritto due anni fa dal direttore del Primato nazionale per celebrare gli ottant’anni dall’incontro (IPN).

 
Roma, 30 gen – «“Ma qvesto”, disse il Duce,
“è divertente” afferrando il punto prima degli esteti
».
 

L’incipit del canto 41 in cui Ezra Pound rievoca il suo incontro con Benito Mussolini (the Boss, nella versione originale) avvenuto esattamente 80 anni facostituisce da sempre un vero rompicapo per gli storici e i letterati. Se la “v” in “qvesto” sembra alludere in parte alla romanità e in parte al marcato accento romagnolo di Mussolini (un particolare, quest’ultimo, che viene sottolineato proprio per segnare ulteriormente la natura popolare e popolana del capo del fascismo e la conseguente distanza tra lui e “gli esteti”), il giudizio si riferisce, come noto, alla lettura, da parte del Duce, dei primi 30 Cantos. Ma facciamo un passo indietro.

Informazioni di prima mano su Mussolini, al di là di ciò che il poeta leggeva nei giornali e vedeva per le strade, Pound le aveva avute da Olga Rudge, che già nel 1923 aveva suonato il violino per il leader fascista, riportandone un’opinione lusinghiera: il Capo di Stato appariva alla musicista americana come un uomo politico illuminato, amante dell’arte, che sapeva a sua volta suonare il violino e sembrava molto competente della materia per essere un profano. Tali racconti dovevano aver fatto grande presa su Pound, che da sempre auspicava una politica più attenta al mondo dell’arte e della cultura. Nei primi anni Trenta il poeta, come detto in precedenza, cominciò a muoversi per cercare di incontrare Mussolini. Anni dopo cercherà di fare altrettanto con Roosevelt, senza riuscirci. Con Mussolini dovette insistere un bel po’, ma alla fine lo incontrò (ulteriore conferma, ai suoi occhi, della superiorità dell’Italia fascista sull’America democratica), precisamente il 30 gennaio 1933, alle 17.30.

Il poeta portò a Mussolini una copia dei canti 1-30. Il Duce li sfogliò, lesse per un po’, poi esclamò: «È divertente». Il commento appare a prima vista naif, superficiale, quasi irridente. Tale, almeno, è sembrato negli anni ai soloni della cultura. Non così all’autore dei Cantos, che proprio a questo episodio dedicherà l’incipit del canto 41 che abbiamo già visto precedentemente. Come spiegare l’entusiasmo di Pound? I più propendono per l’accecamento puro e semplice del poeta di fronte al suo eroe, ma forse che le cose stanno diversamente. Secondo Tim Redman, infatti, Mussolini era rimasto colpito da un passaggio in cui un personaggio dei Cantos parla in dialetto e aveva chiesto di cosa si trattasse. Dopo la spiegazione, il Duce si mise a ridere e disse che la cosa era divertente. Pound rimase folgorato e il perché ce lo ha spiegato di recente la figlia Mary: «Solo pochi giorni prima Joyce si era lamentato con mio padre perché nessuno gli aveva detto che l’Ulysses era divertente. Bisogna conoscere i retroscena». Antonio Pantano, invece, ha ricondotto il divertimento di Mussolini alla comprensione del metodo poundiano per eliminare le imposte, tassando direttamente il denaro con il ben noto meccanismo della moneta prescrittibile. Eliminare le tasse: quale governante non riterrebbe questo “divertente”?
           
Nello stesso incontro, comunque, pare che Mussolini e Pound abbiano discusso di cultura cinese e del concetto confuciano del “mettere ordine nelle parole” per mettere ordine nelle idee. Al che Mussolini, evidentemente molto ben ispirato, quel giorno, chiese al poeta perché mai volesse mettere ordine nelle sue idee, confermando a Pound l’impressione di stare parlando con un uomo geniale. Idea che molti commentatori hanno giudicato ingenua, anche se uno studioso non certo fascisteggiante come Hugh Kenner ha potuto scrivere: «Nel 1933 sembrava possibile credere che Benito Mussolini comprendesse queste nozioni. Forse, in un certo senso, era così». Anche il fatto che Pound lo chiamasse “the Boss” (ma altre volte utilizzava nomignoli come “Mus” o “Ben” oppure, curiosamente, lo appellava “il toro”) non va trascurata: Pound, evidentemente, riconosceva nel capo del fascismo anche il proprio capo.
           
La convocazione dell’udienza venne appesa nello studio di Pound, mentre sulla carta da lettere finì la frase mussoliniana «la libertà è un dovere», liberty, a duty. Nel 1945, nei primi interrogatori con il comando militare americano, ricostruirà ancora una volta l’incontro con Mussolini, sbagliando la data ma aggiungendo ulteriori particolari: «Intorno al 1929, ho avuto un’udienza con Benito Mussolini che era a conoscenza del mio libro “Guido Cavalcanti” che gli avevo presentato l’anno prima. Lui pensava di discutere di quello, ma io invece gli ho sottoposto una serie di domande di argomento economico molto incalzanti».
           
Altre richieste di colloquio finirono invece nel vuoto, spesso bloccate sul nascere dalla segreteria del Duce, decisamente poco a suo agio di fronte alla prosa creativa dei testi che il poeta continuava a inviare a Mussolini. Eppure il nome di Pound ricorre più di una volta in un testo centrale per la comprensione del pensiero del capo del fascismo: i Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac. Come noto si tratta della mole sterminata di appunti che il giovane giornalista conservò in occasione dei suoi colloqui con Mussolini avvenuti fra il 1934 e il 1943. Da questi taccuini avrebbe dovuto infine nascere una biografia del Duce che non vide mai la luce per le contingenze storiche, mentre gli appunti vennero in seguito pubblicati così come erano, con lunghi monologhi privi di domande sugli argomenti più disparati. E in tutto questo, come detto, compare più volte il nome di Pound. La citazione più importante recita, fra l’altro:
           
«Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze. Insegna a consumare al modo giusto, secondo logica di tempo, quel che è possibile produrre. Reagisce alle altalene del tasso di sconto, che fanno la sventura di chi chiede per investire nell’industria, e aumenta il mondo del risparmio, riducendone il coraggio, contraendone la volontà di ascesa, incrementandone la sfiducia nell’oggi, che è più letale ancora della sfiducia nel domani. Allorché il mio amico Ezra Pound mi donò le sue “considerazioni” sull’usura, mi disse che il potere non è del danaro, o del danaro soltanto, ma dell’usura soltanto, del danaro che produce danaro, che produce soltanto danaro, che non salva nessuno di noi, che lancia noi deboli nel gorgo dalla cui corrente altro danaro verrà espresso, come supremo male del mondo. Aggiunse in quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del trecento, che il potere del danaro e tutti gli uomini di questo potere regnano su un mondo del quale hanno monetizzato il cervello e trasformato la coscienza in lenzuoli di banconote. Il danaro che produce danaro. La formula del mio amico Ezra Pound riassume la spaventosa condizione del nostro tempo. Il danaro non si consuma. Regge al contatto dell’umanità. Nulla cede delle proprie qualità deteriori. Contamina peggiorandoci in ragione della continua salita del suo corso tra i banchi e le grida della borsa nelle cui caverne l’umano viene, inesorabilmente, macinato. Il mio amico Pound ha le qualità del predicatore cui è nota la tempesta dell’anno mille, dell’anno “n volte mille” sempre alle porte della nostra casa di dannati all’autodistruzione. La lava del denaro, infuocata e onnivora, scende dalla montagna che il cielo ha lanciato contro di noi, mi ha detto il mio amico Pound; e nessuno, tra noi, si salverà. Il mio amico Pound ha continuato con voi, come mi avete detto, nella casa romana dello scrittore di cose navali Ubaldo degli Uberti, l’analisi di come il danaro produce soltanto danaro, e non beni che sollevino il nostro spirito dalla palude nella quale il suo potere ci ha immerso. Non è ossessione la sua. Nessun uomo saggio, se ancora ne esistono, ha elementi per dichiarare esito di pericolosa paranoia il suo vedere, tra i blocchi di palazzi di Wall Street e tra le stanze dei banchieri della City, le pareti indistruttibili dell’inferno di oggi. I Kahn, i Morgan, i Morgenthau, i Toeplitz di tutte le terre egli vede alla testa dell’armata dell’oro. Pound piange i morti che quell’esercito fece. E vorrebbe sottrarre a ogni pericolo tutti noi esposti alla furia del potere dell’oro. Con il vostro amico Pound ho parlato di quello che Peguy ha scritto contro il potere dell’oro. Conosce quasi a memoria quelle pagine. Ne recita brani interi, senza dimenticarne alcuna parola. Il suo francese risale agli anni parigini in cui la gente di New York, di Boston, emigrata a Parigi, pensava ancora che l’occidente fosse fra noi. Illusa, quella gente, che scegliendo Parigi, il potere dell’oro sarebbe andato per stracci, almeno per questi migranti della letteratura. È, quel francese di Pound, come un prodotto del passato, come una denuncia del troppo che stiamo dimenticando, tutti noi che corriamo il rischio, o che già lo abbiamo corso, di finire maciullati dal potere dell’oro».
 


 
3)

Ren_Girard.jpg
 
La verità “nel” testo: l’ermeneutica realista di
René Girard

Brani tratti dalla relazione di
Marco Porta 


(Forum
della rivista di filosofia
ACTA PHILOSOPHICA)
 

«Il romanzo è il luogo della più profonda verità esistenziale e sociale del XIX secolo»[1]. Questa perentoria affermazione mostra emblematicamente, a mio avviso, il peculiare approccio interpretativo che contraddistingue l’analisi girardiana dei testi letterari, dalla tragedia greca ai romanzi moderni, alla letteratura mitologica: un realismo ermeneutico non privo di implicazioni filosofiche. Come è noto, lo studioso franco-americano sostiene che i grandi letterati (Cervantes, Shakespeare, Sthendal, Flaubert, Dostoevskij, Proust) smentiscono l’illusione “romantica” dell’assoluta originalità e autonomia del desiderio umano e ne mostrano invece la natura mimetica. Mentre l’appetito si rivolge ai beni necessari alla vita ed è immediato e rettilineo, il desiderio si rivolge in grande misura agli oggetti che gli altri desiderano o posseggono. In questo senso il desiderio è mediato, triangolare, è appunto imitativo: si desidera qualcosa perché si vuole essere come l’altro, cioè il parente, l’amico, il vicino, il collega, ecc. La convergenza dei due desideri (dell’imitatore e del modello) sullo stesso oggetto fa sì che il modello si trasformi quasi inevitabilmente in rivale. Sorgono così la competizione e la conflittualità che iniettano nelle relazioni sociali una miscela esplosiva di sentimenti e di atteggiamenti (invidia, gelosia, risentimento, emulazione), destinata a far scoppiare l’aggressività violenta dei singoli e delle comunità, come testimoniano ampiamente la storia e la cronaca.
Lungo tutto l’arco della sua ricerca, Girard ha privilegiato un approccio decisamente realistico, senza concedere eccessiva importanza alle distinzioni tra significati e significanti, tra denotazioni e connotazioni, per attingere direttamente il “referente” (la verità oggettuale): in questo caso una verità antropologica di portata universale, in grado di spiegare comportamenti come lo snobismo, la dipendenza dalle mode, i delitti passionali, o patologie psichiatriche come il sadismo, il masochismo, l’anoressia, la bulimia. L’approccio di Girard contrastava nettamente con le teorie linguistiche della semiologia post-strutturalista, che negli anni Sessanta e Settanta furoreggiavano nell’ambito della critica letteraria, soffermando l’attenzione sulle funanboliche e proteiformi potenzialità semantiche del linguaggio, e disinteressandosi con scettica noncuranza della sua funzione referenziale-veritativa. “Il faut tuer le référent” dicevano scherzosamente Barthes ed Eco a metà degli anni Sessanta. In perfetta coerenza con questa “teoresi”, Eco diede forma letteraria, nel suo noto best-seller Il nome della rosa, a quello che Guido Sommavilla definì un “allegro nominalismo nichilistico”[2].
 Con il suo robusto realismo ermeneutico Girard è entrato fin dall’inizio in rotta di collisione con la tendenza relativista e scettica della cosiddetta postmodernità filosofica, allergica alle istanze “veritative”, soprattutto se di genere metafisico e religioso. Specialmente in Francia, nelle ultime decadi del XX secolo, la filosofia analitica del linguaggio, l’ermeneutica heideggeriana, la semiologia post-strutturalista, le teorie psicanalitiche, sono confluite in una corrente filosofica che sembra attuare il progetto nichilistico abbozzato da Nietzsche in un celebre appunto del 1884, per la composizione della quarta parte dello Zarathustra: «Noi facciamo un esperimento con la verità! Forse l’umanità andrà perduta! Ebbene, così sia!»[4]. Nell’introduzione alla raccolta di saggi pubblicati con l’eloquente titolo La voce inascoltata della realtà, Girard tiene a precisare che i suoi scritti «non riflettono le mode chiassose dell’ultimo scorcio di secolo, le diverse reincarnazioni della cosiddetta French theory che, negli anni della loro composizione, dominava la scena delle università americane… Tutte queste teorie consistevano in una distruzione illusoria della realtà»[5]. Autori come Lyotard, Foucalt, Derrida, Baudrillard, Deleuze, Guattari, benché molto diversi per interessi tematici e proposte teoretiche, convergono nel problematizzare la presa conoscitiva del linguaggio e condividono una posizione filosofica antifondazionista. Ma anche fuori dalla Francia i “postmoderni”, ad esempio Rorty negli Stati Uniti e Vattimo in Italia, assegnano alla filosofia il compito di decostruire le pretenziose “metanarrazioni” dei pensieri “forti” del passato, per sostituirvi uno spazio retorico dove possano incontrarsi e coesistere tutte le differenze culturali: una sorta di conversazione dove la political correctness impone di sacrificare i giudizi di verità e di valore all’esigenza di trovare un consenso amichevole fra le parti. Come afferma Vattimo, contraddicendo Platone e Aristotele, “amica veritas, sed magis amicus Plato”.
Un’ulteriore provocazione allo scetticismo postmoderno è venuta dall’interpretazione girardiana del sacro arcaico come risoluzione della violenza mimetica e dalla sua conseguente teoria del religioso come origine della cultura e delle istituzioni sociali. Non per nulla l’accademico di Stanford tiene a ribadire che «da un punto di vista filosofico si dovrebbero sempre sottolineare gli aspetti realistici della mia teoria. L’intera prospettiva sulla mitologia contenuta nella mia teoria rappresenta una vera rivoluzione nell'atteggiamento verso il realismo tipico delle discipline umanistiche del XX secolo»[6]. Indagato infatti senza i pregiudizi e le eccessive cautele di derivazione relativista, il vasto universo mitologico ha potuto svelare nell’analisi girardiana una verità “storica” di fondamentale importanza, e cioè che l’ordine e l’organizzazione sociale delle primitive comunità umane traggono origine da una violenta crisi risolta per mezzo di un sacrificio. In una varietà straordinaria di forme narrative, le mitologie di ogni luogo del pianeta attestano con una sostanziale e ineludibile unanimità la vicenda davvero sconvolgente che nel caos primordiale, simboleggiato spesso nei miti dalla guerra tra gli dèi, la violenza di tutti contro tutti si risolve improvvisamente nella violenza di tutti contro uno. Nel lento processo che in decine di migliaia di anni ha condotto dagli ominidi all’homo sapiens sapiens il meccanismo vittimario del caprio espiatorio servì da valvola di scarico o parafulmine della violenza. Quando le rivalità mimetiche spingevano i primitivi gruppi umani sull’orlo dell’autodistruzione violenta, il gruppo si coalizzava nell’identificazione di un colpevole, il cui successivo linciaggio riportava “miracolosamente” la pace e la concordia, con un tale beneficio per la comunità che la vittima sacrificale veniva poi divinizzata. È così che nei tempi remoti dell’umanità è sorta la dimensione sacrale, con la sua caratteristica ambiguità: violenta e pacificatrice, malefica e benefica.
Contro l’interpretazione puramente allegorica del mito, proposta nell’antichità dai filosofi greci, e soprattutto contro la lettura razionalista moderna che squalifica il mito come semplice fiction o come pensiero selvaggio e irrazionale, Girard dimostra che nei testi mitologici è nascosta la verità storica, reale, dell’omicidio fondatore. Poiché i narratori sono degli assassini “in buona fede”, il mito afferma la colpevolezza della vittima. Occorre “decostruire” il testo mitico per smascherare la menzogna. Come si vede, il realismo ermeneutico di Girard non è sudditanza ingenua al testo: «Io non esito a contraddire il testo, come noi contraddiciamo i cacciatori di streghe quando ci assicurano che le loro vittime sono veramente colpevoli. Bisogna far saltare in aria il mito nello stesso senso con cui mandiamo all’aria i processi alle streghe. Bisogna far vedere che, dietro al mito, non c’è né il puro immaginario, né il puro avvenimento, ma un resoconto falsato dall’efficacia stessa del meccanismo vittimario».
La ricerca di Girard è approdata a una lettura “antropologica” della Bibbia che fa emergere dal “testo” lo smascheramento della menzogna vittimaria del sacro arcaico: a differenza di tutte le tradizioni mitiche, la Bibbia dichiara infatti, senza eccezioni, l’innocenza delle vittime sacrificali. Dall’uccisione di Abele alla crocifissione di Cristo la violenza umana viene denunciata in tutta la sua cruda verità persecutoria. In un Occidente che accusa il cristianesimo di etnocentrismo culturale, di colonialismo religioso, di intolleranza dogmatica, che ne fa insomma il capro espiatorio dei tempi moderni, la voce di Girard si è alzata con forza per dimostrare che è proprio dal Vangelo che scaturiscono gli atteggiamenti di cui oggi, pur in mezzo a tante contraddizioni, può andar fiero il mondo occidentale: la solidarietà con le vittime, il rispetto delle minoranze, l’apertura nei confronti del diverso, ecc. La violenza umana non ha nulla a che vedere con la convinzione di verità propria della fede, ma nasce nel cuore dell’uomo che si lascia accecare dai desideri mimetici (o con terminologia biblica, dalla triplice concupiscenza) e la via più sicura per fronteggiarla passa per l’imitazione della kénosis di Cristo, «il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce»[7].
Il recente dibattito suscitato in Italia dalla pubblicazione del saggio di M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo[8], mostra che il disincanto scettico postmoderno comincia a dare qualche segno di estenuazione. C’è da augurarsi che le ragioni del realismo siano di nuovo ammesse nella discussione sul “caso serio” della fede, smettendola con il vezzo di “far ridere della verità”, come in parte aveva fatto lo stesso Ferraris sostenendo qualche anno fa che credere in Gesù sia più o meno equivalente a credere in Babbo Natale[9]. Senz’altro le opere di Girard contribuiranno ulteriormente a sdoganare la riflessione filosofica dall’impasse dello scetticismo relativista.

 

 

 Note:
[1] R. Girard, Mensonge romantique et verité romanesque, Grasset, Paris 1961; trad.it., Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani, Milano 1965, p. 97.
[2] «La Civiltà Cattolica» 1981, III, pp. 502-506.
[4] «– wir machen einen Versuch mit der Wahrheit! Vielleicht geht die Menschheit dran zu Grunde! Wohlan!» (Nietzsche Werke, ed. crit. a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. VII/2, Nachgelassene Fragmente (Frühjahr bis Herbst 1884) Walter de Gruyter, Berlin-New York, 1974, p. 84 (25 [305]).
[5] Adelphi, Milano 2006, p. 11 (l’originale francese è del 2002: La voix méconnue du réel).
[6] R. Girard, Origine della cultura e fine della storia. Dialoghi con P. Antonello e J. C. de Castro Rocha, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 111.
[7] Fil 2, 6-8.
[8] M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Bari 2012.
[9] M. Ferraris, Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?, Bompiani, Milano 2006
 


4)


cupola_Pantheon.jpg

Oportet Idealismus

di Ugo Perone

(tratto da :  Num° 8   TEORIA)   
 
 
 
Vi è una consolidata corrente della filosofia che accredita il filosofo come uomo tra le nuvole, che, intento a scrutare i cieli, inciampa nel pozzo. Il riso della servetta tracia come le beffe di Aristofane sono, per dirla con Nietzsche, nient’altro che l’espressione di un risentimento che ha per effetto di capovolgere uno sforzo millenario, teso invece ad avvicinarsi alla comprensione di ciò che è davvero essenziale del mondo, uno sforzo pagato talora con la vita, e invece squalificato come astruseria e astrattezza. Ora, è difficile resistere a quest’accusa, senza cadere nell’equivoco di rispondere all’avversario, avendo anzitutto fatto propria la sua prospettiva critica. Nel corso del secoli la filosofia l’ha fatto soprattutto in tre modi. Il primo, antico come i sofisti, è quello di mostrare la potenza dell’argomentare filosofico, che è in grado – indipendentemente dalla sua presa sulla realtà – di esercitare però  uno straordinario potere su una comunità e di convincere tanto di una cosa quanto del suo contrario. Più tardi si sarebbe chiamata questa la potenza ideologica del pensiero. La seconda via è quella dell’esplicito realismo (empiristicamente inteso o no) ossia quella di assumere il dato di realtà come orizzonte normativo del pensiero. La terza è quella di un passo laterale che destina la filosofia a un’efficace analisi dei contenuti del discorso sulla base della loro stringenza logica.

In certo modo, più o meno esplicito, queste tre vie assumono l’obiezione dell’avversario e cercano di mostrare come la filosofia possa riuscire a fare i conti con il reale o influenzandolo o assumendolo normativamente o ritagliandosi un preciso e limitato spazio di validità. Come si può facilmente vedere, esse non sono però identiche, anzi per certi aspetti sono opposte (il realista contrasta i sofisti come relativisti e soggettivisti). Hanno però in comune un punto di convergenza: considerano la verità come una proprietà unilaterale (del discorso, o delle cose o della logica argomentativa) e non come una relazione tra ordini non congruenti: l’ordine del pensiero, quello della parola, quello dalla cosa. L’ermeneutica nella sua forma più propria comincia invece dalla consapevolezza di questa non corrispondenza tra pensiero, parola e cosa, e formula nell’interpretazione un progetto in cui l’ordine del conoscere, quello dell’esprimere e quello del reale possano però pervenire, almeno in un punto e almeno per un tempo, a una congruenza. Kant ha senza dubbio avviato questo processo con le sue riflessioni gnoseologiche, ma ha poi duramente separato il conoscere dall’agire, aprendo il campo a un idealismo eticamente motivato, ma con fragili, perché ipertrofiche, basi ontologiche. L’ermeneutica novecentesca l’ha proseguito, ma, attraversata talora da un estetismo accentuato o da un pressante bisogno di alleggerimento dai grandi sistemi, ha aperto la strada al decostruttivismo post-moderno, che non è se non l’estrema propaggine della modernità.

Si comprende di qui il rinnovato bisogno di tornare alle cose stesse, di misurarsi realisticamente su di esse. Si potrà dire – ed è stato detto – che quest’intento di ritorno al realismo non va oltre la banalità. Ma in una società costruita sulla misura dell’apparente e del virtuale, la sola invocazione del “reale” pare già avere una forza taumaturgica. Nondimeno pensare che sventolare la realtà come una potenza critica produca l’illuminismo è singolarmente ingenuo. Si tratta di un’ingenuità che è figlia genealogica di ciò da cui vorrebbe liberarsi. Non a caso, infatti, nella correzione del soggettivismo gnoseologico imputato all’ermeneutica, e poi al post-moderno, si ricorre a un concetto ambiguo, e intenzionalmente decapitato, come quello di ontologia. Si tratta infatti di un’ontologia senza metafisica, anzi di un’ontologia in luogo di una metafisica. Gli empiristi avevano almeno il coraggio di dire esplicitamente il nome di quest’ontologia non metafisica e la chiamavano esperienza; qui l’ontologia sembra volersi elevare a un livello più generale, meno empirico, ma evitando ogni implicazione metafisica.

 

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Nuovo realismo, vecchio dibattito.
Tutto già conosciuto da millenni.


di  Emanuele  Severino

(dal  Corriere della Sera 
del 31 agosto 2011)

 
Questa estate, dopo un incontro alla Milanesiana, mi son trovato a cenare con Umberto Eco e Maurizio Ferraris. A un certo punto il discorso è caduto sul modo di intendere i «fatti». Molto difesi da Eco e Ferraris. E anche il «senso comune» era molto difeso da Eco. Ho avuto l'impressione che per lui e, credo, anche per Ferraris, la «verità» fosse il cosiddetto «senso comune». Il loro primo bersaglio era l'affermazione di Nietzsche, che «non esistono fatti ma solo interpretazioni». Nietzsche non è un «realista». Ma implicitamente il bersaglio si allargava a Heidegger e a Gadamer e anche a chi, come Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, ha lavorato sulla scia di questi pensatori, a partire appunto da Nietzsche.

Poi, su «la Repubblica» Ferraris ha scritto che è ora di far rivivere su scala mondiale i «fatti», la «verità», il «realismo» e ha discusso la cosa con Vattimo che però non è d'accordo. Sul «nuovo realismo» si annunciano già convegni in varie parti del mondo a cui auguro di evitare una certa leggerezza purtroppo occhieggiante. Anche Benedetto XVI, a Madrid, ha invitato i giovani a «cercare la verità» (si capisce, per poterla trovare) e lo ha fatto citando il Parmenide di Platone. Se mi è lecito annotarlo, c'è anche chi, da più di mezzo secolo, va dicendo che il senso autentico della verità non è investito dalla crisi inevitabile a cui è andata incontro la «verità», quale è intesa lungo la storia dell'Occidente.

Ma Ferraris, che peraltro stimo, vuol far rivivere «fatti», «verità» e «realismo» dando come cosa per sé evidente (almeno così mi è sembrato) che la realtà esista indipendentemente dalla coscienza umana, la quale sarebbe però capace di conoscerla con verità, scorgendo appunto i «fatti» ed essendo quindi una certezza che ha come contenuto la verità. Con fatica, si potrebbe far rientrare questo modo di pensare in ciò che Hegel chiamava appunto «identità di certezza e verità». Non dubito che Ferraris e Eco l'abbiano presente. Con fatica, dico, perché — lo comunicavo a Eco anche quella sera — il senso comune non è la conferma filosofica del senso comune.

Anche per le scienze della natura la realtà esiste indipendentemente dall'uomo. Da qualche millennio questo è anche il comune modo di pensare dei popoli, il loro «senso comune». Ma ben prima della scienza è la filosofia, sin dai suoi inizi, a riflettere sul rapporto tra l'essere umano e la realtà — e sul significato di queste due dimensioni. Prevale, con la grande filosofia classica (Platone, Aristotele) la conferma del senso comune. E più tardi tale conferma sarà chiamata «realismo». La prospettiva espressa dal principio di Protagora che «l'uomo è la misura di tutte le cose» (e che quindi la realtà dipende dal modo in cui l'individuo pensa e vuole) resta a lungo emarginata.

Ma, proprio perché conferma il senso comune, il «realismo» filosofico non è il senso comune. La filosofia, infatti, viene alla luce evocando un senso prima sconosciuto della parola «verità» — il senso che domina l'intera tradizione dell'Occidente dai Greci a Hegel, ad Einstein; cioè la verità come «scienza» (epistéme) incontrovertibile, fondata su principi primi innegabili e per sé evidenti —; e il realismo filosofico ritiene che il senso comune abbia verità. Ma è la filosofia a conoscere la verità del senso comune, non il senso comune.

Per avere un esempio della potenza e complessità concettuale del realismo filosofico si tenga sott'occhio questo passo dell'Etica nicomachea di Aristotele: «Ciò di cui abbiamo scienza non può essere diversamente da come è; le cose che possono essere diversamente, invece, quando siano fuori della nostra osservazione, ci rimane nascosto se esistano o no». (La parola «osservazione» traduce la parola theoréin, che significa la manifestazione del mondo, che accade con l'esistenza dell'uomo). Si può dire che in questo passo sia addirittura anticipato quell'importante atteggiamento del pensiero contemporaneo che è la «fenomenologia» fondata da Edmund Husserl, per la quale è verità tutto, ma anche solo ciò che è osservabile (manifesto, immediatamente presente, sperimentabile); e quindi non è possibile che, con verità, venga affermato qualcosa intorno a ciò che non è osservato.

Proprio per questo la «fenomenologia» non è una conferma del nostro senso comune. Aristotele non riconoscerebbe ciò che pure si è sviluppato dal proprio seme; eppure la sua è una critica radicale del senso comune in quanto sussistente al di fuori della conferma che l'epistéme gli dà: tutto ciò che esso dice non è scienza (epistéme). Inoltre, per Aristotele, la realtà di cui c'è scienza e che quindi esiste indipendentemente dall'uomo è più ampia della realtà di cui, secondo la «fenomenologia», c'è scienza (e anche Husserl intende la filosofia come «scienza rigorosa»). La scienza è infatti per Aristotele (come per l'intera tradizione occidentale) anche scienza di Dio, «metafisica».

Il «realismo» filosofico greco si è sviluppato nella filosofia patristica e scolastica (Agostino, Tommaso, ecc.), e quindi nella dottrina della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane, e poi nel Rinascimento e nella stessa filosofia moderna prekantiana, che però procede a una forma più elaborata di conferma del senso comune. E il «realismo» è stato messo in questione da Kant e dall'idealismo, per poi riaffacciarsi in varie correnti della filosofia degli ultimi due secoli, Marx e marxismo compresi. Si continua a dire che ci si è liberati della cultura idealistica. Ma quanti conoscono l'idealismo da cui ci si deve liberare? Per l'idealismo (e il neoidealismo italiano) è fuori discussione (come per il realismo) che la natura esiste indipendentemente dalle singole coscienze degli individui umani. È dalla coscienza «trascendentale» (liquidata con troppa disinvoltura) che la natura non è indipendente.

La scienza, si diceva sopra, è realista. E la «filosofia analitica», che in questi giorni si farà sentire all'Università San Raffaele di Milano, sostiene per lo più che per sapere come sia fatto il mondo bisogna rivolgersi alla scienza moderna (che non è più epistéme). Sennonché, se il «realismo» della scienza moderna non vuol essere semplice, ingenuo «senso comune», allora è una tesi filosofica, è cioè quel realismo filosofico la cui potenza e complessità concettuale e i cui rapporti con le concezioni non realistiche sfuggono completamente al moderno sapere scientifico — e sarebbe un peccato se sfuggissero anche al «nuovo realismo», stando al modo in cui esso è stato presentato.

Si aggiunga che la scienza intende fondarsi sull'«osservazione». Ma la gran questione è che la realtà, che per la scienza esisterebbe egualmente anche se l'uomo non esistesse (l'uomo, dice la scienza, compare soltanto a un certo punto dello sviluppo dell'universo), è per definizione ciò che non è osservato dall'uomo, ciò di cui l'uomo non fa esperienza. Ciò significa: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste anche quando l'umano non esiste; e quindi l'affermazione che la realtà è indipendente dall'uomo finisce anch'essa con l'essere una semplice fede o quella forma di fede che è il grado anche più alto di «probabilità».

Comune al «nuovo realismo» e al «pensiero debole» di Vattimo e Rovatti è comunque l'istanza politico-morale messa in primo piano. Si accusano reciprocamente di favorire il totalitarismo. Ora, la filosofia — come il mito e poi la scienza moderna — è nata per difendere l'uomo dal dolore e dalla morte dovuti alla natura e alla lotta tra gli uomini. In questo senso la filosofia (come il mito e la scienza), nascendo dalla paura, è mossa da un'istanza politico-morale. Ma la filosofia si accorge che il rimedio non può essere quello inaffidabile del mito, ma deve avere «verità» e la «verità» non può fondarsi sulla dimensione politico-morale. Per la sua assoluta spregiudicatezza la «verità» deve chiedersi perché la violenza dei più forti debba essere bandita. E deve saper rispondere. Altrimenti essa è semplice edificazione.

Un'ultima osservazione su Nietzsche. La sua tesi che non esistono fatti ma solo interpretazioni non va intesa in senso assoluto: riguarda solo un certo insieme di eventi. Infatti, che il divenire del mondo esista non è per Nietzsche un'interpretazione affidata da ultimo alle decisioni storiche e quindi cangianti dell'uomo: che il divenire (la storia, il tempo) esista è per Nietzsche — anche per Nietzsche — l'incontrovertibile verità fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna, immutabile, «divina» che sovrasti il divenire e lo domini e guidi. Questa «verità» è la Grande Fede al cui interno cresce l'intera storia dell'Occidente e, ormai, del Pianeta. La fede che da tempo, nei miei scritti, si invita a dar conto del suo incontrastato potere.

 
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Ecco perché le élites ci odiano

di Adriano  Scianca


(da     www.ilprimatonazionale.it
di giovedì 26 marzo 2015)

 
Sta creando un certo dibattito, in Francia, il libro del giornalista Jack Dion, intitolato Le mépris du Peuple (Il disprezzo del popolo), che ha per sottotitolo: “Come l’oligarchia ha preso la società in ostaggio”. Per Dion, i partiti, ma soprattutto i partiti di sinistra, tendono sempre più a vedere il popolo come un nemico.

È la “prolofobia”, la paura dei proletari (gli “sdentati”, come pare li chiami nell’intimità Hollande).  Dion è il benvenuto: il Primato nazionale lo dice da un anno.   Speriamo che gli editorialisti dei giornaloni di casa nostra, sempre pronte a gridare al pogrom in qualsiasi rivolta spontanea nelle periferie delle nostre città, leggano il libro e facciano un bell’esame di coscienza. Anche se sappiamo che pochi faranno la prima cosa e nessuno la seconda.

L’odio delle oligarchie nei confronti del popolo è del resto un fenomeno più complesso, che va molto al di là della mera questione sociale.  Riassumendo in una formula, relativa alla nostra nazione, possiamo dire questo: le élites odiano l’Europa da un punto di vista spirituale, l’Italia da un punto di vista culturale e la classi povere da un punto di vista sociale.

Su queste tre direttrici viaggia la secessione delle élites dal popolo.   Le oligarchie sono innanzitutto anti-europee. Europeiste, rispetto alla Ue, ma anti-europee rispetto all’Europa come forma. È un odio sordo, talvolta inconscio, ancestrale, senza parole, talora invece esplicito e dichiarato. È l’odio per le lingue europee, per il pensiero europeo, per l’arte europea, per i volti degli europei stessi. Gran parte delle tendenze culturali degli ultimi settant’anni, in ogni ambito dello scibile umano, sono ispirate dalle “tre D” denunciate da Zemmour (ma in un senso ben più profondo da quanto inteso dal saggista francese): “derisione, decostruzione, distruzione”. Si è disarticolata la lingua, la filosofia, l’arte, l’architettura. Le élites cosmopolite odiano tutto questo. Le fa sentire a disagio, così come quel leader della sinistra francese che dichiarò di non poter vivere in un quartiere di soli bianchi con gli occhi azzurri.   Le oligarchie odiano poi l’Italia da un punto di vista culturale.

L’asse su cui si è fatta la nazione, Risorgimento-Grande Guerra-Fascismo, le vede ora marginali, ora apertamente all’opposizione. Le culture egemoni nel dopoguerra, quella cattolica e quella comunista, hanno entrambe motivi di risentimento nei confronti del processo che ha portato l’Italia all’unificazione e sono entrambe, al fondo, internazionaliste. Da qui deriva l’atavica esterofilia delle élites italiane, la loro tendenza al disfattismo, al masochismo, all’autodenigrazione, cosa che in altre nazioni pure egualmente decadenti è del tutto sconosciuta.  Questa idea per cui certe cose accadano “solo in Italia”, per cui chiunque sta meglio di noi, sembra veramente dura a morire e culmina nel vecchio progetto dalemiano del “paese normale”.

Un'espressione in cui ci sono almeno due sbagli: voler fare della nazione un “paese” (cioè un’entità collettiva spoliticizzata, innocua, simpatica, folclorica) e renderlo poi “normale” (ovvero uniformarlo agli standard politico-civili delle nazioni anglosassoni e protestanti in nome di un civismo d’accatto). 

E poi c’è, appunto, l’odio per i poveri puro e semplice, che però si innesta sul tronco delle altre due tendenze, dato che non si odiano i poveri tout court, solo quelli autoctoni. I veri esclusi, i veri senza voce sono gli appartenenti alle classi popolari indigene, dato che i miserabili che vengono dagli altri continenti trovano sempre un politico, un regista, un editorialista, un artista di transavanguardia, un filosofo pronto a far loro da portavoce. Noi, invece, siamo soli.  Circondati dall’odio delle élites.
 
 

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BREVI NOTE SUL CAMBIAMENTO

di   Giuseppe  Gorlani 
 
 
In questi ultimi tempi si sente con sempre maggiore frequenza parlare di “cambiamento” o, addirittura, di “rivoluzione”, invocandone la necessità. Il disagio esistenziale cresce di pari passo con le difficoltà economiche e la “gente” o le “masse”, direbbe Ortega y Gasset (perché ormai di popolo sembra non si possa più parlare), scendono nelle piazze con l’intento di suscitare l’attenzione dei governanti e di scuoterne la coscienze. Dato che viviamo in una condizione di “democrazia” – pensano i più – abbiamo “diritto” a far sentire la nostra voce, esigendo che venga ascoltata. In realtà, però, i governanti non ascoltano e procedono imperterriti verso il perseguimento di mete non dichiarate, finalizzate ad arricchire alcune oligarchie e non certo a portare benessere, equità, giustizia.
   Già da tempo tali ristrette cerchie di dominanti (che puntualmente si circondano di lacché dotati di particolari attitudini: la “casta”) hanno accertato come gli schiavi migliori, i più manipolabili e sfruttabili, siano quelli che non sanno di esserlo. Così, riprendendo e perfezionando un esperimento fallimentare, scaturito nell’antica Grecia, è stata elaborata la democrazia nella sua forma corrente: un’impossibilità vera e propria, fondata su una prospettiva opposta alla Norma o Dharma.
   Che vi siano delle cerchie di persone dominanti è perfettamente normale e naturale; ci si dovrebbe tuttavia chiedere: “dominanti” sulla base di quali criteri? È qui che cominciano i guai seri, poiché costoro, in concordanza con la temperie dell’Era Oscura in cui viviamo, non eccellono in intelligenza (nel suo significato etimologico), in consapevolezza, in capacità di servire il Bene comune, indirizzando le nazioni all’armonia col vivente e orientandole verso propositi eminenti, bensì in furberia, avidità, frenesia distruttiva, spietatezza, miopia.
   Del resto si deve tener conto di come essi esprimano in modo significativo lo stato di coscienza generale. Ossia, non si deve credere che il comune cittadino sia migliore del governante, in virtù del suo appartenere alla categoria dell’uomo qualunque, semmai il primo emana negatività e produce sventure su una scala ben più ridotta rispetto al secondo. Entrambi, inoltre, attingono alla stessa degenerata e monca interpretazione del mondo di tipo scientistico; dal che si può dedurre come schiavo e padrone siano legati alla stessa catena: l’ignoranza ontologica, “avidya”.
   Sarà opportuno allora chiedersi, al di là di ogni luogo comune: ma quale cambiamento o rivoluzione ci si può auspicare? Lo spostare semplicemente alcuni elementi all’interno del sistema porta a modifiche inessenziali: fumo negli occhi per gli stolti. Non sono dunque le cose o gli aspetti accidentali della vita che vanno cambiati; un tale pseudo-cambiamento è proprio quanto l’establishment, votato all’autoconservazione, propina generosamente alle masse, accecandole con la retorica del progresso, dell’evoluzione umana avviata sui sentieri gloriosi del trionfo della Macchina e dell’affermazione fenomenica quale unica realtà.  
   Piuttosto, una volta constatata la predominanza attuale delle peggiori barbarie, è un imperativo comprendere l’importanza di cambiare se stessi, cessando di alimentarle con la propria passività. Ciò significa innanzitutto maturare in sé una visione integrale, una weltanschauung che non si riduca al sensibile e all’apparente, ma che sprofondi alle radici dell’Essere; e poi, superando agilmente l’ostacolo-tentazione di un intellettualismo sterile, portare tale comprensione in tutti gli aspetti della propria esistenza, anche nei più tangibili e apparentemente scontati, come mangiare, dormire, lavorare, relazionarsi con gli altri e con l’ambiente, ecc.
   Le proteste di quelli che, prima di aver preteso da sé una trasformazione interiore, reclamano cambiamenti esteriori sono votate al fallimento e, anzi, rafforzano il circuito chiuso della disperazione. Pretendere dagli altri e dall’esterno quello che non siamo in grado di ottenere da noi stessi è crassa ignoranza e ipocrisia. Il bene al quale si aspira va in primo luogo cercato e coltivato nell’intimo. Da qui, in seguito, si diffonderà verso l’esterno spontaneamente, senza la necessità di crociate o di missioni, come la luce dalla lampada.
   Un’amica che nel corso dell’estate aveva partecipato alle proteste pacifiche in Val di Susa contro il folle progetto ferroviario “Torino-Lione” mi ha detto di essere rimasta impressionata delle condizioni in cui restavano i sentieri tra i boschi dopo il transito dei manifestanti: cartacce, plastica, pacchetti di sigarette, bottiglie, lattine, pile, indumenti, e altro li tappezzavano letteralmente. Se manifestanti di tal fatta (sono sicuro che alle sacrosante manifestazioni No-Tav abbiano partecipato anche cittadini di natura assai diversa), che non si accorgono di estendere all’ambiente lo stesso trattamento che riservano a se stessi, dovessero ipoteticamente sostituire i governanti contestati, cambierebbe qualcosa? C’è da dubitarne. Verosimilmente riproporrebbero, con abiti di poco mutati, i medesimi soprusi, egoismi, arbitrarietà, corruzione, pressappochismo, meschinità, disprezzo per la bellezza della natura, ecc. che già ci vengono dispensati in abbondanza. Se ne deduce che ci sarà cambiamento radicale soltanto quando le persone si convertiranno e sul piano principiale della coscienza e su quello accidentale dello stile di vita.   
   Tanto per non fare che un paio di esempi, si provi ad immaginare che cosa succederebbe se migliaia, milioni di persone, ispirate da riflessioni profonde, modificassero la loro alimentazione, rifiutando il cibo convenzionale (insalubre, inquinato e saturo di brutalità) per sostituirlo con quello naturale; o, più ancora, se milioni di persone adottassero una dieta vegetariana, rispettosa della salute, dell’euritmia dell’insieme e del benessere del pianeta. Oppure se le stesse smettessero di trattare la terra come una pattumiera, gettandovi plastica, veleni e altri rifiuti. Ne scaturirebbe un cambiamento epocale: l’inquinamento generale diminuirebbe drasticamente, la desertificazione si ridurrebbe, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura si attenuerebbe, i ritmi di vita rallenterebbero, la violenza perderebbe una buona parte della sua forza, l’arte e la contemplazione rifiorirebbero e i governanti brancolerebbero nel vuoto nel vano tentativo di imporre pensieri o abitudini deleteri a schiavi inesistenti.
   Intendiamoci, chi scrive non è un pacifista sentimentale, né un oppositore fanatico del carnivorismo; non ci vuole una particolare intelligenza per capire che, in ottemperanza alla Legge cosmica, non si può vivere senza uccidere. Malgrado ciò, l’esperienza insegna il valore fondamentale del lasciarsi guidare dalla necessità e da un’intelligenza capace di andare oltre le esigenze edonistiche superficiali. L’uomo saggio, in cui il cambiamento si sia realizzato, non strappa nemmeno un filo d’erba in più di quanto gli serva, ovunque vada lascia meno tracce possibili del suo passaggio, vede e onora la Realtà che lo sostanzia in tutti gli esseri, pur rispettando sul piano manifesto ogni autentica gerarchia. Nessuno può più imporgli qualcosa che egli non comprenda, poiché sa pensare da solo e ascoltare senza pregiudizi. Avendo intuito come il significato del suo esistere vada cercato nell’Essere e non nel divenire, egli si emancipa dalla paura, abbandona il lamento reiterato e si risveglia in un superiore stato di coscienza.
   Quanto sopra non equivale ad abbandonare tout court le vie convenzionali suggerite dal buon senso per tentare di risolvere con urgenza determinati problemi. L’uomo che abbia propiziato al suo interno il cambiamento non è un utopista ingenuo, non è schiavo di ideologie, non aspira al martirio e perciò se gli si rivelerà di immediata utilità protestare organizzando un corteo, protesterà, se gli parrà che un “appello a Monti” (iniziativa oggi in fase di moltiplicazione) abbia qualche speranza di successo, non esiterà a porgerlo, se riterrà valido redigere o sottoscrivere un manifesto culturale, vi si applicherà. Nondimeno, egli terrà sempre presente come questi siano solo gli aspetti marginali e meno importanti dell’agire, giacché il suo sacrum facere si sarà spostato all’interno, alla sorgente, laddove è in se stessi che si plasma e si ottiene quel che si vuole.
 
 
 

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IL  RISORGIMENTO PERDUTO


di  Maria Cipriano

(da http://gsavser.blogspot.it/
di mercoledì 4 novembre 2015)

A chi conosce il Risorgimento solo per sentito dire o attingendo qua e là in ordine sparso da fonti non fededegne, farà specie sapere che esso non si esaurì in tre guerre d’indipendenza e poco altro, ma fu una lunga e tormentata epopea di morti ammazzati, torturati, perseguitati, bastonati, avvelenati, strangolati, incatenati nelle segrete, incarcerati in celle pullulanti di insetti e topi, segregati per giorni al buio senza mangiare, appesi alle corde, braccati da più polizie, esiliati, ridotti in miseria, al nord, al centro e al sud della penisola, costellata da fortezze e lugubri carceri nei quali quasi sempre i patrioti erano gettati assieme ai delinquenti comuni; né, senza tanto sacrificio e coraggio, il Risorgimento avrebbe potuto men che meno incominciare e figuriamoci concludersi nel 1870, con la presa di Roma, che toglieva al Papato il plurisecolare osso del potere temporale. Proprio perché il coraggio di quelle infinite schiere di persone eroiche noi ce lo sogniamo, è bene accennarne, se pur fuggevolmente, se non altro per rendersi conto che tutti i traguardi richiedono un prezzo, a maggior ragione se sono alti.
           
E l’unificazione dell’Italia, anzi la sua ri-unificazione, fu uno dei traguardi più alti e più difficili, se non impossibili, da raggiungere, di tutta la sua Storia, perché troppo forti interessi congiuravano per mantenere la divisione e dunque lo stato di debolezza della penisola che così molto più facilmente poteva essere spolpata dei suoi beni e delle sue risorse. Di conseguenza, la riunificazione, pur rientrando in vario modo nei pensieri degli italiani, restò sempre un miraggio. Diversi tentativi anche risoluti e illustri si annoverano in tal senso, come quello del re di Napoli Ladislao d’Angiò che entrò in Roma accolto dalla popolazione festante, o del Duca di Milano GianGaleazzo Visconti che si fregiò di una corona e di uno scettro regale, rispettivamente nel XV e nel XIV secolo, ma non furono coronati da successo. Anche la vasta congiura del toscano Francesco Burlamacchi che, dietro la Toscana, contemplava una Repubblica italiana, finì repressa nel sangue nel XVI secolo, e il nobile coraggio del medesimo che si fece catturare e resistette alle torture col fuoco per permettere agli altri di salvarsi, è rimasto tramandato negli Annali della Storia d’Italia.
           
Scriveva il toscano Atto Vannucci nel 1877, in occasione della ristampa del suo libro “I martiri della libertà italiana”: “I frutti della libertà di cui godiamo furono coltivati sul nostro suolo con lunghi e mortali dolori. Non vi fu quasi paese straniero che non fosse pieno dei nostri esiliati. In Italia non vi fu carcere che non fu santificato dai patimenti degli uomini più generosi, non vi è palmo di terreno non bagnato dal sangue dei martiri della libertà. Il martirio fu perpetuo fra noi: i padri lo lasciarono ai figli, i quali accettarono arditamente l’eredità e la tramandarono alle generazioni novelle”.
           
Contro la riunificazione dell’Italia si levavano ostacoli tali e altrettanti interessi contrari, che se i patrioti del Risorgimento avessero dovuto tenerne conto, avrebbero immediatamente desistito e fatto marcia indietro. Tennero duro, invece. Insistettero. Perseverarono. Anzi si moltiplicarono. Incuranti delle rovine che piovevano loro addosso, incuranti delle fatiche, delle scomuniche, dei patimenti che la lotta per l’Italia assicurava a sé e alle rispettive famiglie.
           
Silvio Spaventa, uno dei massimi protagonisti meridionali del Risorgimento, scolpiva a tal proposito queste bellissime parole: “Quanta meraviglia di eventi nel periodo storico del Risorgimento italiano e quanti uomini! Grandiosi gli eventi, ma uomini uguali se non maggiori degli stessi eventi. Nei ricordi della loro vita sono raffigurate le vicende della Patria; dalle loro virtù, dal loro carattere e dalle loro individualità emanarono le influenze che decisero i nostri destini. Evocando quei ricordi si rivive, perché si sente il palpito dell’Italia in tutte le vicende della sua formazione e del suo compimento, nella maestà dei suoi dolori e dei suoi gaudi, nelle ansietà e nelle trepidazioni dei giorni avversi, nella serenità e nei conforti dei giorni propizi, nei suoi timori e nelle sue speranze; perché si contempla lo spettacolo di una nazione prostrata che vuol risorgere, e risorge”.
           
Così scriveva un uomo colto di origini agiate che avrebbe potuto vivere tranquillamente a casa sua in Abruzzo, e invece a ventisette anni, dopo aver subito minacce, aggressioni e intimidazioni a causa del suo giornale “il Nazionale”, fu arrestato dalla polizia borbonica, sottoposto a lungo e doloroso processo assieme ad altre quarantaquattro persone, condannato a morte, infine confinato nell’ergastolo dell’isola di Santo Stefano, da dove non si lasciò mai sfuggire un lamento, una recriminazione, un cedimento. Prelevato dopo sei anni per essere deportato in America con altri infelici in tristi condizioni, per un audace colpo di mano del figlio di Luigi Settembrini (compagno di cella dello Spaventa) che di nascosto era salito a bordo travestito da marinaio, la nave fu dirottata in Irlanda con la complicità di alcuni ufficiali stranieri, e i prigionieri poterono fuggire; da lì Spaventa, con molti altri, si recò in Inghilterra dove Cavour lo incaricò di mettersi in contatto con altri esuli per sensibilizzare l’opinione pubblica inglese alla causa italiana, e quindi trovò definitivo rifugio nell’accogliente e generosa Torino dove potè riabbracciare l’amato fratello Bertrando, anche lui esiliato.
           
Le vicende del Risorgimento sono così ampie e numerose, e richiedono tale studio e tali approfondimenti, che le sparate improvvisate dei denigratori, mai come in questo tempo attivi e agguerriti, sulle quali poggiano i ben noti luoghi comuni in materia, muovono al riso gli esperti, i quali ben sanno quali e quante forze esso smosse, scatenò e continuò a scatenare anche dopo la sua formale conclusione, nel 1870, con la presa di Roma. Anzi: a leggere i documenti del Risorgimento si rimane fatalmente travolti e coinvolti dalle sue cronache e i suoi resoconti, e altresì sbalorditi, impressionati e perfino increduli di fronte al coraggio, al disinteresse, allo sprezzo del pericolo e alla generosità gratuita dei suoi protagonisti. Tutto il Risorgimento strabocca di personaggi come il generale Giacomo Antonini, piemontese, che, ferito gravemente durante una sortita contro gli Austriaci durante la difesa di Vicenza nel 1848, mentre gli amputavano il braccio con mezzi di fortuna, gridava “Viva l’Italia!”. Nessuno li obbligava a volere l’Italia. Nessuna retribuzione o premio era previsto. Solo dolori, fatiche, miseria e facilmente la morte. Eppure fortissimamente la vollero.
           
Federico Seismit-Doda, uno dei più noti patrioti dalmati, fu testimone in prima persona e partecipe diretto delle eroiche e purtroppo tragiche vicende della guerra d’indipendenza, conclusasi una prima volta nel luglio del 1848 con la sconfitta di Custoza, che pure terminò con la leggendaria carica del Genova Cavalleria contro gli Ulani austriaci che tentavano scompigliare l’ordinato ripiegamento dei piemontesi da Volta mantovana a Goito. In quell’occasione egli scrisse cosa avveniva al riapprossimarsi degli austriaci assetati di vendetta: “Tutti i cittadini fuggirono. Madri con bambini lattanti, vecchi, infermi, ragazzi, un’intera popolazione esulò fuggendo ai massacri, ai saccheggi e alle rapine dei barbari, forti dei loro cannoni. Ottantamila lombardi riparavano in Svizzera quando gli austriaci la mattina del 6 agosto 1848 rimettevano piede a Milano, e fra loro c’ero anch’io.”
           
Il Risorgimento è dunque tragedia eroica, di fronte alla quale bisogna aver il pudore di tacere, se non si sa cosa dire. Nell’interminabile suo rosario di vite umane spese per l’Italia, moltissime ignote, anche Mazzini condusse un’esistenza grama e raminga, interamente votata alla causa, e Garibaldi non fu da meno, braccato da più polizie e con una taglia salatissima messa sulla sua testa dagli Austriaci che non riuscì a corrompere nessuno, tanta era la devozione che gli Italiani gli portavano, pronti tutti a nasconderlo ovunque. Né si creda che Cavour sia vissuto tranquillo a Torino: che le cure per l’Unità d’Italia assorbirono completamente le sue forze (e le finanze dello Stato sabaudo), al punto da portarlo alla tomba precocemente, solo tre mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Infine Re Vittorio Emanuele II rischiò più volte il trono, soltanto a dichiarare guerra all’Austria nel 1859, ben consapevole che un passo falso e un calcolo sbagliato avrebbe portato al crollo della sua dinastia e alla perdita di tutti i territori. L’incubo di un’invasione da parte delle potenze europee turbò peraltro i sonni suoi e del Cavour durante tutto il corso del Risorgimento, acuendosi proprio dopo la seconda guerra d’indipendenza, quando la Francia, bramosa di ricavare il maggior utile possibile dalle travagliate vicende italiane che l’avevano dissanguata sui campi di battaglia di Magenta e Solferino, non ritirava il corpo di spedizione dalla Lombardia, minacciando anzi di spostarlo a Bologna e nelle Romagne con continui ricatti. I documenti parlano fin troppo chiaro: tra questi la famosa nota del ministro degli Esteri francese Thouvenel all’ambasciatore di Francia a Torino barone di Talleyrand, del febbraio 1860, nella quale il Cavour poté leggervi le condizioni della Francia, le sue pretese, il suo rifiuto di un’Italia unita, ed anzi addirittura le sue larvate minacce che alludevano a un intervento delle Potenze europee e a un isolamento internazionale del Piemonte, lasciando intendere che l’Europa non avrebbe digerito il nascere di una nuova potenza quale l’Italia rischiava di diventare. In quel documento, la Francia, facendosi interprete dei voti e dei timori delle potenze europee, Austria e Inghilterra compresa, concedeva solo l’annessione dei Ducati di Parma, Modena e Piacenza, escludendo recisamente l’annessione del Granducato di Toscana, dell’Umbria e delle Romagne che dovevano rimanere com’erano, o, tutt’al più, queste ultime, venire governate da un non meglio precisato “vicariato” di Torino. Neanche lontanamente si prendeva in considerazione il Regno delle due Sicilie né a maggior ragione Roma, il Lazio e le Marche, territori che solo l’astuzia del Cavour era riuscito a far credere fossero esclusi dai programmi, quando decine di migliaia di esuli di tutte le regioni fremevano tra Malta e il Piemonte o in altri luoghi all’estero, e altrettanti dentro gli ergastoli e nella clandestinità, attendendo impazienti l’ora della riscossa. Alle grandi capacità di Cavour e di Vittorio Emanuele II si deve dunque se, nel giro di solo pochi mesi, accadde esattamente il contrario di ciò che la Francia aveva ordinato e disposto con la sua nota del febbraio 1860.
           
Il Cavour capì che doveva anzitutto liberarsi del corpo militare francese e trattare con Napoleone III, e, dopo aver cercato di evitare la cessione di Nizza e della Savoia offrendo altre contropartite, fu costretto a cederle come “merce” di scambio per lasciare a Torino campo libero, come infatti precisamente accadde. Una volta ritirate le truppe, Napoleone III si trovò impossibilitato a reagire quando capì che i programmi di Torino andavano molto al di là del previsto e prevedibile. Inoltre, la cessione di Nizza e della Savoia, perfezionatasi fra il marzo e l’aprile di quello stesso anno, aveva messo di malumore tutta l’Europa, anche l’Austria, creando dissapori con Parigi e una situazione difficile per Napoleone III. Tutti i giornali europei contestarono l’”accaparramento” da parte della Francia dei territori nizzardi e savoiardi che per secoli erano stati parte integrante del Ducato di Savoia, sbugiardando i plebisciti falsi e truccati e le “sceneggiate” messe in piedi da Parigi, mentre più di 10.000 italiani abbandonavano la Contea di Nizza, e quasi altrettanti la Savoia, costernati per quell’annessione. La ragion di Stato aveva sacrificato quegli aviti e bellissimi territori, abitati da popolazioni miti, operose e fedeli, ed è doveroso rivolgere ad esse, ancora oggi, un pensiero deferente e un ricordo permanente, soprattutto di fronte alle volgari prese di posizione anti-Risorgimentali del nostro tempo, o a chi crede addirittura Nizza e la Savoia fossero più francesi che italiane. A testimonianza di quanto fosse vero il contrario, già nel gennaio del 1860, la popolazione savoiarda, messa in allarme da voci circolanti di un passaggio alla Francia, aveva organizzato una imponente manifestazione di molte migliaia di persone nella piccola Ciamberì capitale della Savoia (così allora si chiamava l’odierna Chambery francese), in cui, pur sotto una fitta neve, con alla testa i 24 delegati di tutta la regione (che era vasta il triplo della Valle d’Aosta) ognuno reggente un Tricolore, si presentarono dal governatore, il marchese Orso Serra, per esigere ragguagli e leggergli una dichiarazione in cui si affermava testualmente la volontà dei savoiardi “di continuare a far parte degli stati della casa di Savoia di cui la nostra terra è stata la culla e di cui i nostri padri hanno seguito per otto secoli i gloriosi destini.” Il marchese in buona fede rispose che era impossibile che la Savoia fosse ceduta alla Francia e lesse a sua volta un telegramma di Cavour in cui recisamente questi negava la cessione (essendo allora anche lui convinto di poterla senz’altro evitare).
           
A questo proposito, è d’uopo precisare che l’idioma del ceppo franco-provenzale simile al valdostano in uso in quelle zone non significava che quelle zone non si sentissero italiane, trattandosi di territori il cui gravitare verso l’Italia era dovuto al persistere di reminiscenze Romane, le quali avevano creato un baluardo ideale al prevalere della Francia che, in quanto territorio dei Franchi, era sempre stata considerata estranea e straniera dalle popolazioni di origine provenzale a ridosso del confine occidentale dell’Italia, che si vantavano Romane. Non a caso le rivolte contro i Franchi in quelle terre continuarono fino alle soglie del Medio Evo, e il prevalere della lingua fu un fatto solo contingente. La Savoia e la Contea di Nizza, dopo la caduta di Roma, si volsero spontaneamente alla madre-Italia, e cederle fu come cedere un pezzo di quel cuore Romano che ancora batteva. Ciò nonostante esisteva un partito separatista francese molto attivo, lautamente foraggiato da Parigi e telecomandato dai servizi segreti francesi, il quale senza posa fomentava il distacco di quei territori dall’Italia. Ma, quanto questo distacco fosse artificiale e forzato, lo dimostrano proprio gli eventi che seguirono alla cessione di Nizza e la Savoia. A Nizza ci volle la proclamazione dello stato d’assedio per domare un’insurrezione popolare che reclamava la riunione all’Italia, e in Savoia furono mandati diecimila armati per sedare un analogo moto popolare di vaste proporzioni che reclamava il ritorno alla madrepatria. Ancora oggi in entrambi questi territori i malumori non sono cessati e sono sorti movimenti politici che chiedono il distacco dalla Francia e guardano con simpatia all’Italia, proponendo un referendum.
           
Dunque, a coloro che di fronte al Risorgimento sorridono come fosse una favoletta, sarà bene ricordare che la sua tragicità fu smussata solo dal fatto che si trattò di una vicenda epica, dunque intollerante ai pianti e ai lai, ma degna solo di stoica e perpetua ammirazione. Una tragedia che continuò anche dopo la riunificazione, non solo perché essa non fu completa bensì orbata di diversi territori, ma anche perché le potenze europee, anche quelle che apparentemente avevano fatto mostra di appoggiare il Risorgimento, non vedevano certo di buon occhio il nuovo intraprendente Stato ubicato in posizione strategica al centro del Mediterraneo, ansioso di sedersi al tavolo del potere mondiale rivendicando la propria parte, e cercarono in varie maniere di boicottarlo.
           
L’anima fondamentalmente repubblicana del Risorgimento, carbonara e democratica, divenne -salvo una fronda di irriducibili- monarchica e fedele alla dinastia e ciò fu determinante per la stabilità e la tenuta dello Stato. La maggioranza degli Italiani si rese conto che senza i Savoia, senza i loro ministri, i loro piani, la loro diplomazia, i loro soldi e il loro esercito organizzato e fedele, sarebbe continuato ad accadere ciò che Cavour rimproverava a Mazzini: “Voi mandate a morire stuoli dei nostri giovani per nulla.” Erano i normali contrasti fra due grandi uomini, s’intende, ognuno dei quali fece la sua parte per l’Italia, contrasti anche forti che però non ebbero mai la meglio sul traguardo supremo da raggiungere: l’indipendenza e l’unità della Patria.
           
Scrisse a questo proposito Mazzini nella sua opera “I doveri dell’uomo”: “Senza Patria, voi non avete nome, né segno né voto né diritti né battesimo di fratelli fra i popoli. Siete i bastardi dell’umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle nazioni, voi non otterrete fede né protezione: non avrete mallevadori. Né v’illudete a compiere, se prima non vi conquistate una Patria, la vostra emancipazione da una ingiusta condizione sociale”.
           
E Cavour scrisse nel suo saggio “Des chemins de fer en Italie” (le ferrovie in Italia): “la storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado d’intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità, il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni più umili nella sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità”.
           
Parole che oggi suonano risibili nel clima da Risorgimento perduto in cui ci troviamo: un clima fatuo e babelico di smemoratezza e ignoranza, dove al venir meno dell’identità nazionale si accompagna il relativismo culturale e morale e il tradimento delle classi subalterne, in un fatale sgretolarsi dei valori, dei principi e delle conquiste, sociali e politiche, ottenute fin qui a prezzo di tanti immani sacrifici.
 

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 IL DOPPIO CIRCUITO 

di  Teodoro Klitsche de la Grange


1.0 Vi sono due modi – non alternativi, ma concorrenti – di governare una “sintesi politica”: il consenso dei governati, ossia della comunità nel suo insieme, di quello che Maurice Hauriou chiamava il pouvoir majoritaire; e quello dei collaboratori di chi detiene il (supremo) potere, attuandone le direttive, facendone eseguire i comandi e reperendo le risorse (a un di presso quello che Hauriou definiva pouvoir minoritaire), e che Miglio chiamava l’aiutantato. Sempre continuando col ricordare le concezioni del giurista francese e dello scienziato politico italiano, al potere minoritario e quindi a quello burocratico e amministrativo è connaturale la coazione (delegata da quello sovrano) che consente allo stesso di esercitare comando e potere e così di ritagliarsi un ambito di dominio  come “ceto”, “classe”, o comunque componente del gruppo sociale. Nel secolo scorso l’ “aiutantato” fu visto come base – e parte – della classe politica (Mosca, Pareto) e come elemento necessario dello Stato (l’organizzazione di Santi Romano), o come l’organe d’unité politique di Hauriou.
In ogni unità politica, il potere (politico, ma non solo) è sostenuto in parte dalla legittimità e dal consenso, in altra sulla coazione e sull’organizzazione: la percentuale dell’uno o dell’altro varia a seconda dei regimi politici. Se comunque è concretamente possibile l’esistenza di un potere senza legittimità o consenso (ad esempio quello della potenza che eserciti l’occupazione militare su un territorio e una popolazione conquistati; ma in effetti anche in tal caso il consenso, nella forma ridotta al minimo della sopportazione, può esistere), è impossibile che lo sia l’inverso, non foss’altro perché occorre sempre amministrare (anche quando lo Stato è minimo) e, dato che una sia pur limitata trasgressione è connaturale all’uomo, reprimerla e sanzionarla. Ambedue ragioni dell’esistenza necessaria del relativo apparato.
I regimi politici che hanno vitalità e quindi durata sono quelli che realizzano un equilibrio tra i due circuiti: quello per così dire della legittimità, del rapporto governanti-governati e l’altro della relazione tra potere apicale ed aiutantato. Anzi, per allungarne la durata (e a parte guerre e conquiste) il primo circuito  deve far aggio sul secondo. Chi esercita il potere ha comunque bisogno sia del consenso dei governati che dell’organizzazione di governo, cioè degli aiutanti. E non sempre – anzi raramente – il modo per ottenere il consenso degli uni non va a scapito dal mantenere quello degli altri.
L’aveva visto chiaramente Settimio Severo, del quale si dice avesse consigliato ai figli di accattivarsi quello dei soldati, e disinteressarsi degli altri. Il consiglio dell’imperatore fu seguito da tanti, con risultati, alla lunga, tutt’altro che positivi. Eliogabalo, che di Settimio era il nipote e regnò circa un decennio dopo, fu costretto a subire la richiesta delle legioni che avevano minacciato di saccheggiare Antiochia (una grande città dell’Impero) se non avessero ottenuto dei donativi; minaccia – anche con modalità diverse - più volte ripetuta nel periodo di decadenza dell’Impero; e, talvolta, anche eseguita, come per Autun. Per cui come scrive Rostovzev, era difficile convincere i soldati imperiali “che le città dell’Impero non erano loro nemiche”. E tale conseguenza, nei confronti della pervasiva burocrazia romana del dominato, fu tratta – all’inverso - anche dalla popolazione civile nei confronti dell’amministrazione imperiale. Scriveva Salviano di Marsiglia (nel V secolo d.C.) “Passiamo ora a un’altra mostruosità inqualificabile che ha origine da quella empietà appena accennata e che, sconosciuta ai barbari, è di casa per i Romani: costoro con l’esazione delle tasse si confiscano i beni a vicenda. Ma che dico! non a vicenda, perché sarebbe sicuramente più sopportabile se ognuno patisse di ritorno ciò che ha fatto patire agli altri. Più grave è il fatto che sono poche persone a confiscare i beni di una massa di gente”: il risultato, scrive Salviano, fu che la popolazione, per sfuggire alle angherie della burocrazia imperiale, emigrava verso le zone occupate dai barbari o dai ribelli.
L’esito finale (a lungo termine) di aver privilegiato l’aiutantato rispetto ai governati, anzi di aver fatto vessare i secondi dai primi, fu una delle cause, (forse la principale) della distruzione della sintesi politica, cioè  l’Impero romano d’occidente, perché aiutantato e governati si percepivano reciprocamente come nemici. Al punto che questi ultimi preferivano il rapporto politico d’amicizia con i barbari, all’origine dei regni romano-barbarici e dell’Europa medievale e moderna.
D’altra parte e osservando il tutto da un altro punto d’osservazione, ossia da un altro presupposto del politico (Freund), cioè quello del comando/obbedienza, un potere non può sostenersi – se non nel “breve periodo” - solo sulla coazione e sul relativo apparato, organizzato per esercitarlo. Come scrive Rostovzev descrivendo il governo del tardo impero romano tale sistema può essere definito come terrorismo permanente[1], il cui tratto saliente è “il crescente sviluppo del principio della coazione in tutti i rapporti del Governo con la popolazione, particolarmente nel campo delle imposte e del lavoro obbligatorio. Accanto alle imposte, ma molto più oppressivo e non meno metodicamente applicato, si svolgeva il sistema di requisire viveri, materie prime, manufatti, denari, navi, bestie da soma e uomini per condurle, e così via”.
Un sistema politico che si basi sull’aiutantato e sulla coazione, è prevalentemente un sistema il cui elemento essenziale e “vitale” è incutere paura. E acutamente Montesquieu sosteneva che il principio di governo del dispotismo è la paura.
Spesso tuttavia un sistema del genere non è (neanche) economico. Caracalla, destinatario del consiglio del padre (insieme al fratello Geta da lui assassinato) fu costretto a reperire somme enormi per comprare il favore dei militari “per riempire il tesoro dell’imperatore fu allora costretto a ricorrere a provvedimenti straordinari. Dione enumera integralmente le fonti delle entrate dell’imperatore, che derivano in prima linea dal sistematico drenaggio della ricchezza delle classi abbienti”[2]. E così il sistema di governo si rivelò (come spesso ripetutosi nella storia) economicamente disastroso per lo Stato, ma lucroso per i funzionari imperiali; i quali gestivano i “flussi” di denaro e altre utilità. Il tasso di corruzione della burocrazia aumentò (come assai spesso capita quando s’incrementano funzioni esercitate, beni e somme amministrate): “Le relazioni tra lo Stato e i contribuenti assumevano l’aspetto di una rapina più o meno metodica: lavoro forzato, prestazioni forzate di cose, prestiti o donativi forzati erano il sistema corrente. L’amministrazione era corrotta e immorale”[3].
Il tutto avveniva soprattutto perché quel sistema appariva come il percorso più facilmente percorribile “per mantenere in moto le ruote dello Stato ed impedirne lo sfacelo finale”[4]. Questo nel breve periodo; ma come già cennato, col tempo finì per perdere l’impero, con l’epilogo dei sudditi che scappano nei territori occupati dai Germani per sfuggire a rapine ed angherie dell’aiutantato imperiale[5].
Neppure il potenziamento sia in termini numerici (pare che l’esercito di Diocleziano fosse da una volta e mezzo a quasi il doppio, per effettivi, di quello di Augusto) che di risorse consumate, aveva portato l’apparato militare (componente essenziale dell’aiutantato) a migliorare il rendimento. Nel IV e V secolo diventano ricorrenti (e poi permanenti) le invasioni del territorio imperiale da parte dei barbari. Mentre Augusto era sconfitto a Teutoburgo, in Germania, ben oltre il Reno e Marc’Aurelio combatteva in Boemia, al di là del limes, le grandi battaglie di quel periodo (da Argentoratum ad Adrianopoli e ai Campi Catalauni) erano combattute in “casa”. Con quali sofferenze per la popolazione è facile immaginare.
D’altra parte il tutto non era limitato solo all’apparato militare, ma anche all’amministrazione civile[6]; e soprattutto, come notato da molti “dopo Diocleziano lo Stato, per porre riparo alla grave crisi, che alla metà circa del terzo secolo aveva colpito l’impero, assunse poteri ed esercitò ingerenze straordinarie ed ebbe la pretesa di disciplinare tutta la vita economica”[7].
Scrive Miglio che le indagini più recenti sulla fine dell’Impero romano d’occidente “dimostrano che la ragione per la quale l’Impero romano si è inabissato, trascinando in questo collasso l’intero mondo classico, è un macroscopico squilibrio fra rendite politiche da una parte, che il mondo antico privilegiava e considerava le sole accettabili per gli elementi altolocati e le rendite di mercato, cioè la produttività dell’economia dall’altra”[8].

2.0 Miglio distingue tra i “sudditi” della sintesi politica non due, ma tre categorie (o fasce) in base alla “rendita politica” che viene loro assicurata (la quale è sempre fondata sulla costrizione). Le fasce che ne derivano sono:
a) quella dei cittadini non attivi politicamente che devono una fedeltà passiva, cioè obbedienza[9] al vertice, da cui ottengono protezione.
b) “Diversa è invece la posizione (seconda fascia) che si crea nel caso dei seguaci attivi, cioè gli ‘aiutanti’ del potere politico. Costoro prestano ai capi politici una fedeltà attiva, ossia atti e comportamenti continuati, per far si che coloro che detengono il potere lo conservino… Nei loro riguardo i capi politici prestano una protezione attiva[10]. Tale protezione attiva oggi si manifesta in più modi, coerentemente all’evoluzione dello Stato, divenuto da assoluto a “di diritto” e poi “sociale”. Così uno dei modi “nuovi” sono le garanzie istituzionali (institutionellen garantien) spesso rivolte, sotto la (esternata) volontà di voler tutelare la funzione pubblica, a proteggere i funzionari pubblici delle conseguenze di atti illeciti.
La distinzione politologica tra vertice politico, aiutantato e base fatta da Miglio è triadica. Come nota tale studioso quella più usuale, risalente a Mosca e Pareto, è dicotomica: governanti/governati. Anche se ritiene che “Già in Mosca e Pareto tuttavia la definizione di ‘classe dirigente’ denotava questa presenza, come appare anche in altri autori che hanno seguito questa linea di ricerca. Devo però dire che normalmente la politologia moderna privilegia l’interpretazione dicotomica”[11]. Il che pone il problema di identificare l’aiutantato: secondo Miglio ciò può farsi seguendo il criterio della quantificazione del comando, perché in ogni sistema politico c’è “chi comanda di più e chi di meno”[12]. Ne deriva (anche quale ulteriore criterio) che “il comando è maggiore quanto maggiore è la discrezionalità”[13].
c) A queste Miglio aggiunge una terza fascia. Alla quale riconduce “quelli ai quali si estorcono le risorse per erogare le paghe politiche. Sono i seguaci che potremmo definire dominati. Prima di tutto sono i nemici vinti, ‘i tributari’ – come avviene negli imperi, sia classici che contemporanei (sovietico o statunitense) – che senza accorgersene subiscono un’estorsione di risorse”[14]. “A costoro normalmente la classe politica dà una protezione che possiamo definire ‘negativa’. È la protezione nei riguardi di se stessi: consiste nel garantire la sopravvivenza” onde, aggiunge Miglio, “costoro, in cambio della sopravvivenza, devono prestare un tributo”[15].
Alle tre categorie corrispondono dei termini che ne definiscono il ruolo principale: “obbedienza” per la prima; “sottocomando” per la seconda; “dominio/dominati” per la terza.
Essenziale alla sintesi politica è il consenso dei governati: scriveva Miglio che questa è adesione, con-sentire, ossia sentire con qualcuno. Idem sentire de re publica. E questa adesione si ha rispetto all’azione dei governanti, dato che la politica è volta all’agire[16]. E’ il successo dell’azione che determina il costituirsi e il mantenersi della leadership; come il fallimento a provocarne il tramonto[17].
A Donoso Cortés si deve una lettura dell’evoluzione dello Stato moderno: tanto meno questo gode d’autorità tanto più estende il proprio potere, soprattutto attraverso l’incremento dell’“aiutantato”[18].
L’autorità della religione e il consenso che essa diffonde è nel pensiero dello spagnolo il legame sociale che sopperisce alla debolezza del governo; di converso se quella viene meno, si espande il potere – politico - dello Stato[19].
Se si laicizza la teoria di  Donoso, si arriva alla tesi di Miglio del “tornaconto differito”[20].
In una società secolarizzata le ideologie permettono quel “tanto di utopia” che assicura il futuro auspicato. Scrive Miglio che “I sistemi politici nei quali più forte è questo richiamo utopico – ed è più creduto -  sono i più stabili. C’è un nesso fra efficacia dell’obbligazione e del rapporto politico e grado di utopia. Definisco questa condizione come presenza di un tornaconto differito”.  Mentre il rapporto di contratto-scambio (che contrappone a quello politico) tende ad esaurirsi presto “Laddove c’è politica, scopriamo che tanto maggiore è la presenza di ‘politico’, quanto maggiore è il differimento del tornaconto. Sotto questo profilo abbiamo esempi cospicui”[21].
I sistemi politici “vivono nel sogno, dell’utopia; E quanto più l’utopia è tale, è protesa nel  futuro, tanto più si ottiene il sacrificio e la coesione dei seguaci”: Tornando alla religione, “talune grandi religioni che danno una rappresentazione complessa e impegnata della trascendenza, discendono notevoli ideologie, si possono cioè ricavare potenti ideologie politiche. Questo avviene perché nessun differimento è più integrale e totale di quello che rimette lo scopo finale dell’esistenza in un altro mondo. Questo è il livello massimo di differimento: Tutta la civiltà medievale poggia su questo grandioso differimento ai fini della vita ultraterrena: E questo rese possibile un’aggregazione politica particolarmente stabile, duratura, malgrado tutte le sue trasformazioni, come quella caratteristica dei sistemi politici cresciuti sul mondo cristiano medievale”.

3.0 Tuttavia oltre che di sogni (e di favole per diffonderli) il potere politico ha bisogno di risorse, e quindi di rendite politiche. Sogni e favole, scriverebbe Pareto, sono le derivazioni il cui residuo è il potere e i mezzi per esercitarlo e mantenerlo.
Favole e sogni hanno una funzione essenziale: ridurre la resistenza dei governanti alle vessazioni (e predazioni) del governo e della burocrazia. Perché è evidente che gli interessi economici dei governati da un lato, e dei governanti e dell’aiutantato dall’altro, sono contrapposti: ad ogni aumento di risorse prelevate dal governo corrisponde una riduzione di quelle disponibili per i governati e viceversa.
Per far dimenticare o comunque attenuare la percezione di tale opposizione, occorre “ricostruire” un senso d’unità e di comunanza di scopi tra governati e governanti. E qua i mezzi sono tanti, molti dei quali elencati da Puviani nella Teoria dell’illusione finanziaria. Ma uno è il prediletto: far leva sulle motivazioni etiche e religiose: ai tempi d’oggi, in Europa e soprattutto in Italia, su solidarietà e buonismo. Come negare sostegno e consenso a chi sostiene di essere così sollecito della sorte degli sfortunati? E su questo si costruiscono burocrazie pubbliche (ed affari privati); strutture di solidarietà e volontariato (spesso a pagamento)[22].
D’altra parte illustrando la tipologia della rendita politica Miglio individuava all’inizio “una prima categoria di rendite politiche: la più diffusa, la più generale, quella che appare in tutti i sistemi politici di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E’ quella costituita da coloro che assumono professionalmente una funzione pubblica[23], cioè in primis  il personale “di carriera” (cioè i burocrati)[24];  al secondo posto pone “La seconda grande categoria di rendite politiche è quella connessa all’attività dei partiti politici. Questi sono da sempre macchine per la produzione di rendite politiche”[25]; chi scrive pensa che Miglio l’abbia elencata come seconda perché la prima categoria della rendita è connessa ad una regolarità della politica (e dell’istituzione): quella della classe politica, o meglio (e comunque) del seguito del vertice, dell’organizzazione, senza la quale nessuna sintesi politica (e non solo) può esistere; anche se tale funzione dei partiti d’esser “macchine per l’erogazione di rendite politiche” è diffusa, non limitata al moderno partito “parlamentare” e successivamente (anche) di massa[26]. La rendita politica può essere erogata legalmente o non legalmente, attraverso prassi illecite e, in molti casi penalmente rilevanti[27]. Il carattere necessario dell’organizzazione (e così dell’aiutantato) fa si che i rimedi contro tali comportamenti illeciti siano difficili (talvolta, raramente, impossibili o altamente inopportuni).

4.0 Una differenza essenziale tra il privato che intraprende e il funzionario che provvede è costituita dalla responsabilità dell’uno e dell’altro e dal rischio che corrono. In primo luogo perché il privato che intraprende risponde con tutto il proprio patrimonio per l’attività che svolge; dato che caratteristica della burocrazia moderna (e non solo) è che i mezzi con cui opera sono di proprietà dell’amministrazione – e gli atti del burocrate presi per conto dell’amministrazione – tale responsabilità (la più efficace forma della stessa) non esiste o è estremamente ridotta riguardo al funzionario. Sono previste per il funzionario altri «tipi» di responsabilità: penale, contabile, disciplinare, civile (rarissima): nulla che abbia l’efficacia di quella civile “comune”.
A tale proposito e in particolare di quello che tra i diversi tipi di responsabilità “pubblica” è quello generale (perché conseguente alla natura e struttura dell’aiutantato e del suo rapporto col vertice politico), e cioè quella disciplinare (e il controllo gerarchico). Marx scriveva argutamente “La gerarchia punisce il funzionario in quanto esso pecca contro la gerarchia o commette un peccato veniale per essa, ma lo prende sotto la sua protezione non appena è la gerarchia  che pecca in lui, e per di più la gerarchia si persuade difficilmente dei peccati dei suoi membri”[28] (quindi era poco efficace). Il tutto oltre allo sviluppo cennato delle institutionellen garantien nello Stato di diritto (e poi “sociale”).
Oltretutto nello Stato imprenditore e tuttofare del XX secolo la crescita dei compiti statali, oltre che influire sul piano quantitativo (con aumento dei prelievi, delle spese e degli impiegati) ha agito su quello qualitativo, facendo proliferare poteri, controlli e funzioni in ambiti prima non regolati (o poco regolati) della vita economica e della società.

5.0 L’attuale situazione italiana conferma quanto sostenuto da molti, tra cui – per la caduta dell’Impero romano d’occidente – gli storici (e non), prima citati. Ossia che la burocratizzazione fa decadere (prima) l’economia e (poi) lo Stato.
A tale proposito occorre ricordare che dal 2000 al 2013 mentre il PIL italiano è calato del 7%, la pressione fiscale è aumentata del 5% (con ovvio peggioramento per i governati, e  correlativo miglioramento, per l’aiutantato e i governanti, del relativo rapporto). Nello stesso periodo per la Germania il PIL aumentava del 15% e la pressione fiscale si riduceva del 6%; per la Svezia il PIL s’incrementava del 21% e la pressione fiscale calava del 14% (dati Confcommercio).
La spesa della P.P.A.A. in percentuale del PIL è aumentata di circa 3 punti tra il 2001 e il 2012: non si ha sentore di miglioramento nei servizi.
Si legge poi nei dati della ragioneria generale dello Stato che la spesa per retribuzioni pubbliche è aumentata tra il 2003 e il 2011 di quasi 30 miliardi di euro (v. www.rgs.mef.gov.it), ancorchè il personale risulti diminuito di circa 180.000 unità nello stesso periodo.
Anche se tali cifre andrebbero ragionate sotto diversi profili, in primo luogo che la grande maggioranza dei pubblici impiegati non è adibita a posizioni di “sottocomando” e pertanto in senso stretto, è l’aiutantato dell’aiutantato, (anche se fruisce di “rendita politica”), e che sono state prese misure di (qualche) contenimento della spesa per il personale, resta il fatto che, in presenza di un PIL stazionario o decrescente, l’esborso relativo (per il personale) è aumentata di circa il 15% nel periodo considerato.
Continuando in tale elencazione – minima – di dati, quando l’IVA fu istituita in Italia (1972) l’aliquota era il 12%; ora è il 22% (e pare destinata ad aumentare ancora; forse nel 2018 arriveremo al raddoppio).
Nello stesso periodo l’incremento del PIL che agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso era intorno al 4-5% annuo è diventato, da alcuni anni - di segno negativo: l’Italia da circa 7 anni fa soltanto passi indietro.
Ancor peggio va se si confrontassero gli (assai più fumosi) dati sui servizi resi dall’apparato pubblico. Il giudizio popolare diffuso è che questo funzioni assai male e lentamente, al punto di rendere solo una parte (modesta) di quanto consuma (la “macchina” di Giustino Fortunato); il che giustifica ancor meno il crescente prelievo di risorse.
Invero le classifiche internazionali non danno risultati lusinghieri. Secondo il World Economic Forum, come esposto nella relazione 2015, l’Italia, dopo il Venezuela, ha il governo meno efficiente del mondo. Anche per l’innovazione tecnologica l’Italia non ha una posizione confortante: sta tra il 40° e il 55° posto a seconda delle annate. Si noti che gli Stati presi in esame in dette relazioni sono 139 e non tutti quelli esistenti. L’efficienza della giustizia civile, come disse qualche anno fa il Presidente della Cassazione, è al 156° posto di un’altra classifica internazionale. Il tutto stride in modo evidente con le graduatorie sui dati economici generali, per cui l’Italia, nel pianeta, è all’8° posto per il PNL (10° per il PNL a parità di potere d’acquisto), secondo dati del 2012; al 32° posto per il PIL individuale (dati 2014). Per questo ultimo occorre tener conto che, in detta classifica, vi sono Stati caratterizzati da situazioni del tutto particolari come quelli produttori di petrolio (rendite petrolifere elevate e popolazione scarsa); nonché piccoli Stati caratterizzati da estesa fornitura di servizi (come il Lussemburgo) e poca popolazione e così via. Basti dire che, in tale graduatoria, gli USA sono solo al 10° posto.
Altri studi – tra i tanti – vedono sempre l’Italia prossima al fanalino di coda e, nei casi migliori, a metà del gruppo. Uno studio della CGIA di Mestre la colloca, per efficienza della P.A. al 15° posto tra i paesi dell’area euro (su 17); un altro dell’Unioncamere del Veneto al 15° posto tra gli Stati aderenti all’Unione Europea. Copiosa è poi la dottrina sull’inefficienza (o comunque di critica) alla P.A. italiana[29].
Quel che parimenti colpisce è che sia a livello di messaggi mediatici (del governo) come (forse) nelle convinzioni di parte dell’opinione pubblica, ove si manifesti una necessità, un’urgenza che colpisce l’immaginazione collettiva si provvede procedendo subito a emanare leggi (e ove possibile atti amministrativi) che sanzionino più afflittivamente i comportamenti (quasi sempre dei governati) ritenuti illeciti: cioè intensificando la coazione annunciata: che sia poi esercitata è tutto da vedere (a parte casi – quasi sempre episodici – volti a dare un contentino all’opinione pubblica). Anzi dato il basso livello di efficienza dell’apparato di governo è probabile che sia più annunciata che esercitata. Quando si parla di rigore e lo si identifica tout court col senso dello Stato (o qualche quissimile) si fa una sineddoche. Il senso dello Stato, ossia dell’istituzione politica per eccellenza, richiede di tenere conto che questo si fonda sulle relazioni vertice/seguito: cioè di comando/obbedienza, pouvoir disciplinaire/pouvoir statutaire (Hauriou), diritti/doveri (di cittadinanza). E stante che il potere consiste nel fatto che il comando sia obbedito nella comunità (Weber), concorrono a ciò (e alla vitalità e durata dell’istituzione) tanto la possibilità concreta di eseguire i comandi quanto quella che siano (per lo più spontaneamente) obbediti. La disponibilità del paziente vi concorre quanto l’autorità dell’agente.
Scambiare l’aumento di potere di coercizione e della quantità e misure delle sanzioni per un (ristretto) senso dello Stato è non comprendere i termini essenziali del rapporto tra capo e seguito.
In tutto ciò è dimenticato, anche a detrimento dell’interesse dello Stato, quanto scriveva Luigi Einaudi in materia di riscossione delle imposte seguendo Adam Smith “Il pagamento dell’imposta è già abbastanza oneroso per il contribuente, senza che i danni suoi debbano ancora crescere a cagione della mala maniera tenuta nel riscuoterla. Se l’imposta non è definita in maniera sicura, il contribuente è incerto rispetto al suo onere, non sa se debba o no intraprendere un’industria o un commercio, si trova in balìa delle estorsioni degli esattori[30]
Resta il fatto che il livello di coazione pare intensificarsi: e che l’annuncio del “maggior rigore” (pare) gradito – e creduto – da parte dell’opinione pubblica. Peraltro il tutto pone nuovamente la questione del rapporto - prima cennato ricordando Donoso Cortés - tra potere ed autorità. Al riguardo, in primo luogo, occorre distinguere i due termini e i relativi concetti.
Senza poterci addentrare in problemi di storia delle idee, la distinzione tra l’uno e l’altro concetto più rispondente all’uso l’ha data Kojève, per il quale l’autorità ha il proprio connotato distintivo nel fatto di essere obbedita non incontrare opposizione né reazioni da parte di coloro ai quali gli atti (e i comandi) dell’autorità sono rivolti (se questa trova opposizione non è autorità).
La definizione di Kojève porta a escludere che la burocrazia abbia in sé autorità, perché è per essenza un “potere” caratterizzato in misura più o meno intensa dalla relativa potestà di coazione organizzata secondo norme di legge e costituente la principale articolazione dell’apparato “servente” dello Stato[31].
Tenuto conto della necessità di un vertice che difetta d’autorità di ricorrere  più estesamente al potere di coercizione, questo allora diventa un altro sintomo, sia del calo dell’autorità, che del contributo dato a ciò dall’incremento del potere burocratico (a sua volta dovuto allo scemare dell’autorità) e quindi alla coazione.
Scriveva Pareto riguardo al rapporto governati-governanti e ai sentimenti che lo denotano, in particolare quello di gerarchia, che questo connota necessariamente ogni gruppo politico, anche la democrazia “La gerarchia si trasforma, ma sussiste pur sempre nelle società che in apparenza proclamano l’uguaglianza degli individui. Vi si costituisce una specie di feudalità temporanea, nella quale dagli alti politicanti si scende sino agli infimi”[32]. I sentimenti dei superiori (delle élites) “sono sentimenti di protezione e di benevolenza, ai quali si aggiungono spesso sentimenti di dominazione e di orgoglio”; quelli dei governati “Sono sentimenti di soggezione, di affetto, di riverenza, di timore”[33].
Ovviamente è difficile che tali sentimenti si sviluppino e si mantengano laddove la situazione generale è in via di peggioramento (v. i dati sul PIL e la pressione fiscale) ed è accompagnata dalla diffusa convinzione dell’inidoneità, della grettezza e della modestia della classe dirigente (aiutantato meno esposto, ma compreso): i vari scandali, connotati (anche) dall’essere costituiti spesso da ruberie modeste quanto diffuse (le spese a carico dei contribuenti per pranzi, vacanze, lingerie) che aggiungono al danno il disprezzo per personaggi di così piccina levatura, contribuiscono a distruggere l’immagine della classe politica. Hegel, riguardo alla burocrazia, ma il giudizio vale parimenti per chiunque eserciti il potere (in specie ma non solo, quotidiano) sosteneva: “Nel comportamento e nella formazione dei funzionari ha luogo il punto in cui le leggi e le decisioni del governo toccano la singolarità e vengono fatte valere nella realtà. È questo quindi il luogo da cui dipendono tanto la soddisfazione e la fiducia dei cittadini verso il governo, quanto l’attuazione o l’indebolimento e vanificazione degli intenti del governo stesso”[34]. Se l’amministrazione e la burocrazia sono poco efficaci, costose e spesso corrotte, e così il “potere quotidiano”, le ripercussioni sul sistema di governo sono assicurate.
6.0 Quanto alla decadenza economica dell’Italia si potrebbe replicare che non è provato che a determinarla sia la burocratizzazione crescente (e così l’ingessatura della società). Questo è sicuramente vero. Scelte avventate o intempestive (come l’adesione all’euro e le modalità di questa) o del tutto infelici, come quelle (ripetute) relative alla gestione del debito pubblico aumentato di circa 20 punti, mentre, negli ultimi anni, la politica economica restrittiva contribuiva a causare la recessione economica, hanno il ruolo di concause nel determinarlo. Ancor più lo ha la fase “discendente” del ciclo politico, ossia della senescenza della classe dirigente della Repubblica.
Miglio attribuiva un ruolo determinante sulla senescenza della classe politica a quella – corrispondente - dell’ideologia (della “tavola dei valori”) di cui è portatrice. Secondo lo studioso lariano l’ideologia è “quel complesso di dottrine (usando il termine in un significato ristretto e specifico) che servono ad aggregare il seguito. Quando abbiamo studiato la genesi del rapporto di autorità e di leadership politica, abbiamo detto che il leader è colui il quale propone una certa interpretazione del reale”[35] e le ideologie invecchiano “un’ideologia invecchia perché entra in conflitto con il mutamento dei rapporti, cosa che non riguarda la struttura delle relazioni politiche … Quello che cambia sono le posizioni delle stratificazioni sociali, la tecnologia”[36]. Le ideologie avvizziscono cioè per il mutamento dell’(insieme della) situazione reale. E “L’ideologia politica è così non solo il fattore con cui una classe politica combatte la sua battaglia per il potere, una bandiera di combattimento, ma è anche prima di tutto una bandiera di identificazione … L’ideologia è allora indissolubile dalla relativa classe politica, come aveva intuito Gaetano Mosca, per questa ragione profonda”[37].
Aggiunge Miglio che anche se l’elaborazione/gestione dell’ideologia è compito di una particolare categoria dell’aiutantato, quello degli intellettuali, la decisione nelle scelte ideologiche, appartiene al capo[38].
Nella realtà della concorrenza di più possibili concause, occorre considerare se una di queste possa identificarsi in un “corto circuito” tra legittimità/autorità e consenso da un lato e “scambio” vertice-aiutantato.
L’essenza dei due rapporti (e le “prestazioni corrispettive”) non coincide se non in parte: dipende da quello che da il vertice da un lato e restituisce la base (della comunità o degli aiutanti) dall’altro.
Come scritto sopra, nel primo caso (la prima fascia di Miglio) la prestazione reciproca è quella tra protezione ed obbedienza; per la seconda fascia la prestazione “corrispettiva” è tra protezione attiva da un lato e fedeltà attiva (con connesso, per lo più, esercizio di sottocomando) dall’altro.
Un carattere distintivo del primo rapporto è la legittimità, cioè la convinzione che l’autorità abbia il diritto di guidare (e comandare) la comunità. Miglio si attiene alla tripartizione dei tipi di legittimazione corrispondente alla classificazione weberiana del potere: carismatico, tradizionale e razionale-legale. Ma ne aggiunge una quarta “Quando Weber lavorava a migliorare questa classificazione, alla fine della sua vita… la sua attenzione era concentrata su quello che si stava rivelando il quarto tipo di legittimazione dell’autorità: il regime delle moderne burocrazie, il tipo burocratico di legittimazione”[39]. In effetti, a prescindere dal fatto che la legittimità è un rapporto tra vertice e base della comunità politica e l’aiutantato (cui va ricondotta la burocrazia, o meglio, il di essa strato dirigente) non è comunque “vertice”, manca, in tale classificazione, un altro “tipo” di legittimità: quello hobbesiano del rapporto tra protezione ed obbedienza, onde il suddito deve e, quel che più conta, ha l’interesse ad obbedire a chi assicura una protezione efficace. Decisiva è quindi la capacità del sovrano e dell’organizzazione statale a mantenere la pace all’interno e difendere la comunità dai nemici esterni. L’autorità politica si legittima, nel pensiero di Hobbes, per la capacità di assolvere tale funzione. Il dovere di obbedienza dei sudditi viene meno quando l’autorità non è più in grado di offrire protezione. Il protego ergo obligo è così la sostanza del rapporto politico.
Se la protezione non è efficace non c’è, più che il dovere, l’interesse ad obbedire. Lo scambio tra protezione ed obbedienza cessa.
E così si depotenzia (o viene meno del tutto) il rapporto tra capo e seguito, e questo non può essere sostituito da quello tra vertice ed aiutantato. L’ordine è efficace quanto è obbedito (per lo più)  spontaneamente dalla comunità; se non lo è e si basa essenzialmente sulla coercizione, l’ordinamento non è vitale.
7.0 Il pensiero politico ha dedicato una grande attenzione al “ciclo politico”. Ossia alla nascita, vita (e morte) delle sintesi politiche. È  inutile ripetere quanto scrivevano – tra gli altri – Polibio, Vico e Machiavelli[40]. Più interessante è quanto sosteneva Mosca, e soprattutto Pareto. Il quale vi ritorna più volte, enumerando (come fa anche Mosca) i sintomi della decadenza: attenuazione della mobilità sociale (“cristallizzazione”), soprattutto chiusura della classe dirigente; uso da parte di questa dell’astuzia più che della forza; la classe governante senescente tende poi a diventare “un ceto d’impiegati, colla ristrettezza di mente che è propria di tal gente” (e altro). Quando i barbari provocano la caduta dell’impero romano d’Occidente, invertono le tendenze ricordate.
Miglio scrive che, come tutte le relazioni sociali, l’autorità (e quindi la classe dirigente) segue il ciclo vitale (nascita, maturità, decadenza, morte)[41]. Il carisma del fondatore/i dapprima si trasforma in invocazione alla legittimità (della successione al potere della leadership carismatica), poi, al tramonto, diviene (esclusivamente) un richiamo accigliato all’osservanza di regole preventivamente e legalmente statuite, cioè alla legalità. Il tutto si accompagna alla sclerosi del sistema, quando il vertice perde il contatto (l’adesione) delle masse[42]. Allora avviene che una nuova leadership può avere successo, denunciando i capi in carica come non più capi degni di essere seguiti, ma solo dei burocrati sfruttatori”[43].
In Italia il ciclo politico della Repubblica si apriva nel 1945 dopo una guerra persa e l’occupazione militare con l’arrivo al governo, propiziato dai vincitori, di una nuova classe politica; la quale provvedeva, come da dichiarazione di Yalta, a dare all’Italia una nuova costituzione; per circa trent’anni durava la fase ascendente; seguita – dopo qualche anno – da quella discendente.
Questa – anche se non esclusivamente – è prevalentemente  decadimento di istituzioni e attività pubbliche (e del relativo personale dirigente).
Ciò che più interessa è che da quasi quarant’anni (prima, cioè, del crollo del comunismo e dell’ordine di Yalta) si nota il progressivo “scollamento” tra vertice e seguito, col calo del consenso di quest’ultimo. Ne ricordiamo alcuni aspetti, in primo luogo quelli “quantitativi”;
1) Il 18/04/1948 il complesso dei partiti che aveva votato la costituzione conseguì oltre l’80% dei suffragi del corpo elettorale italiano, consenso ampio, che legittimava il nuovo regime (e la costituzione repubblicana); alle ultime elezioni – dopo che gran parte di quei partiti erano scomparsi e spezzoni delle vecchie classi dirigenti di quelli sopravvivono in altre formazioni – i partiti che si dichiarano favorevoli al mantenimento della costituzione rappresentano (forse) il 20% del corpo elettorale;
2) i votanti alle elezioni politiche, che fino agli anni ’80 erano circa il 90% degli aventi diritto, sono poco più del 70%; ancor più significativo è il calo dei votanti alle elezioni amministrative;
3) mentre fino a metà degli anni ’80 nei referendum abrogativi il “SI” vinceva (cioè prevaleva l’assenso popolare al Parlamento che aveva elaborato o mantenuto le leggi sottoposte alla consultazione), dopo ha vinto quasi sempre il “NO” (il cui senso politico è l’inverso). In alcuni referendum (quelli sul finanziamento pubblico ai partiti) nei due periodi considerati il risultato si è invertito (dal SI al NO).
Cui si aggiungono quelli “qualitativi”:
4) L’ordine di Yalta è venuto meno col crollo del comunismo;
5) una campagna giudiziario-mediatica (“mani pulite”) è riuscita a demolire gran parte del sistema partitico della Repubblica “nata dalla Resistenza”.
6) lo spazio politico dei partiti variamente “antagonisti” è cresciuto dal 10-15% dei votanti fino agli anni ’80 al 35% delle ultime elezioni politiche.
7) altra circostanza significativa: è cresciuto il ruolo pubblico del personale non-politico (burocratico e tecnocratico). Nel 2000 il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio dei Ministri (cioè i vertici dell’ordinamento costituzionale) in carica, avevano fatto “carriera” prevalentemente od esclusivamente fuori dalle assemblee elettive. Nel 2011 era varato un governo composto tutto da personale non politico. Luttwak sosteneva all’inizio di quell’andazzo: “I governi tecnici a mio avviso sono un abuso, la negazione della democrazia. Rappresentano lo spirito autoritario ereditato in Italia dal fascismo, dalla forza del comunismo e dall’influenza della Chiesa”[44]
Il tutto non migliorava la situazione (anzi); lo scarso gradimento del corpo elettorale nei confronti del governo Monti (extra-parlamentare, essendo il Presidente del Consiglio e tutti i ministri “tecnici”, nel senso di non politici e non parlamentari) era espresso nelle successive, deludenti tornate elettorali dove si presentavano liste richiamatesi al senatore (a vita, di nomina presidenziale) Monti. Nella seconda delle quali i suffragi raccolti erano pari al 0,7% di quelli espressi. Di converso – e per reazione – otteneva un grande successo il Movimento 5 Stelle, salito in pochi anni al 25% dei voti scrutinati.
Quanto al governo tecnico (ma meglio sarebbe definirlo tecno-burocratico, data la provenienza di buona parte dei componenti dai ranghi della pubblica amministrazione, e più ancora, il carattere e l’ispirazione di molti dei provvedimenti adottati), resta il fatto che la tendenza di affidare ai “tecno-burocrati” posizioni e funzioni di governo è il contrario di quanto avviene negli ordinamenti statali moderni.
Max Weber notava che “Che i moderni «ministri» e «capi dello Stato» siano i soli funzionari ai quali non viene richiesta alcuna qualificazione specializzata, dimostra che essi sono funzionari solo in senso formale e non in senso materiale, proprio come il «direttore generale» di una grande impresa privata per azioni. L’imprenditore capitalistico è altrettanto appropriato quanto il «monarca». Il potere burocratico ha dunque inevitabilmente, alla sua testa, almeno un elemento non puramente burocratico”[45]. E insiste sul concetto che (l’uomo) il politico è per natura e per funzione diverso dal burocrate[46], e questo dipende in larga parte, dalla specie di responsabilità dell’uno e dell’altro, derivante dal relativo potere, di prendere decisioni in un caso, di eseguirle nell’altro[47]. Il carattere tecno-burocratico del vertice fa si che il “corpo burocratico” divenga sostanzialmente autoreferenziale.
D’altra parte se il governo è affidato a tecnici non politici e soprattutto non-eletti la responsabilità (e l’interesse) degli stessi non è verso il demos né a favore di questo, ma verso chi li ha nominati (o “cooptati”) all’incarico. A questi e non al demos va la lealtà, la fedeltà (e l’interesse) del tecnico di governo. Aspettarsi qualcosa di diverso denota una robusta dose d’ingenuità (anche se non è escluso che possa capitare).
Peraltro il potere della burocrazia non può, di per sé (solo) produrre legittimità contrariamente a (ma più che altro ridimensionando) quanto sostiene Miglio[48]. Può bensì concorrere a produrla, ovvero ad aiutare il vertice politico, col realizzare una protezione efficacie o, riducendola, se consegue modesti risultati.
Se si prendono le mosse della concezione hobbesiana della legittimità la burocrazia quindi concorre (in misura non indifferente) a quella. Occorre tuttavia precisare alcune circostanze che concorrono a ridimensionare il ruolo legittimante della burocrazia.
In primo luogo che la legittimità è un rapporto tra vertice e base politica.
Nessuno, che ci risulti, ha mai associato direttamente la legittimità non alla testa, ma al corpo del potere politico: cioè alla struttura “servente” del potere, la catena di comando che dall’autorità porta alla base; perché il potere che – indubbiamente – gli aiutanti esercitano è subordinato all’ “apicale”; è questo che gode della legittimità e ha la responsabilità politica che deriva dall’esercizio del potere supremo. Il quale consiste nel dare direttive, emanare norme, prendere decisioni, riconducibili alle funzioni di guida politica.
Le disposizioni prese dalla burocrazia hanno carattere secondario, in quanto fondate, anche se mediatamente, su quelle, ovvero sulla volontà dell’autorità legittima. Una norma eseguita in modo formalmente corretto e con la procedura prescritta legalmente non rende legittima l’autorità che l’ha emanata, se quella (o anche questa) è rifiutata dalla comunità.
Se un potere legittimo rende tale anche l’apparato servente con una sorta di emanazione non è sostenibile il contrario. Un esercizio perfetto dei tratti ideali di una burocrazia professionalmente valida: correttezza, capacità di esecuzione, razionalità formale e materiale (v. Weber) non legittima il potere apicale (che può essere quello dell’usurpatore, del nemico occupatore o del tiranno) né gli atti da questi compiuti, ove odiosi al sentire comune dei componenti la comunità.
Se comunque è possibile individuare come componenti della legittimità sia la concezione hobbesiana col sinallagma protezione-obbedienza, sia il consenso non solo verso il potere ma, più genericamente, verso l’istituzione e l’ordine che questa garantisce, non pare possibile isolare quale destinatario esclusivo la burocrazia o, in senso lato, il potere amministrativo.
Quindi, da un canto la burocrazia può contribuire solo limitatamente alla legittimazione (rapporto in cui si colloca a latere); dall’altro sussiste sempre l’opposizione tra percettori e pagatori della rendita politica.
8.0 Circuito maggiore e circuito minore sono ambedue necessari ed ineludibili, come cennato. Anzi l’amministrazione burocratica moderna che è, fatte le debite differenze, comune tanto allo Stato quanto ad altre istituzioni pubbliche e private, non è “sostituibile” come scriveva Max Weber. Pertanto il potere burocratico non “appare destinato a sparire con la forma politica-Stato: anzi “oltre lo Stato” c’è la burocrazia. Perché, costituendo questa aiutantato, lo stesso superamento della forma-Stato e il passaggio a una diversa istituzione e classe dirigente non renderà superfluo l’aiutantato del potere, il “seguito attivo” di chi lo esercita. E da cui, ovviamente, è condizionato. Anche in un altro tipo di sintesi politica, non è verosimile che sarà smentita la profezia di Max Weber”[49]. Ma reciprocamente non è possibile che un’amministrazione anche burocratica – per quanto efficiente possa essere sia in grado di sostituire la politica, la classe politica e il politico con se stessa, come se una comunità umana potesse essere guidata da un potere di per se “intermedio” (tra vertice e base), da un aiutantato di servizio alla direzione politica (e all’istituzione).
Scrive Miglio che c’è “un nesso tra efficacia dell’obbligazione e del rapporto politico e grado di utopia”, utopia che ha il pregio di essere mobilitante di costituire, mantenere, rinsaldare il rapporto tra capo e seguito, e così la vitalità e la durata dell’istituzione politica[50]. Conseguenza è che se in una sintesi politica si conta soprattutto sull’aiutantato che è un ceto percettore di rendita e motivato più sul vivere di politica (o meglio di Stato) che per la politica (per lo Stato), si perde il sostegno decisivo.
C’è un momento in cui il prelievo della rendita politica, oltre a trovare poco o punto legittimazione dai successi della classe dirigente, diventa comunque insopportabile, onde l’equilibrio si rompe: Miglio scrive di momento X “in cui, rotto l’equilibrio, il sistema si autodistrugge”[51]. In effetti quel momento appare assai vicino nel caso in cui – come l’Italia di oggi – la rendita politica, alimentata soprattutto con la pressione fiscale, continua ad aumentare, mentre il PNL e il PIL individuale decrescono per parecchi anni consecutivi. I sintomi – la perdita di consenso della classe politica “vecchia” nelle competizioni elettorali, la crescita dei partiti “contestati”, il decrescere dei votanti, ci sono tutti e prima sono stati diffusamente ricordati.
Ogni comunità umana si regge su un “tasso” di partecipazione emotiva ed istituzionale, di consenso, d’integrazione, che non può confondersi con un impiego, con un lavoro stipendiato in un ufficio. Max Weber chiamava di converso l’amministrazione burocratica “spirito rappreso” e “macchina inanimata”. Ma quanto può durare una comunità politica in cui “lo spirito rappreso” ha preso il posto dell’ “anima”, il timbro del sentimento, la coazione quello dell’adesione, il potere “d’ufficio” quello dell’autorità? Ovvero sia soltanto una «organizzazione burocratica, con la sua specializzazione del lavoro tecnico, la sua delimitazione delle competenze, i suoi regolamenti e i suoi rapporti di obbedienza ordinati gerarchicamente»[52]? Ove la burocrazia non sia più la componente servente di un organismo con un vertice politico e una rappresentazione ideale –condivisa - della società, ma sia essa stessa l’ordinamento comunitario senza vertice e, (di conseguenza, senza consenso di base)[53] viene a mancare la vitalità all’istituzione. Quello che secondo Santi Romano, rende durevoli gli ordinamenti. Nel lungo periodo la burocratizzazione fa decadere la comunità che ne è affetta. E il ciclo, come scriveva, tra gli altri, Hauriou, si rinnova.

 
 
Note:
[1] “Il sistema d’amministrazione tenuto dalla burocrazia militarizzata era essenzialmente dettato dall’alto; e il carattere di esso era conseguenza naturale dell’assoluta instabilità del potere imperiale. Esso può definirsi quale sistema di permanente terrorismo, che di tratto in tratto assumeva forme acute” v. Storia economica e sociale dell’impero romano, Firenze 1953, p. 521 (i corsivi sono nostri).
[2] V. Rostovzev, op. cit., p. 609
[3] V. Rostovzev op. cit., p. 588. Scriveva Mazzarino ne La fine del mondo antico Milano 1982 citando Zosimo “Teodosio mandò gli esattori delle pubbliche imposte a riscuotere il tributo con la massima diligenza … E così si potè vedere che, se l’umanità dei barbari aveva lasciato qualche cosa, gli esattori delle imposte portavano via anche quella; infatti, per le tasse dovute i contribuenti davano non solo denaro, ma anche l’ornamento femminile ed ogni genere di vesti, sino agli indumenti intimi; ed in seguito a questa esazione di imposte città e campagna erano piene di lamenti e di pianto, e tutti invocavano i barbari e cercavano l’aiuto dei barbari” (v. op. cit. p. 66). E ricordando le pagine di Saviano “le rapine dei barbari non sono intollerabili come le esazioni tributarie dei Romani” (op. cit. p. 69). Riporta poi un passo di Löwenklav su Costantino “Dice Zosimo che Costantino fu prodigo, una volta arrivato al trono, perché esaurì le finanze dello stato con immense largizioni, fece grandissime spese superflue, impiegò denaro in moltissime costruzioni inutili … l’essenziale era, per lui, non rinunciare alla politica di un’abbondante emissione e largizione di moneta. All’istesso modo, ci si dice che fu liberale coi soldati, e che pure Zosimo lo attesta: né poteva essere altrimenti, avendo egli ottenuto il potere per mezzo dell’esercito e dovendo dunque perseverare per quella via” (op. cit. p. 97). E Mazzarino cita un anonimo che scriveva “Cominciò sotto Costantino l’emissione abbondante di oro; ne seguì che, anche per acquisti di poca importanza, base della transizione fosse la moneta d’oro anziché quella di bronzo … Fra i mali intollerabili che colpiscono lo Stato c’è la frode nell’emissione e circolazione della moneta d’oro, essa sollecita, negli acquisti, l’astuzia fraudolenta del compratore, profitta della dura necessità in cui il venditore si trova; e questi inconvenienti impediscono un normale svolgimento degli affari … A questi mali che colpiscono le provincie per l’avidità di ricchezze, si aggiunge la cupidigia esecranda dei governatori, rovina del contribuente. Essi, senza rispetto alcuno per la magistratura che ricoprono, si credono mandati in provincia per spremere i contribuenti” (Op. cit. p. 50-51).
[4] V. Rostovzev op. cit., p. 574
[5] Negli Elementi di scienza politica Mosca scrive: “Può accadere che la quantità di ricchezza, che la classe che adempie alle altre funzioni che non siano le economiche assorbisce e consuma, diventa troppo esagerata…in questo caso viene a scemare immancabilmente la produzione stessa. Colla diminuzione della ricchezza vanno di pari passo l’emigrazione od una maggiore mortalità nelle classi povere ed infine l’esaurimento dell’intero corpo sociale. Sono questi appunto i fenomeni che scorgiamo al declinare degli Stati burocratici, li vediamo infatti nell’epoca che seguì il massimo svolgimento burocratico dell’Egitto antico e più visibilmente ancora durante la decadenza dell’impero romano” op. cit., p. 90.
[6]Sostiene Rostovzev che “I membri del Senato erano ormai per lo più antichi generali dell’esercito, ch’erano saliti dai gradi più bassi del servizio militare … a un tempo, essa era un’aristocrazia di grandi proprietari terrieri: Vedremo sul capitolo seguente come sulle rovine dell’antica aristocrazia terriera, imperiale e municipale, era venuta su una nuova classe di proprietari, per lo più antichi soldati e ufficiali. Accanto ad essi si trovavano ancora alcuni degli antichi grandi proprietari di terre … Ecco dunque la gente che ormai era rappresentata dal Senato; non più la borghesia cittadina asservita e mezzo rovinata” op. cit. p. 537. Quindi indipendentemente dal quantum di potere esercitato, il Senato del periodo tardo antico era ancora rappresentativo dello strato dirigente della società imperiale. Anche S. Mazzarino ritiene che “Gli uomini si sentivano oppressi dalla burocrazia. I contadini non amavano il loro stato. Per sfuggire ai tributi, si rifugiavano sotto il patrocinio dei potenti. L’invasione dei barbari è dunque inseparabile dalle difficoltà all’interno” La fine del mondo antico Milano 1988, p. 193. (il corsivo è mio)
[7] V. G. Mosca, op. cit., p. 375, e prosegue: “per assicurare la continuità di ciò che ora sarebbero i servizi pubblici, ne proibì l’abbandono a coloro che vi erano addetti e costrinse i loro figli a seguire il mestiere di padre. Infine l’amministrazione era fortemente inquinata dal vizio, che è la maledizione e la fonte di ogni debolezza dei regimi burocratici, cioè dalla venalità. Il funzionario romano del basso impero generalmente badava più al suo interesse privato che all’interesse pubblico che era incaricato di tutelare, e per molte notizie è noto che talora, anche nei gradini più elevati della scala burocratica, nulla era possibile di ottenere senza ricchi presenti”.
[8] G. Miglio, Lezioni di politica a cura di A. Vitale, vol. II, Mulino, Bologna 2011 e prosegue “Quando un’agricoltura impoverita, per tutta una serie di ragioni, non fu più in grado di alimentare con il suoi tributi il coacervo delle risorse da cui si traevano le rendite politiche, il sistema si afflosciò e si inabissò”, p. 358.
[9] V. G. Miglio, Lezioni di politica a cura di A. Vitale, vol. II, Mulino, Bologna 2011, pp. 330ss. A questi la classe politica fornisce “prima di tutto protezione: tutelano l’esistenza, cioè garantiscono con law and order che le persone e i loro beni non siano in pericolo. Protezione, dunque, significa che la classe politica al potere deve essere in grado di tutelare la sintesi politica, i cittadini, da eventuali aggressioni dall’esterno” a cui si aggiunge “un’altra prestazione fondamentale: la tutela (che si riferisce alla protezione dei beni) del principio pacta sunt servanda. Ossia viene garantita l’efficacia del contratto, che consente ai cittadini che non aspirano a rendite politiche, di scambiare beni e prestazioni e quindi di sopravvivere”, op. loc. cit.
[10] Miglio, op. cit., p. 332; e prosegue “Tutti i capi politici nel processo storico, i veri capi politici, hanno sempre protetto in modo particolare i loro aiutanti, i loro collaboratori più fedeli. Anzi, i politologhi indicano che la vera capacità del capo politico è la protezione diretta, attiva dei loro seguaci. Quante volte nel processo storico un principe ha personalmente mandato a morte coloro che avevano offeso o ucciso un loro aiutante! Cioè hanno esercitato una giustizia diretta, manifestando così la protezione”.
[11] Op. cit p. 362.
[12] La domanda che ci si pone è: «Come ci si presenta scientificamente il problema della quantificazione del comando?» Posto che in ciascun sistema politico c’è chi comanda di più e chi comanda di meno, si possono fare rilevazioni scientifiche, scoprire le regolarità di questa quantificazione del comando? Op. cit. p. 364 e aggiunge “Colui che comanda di meno fa questo perché la sua discrezionalità nel prendere decisioni (abbiamo visto che esercitare l’autorità è decidere, prendere una decisione e il comando è ‘possibilità di decidere’ e di fare accettare queste decisioni), la sua possibilità di decidere, è limitata” (p. 365).
[13] Op. cit p. 368
[14] Op. cit., p. 334.
[15] Op. cit., p. 335.
[16] Scrive Miglio “Quella che era una mera convivenza di individui con rapporti che si andavano ispessendo diventando continuativi, regolari, dal momento in cui si accetta di compiere un’azione, si accetta anche una divisione di ruoli, di funzioni L’azione presuppone però anche il raggiungimento di un certo scopo … Ne consegue il fattore determinante dell’aggregazione politica, che è, dopo l’azione, il risultato dell’azione, che diventa poi determinante anche per la nascita del leader … Quindi: successo o fallimento dell’azione. Questo ha un effetto, com’è intuitivo, di grandissima importanza sui rapporti tra i potenziali seguaci e il potenziale leader … E’ ovvio che l’insuccesso toglie valore alla capacità persuasiva del leader”. (Op. cit. p. 199).
[17] “L’aver sott’occhio la realtà di un insuccesso fa si che a un certo punto soltanto il successo riesca a radicare il potere” (Miglio op. cit. p. 200)
[18] V. Donoso Cortes, Discurso sobre la dictadura.
[19] V. “ Nei tempi del feudalesimo la religione si trovava nel suo apogeo  …Cosa succede ,signori, a quell’epoca nel mondo politico…basta (il governo)   il più debole di tutti, e così si stabilisce la monarchia feudale,… la più debole di tutte le  monarchie;  con lo scemare del “termometro” religioso, saliva quello politico, dice Donoso.  La riforma  Luterana    ha come conseguenza gli eserciti permanenti (un soldato è uno  schiavo   in uniforme, afferma Donoso); a questo seguirono la polizia, il centralismo amministrativo. Per questo lo spagnolo vede, in assenza di una  reaccion religiosa….no se adonde hemos de parar. E prevede una  tirannia di tipo nuovo “ un tirano general, colosal, universal  immenso” senza le limitazioni fisiche  che divennero le tirannie “classiche” prive dei  mezzi  moderni.
[20] Scrive Miglio “Quando abbiamo identificato l’oggetto dell’0bbligazione politica, abbiamo visto che esso si sostanzia in un’attesa di  sicurezza in merito ai bisogni che ci si aspetta di dover fronteggiare nel futuro: Questo spiega perché ogni ideologia politica contenga –poco o tanto- un’utopia nel senso di qualcosa che ancora non c’è, che riguarda il futuro” op. cit. p. 337
[21] Ciò è vero, ma fino a un certo punto. Lo prova il crollo del comunismo, per il quale il “tornaconto differito” è durato qualche decennio. Ma indubbiamente il comunismo ha sempre avuto  la potente  stampella  della “tirannia burocratica”. La quale pur con i mezzi moderni, è durata assai meno del dominato romano.
[22] Il concetto dell’illusione finanziaria nelle due forme distinte da Puviani dell’evocazione e dell’occultamento è ripetutamente illustrata nell’opera di Puviani. Per riassumerlo riportiamo questi due brevi brani tratti nelle prime pagine “Per illusione finanziaria s’intende una rappresentazione erronea delle ricchezze pagate o da pagarsi a titolo d’imposta o di certe modalità del loro impiego … I giudizi nelle spese pubbliche, coll’occultare certi impieghi di danaro, col metterne in evidenza altri, riescono ordinariamente ad esagerare il valore dello stato, ma talvolta anche a scemarlo oltre i giusti limiti. Anche i giudizi erronei sulla imposizione possono accrescere eccessivamente l’entità di questa o attenuarla, il quale ultimo caso avviene assai più di frequente” v. Teoria dell’illusione finanziaria rist. Milano 1973 p. 6.
[23] Op. cit. p. 341 (il corsivo è mio)
[24] Nel diritto amministrativo è normale distinguere già nella posizione del funzionario nell’Ente e verso l’Ente due tipi di rapporti: quello di servizio e quello d’ufficio. Tra i molti ricordiamo quanto scriveva M.S. Giannini “In ogni caso, tra l’ente e il titolare d’ufficio corrono due rapporti distinti. Vi è un rapporto di servizio, che è un rapporto di carattere patrimoniale, attinente alla remunerazione delle prestazioni del titolare dell’ufficio…l’altro è il rapporto d’ufficio, che è un rapporto di carattere organizzatorio…Il rapporto d’ufficio non attiene al titolare dell’ufficio nella sua meterialità di soggetto (persona, gruppo di persone, ecc.), ma attiene ad una qualità giuridica che la norma attribuisce al titolare dell’ufficio, di agire producendo effetti giuridici che non gli si imputano, esercitando potestà che come soggetto materiale non avrebbe: il prefetto, come persona fisica, non potrebbe ordinare alla forza pubblica di accedere coattivamente in una proprietà privata, anzi nessun soggetto ha tale potere: lo ha lo Stato, che lo attribuisce all’organo prefetto (e ad altri); chi lo esercita è il titolare dell’organo” (v. Diritto Amministrativo, Milano 1970 p. 248 ss.) e ricorda che “Nello scorso secolo la dottrina enucleò la nozione di «rapporto d’immedesimazione organica» per determinare la posizione del titolare dell’organo”. La distinzione giuriodica tra detti due rapporti di Weber avvalora la distinzione tra aiutantato e governati. Mentre quest’ultimi – in democrazia – hanno il diritto d’esercitare funzioni pubbliche ma non hanno né quello d’esser retribuiti, né l’inserimento (stabile e duraturo) nell’organizzazione dell’Ente (nella specie, quello politico per eccellenza, cioè lo Stato), gli aiutanti sono retribuiti e inseriti nell’organizzazione.
[25]Op. cit. p. 343.
[26] V. Miglio op. cit. 343 ss..
[27] V. Miglio op. cit.  p. 346 ss.
[28] K. Marx, La critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico p. 74.
[29] Senza voler citare i “classici” (da Fortunato a Sturzo a Puviani), tra i contributi comparsi negli ultimi anni si ricordano: A. Giangrande Italia degli sprechi, B. Carotti – E. Cavalieri, La nuova semplificazione in Giornale di Diritto Amministrativo n. 20, F. Tartaglia Estetica della pubblica amministrazione Padova 2011 (v. in particolare pp. 85 ss.)
[30] In Principi di scienza della finanza 4ª Ed. Torino 1948 p. 132 (il corsivo è mio). E faceva notare come imposte, tariffe e tasse dovessero essere modulate con aliquote tali da non rendere appetibile l’evaderle (cioè moderate) . Se a queste considerazioni di buon senso, si sostituisce, fra i tanti e tanto sovente ripetuti, l’enunciato perentorio di un Ministro (dell’economia e finanza) secondo il quale “pagare le imposte è bellissimo”, il risultato è (probabilmente) di non ottenere un euro di più e (sicuramente) di irritare i contribuenti i quali, nella stragrande maggioranza, pagano le imposte senza l’entusiasmo del Ministro, che le preleva. Anche Francesco Saverio Nitti criticava la tesi secondo cui l’ordinamento finanziario era “uno scambio”: questo perché comunque v’è coazione: “Lo Stato, secondo alcuni teorici, è dunque un produttore di servizii pubblici: questi servigi vengono scambiati con i cittadini, che ne hanno bisogno. Vi sarebbe niente altro che una permuta. Questa dottrina non è meno antiscientifica della precedente. Come può esservi scambio quando vi è coazione? Non vi è scambio senza un rapporto di equivalenza; non vi è permuta che non sia consensuale. E d’altra parte si può considerare tutta l’opera dello Stato come un insieme di servizi pubblici permutabili? Credere che i funzionari pubblici si adoperino per soddisfare i bisogni collettivi dei contribuenti e che questi a loro volta lavorino per provvedere al mantenimento de’ funzionari pubblici, e che secondo il Bastiat, rimangano immutati da ambo le parti in tutti i casi i principii dello scambio, è concezione quasi puerile” (v. Principi di scienza delle finanze, Napoli 1903, p. 55).
 
[31] Kojève distingue quattro tipi di autorità: del Padre, del Signore, del Capo, del Giudice, a sua volta suddivisibili in sottospecie, A. Kojève, La nozione di Autorità, Milano 2011, p. 27 ss., v. anche sulla nozione d’autorità l’interessante studio di J. Fueyo, L’idea di “auctoritas”: genesi e sviluppo, trad. it. in «Behemoth» n. 47, 2010; è poi interessante quanto scriveva Pareto nel Trattato di Sociologia generale par. 583 ss. (rist. Milano 1981) che dato che l’autorità non poggia su dimostrazioni razionali, ma su credenze “in molti casi rimane il dubbio se l’autorità è fonte della credenza, o invece la credenza – o meglio i sentimenti che ad essa corrispondono – è fonte dell’autorità. In altri moltissimi pare che si sia un seguito di azioni e di reazioni” v. par. 588; e l’avvertenza che il consenso all’autorità (di più uomini) va valutato cum grano salis “Accade ciò, ad esempio, quando si discorre dell’ «universal consenso» poiché è certo che nessuno ha mai potuto assicurarsene presso tutti gli uomini che hanno vissuto, o che vivono sul globo terrestre; ed è pure certo che la maggior parte di essi, il più delle volte, non intenderebbe minimamente le domande alle quali si pretende che diano tutti la stessa risposta” op. cit. par. 589.
Anche Michels ha trattato del concetto d’autorità e del tipo d’atteggiamento che genera nei governati che è d’uopo ricordare almeno per quelli propensi all’obbedienza, tenendo conto che “E’ quindi necessario che il regime di disciplina politica che fatalmente deriva dal governo di una élite sia ispirato da parte della masse non da venerazione nel senso di prostrazione  cadaverica … ma invece da masse ispirate da una adesione cosciente, consapevole (perché la consapevolezza non esclude l’entusiasmo né questo quella) all’operato dei capi carismatici, per essere con esse lavoranti e, ove occorra, doloranti”; onde “Ne scaturiscono quattro atteggiamenti principali: 1) la pieghevolezza naturale dell’uomo debole, o tradizionalista ….4) viceversa l’accettazione dell’autorità o in linea di principio o per necesità tecnica o strutturale della società”; e aggiunge che “L’autorità presuppone  dunque sempre una credenza, o in un potere in sé, o in chi è al potere, od è supposto di esservi e di parteciparvi, o in una persona provvista, o creduta tale, di doti speciali” (v. Studi sulla democrazia e l’autorità a cura di C. Gambescia e Jeronimo Molina, Ed. Il Foglio, Piombino 2015, p. 60
[32] Trattato di sociologia generale, § 1153 e prosegue “È cosa assurda il figurarsi che l’antica feudalità in Europa fosse imposta esclusivamente dalla forza; si manteneva in parte per sentimenti di vicendevole affetto… Si può ritenere la stessa cosa per la clientela romana, per le maestranze del medio-evo, per le monarchie, ed, in generale, per tutti gli ordinamenti sociali ove esiste una gerarchia”.
[33] Op. cit., § 1156. E continua: “Il provare questi sentimenti è condizione indispensabile per la costituzione delle società animali, l’addomesticamento degli animali, la costituzione delle società umane” e descrive il sentimento di autorità in termini non lontani da quello di Kojéve.
[34] Op. cit., § 295
[35] Op. cit. p. 303.
[36] Op. cit, p. 309.
[37] Op. cit. p. 313.
[38] “Questo dipende dall’analisi, che abbiamo condotto, delle funzioni del capo politico. Infatti, una di queste era proprio la decisione in ordine all’ideologia. Nelle società antiche prende l’aspetto di decisione sul terreno religioso, sul culto, mentre in quelle più avanzate, più tarde, come le nostre, la decisione e la gestione dell’ideologia è in ordine a determinate tavole di valori, a determinati punti di valore scelti dal capo politico”. Op. cit. p. 314. Sul rapporto tra aiutantato e proletariato intellettuale v. R. Michels, op. cit., pp. 75 ss.
 
[39] Op. cit., p. 63.
[40] Sul punto sia consentito rinviare al mio scritto La decadenza italiana in Civium Libertas 2014.
[41] Scrive Miglio che “nel momento in ci si fonda l’autorità, quest’ultima incomincia a scaricarsi … l’aggregazione politica nel momento in cui si forma, per la natura e struttura di questo stesso processo, comincia a invecchiare (op. cit. p. 202).
[42] Op. cit. p. 207.
[43] Miglio Op. cit. p. 209.
[44] V. Dove va l’Italia?, Roma 1997 p. 76.
[45] Wirtschaft und gesellschaft trad. it.  a cura di P. Rossi, Vol. I°, Milano 1980 p. 216 (il corsivo è mio).
[46] “Per il senso della sua posizione, egli è qualcosa di diverso dagli altri funzionari, come l’imprenditore e il direttore generale nell’economia privata; o, più esattamente, che egli deve essere qualcosa di diverso. E così è di fatto. Quando un dirigente è, nello spirito della sua prestazione, un «funzionario», sia pure capacissimo – ossia un uomo abituato a compiere diligentemente e onorevolmente il proprio lavoro secondo il regolamento e gli ordini ricevuti – quest’uomo non è da impiegare né a capo di un’impresa economica privata né a capo di uno stato”. Op. cit. nel vol. IV, Milano p. 503.
[47] “La differenza consiste nella specie di responsabilità dell’uno e dell’altro; partendo da questo criterio si può determinare, certo in larga misura, anche la natura delle pretese che si connettono al carattere specifico del dell’uno e dell’altro. Un funzionario il quale – torniamo a ripetere – riceve un ordine a suo giudizio sbagliato può – e deve – fare osservazioni. Se il superiore insiste nell’ordine, non è soltanto dovere del funzionario, ma suo onore eseguirlo come se esso corrispondesse alla sua convinzione, mostrando con ciò che il suo sentimento del dovere di ufficio è superiore alla sua volontà personale. E’ indifferente che il superiore sia un «organo di autorità» o una «corporazione» o un’ «assemblea»: così richiede lo spirito dell’ufficio. Un capo politico che agisse in questo modo meriterebbe disprezzo”. Il concetto di esecuzione va preso nel senso di Weber v. Op. cit. p. 503 ss..
[48] Op. cit. p.63
[49] V. (e pluribus) Wirtschaft und gesellschaft trad. it. cit. vol. V, Milano 1980, p. 502.
[50] “Per generazioni le classi politiche riescono a ottenere il sacrificio di ogni vantaggio immediato, di ogni materiale e preciso vantaggio, dai propri seguaci, in attesa di una realtà protesa nel futuro” mentre il “differimento dello scopo è essenziale per capire anche la dinamica della rendita politica, che è un’immediata monetizzazione” Lezioni di scienza della politica, vol. II, Bologna 2011, p. 339.
[51] Op. cit. p. 210
[52] V. Weber, op. ult. cit., p. 501.
[53] V. «In unione con la macchina inanimata, essa è all’opera per preparare la struttura di quella servitù futura alla quale un giorno forse gli uomini saranno costretti ad adattarsi impotenti, come i fellah dell’antico Egitto, qualora un’amministrazione e un approvvigionamento razionale mediante funzionari – pur ottimi dal punto di vista puramente tecnico – costituiscano per essi il valore ultimo ed esclusivo che deve decidere sul modo di dirigere i loro affari» (già citato nell’introduzione) M. Weber, op. loc. cit.
 
 
 
10) 

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CRUX, AXIS MUNDI

di  Barbara Spadini
 

“L’antichissimo simbolo universale della croce ha origini preistoriche e diffusione pressoché mondiale nelle varie culture e tradizioni conosciute. Soltanto negli ultimi due millenni ha assunto una specifica pregnanza in ambito cristiano, essendo il principale emblema riconosciuto di questa religione.

Accese polemiche sull’uso di questo simbolo negli edifici pubblici italiani, e particolarmente nelle aule scolastiche, hanno recentemente surriscaldato il clima politico dopo la nota sentenza della corte europea che ne impone la rimozione nell’ottica di una visione laica e sempre più multiculturale; forse dimenticando o ignorando (sia i fautori dell’una che dell’altra opinione) il fatto che la croce sia un fondamentale archetipo sacro prima di essere un simbolo di appartenenza religiosa”
(dall’articolo:”Il simbolismo della Croce” di Giovanni Pelosini)
 
 “Il sacrificio è il mistero più prezioso celato in ogni cuore vivente, non importa in quale forma o in quale parte dell’universo”.   Mouni Sadhu
(La rota magica dei Tarocchi, volume secondo, Lezione 54)
 
 
Il simbolo della Croce  nacque probabilmente in epoca preistorica quale segno di “sintesi” fra tutto ciò che in Natura si percepisse come uguale, contrario e complementare: un segno orizzontale indicava il femminile, un segno verticale il maschile. Unirli al centro voleva indicare creare un equilibro, quell’equilibrio di forze, energie, concetti, idee su cui poggia il senso stesso  dell’Universo, del Mondo, dell’Uomo.

I quattro campi formati dalla croce permettevano, inoltre, di sintetizzare rapidamente il concetto di “elemento” (acqua, aria, terra e fuoco), principi su cui si fonda la composizione della materia ed anche il concetto di  “orientamento”, all’interno del quale definire tutto lo spazio conoscibile in sicure direzioni (Nord, Sud, Est, Ovest), creando anche relazioni di senso tra Natura ed Uomo, fra Sacro e Profano, fra Divino e Naturale, fra Cosmico e Terrestre:
 
Una primitiva croce tracciata sul suolo dell’allora sacra Terra consentiva di stabilire il “centro” e di convenire che il Sud era indicato dal braccio che puntava verso il Sole quando raggiungeva il punto più alto sull’orizzonte. Conseguentemente il Nord era indicato dal braccio opposto della croce, che faceva alzare lo sguardo alla stella fissa del Settentrione lungo l’asse del mondo. A sinistra c’era Est, da cui sorgeva la luce circadiana; e a destra Ovest, dove il Sole e le altre luci scomparivano ogni giorno e ogni notte” (art. cit.)
 
Si può ragionevolmente affermare che la Croce, archetipo sacro primordiale, nel tempo e nelle varie culture sia sempre stato associato all’armonia e all’unità di tutte quelle “forze” agenti umane e divine sulle quali si regge il senso sacrale dell’esistere.
 
Il disegno della Croce è, infatti, associato sia a quello del cerchio che la contiene sia  anche a quello dell’albero: entrambi i simboli richiamano il sole ed la vita, la sintesi fra elementi passivi, terreni, femminili, materiali e inferi ed elementi attivi, celesti, maschili, sacri e divini.
 
Segno universale e trasversale a quasi tutte le culture e tradizioni da Oriente ad Occidente, la Croce trova la sua radice  nella parola sanscrita “krugga” (bastone) e viene chiamata stauròs (palo) in greco e es (albero) in ebraico.

Rinviando ad una  quadripartitura spaziale, essa è collegata al numero quattro, un numero carico di valenze simboliche e di significati: tuttavia, l’incrocio dei suoi bracci rinvia al numero 5, alla “quintessenza”, al centro, al cuore. La tradizione cristiana ha conferito alla croce un arricchimento simbolico ulteriore, facendola diventare centro e cardine della Fede. Essa rappresenta la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo, Uomo integrale e Dio unico e trino  (come sintetizza il gesto liturgico del segno della croce).

Gesù sulla croce è Dio “scandalo e follia”, il Padre che per amore sacrifica la sua divinità scegliendo di essere uomo, patendo e  morendo da condannato, per amore verso la sua creatura, l’uomo.  Gesù, il Figlio, al cento nel gesto del segno della croce, diviene quintessenza  e centralità nel progetto divino e via per la salvezza dell’uomo.

Ecco che la quadratura del cerchio è completata sulla croce e per mezzo della croce, che attraverso Cristo, Dio e uomo, inchiodato al centro dei pali, mette in perfetta comunicazione il basso con l’alto, la tenebra con la luce, il divino con l’umano,  il maschile e il femminile, gli inferi e il paradiso, la morte con la vita, il terreno con l’ultraterreno in una complementarietà che è sintesi e superamento di ogni opposto.

La croce è anche esperienza superumana, allusiva della conoscenza: Odino appeso, il tarocco XII, il crogiuolo alchemico (o crucibulum da crux), ove la materia prima  si fonde nel fuoco e viene trasformata,  mostrano chiaramente come la via del sacrificio di sé e del dolore consapevole – il viaggio iniziatico – portino alla consapevolezza della Luce.

In quest’ottica la svastica, deprecato simbolo nazionalsocialista, altro non è che una croce di sole, diffusa tra le popolazioni indo-europee di India e Persia (culti mitraici) i cui raggi  rappresentavano il moto apparente di questa stella da oriente a occidente (da destra a sinistra, guardando verso Nord) , poi assunta come simbolo araldico della Thule Geselschaft nel 1919 nella versione destrogira, indicante il percorso ascendente del sole dal solstizio d’inverno a quello d’estate.

Queste riflessioni sparse, frammenti di pensiero sacro, dovrebbero far pensare a cosa significhi indossare una croce, che oggi, in un  grande e superficiale abuso, viene svilita a pura decorazione estetica e sfoggiata o esibita  su abiti, gioielli e complementi modaioli vari.  Chi scrive, invece,  la vede rozza, di legno e radicata al suolo come un albero, tesa al cielo, inondata di luce e con, al centro, una rosa rossa: l’Amore è l’Axis mundi, il fiore che nasce  da   consapevole conoscenza e sacrificio.
   

“Presero dunque Gesù. Portando egli stesso la Croce, si diresse al luogo detto il Cranio, in ebraico Golgota. Là lo crocifissero, e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù in mezzo”     (dal Vangelo di Giovanni, 19,17-18)



 


11)

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LO SPECCHIO E LE SIMMETRIE DELL'ANIMA
riflessioni sparse


di  Barbara Spadini 
 

Tutto ciò che è atto a mostrare noi stessi a noi stessi  induce a due differenti comportamenti: ritrarci o restare.

Così penso abbia fatto anche il primo uomo che si sia imbattuto nell'acqua e vi abbia guardato sopra, scorgendo il proprio volto: paura della visione, con conseguente ritiro del sé; comprensione della visione; seconda occhiata alla visione e superamento della paura iniziale.
C'è chi si riconosce, accettandosi anche nello specchio, pur nei limiti esteriori e interiori del proprio io; c'è chi, invece, sa anche piacere a se stesso ed  indulgerà – in qualche volteggio vezzoso - nel rimirare la propria “imago”riflessa; c'è poi chi non si vuol bene, purtroppo, e  non avrà troppi specchi per casa; poi, come sempre, c'è chi di fronte allo specchio... riflette: uno specchio – infatti- si può attraversare, entrando così in un mondo differente, che spazia dalle simmetrie alle favole, dai miti alle metafore.

C'è uno spazio diverso, sul fondo dello specchio: una superficie che tanto assomiglia all'acqua ed all'anima umana  e si risolve in  un gioco di  riflessi, le cui regole sono quelle del doppio. Così lo specchio diviene strumento di conoscenza  o di punizione, oggetto-ponte fra realtà e fantasia, mezzo magico d'indagine nell'oltre e metafora della nostra vita, se è vero che uno specchio in frantumi riflette tra le proprie schegge un'immagine simile a quel che siamo diventati  oggi, piccole luci di un insieme perduto, lievi bagliori di arcobaleni immaginati, irrisolti residui di tempi non spesi.

Un colpo di scopa e lo specchio rotto si elimina: restano... sette anni di  guai e, tra i suoi  taglienti pezzetti, microscopiche particelle di noi.

Specchiarsi comunque  mette paura, rivelarsi a se stessi anche: sono in gioco, di fronte allo specchio, tutti i timori umani e gli umani difetti, difetti che lo specchio svela indifferente, oggettivamente ed imparzialmente... direi con crudele efferatezza.

Ordinando  dunque le riflessioni (e mi piace usare la parola “riflessione” in tema di specchi), partirei proprio dall'etimologia della parola specchio, precisando che nel mondo speculare  si può anche giocare con le immagini e rovesciarle.
 
Qual è la verità?  Siamo noi, nello specchio, ove quel che è destra diviene sinistra?  O siamo altro da noi, in una simmetria rovesciata?  Per specchio intendiamo la superficie levigata che riflette i raggi luminosi che la colpiscono e dunque riflette anche l'immagine che essi formano.
 
Speculum, dal latino specere (= guardare , osservare) - a sua volta derivato da una radice  indoeuropea, spek con il senso specifico di  “guardare”, comune  anche al sanscrito pacyami (io vedo), nel greco spektomai, nel gotico speha e nel tedesco arcaico spehon, da cui si pensa derivi l'italiano spia - è un termine in stretto rapporto con specie  che in latino significa: “ aspetto esterno” e con spettro:  “ ciò che appare”.
 
Il “come” si realizzino le immagini sullo specchio, quale sia il rapporto fra immagini reali ed immagini riflesse, fra raggi incidenti e raggi riflessi, è stato in tempi antichi oggetto di stupore e di meditazione: da qui le leggende intorno alla sua capacità magica di attrazione.  La parola speculum ha poi un rapporto con il termine  speculare (=esaminare con attenzione, indagare dall'alto) e con speculazione (=indagine filosofica, teoretica ed, in senso negativo, approfittare di...).  Ma allora lo specchio riflette solo  ciò che appare o permette invece di andare oltre, alla ricerca di  senso? L'etimologia consentirebbe l'una e l'altra ipotesi...  E la tradizione?  E la letteratura?  E l'esoterismo, le religioni, i miti, le civiltà come hanno interpretato la funzione dello specchio?

Gli specchi, secondo varie tradizioni, sarebbero in grado di imprigionare l'interiorità umana, l'anima. Anticamente era infatti in uso, nella stanza in cui veniva composto un defunto, coprire gli specchi, per permettere un trapasso sereno nell'aldilà.  Da questo deriva certamente anche il tradizionale riconoscimento di “colui che vaga senz'anima”, il vampiro, il non-riflesso per eccellenza ed anche il modo più sicuro per uccidere un basilisco, istantaneamente folgorato dalla propria immagine allo specchio o comunque riflessa.  I nativi americani avevano un timore riverente per gli specchi, scoperti con l'avvento dell'uomo bianco, un timore esteso anche verso le macchine fotografiche, poiché oggetti in grado di “rubare” la parte sacra dell'uomo, la propria immagine: la saggezza tramandata di padre in padre, riconduceva l'immagine all'intimo ed al profondo dell'essere umano, ritenuto emanazione dello Spirito e quindi da rispettare quale segno divino.  Lo specchio è anche legato al senso della vista, strumento umano di indagine del sensibile, ma adatto anche a scrutare l'oltre.  Ecco che lo sguardo ha una duplice funzione: vedere con gli occhi non è tutto. Gli occhi sono infatti anche  “specchio dell'anima” e quindi tramite fra esteriorità ed interiorità.  Lo sguardo diviene veritas quando riflette il dentro e vanitas quando diviene contemplazione di sé (Narciso).  Il caduco (la bellezza) e l'eterno (l'essere ed il vero) rendono quindi duplice la valenza  dello specchio, in un riconoscersi e perdersi continuo e, a volte, ambiguo.

Questa duplicità veniva utilizzata dai Sassoni in modo analogico: lo Specchio Sassone - raccolta normativa di fondamentale importanza per il Medioevo tedesco - si fondava sul principio secondo cui, così come un essere umano poteva osservare se stesso in uno specchio, allo stesso modo tutta la società potesse nello Specchio rilevare ciò che era lecito e giusto.
 
La tematica della specularità è tema ricorrente nelle letterature, legando romanzi come: "Cuore di tenebra” di Conrad oppure: "Uno, nessuno e centomila” di Pirandello  al concetto della conoscenza di sé e del doppio, caro alla psicologia ed alla psicanalisi ed anche ad autori quali Borges:

“...lo specchio è, come noto, una delle più ossessive costanti tematiche del grande scrittore argentino, sempre attratto dal fantastico (ossia da quelle «ombre» che si rendono disponibili alla vista «oltre» o «attraverso» lo specchio) e sostenitore di un’idea di letteratura intesa come menzogna.  Lo specchio è deformante per definizione: restituisce un’immagine inversa a quella del reale.   Ma anche per questo è un mefistofelico tentatore: seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere. Ci consente di gettare lo sguardo sul nostro volto (almeno per analogia), quel volto che altrimenti ci sarebbe il più straniero di tutti, e soprattutto ci consente di affacciarci su un mondo diverso: il mondo capovolto, il mondo degli opposti.  Per la cultura popolare, il mondo capovolto coincide sempre con il grottesco, con la carnevalizzazione. Ma per uno scrittore sapienziale come Borges il mondo capovolto apre anche alle possibilità non realizzate, agli universi paralleli della moderna cosmologia, alla verità della filosofia, alla realtà della semantica (o almeno dei segni).  Anche i segni e le parole difatti sono specchi, riflessi di qualcosa d’altro con il quale pure non coincidono (...) Anche le parole, come le immagini allo specchio, ingannano e seducono. Se per Pasolini la critica era «descrizione di descrizioni», per Borges la letteratura è «falsificazione di falsificazioni». Come Narciso, siamo condannati a pensarci attraverso strumenti deformanti, che ci restituiscono un’immagine di noi stessi nella quale non possiamo mai riconoscerci appieno.  Ma in questo comune destino Borges non avverte nessun senso di tragedia o di perdita irrimediabile. Nella sua opera, anzi, la condanna diventa motivo di gioia. Perché le parole, come le immagini dello specchio, non esistono solo in quanto riflesso, non sono un nulla, sono a loro volta realtà: un acquisto di realtà, una moltiplicazione inesauribile della realtà.  Nell’opera di Borges la realtà non è mai qualcosa di dato: una cristallizzazione di eventi che si possono cogliere una volta per tutte in una funeraria e ideologica identità.  L’identità uccide.  Non ha a che fare con la vita, ha a che fare con l’ideologia della morte. Nemmeno con la morte nella sua risolutezza, bensì con la sua ideologia, la sua falsa coscienza: cioè con quello che crediamo che la morte sia, non con ciò che essa è. Nell’opera di Borges, la realtà (la vita) si fa, si moltiplica attraverso le parole e gli specchi.  Si apre all’infinito, come aprono all’infinito due specchi collocati l’uno di fronte all’altro.  Non so se qualcuno abbia studiato le strutture temporali (della storia e del racconto) di questo grande scrittore.  La mia ipotesi è che la sua concezione della letteratura e dell’esistenza lo emancipi tanto dal tempo ciclico delle culture premoderne (riabilitato prima da Vico e poi, alla fine della modernità, da Nietzsche) quanto dal tempo lineare della cultura cristiana ereditato dall’illuminismo e dalle ideologie della borghesia (socialismo compreso). Bisognerebbe verificare. Ma, forse, anche il tempo in Borges è un prodotto delle parole e degli specchi e cioè è qualcosa che non trascorre, qualcosa di non separabile (in contrasto con l’etimologia) oppure di separabile solo arbitrariamente, qualcosa che è sempre disponibile e percorribile a piacere, in avanti e indietro, in un eterno dionisiaco modificare e modificarsi.”
(G. Gallo. Lo specchio di Dioniso, Fuorimargine: Borges, Parole allo specchio)
 
 
Anche le fiabe hanno certamente utilizzato gli specchi come varco o porta fra mondo reale e mondo fantastico, ove non valgono le comuni  leggi fisiche, come per Alice, nell'aldilà dello specchio o dove un protagonista si misura con il proprio antagonista, in un gioco di chiaroscuri la cui apparente idoneità alla comprensione dei bambini cela spesso significati ben più complessi:

"Dobbiamo dire però che, il più celebre specchio  magico, quello universalmente conosciuto, non è quello di Cagliostro, ne alcuno fra tutti quelli che abbiamo precedentemente citati in ambito religioso o misterico, ma quello della Regina cattiva della fiaba di Biancaneve. Quello famoso che viene interpellato con le parole: “Specchio delle mie Brame chi è la più bella del Reame?"  

Siamo già stati, in un altro articolo, su questa fiaba straordinaria.  In questa sede ci limitiamo  ad esaminare soltanto alcuni particolari dello  specchio. Esso invia alla Regina Nera la sua  immagine speculare, che è ovviamente Biancaneve-bianca, figliastra ma non figlia della donna nera.  Qui potremmo analizzare il fatto che due potenti elementi femminili si sfidano, dal diritto e dal rovescio di uno specchio, come Ecate e Diana e forse qualcosa di più.  Solo che la Regina Nera della fiaba, non accetta la condivisione del potere con una Regina Bianca. 

Se volessimo azzardare un'estensione ermetica potremmo dire che c’è un' opposizione fra plenilunio e novilunio. La vera magia è nel novilunio, la vera luce è nel novilunio. Ma chi è colui che annuncia la luce e precede la Luna-specchio, nel cielo?  E’ la stella Lucifero.  E costui, che sotto la veste serpentina, indica a Eva la mela da cogliere: il Lucifero  l’annunciatore della luce ma anche delle tenebre.
 
Ma in questo strano gioco si inserisce una mela stregata.  L’antesignana di tutte le mele stregate è appunto  la mela di Eva che, come sappiamo dona la  conoscenza del Bene e del Male… ma anche il sonno  e la separazione dall’intelletto senza speculazione, la separazione dell’anima dall’Uno.

Ecco che, per il lettore sagace, si chiude il giro: Lucifero (portatore di luce ma anche di
ego), lo specchio (portatore di verità) e la mela (portatrice di sonno e di parzialità).

Specchiare se stessi, conoscersi realmente mette  paura.

"Per questo un'immagine speculare di noi stessi… è sempre inquietante. Si rischia di perdersi… o di  trovarsi.”  (C. Lanzi, La luna nel pozzo e la magia degli specchi)
 
Nel cristianesimo l'intelletto di Dio si riflette come in uno specchio nella manifestazione, come dire che il creato è specchio del suo creatore; nelle religioni d'oriente Amaterasu è simboleggiato da uno specchio che richiama il sole; nel buddismo del Tibet la vacuità multiforme del mondo sensibile è tutta riflessa in uno specchio.

Vanitas, Veritas e Prudentia sono  quindi  e come prima accennato, i riflessi etici che uno specchio emana in tutte le credenze religiose.  Legato a Vanitas, la figura mitologica di Narciso, una figura mitologica greca  figlio di Cefiso, divinità fluviale, e della ninfa Liriope.  Secondo il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, Narciso era un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia. Tuttavia Narciso preferiva passare le sue giornate cacciando, non curandosi delle e degli  spasimanti; tra questi era la ninfa Eco.  Rifiutata da Narciso la ninfa, consumata dall'amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un'eco lontana.  Non solo Eco, ma tutte le giovani ed i giovani disprezzati da Narciso, invocarono la vendetta degli dei. Narciso venne condannat da Nemesi ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell'acqua.  Disperato perché non avrebbe potuto soddisfare la passione che nutriva, si struggeva in inutili lamenti, ripetuti da Eco.  Resosi conto dell'impossibilità del suo amore Narciso si lasciò morire. Quando le Naidi e le Driadi  cercarono il suo corpo per poterlo collocare sul rogo funebre, trovarono vicino allo specchio d'acqua il fiore che prese il suo nome. 

Si narra poi che Narciso, quando attraversò lo Stige, il fiume dei morti, per entrare nell'Oltretomba, si affacciò sulle acque del fiume, sempre sperando di vedersi riflesso. Ma non riuscì a scorgere nulla a causa della natura torbida, limacciosa di quelle acque. In fin dei conti però, Narciso fu contento di non vedere la sua immagine riflessa perché questo veniva a significare che il fanciullo-se stesso che amava, non era morto ancora.
 
Questo mito ci  riporta al proporsi continuo della figura dell'uomo che guarda se stesso cioè : "all'inclusione nel mondo dell'uomo che guarda se stesso (...)  A partire dai territori del mito greco, l'enigma dello specchio sarà infatti l'enigma dell'altro e dello stesso, l'enigma dell'identità e della differenza, della verità e dell'illusione (...)”.

Lo specchio diviene dunque instrumentum philosophiae dove: "l'oggetto riflettente, dagli inizi greci della riflessione scientifica fino all'ultima stagione del pensiero contemporaneo, diviene la metafora stessa della filosofia.  Infatti la figura dell'uomo che si guarda, con la vertiginosa fuga dall'autoreferenza, riassume , con la potenza che è propria dell'immagine, la ricorrente ambizione della filosofia per un sapere assoluto e senza resti, totalizzante ed autofondato. Ma di fronte a questo sapere l'avventura figurale dello specchio racconta anche la storia simmetrica e speculare di quel soggetto che, alla scuola del riflesso, diviene conoscitore di se stesso e insieme, come suggeriva l'ultima saggezza di Nietzsche, carnefice di se stesso” (presentazione del libro di A. Tagliapietra “La metafora dello specchio”, Bollati Boringhieri, 2008, di Giuseppe Girgenti)
 
Esiste poi un significato esoterico che lo specchio assume per l'iniziato, ma che ritengo profondamente valido per ogni persona che intenda ricercare se stessa: mettersi di fronte ad uno specchio è  prendere coscienza del sé esteriore ed interiore, così come esso è , nella cruda verità... il che significa accettazione prima e superamento poi della propria povera nudità, fatta di difetti, caducità, debolezze e imperfezioni.

 
Ogni conoscenza, che è un cammino verso e oltre se stessi, reca un dolore insopportabile, per l'essere umano, quello della verità, a cui non è possibile mai sottrarsi, men che meno di fronte alla propria immagine, deformata o rovesciata che sia.

Lo specchio dunque : piccolo dolore quotidiano del “quae fuerint - quae sint - quae mox ventura trahantur
 

 
* ringrazio l'Associazione Culturale La Simmetria di Roma dal cui sito ho tratto stimoli, spunti , riflessioni ed articoli...
 
 
 
 
     
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IL TEMPO  e  L'ILLUSIONE

di  Barbara Spadini
 
 
Riflettere sul tempo sembra cosa assurda. Sappiamo bene cos'è, il tempo. Da quando l'uomo ha imparato a possederlo, con la clessidra prima, con l'orologio poi, è prassi comune chiedersi:  "che ora è?”.   Da tanto, invece,  l'orologio mi pare inutile.  Mi pare inutile “misurare”.  Del resto l'uomo, misura di tutte le cose, quello del “possiedo, quindi sono”, ha imparato a impossessarsi anche dei secondi, per ottimizzarli, per consumarli, per goderli, per viverli al massimo... vivere il tempo.  E' un bel concetto, saper vivere il tempo.

Oggi, come ieri, gli uomini di buona volontà, super produttivi, hanno condotto le loro auto di gran carriera  in direzione posto-di-lavoro, alzandosi “per tempo” per avere “il tempo” di fare una  doccia, vestirsi come il tempo richiede, uscire, bere un caffè-lampo  al bar con veloce lettura del quotidiano, lavorare a ritmo sostenuto, consumare un breve spuntino, tornare a lavorare in orario, poi rientrare a casa non troppo in ritardo,  ritagliarsi del “tempo libero”, dormire quel poco tempo che si può... hanno “vissuto” il tempo, tra l'altro dicendo al cellulare almeno a dieci persone: "eh, sai, non ho proprio tempo”.

Vorrei far notare l'affermazione: "NON HO TEMPO”.

E' un'affermazione gravissima: prima di tutto superba, perchè il tempo non è possesso dell'uomo. Ed è doppiamente superba perchè ammette per ognuno di noi di non volersi soffermare sull'altro da sé, togliendogli tempo (là dove volere, potere e dovere sono un unico concetto, divisi solamente dall'ipocrisia genetica da cui l'uomo è afflitto da sempre). E così l'uomo post moderno dà e toglie il tempo a piacere, a se stesso, agli altri, agli eventi. Controlla il tempo e lo scandisce a propria misura. Fa del tempo un uso consumistico, lo “adopera”... Ed ecco che l'affermazione – corollario: "tempo sprecato” risuona come un rimprovero all'agire, al produrre, all'essere, all'altezza dei ritmi imposti dalla società.

L'uomo non ha il tempo, nel senso che non lo possiede affatto. L'uomo non è il tempo, nel senso che col tempo non si identifica,  pur desiderandolo, dicendo a se stesso “sono figlio del mio tempo”... L'uomo è nel tempo, ma ne ha perso la consapevolezza.  Progressivamente il concetto di tempo è stato sostituito, operazione moderna, dal concetto di storia.  Da qui la “misurazione”: date, cronologie, catalogazioni documentarie di eventi “secondo il tempo” in cui sono avvenuti. La storiografia ha evoluto il concetto di “tempo” nel concetto disciplinare e accademico di “studio”.  Così a scuola si studia “la storia”. Si prendono anche i voti, in storia, si valuta l'apprendimento della disciplina, quindi si studia per forza o per amore la storia.  Mi piacerebbe sapere, allora, perchè i bambini sono così felici quando - giocando - perdono la cognizione del tempo che passa... o perchè un adulto coinvolto in un proprio hobby o interesse smette di guardare l'orologio... semplicemente perchè si è rimpossessato della vera idea di tempo, cioè vi è stato “dentro” senza misurarlo?  Credo di sì.  Credo proprio sia così.  Sveglie e orologi: qualcosa non va....
 
Tempo lineare e tempo verticale
 
Indietro non si può, mai, tornare. Quel che è fatto, è fatto. Potendo tornare indietro, quante cose non si rifarebbero. O quante, non fatte, si potrebbero fare. E qui quanta poesia: i rimpianti, i rancori - che sono poi rimpianti col grugno - i per sempre ed i mai. E quanta filosofia: i ritorni ciclici, gli eterni ritorni, il destino, il fato, il tempo perduto...  Perdere il  tempo? Non sia mai: oggi bisogna evitarlo, bisogna “accorciare” le distanze, buttarsi “a capofitto”, produrre "freneticamente”, ridurre gli imprevisti, che sono – naturalmente - interferenze inutili nel tempo produttivo.  E così, la fascia “produttiva” della società è quella “attiva”. O giudicata tale, nel segno della quantità di tempo che mette a disposizione del lavoro: forse chi non produce non merita il tempo?  O ne è escluso?  Certo: mia nonna non lavorava ma, quando faceva la sfoglia per le tagliatelle, ci metteva tanto tempo. Un tempo rituale, quello della farina e delle uova, che si amalgamavano sotto la magia plasmatrice delle sue mani veloci, che poi stendevano, impastavano e stendevano ancora... e che poi, ancora, tagliavano in listarelle la pasta, la adagiavano ad arte, la lasciavano riposare...  il tempo di mia nonna era differente dal mio tempo, fatto di tagliatelle confezionate, che non lascerà nelle mie figlie alcun  ricordo, nessun tempo passato ad osservare.  Ecco che il tempo produttivo della fabbrica di tagliatelle mi pare inumano. E quello di mia nonna assolutamente divino. Tanto può il ricordo: ed il ricordo è conoscenza ed è tempo.

Ogni essere umano che si possa dichiarare tale, intendo che sa identificare se stesso come ancora “umano”, riconoscerà che c'è il tempo naturale, quello fisico e quello divino.  Cos'è l'uomo senza intuire il proprio sé quale parte della natura, o senza la percezione di sé in sé  e la percezione d'essere anche altro da sé?  Fin dalle origini, allora, la percezione del triplice sé era legata al tempo triplice delle dimensioni proprie dell'uomo totale, dell'uomo completo, dell'uomo-progetto originario.  A questo triplice tempo, aggiungerei un tempo escatologico, quello che sarà eternamente, inteso – naturalmente - secondo la propria Fede. Ma questo “quarto tempo” per ora lo lascerei sospeso e in speranza di divenire tale. Vorrei verticalizzare: la dimensione delle Idee è grande quanto grande è la spiritualità creativa dell'uomo.  Il tempo, la freccia che ci lega al divino, il ponte che ci congiunge all'Infinito, è innato in ognuno di noi.  E' spazio libero, è ordine e potenza, è nostalgia infinita di percezione - pur confusa - della nostra vera essenza, è desiderio compulsivo di riunire le parti di noi stessi in un quadro più ampio.  Il tempo verticale è il tempo di Dio. Non c'è religione che non insegni ad alzare gli occhi al Cielo, in uno slancio spontaneo verticale, per oltrepassare il limite umano e contemplare l'infinito, che è sempre azzurro-incompiutezza.  I miti dell'uomo sono sempre verticali: alberi altissimi, montagne sacre, abissi profondi.  Oggi, al massimo, conserviamo la volontà di guardare il cielo per sapere se pioverà o no... perduta la consapevolezza della necessità di adorare il verticale, un'architettura invisibile di elevazione che tocca l'anima, lo spirito, l'intelligenza e l'interiorità di ognuno di noi.  Il tempo divino, quindi, è quello verticale: una vertigine che l'uomo può vivere solo nel dubbio, perchè certezze metafisiche – a meno di una Fede profonda - non sono date.  Sistemi filosofici, teologici gnostici o agnostici, teosofie, ateismi ed ogni altro codice di pensiero... verso Dio si sale comunque – nell'accettazione o nel rifiuto - in verticale.  I Giganti che scalano l'Olimpo, tuttavia, appaiono miti sorpassati, oggi più che mai, quando scalare un'idea o spendersi per essa, diventa una fatica intellettuale enorme. Meglio il confronto tecnologico con il concreto, un piano nel quale l'uomo d'oggi gioca le sue carte “alla pari”.  Si pensa e si soffre meno.  E così eccoci al tempo lineare, la freccia lanciata all'orizzonte.  Quella che ci consente di chiamare vita la nostra esistenza: infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia.  Tutto si consuma, anche il tempo della vita, in un lancio che non è slancio, perchè non “tende a”: vola dritto, in attesa della fine della corsa.  Se poi il bersaglio venga o meno centrato, sta al nostro fare, sempre fare, strafare.

Come ci poniamo, in questa corsa, nei confronti di noi stessi, degli altri, degli eventi, dei sentimenti? Siamo in un “carpe diem”, che cantiamo - stonatamente - all'unisono, orientati dal   fatto che l'uomo deve trovare il proprio piacere ed il proprio comodo.  In questo tempo lineare, eticamente mal speso, si consuma tutto, in un vortice di follia collettiva che non ammette  rinunce o sacrifici ma prende ogni giorno d'assalto frontale, guerrieri contro il tempo che è sempre poco.  Mai una riflessione, mai un cogliere l'oltre, mai una fantasticheria sull'altrove... perchè soffrire, se ci hanno insegnato che la parola d'ordine è “limitare i danni”, “scegliere il male minore”, “circondarci di comodità ”?  Perchè riflettere sull'esistere, quando la vita si vive, si fa?  Vivere da protagonista oggi significa in fondo mettere insieme le immagini di più spot pubblicitari: giovani, belli, di successo, eleganti, curati, circondati da oggetti di lusso e di marca, sempre sorridenti e ... di corsa.  Nelle pubblicità un essere umano che pensa non l'ho mai visto. O che scrive una lettera, o legge un libro, o si riposa contemplando.
 
Ed è del tempo circolare che vorrei parlare, parlare tanto: il tempo vitale  della contemplazione, della perfezione.
 
 
 Tempo circolare
 
Tutto ciò che il Potere del Mondo fa, lo fa in circolo. Il cielo è rotondo, e ho sentito dire che la terra è rotonda come una palla, e che così sono le stelle. Il vento, quando è più potente, gira in turbini. Gli uccelli fanno i loro nidi circolari, perché la loro religione è la stessa nostra. Il sole sorge e tramonta sempre in circolo. La luna fa lo stesso, e tutt'e due sono rotondi. Perfino le stagioni formano un grande circolo, nel loro mutamento, e sempre ritornano al punto di prima. La vita dell'uomo è un circolo, dall'infanzia all'infanzia, e lo stesso accade con ogni cosa dove un potere si muove. Le nostre tende erano rotonde, come i nidi degli uccelli, e inoltre erano sempre disposte in circolo, il cerchio della nazione, un nido di molti nidi, dove il Grande Spirito voleva che noi covassimo i nostri piccoli.”

(Black Elk, Alce Nero, Hehaca Sapa - wichasha wakan , sciamano, uomo sacro dei Lakota Sioux)
 
 
 
Ciò che veramente abbiamo perso, oggi, è il senso ed il tempo del cerchio.   Il cerchio implica simbolicamente per l'uomo un modo d'essere che è stato obliato, come tante antiche tradizioni sacrali che per millenni hanno fatto parte della sua essenza originaria.  Vorrei citare solamente e per  intenderci la valenza del cerchio nella leggenda di Re Artù, il significato della disposizione in cerchio di capanne, monumenti e  necropoli delle antiche civiltà,o l'abitudine di comunicare seduti in cerchio degli antichi Saggi.   Ancora si potrebbero citare i vari culti legati al Sole; il simbolismo sacro, alchemico, magico,esoterico, iniziatico  mediato dal cerchio; il senso di perfezione che il cerchio ispira e nel quale è possibile includere ogni tipo di figura geometrica.   Ancora mi viene spontaneo un accenno al Circolo Celtico, mitizzato ma espressione di una verità druidica fondante ed imprescindibile, per capire la civiltà celtica in generale: ogni luogo è possibile ma provvisorio, perchè la vera vita è Aldilà, dove Aldilà implicava anche l'idea di “ritorno a”.  Da qui l'usanza celtica di sapersi serenamente- dopo vittorie o sconfitte- riconciliare coi propri nemici e saper vivere fra loro senza scomporsi nel rispetto, riconoscendo che il potere non è la chiave di lettura della vita.   Potrei andare oltre, ma la riflessione che può meglio tramutarsi in immagine è quella dei binari delle ferrovie brutalmente imposti nelle pianure dei Lakota: linee diritte dell'uomo bianco che facevano a pugni con la natura circolare dei Sioux.
“ Se uno non va di persona nel Dakota... non capisce... nelle grandi pianure c'è un grande orizzonte rotondo che ti circonda, non hai questo nostro senso delle prospettive, della verticalità, il dover segnare i percorsi, perchè sei sempre immerso in un gigantesco cerchio..”     (Gianfranco Manfredi, creatore dell'albo Magico Vento).

Il popolo Lakota, nomade per vocazione, non si spostava mai in linea retta, orizzontale, ma in cerchio, come si spostavano le grandi mandrie di bisonti. Si trattava cioè di un sistema di vita nomade che tornava sui propri passi.  Significava, cioè, spostarsi per seguire un ciclo naturale, all'interno del quale nulla era identico a sé.   Si può parlare di un nomadismo ciclico ed esplorativo: mai un Sioux avrebbe impiantato la propria tenda nell'identico luogo, perchè era dei Sioux la consapevolezza che tutto gira su se stesso, il mondo all'unisono con le sfere celesti e ciò fa cambiare i punti di riferimento.  Ecco anche l'orientarsi Sioux senza bisogno di strade, le strade diritte dei bianchi, delle quali i Lakota non comprendevano minimamente il senso e l'utilità.  “Se scegli una strada lineare, è per non tornare”, dicono gli indiani. Questo fa comprendere appieno il senso del loro tempo circolare, dell'eterno ritorno, che segue la legge ciclica del Cosmo. 

Il tempo circolare è crescita: “una crescita che avviene all'interno della propria coscienza, in armonia con le leggi della Terra e del Cosmo, nel cerchio del tempo che va e ritorna come le onde del mare, senza alcuna progressione lineare”  (Elda Fossi, Gli indiani d'America).

Senza pretendere di aver esaurito qui la complessa visione esistenziale e sacrale dei Lakota, mi piace quindi proseguire nella riflessione sul tempo circolare  ricordando che esso è proprio anche di altre tradizioni: è il tempo della Liturgia cattolica, delle stagioni, dell'alternarsi dei mesi dell'anno, dell'agricoltura dei nostri avi, del sorgere del nuovo giorno, del rinascere della Fenice, delle religioni orientali.  Nella nostra cultura occidentale, invece,  prevale e continua a prevalere l'idea del tempo come conquista, che porta e porterà l'uomo sempre più ad accentuare la visione del sè individuale sul collettivo, mai sentendosi parte di un tutto che ispira  contemplazione.  Ecco che spendere bene il proprio tempo significa recuperare l'idea di fermata: una fermata necessaria a far luce sulle vere prerogative umane, che non sono certo quelle dell'avanzare a tutti i costi.  Ecco perchè i Sioux sono stati definiti dai bianchi  ignoranti ed inferiori: per non condividere il senso del tempo come progresso lineare. 

Il tempo delle conquiste deve lasciar posto al tempo sacrale del “ sentirsi parte”: con buoni auspici per il rapporto perduto col proprio sé interiore, per la qualità del rapporto con gli altri, per il miglioramento dello stile di vita di tutti.  Non ci sono orologi nel Tempo dello Spirito: a questo ritorno è doveroso iniziare a pensare.
 
 
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Ancora su un libro di Giovanni Sessa…
(La meraviglia del nulla)

L'autore introduce il richiamo al dionisismo
in relazione al cristianesimo tragico di Emo


di Giovanni Damiano

La_meraviglia_del_nulla_SESSA.jpg

 
(dal sito Totalità  2014)



 “Cette clandestinité de la vie privée sur laquelle
on ne possède
jamais que des documents dérisoires

  (Guy Debord) 


Con malcelata amarezza, Roberto Melchionda (autore, sia detto per inciso, di un memorabile libro sulla filosofia evoliana, Il volto di Dioniso), oramai più di un quindicennio fa, notava come nell’area culturale non conformista italiana la filosofia non fosse attività “di casa”, aggiungendo che tale “deficit”, a suo parere “difficilmente negabile”, fosse al contempo “un’anomalia storica e un controsenso teorico”. Anomalia storica e controsenso teorico, perché di certo non erano mancati robusti precedenti, da Gentile a Evola e a Locchi, tanto per fare qualche nome (ma ricordo anche, en passant, l’importanza di Giuseppe Rensi nella ricostruzione delle origini dell’ideologia fascista, ad opera di Emilio Gentile).
    
Al di là delle ragioni di tale estraneità, che richiederebbero uno studio specifico per essere analizzate con l’attenzione che meritano, non c’è dubbio, a mio parere, che le parole di Melchionda non abbiano, purtroppo, perso d’attualità con lo scorrere del tempo. Se guardiamo agli ultimi anni, il panorama è desolante. A parte i meritori lavori di vari accademici (tra cui Lami, Di Vona e Bigalli) principalmente, ma non solo, su Evola, ad eccezione di un altro bel libro sempre di Sessa su Michelstaedter (Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, 2008) e di un notevole testo di Di Dario su Giamblico (Il divino Giamblico, Edizioni di Ar, 2012), c’è il vuoto.
    
Ecco perché nei confronti dell’ultimo volume di Sessa dedicato a Emo (La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, 2014) è necessario tener vivo il dialogo, in modo da non veder svanire nello sterile gioco delle recensioni una delle rarissime occasioni di riflessione su temi filosofici offerte dall’ambiente non conformista italiano.
    
Ora, essendomi soffermato in precedenza sul transattualismo emiano (nello scritto Su Andrea Emo. In dialogo con Giovanni Sessa), prenderò qui in considerazione il capitolo, tra i più ricchi a livello teoretico, dedicato da Sessa al dionisismo in Emo.
    
In realtà, già nella chiusa del capitolo sul transattualismo, Sessa introduce il richiamo al dionisismo in relazione al cristianesimo tragico di Emo. Eppure, se il cristianesimo tragico è immagine non del Christus triumphans, vincitore sulla morte nella gloria trasfigurante della Resurrezione, ma del Christus patiens,sofferente nel vertiginoso abbandono dell’ora nona, perché Dioniso? Il Dio greco, in quanto archetipo della vita indistruttibile (Kerényi), sembrerebbe essere abissalmente lontano dal Cristo inchiodato alla croce, il corpo straziato dai suoi carnefici e l’animo segnato dal silenzio di Dio, pur senza dimenticare le vicende dell’orfico Dioniso-Zagreo, fatto a pezzi dai Titani per poi rinascere a nuova vita, le cui analogie con la passio cristica impressionarono così tanto la Romantik
[1].
    
Ma se in Emo “cristianesimo tragico e dionisismo corrispondono” (Sessa, p. 113) è per una ragione più profonda che ‘scavalca’, per così dire, ‘all’indietro’, cioè in direzione dell’origine (che è al contempo apertura su un futuro possibile, dunque anche sguardo ‘in avanti’) le pur evidenti differenze tra i due. È quella che Emo chiama “unità dei contrari” (cit. in Sessa, p. 113), ossia la capacità (prettamente e innanzitutto dionisiaca) di abbracciare il tutto senza però rinnegare astrattamente la parte, anzi trovando in questa la vera ‘dimora’ di quello. Lo nota perfettamente Sessa quando, proprio in riferimento a Kerényi, afferma che la vita infinita, la physis inesauribile, che è Dioniso, si “manifesta pienamente nelle forme individuali” (p. 115). E in quanto unità, e dunque “sguardo totalizzante sul mondo” (Sessa, p. 121), Dioniso è anche la “divinità della contraddizione” (ibid.), ed è, perciò, il Dio del raccolto, cioè il Dio che raccoglie ogni cosa in sé, rendendo in tal modo la parte ebbra del tutto (si veda la relazione vino-liquore vitale-genius in Onians), ed invasata, perché ‘vaso’ di tutto ciò che è
[2]. Questo, e non altro, è il misterodi Dioniso e della vita. Un ‘fondo’ in cui ribollono tutti i contrari nella loro intima e indissolubile unità (che però non li perde nel loro esser contrari), e che, simul, non è ‘rappresentato da’, ma è il ‘fondo’ di ogni ente. L’infinito insomma è, emianamente, nella presenza, nell’atto, lezione già chiarissima al Leopardi de L’infinito, che lungi dal pensare l’inafferrabilità dell’infinito, come vorrebbe Antonio Prete, lo pensa nel ‘cuore’ stesso del finito.
    
E infine, non è paradossale scoprire, con Emo, il volto genuinamente cristiano, tragico e vitale assieme, del massimo esponente del dionisismo rinascimentale, ovvero Giordano Bruno. Ancora una volta (in attesa di un nuovo inizio che sarà anche nuova fine) dionisismo e cristianesimo tragico si saldano in un fragile equilibrio che il rogo acceso a Campo de’ Fiori spezzerà per i secoli a venire.



Note:

[1] Al riguardo, cfr., giusto a titolo d’esempio, M. Frank, Il dio a venire. Lezioni sulla Nuova Mitologia, Einaudi, Torino 1994, in particolare le pp. 259-321.
[2]Giustamente Sessa (p. 121), sulla scia di Colli, rileva come l’orgiasmo dionisiaco sia tutt’altro che riducibile alla mera esplosione senza freni, quasi animalesca e incosciente. Così come non è neppure unio mystica, dissoluzione senza residui nell’Uno.
 

 
 
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I FIORI DELLA SCIENZA

di Roby Guerra

e-book La Carmelina  Edizioni - Ferrara

(a cura di Redazione MeteoWeb
02.12.2015)


 
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Per la Carmelina Edizioni (Ferrara-Roma) è uscito di Roby (o Roberto) Guerra, Fiori della Scienza XXX, opere futuriste complete (1985-2015).

Praticamente, come dal sottotitolo, un florilegio del futurista ferrarese, noto anche a Roma Capitale per alcuni libri saggistici futuribili con Armando editore – Futurismo per la nuova umanità...Gramsci 2017, Marinetti 70 (a cura di – e con Antonio Saccoccio, quest’ultimo ricercatore digitale di Tor Vergata Università, Roma, fondatore del netfuturismo, il gruppo ufficiale attuale futurista italiano di cui Guerra è attivista e membro) e certa militanza nella Scuola Romana di Filosofia Politica dei vari Sessa e Giovannini.

Guerra ha riprodotto in chiave digitale eBook, le raccolte originarie degli anni ’80: Fiori della Scienza, Yooroppa, Futuropa, Commodore 64, L’Ariosto sulla Luna, più Futurguerra 2017 del 2000 e integrato con due lavori più recenti, Il Canto di Hal 9000 (2011) e (inedito 2015) Lotta amata x il futurismo-Figli di Internet (dedicato al futurista e transumanista americano Zoltan Istvan), in fac simile a colori come le edizioni originarie cartacee. …30°ideale anniversario compleanno… della nuova poesia futurista di cui l’autore è protagonista nel futurismo contemporaneo “A che serve scrivere se non è dinamite?” divinava Nietzsche: e Guerra conferma l’iconoclastia perturbante di Marinetti e i futuristi storici, riformulando le parole in libertà in versi microchip e ultraminimali al passo con l’era prima elettronica nascente e oggi post Internet. Un inno 3.0 alla poesia come scienza, in orizzonti neuromantici e translirici. “Ninna Nanna Robot..”… il primo testo in assoluto scritto e tradotto. anche in linguaggio binario!

Il critico Riccardo Roversi (Come riportato anche graficamente nel libro digitale) ha già segnalato l’autore tra i più importanti poeti futuristi degli ultimi 30 anni dalle colonne de Il Resto del Carlino. La retrospettiva appare assai interessante in tal senso: le raccolte degli anni ’80 alla luce del divenire storico e del 2000, sembrano effettivamente “profetiche”, intuizioni che confermano l’artista come (secondo McLuhan) antenna della storia o persino, alla luce ad esempio di ricerche recenti (ad esempio di L. Zemer e S. Zeky, La Bella e la Bestia. Arte e Neuroscienze , Laterza, o dello stesso Vitaldo Conte, docente Belle Arti di Roma, Pulsional Gender Art, Avanguardia 21) della dimensione estetica e d’avanguardia in particolare come in certo senso via parallela alla conoscenza scientifica del cervello o la mente umana”: Cosi i neuroscienziati di cui prima “…E’ sorprendente come le questioni affrontate dall’arte di oggi siano esattamente le stesse che sfidano le neuroscienze”. Ovviamente tale letteratura e nello specifico futurismo d’anticipazione trascende la stessa specifica poetica di Guerra in questione. In Italia, viene dagli stessi futuristi, da scrittori di gran fama come lo stesso Calvino, la sua fantascienza (e il saggio stesso retroilluminante Cibernetica e Fantasmi), più in generale la musica elettronica e la fantascienza sono certamente il campo espressivo centrale e più riconoscibile in tal senso. Ma ben venga, in certa Italia ancora troppo sbilanciata su posizioni arcadiche difensive sul futuro e la tecnologia in certe espressioni letterarie, anche una nuova poesia che finalmente canta la scienza come grande immaginario degli anni duemila, per una nuova bellezza contemporanea e per evoluzioni sociali verso società della conoscenza quanto mai urgenti nel divenire storico attuale, complesso e minacciato, come indicano le cronache, da gravi implosioni e regressioni sociali.

Una delle Poesie da
Fiori della Scienza, 1983…

LEONARDO DA VINCI 
DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE/IMPARIAMO AD AMARE /A CONOSCERE/ LE EMOZIONI/ DELL’UOMO/ A VIVERE/ NELLA PERFEZIONE/ IL CUORE/UMANO/TI AMO/ PRONUNCEREMO TI AMO IN TUTTE LE LINGUE /IN TUTTE LE VARIABILI INFINITE TRA 0 E 1/ 1 E 2/ TRA UN NUMERO E L’ALTRO /TRA UN NUMERO E IL SUO DIVENIRE /UMANO TROPPO UMANO /NOI ROBOT SIAMO FIGLI DELL’UOMO /“ DIO IN PERSONA INVENTÒ I NUMERI”/EPPUR TI AMO.
 


 
INFO :
https://www.bookrepublic.it/book/9788899365059-fiori-della-scienza-xxx/


 
 
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MIA MOGLIE

di Biagio Luarella

(dalla raccolta: "Fantasie di un perdigiorno")
 
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Nella sua precedente esistenza è stata senza alcun dubbio un’ape. Ne ho la certezza.  Come ho la certezza che, se quella è infondata, questa è indubitabile: si reincarnerà in un’ape; come spiegare altrimenti quel suo volare di fiore in fiore?
Nel giardino, che ha eletto a  dimora del suo maggior tempo, delle sue gioie multicolori e delle sue tristezze quando l’inclemenza del tempo o l’avarizia del terreno la fanno disperare di portar su quelle pianticelle scovate in rischiosi nascondigli e  trapiantate nel giardino per salvarle dal processo di inselvaticamento,  le primule portate dal bosco la chiamano a liberarle dalle erbacce; di quelle acquistate nei vivai che con lo scolorirsi delle corolle e l’appassir delle foglie dichiarano la loro origine artificiale destinata all’”usa e getta” stagionale, anche se ha  imparato a disdegnarle, ha  pena e non le abbandona pur conoscendone il fatale destino.

Ai piedi di un olmo ha riunito insieme ranuncoli anemoni e iris, e mentre la credi irreperibile in mezzo a loro  china a curarli, appare come un insetto spaventato  e infastidito (fortunatamente per me è  priva di pungiglione) se chiamandola per una qualche banale incombenza  l’hai distratta dalla speranza di salvare un ramoscello di rosmarino spezzato dall’ultimo vento. 
Il dolce sorriso con cui si intrattiene a mostrarmi i  vari colori con i quali i giacinti  annunciano da autentici esibizionisti  la loro presenza ha il color del miele, specialmente se  è illuminato dal sole.

Ma  le adunate di tulipani come una crocchia di compagni disseminati qua e là nelle varie aiole a gareggiare in bellezza fra loro la fanno  a volte restare indecisa a quale dare la preferenza, tanto che,  infine, non volendo far ingelosire nessuno dedica a ciascun carezze e parole talché i grossi calici si inchinano, aiutati dal vento, a ringraziarla.

Occorre stare attenti a non calpestare i ranuncoli che a centinaia punteggiano con la loro corolla smaltata di giallo il prato, cosa che a lei riesce benissimo  (al contrario  di me che alla fine rinuncio alle acrobazie preferendo starmene seduto, dopo l’ultima volta che inavvertitamente mi è capitato di calpestare una nascente orchidea) grazie alla leggerezza con la quale si muove schivando fiore da fiore, aiuola da aiuola,  arbusto da arbusto, guidata probabilmente da quell’istinto da ape che è rimasto celato in qualche piega della sua veste di essere umano.

E’ quello stesso istinto, infatti, che la ispira ad  invidiare alle api il fatto di vivere di solo nettare, ( cosa che farebbe con grandissima gioia senza alcun rimpianto per il cibo consumato dalle altre specie animali),  la loro possibilità di visitare tutti i fiori del mondo, intrattenersi fra gli stami e le corolle, ammirarne le venature, i colori, le innumerevoli forme, inebriarsi ai mille svariati profumi…….naturalmente a me queste cose non le dice per tema di essere considerata un po’, diciamo pure, stravagante.
Ma io  indovino questi suoi segreti sentimenti dal tono ronzante con cui gli parla, quasi la dimestichezza con i fiori fosse  il suo modo d’essere più naturale, come ad un insetto quello di girovagare e vivere tra loro.
La primavera e l’estate sono le stagioni della sua maggior gloria  quando la sua figura sembra perdersi  nel  rigoglio dei fiori e dei  profumi intensissimi delle ginestre, delle acacie e delle rose che misti al ronzio concertante dei mille  calabroni e vespe e scarabei ed  al gridìo dei rondoni  saettante dall’alto assieme al felice cinguettio delle recenti nidiate nascoste nel fitto intrico dei cipressi, la rendono ebbra di sparire in un mondo fatto di sola vibrante luce multicolore.
Ama tutti i fiori, dai più umili ai più osannati, e li salverebbe tutti dal pericolo di essere calpestati, recisi, gelati dall’inverno o bruciati dall’estate, se avesse  i poteri divini di Flora, ma essendo Irina dal fato mortale, è forzata a penare un po’ nel tentare di conservare almeno il ricordo di quanti non riesce a salvare segnando il luogo dove son nati nella speranza che la prossima primavera si rifacciano vivi.

E cosa pensate faccia le notti d’estate quando gli insetti, api comprese, vanno a dormire e s’ode soltanto il cullante chiacchierìo dei grilli? Alle stelle dà solo una occhiata fuggevole, le sente troppo lontane, irraggiungibili, remotissime dalla sua  più umana e comprensibile terrestrità. Ciò che la guida nel folto delle ombre come un’ape in preda all’insonnia, è il profumo dei fiori che la notte sprigionano la loro più forte intensità come a significarle che anche essi non dormono e che abbisognano della sua compagnia.

Cosi che anche al buio indovina la loro presenza e si intrattiene fra loro ignorando il cicaleccio conviviale degli ospiti che nel contemplare le stelle si interrogano, mentre la bottiglia di aglianico  passa di mano in mano, sul destino dell’universo, e poi  della terra, e poi del nostro povero paese, poi della ultima crisi economica,  tra una osservazione e l’altra sui riprovevoli e talora incomprensibili comportamenti muliebri. 

Ho già detto che ama tutti i fiori? Si, l’ho detto. Tuttavia, pur sapendo di non poterglielo far notare  a pena di cagionarle una inutile smentita, ho per certo che il fiore che ama di più è l’eterna, perfetta, insostituibile rosa, quella che  da sola è tutte le rose e proprio quella, la rosa di Omar, la rosa che inebria le farfalle, la rosa che riposa petalo contro petalo, la rosa cantata dai poeti, il fiore perfetto e caduco come tutte le cose che si sono compiute, la misteriosa rosa che matura nel segreto del suo calice  l’effimera ed eterna bellezza. La rosa che, in numerose specie, in multiformi e variopinte incarnazioni regna sovrana in un angolo di terra che la sua caparbia dedizione ha trasformato, da luogo avaro, brullo e difficile, in un giardino la cui opulenta efflorescenza è un incanto che ricorda la festosa pace dell’Eden.    

 

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  (Giorgio Locchi)
 
 
INTERVISTA

di Adriano Scianca
a
Stefano Vaj


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(da vari siti, 2007)

(Riportiamo questa ormai lontana intervista di
Adriano Scianca a Stefano Vaj perché crediamo
che non abbia perso nessuno
dei valori di riferimento...
al proposito possiamo anche far  rimando
al testo di
Giovanni Damiano "Sovvertire il tempo"
nella sezione "Scuola Romana...",
per  qualche non secondaria
sollecitazione critica...
Sandro Giovannini)



***
 
A. S.:  Ci sono pensatori che dalla caduta nel dimenticatoio escono come rinvigoriti, rigenerati, quasi che l'oblio li avesse tenuti al riparo dalle mode culturali per conservarli nella loro impenitente inattualità.   Di questi è senz'altro Giorgio Locchi, cuore e testa pensante della prima Nouvelle Droite, intellettuale di smisurata profondità, pure sostanzialmente dimenticato per anni se non nel ricordo di pochi amici e "discepoli". Dobbiamo quindi ringraziare Stefano Vaj, noto professionista milanese e locchiano di ferro, per la sua preziosa opera di recupero e "divulgazione" delle tesi del pensatore romano ormai in atto da anni. Il risultato di questo sforzo filologico è l'antologia di scritti locchiani per i tipi della Società Editrice Barbarossa, dal titolo Definizioni. (a cura di Stefano Vaj, 2007, S.E.B., Società editrice Barbarossa, Orion Libri). Abbiamo incontrato Vaj per scambiare quattro chiacchiere a proposito di quest'opera, di cui egli è curatore.

ADRIANO SCIANCA - Allora, Stefano, cominciamo dal titolo: "Definizioni". Non ti sembra un po' ambizioso per una raccolta antologica di un autore a tutt'oggi assai poco conosciuto?

STEFANO VAJ - Il titolo Definizioni vuole rispecchiare l'ingannevole "semplicità" locchiana. Locchi nei suoi scritti non si presenta, non si "colloca", non lancia slogan o programmi, non discute le sue intenzioni. Dice quello che deve dire e basta. Per applicare espressioni inglesi ad un autore italiano di cultura essenzialmente tedesca che ha vissuto gli ultimi cinquant'anni della sua vita a Parigi, ciò che scrive è semplicemente "matter-of-fact" e "to-the-point". Il resto non farebbe che distrarre il lettore dal contenuto, o farglielo leggere con la pericolosa idea di avere "già capito". Spesso, la reazione di chi legge un suo articolo e ne resta sorpreso è: "ma chi è l'autore?". Alla risposta "Giorgio Locchi", la replica tipica è "Sì, ma chi è Giorgio Locchi?". Ora, Giorgio Locchi è semplicemente quello che diceva e scriveva: giornalista de Il Tempo dalle corrispondenze anodine e dalla vita assolutamente ritirata, non ha mai fondato alcunché, non aveva nessuna credenziale particolare, non ha mai giocato alcun ruolo nell'accademia o nell'editoria, nella politica o nei salotti intellettuali. D'altra parte, per molti è stato davvero, nei suoi pochi scritti e nei contatti personali, "colui che crea le cose dando loro nome", come il "visionario" della omonima poesia di Stephan George che è stata letta nel corso del suo funerale nel 1992. Come la mia introduzione al libro documenta, almeno tre generazioni di intellettuali europei, quasi tutti più famosi di lui, sono stati drasticamente influenzati dal suo pensiero - foss'anche alla fine in relativa opposizione ad esso - come nel caso di Franco Petronio, di Marcello Veneziani o di Marco Tarchi. Le idee di molti di loro restano discusse pubblicamente; altri sono finiti in redazioni importanti, hanno scritto libri, ottenuto cattedre universitarie, seduto in parlamenti, curato collane editoriali. Ciò ha fatto sì che molti scritti compresi in questo volume servano anche a documentare il proverbiale battito d'ali della farfalla in Cina che risulta alla fine causalmente collegato con un uragano in Brasile. Infatti, grazie anche alle mediazioni suddette, non ultima quella di Alain de Benoist, non è poi difficile al lettore identificare la grande portata, a livello culturale, politico e di mentalità, che hanno finito per assumere le idee di Locchi; il cui nome d'altronde continua a riemergere, si tratti di un scritto di Paolo Isotta sulla musica tonale o di un intervento politico sul futuro di Alleanza Nazionale (cfr. l'articolo di Vincenzo Tanzi apparso sul Secolo d’Italia del 24/2/2007).

A.S. - L'articolo contro le interpretazioni progressiste di Nietzsche, contenuto in questa raccolta, doveva ben apparire una voce isolata nel panorama culturale dell'epoca in cui apparve. Non credi che invece negli ultimi anni siano emerse interpretazioni più equilibrate che danno sostanzialmente ragione a Locchi?

S.V. - Locchi, che aveva una estesissima frequentazione in lingua originale dell'intera opera del filosofo tedesco che pochi possono vantare, ritiene che Nietzsche sia dinamite, e che lo stesso sia all'origine di uno Zeit-Umbruch, di una "frattura-del-tempo-della-storia", che può certamente essere occultata, ma non veramente rimossa. In questo, la sua opinione è vicina non solo a tutto il sovrumanismo italiano della prima metà del novecento, ma anche al pensiero post-moderno, principalmente francese, contemporaneo, o alla consapevolezza al riguardo che emerge sempre più in personaggi che vanno da Severino a Cacciari. Del resto, quando la frequentazione da parte di costoro di autori "proibiti" è avvenuta anche grazie o tramite suggestioni e contatti contemporanei, l'influenza seppure molto mediata di Locchi su questi ultimi è sempre stata ben presente. In ogni modo, l'articolo in questione rappresenta tutt'oggi un grande contributo in termini di chiarezza, e non ha nulla a che fare con i cataloghi di "padri nobili", regolarmente incompresi e spesso neppure davvero letti, con cui taluno tentava di reagire al "recupero" ed alle "assoluzioni interessate" di autori proibiti o sospetti da parte della cultura dominante.

A.S. – Un’altra sezione è invece dedicata a Wagner. Dopo la scomunica nietzscheana ed evoliana del compositore, ci voleva proprio qualcuno che ne ricordasse l'importanza epocale, non trovi?

S.V. - L'influsso di Wagner sulla cultura europea, ancor più fuori dalla Germania (si pensi solo a Gabriele D'Annunzio, a George Bernard Shaw, a Mallarmé), è ben noto. Meno percepito è il ruolo di Wagner nella creazione, appunto con Nietzsche, di una sensibilità nuova, che rappresenta il superamento radicale della visione lineare e determinista della storia in fondo comune alle varie forze ed ideologie che nell'ottocento e nella Belle Epoque si contendevano le spoglie di una modernità esausta, e che ancora oggi restano ampiamente egemoni. Locchi fa emergere tutto ciò in modo inequivocabile, facendo parlare non i tentativi "filosofici" più o meno goffi del compositore, ma la sua opera artistica, a livello letterario e soprattutto musicale. In questo ricompone anche la frattura accanitamente ricercata da Nietzsche, per ragioni in fondo "umane, troppo umane", e gli equivoci anche ideologici che questa ha generato. In questo, l'articolo sulla Tetralogia contenuto in Definizioni è anche un'introduzione ideale ad un altro libro di Locchi, ovvero Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, (saggio introduttivo di Paolo Isotta, Akropolis, 1982) oggi ripubblicato integralmente on-line.
 
A.S. - Volendo trovare un fil rouge nei testi così diversi che compongono l'antologia, credo che il tema dell'Europa sia di gran lunga quello determinante. Oggi che l'europeismo è di moda, in che senso il pensiero locchiano può fornire un valido aiuto per chi voglia essere fino in fondo un "Buon Europeo"?

S.V. - Il "buon europeo" di Locchi è chiaramente quello di Nietzsche e di Drieu La Rochelle.  E' colui che nella esplorazione delle origini più lontane, e di un progetto per l'avvenire degno delle sue radici, sa esprimere una identità, una differenza ed una volontà storica volte a portarlo al di là di quella che viene percepita da tutti come un'era di decadenza per il nostro continente, in termini culturali quanto demografici, economici quanto politici e militari. Questo in effetti rappresenta un leit-motif che è presente non solo quando Locchi si occupa della complessa dialettica tra il concetto romano di imperium ed il nazionalismo moderno, ma persino, più sottilmente, anche quando tratta dell'antropologia di Lèvi-Strauss o della linguistica indoeuropea o delle scienze umane.

A.S. - Sei reduce dalla pubblicazione di un fortunato saggio intitolato Biopolitica. Il nuovo paradigma, uscito per lo stesso editore di Definizioni. (S.E.B., 2005, con un’Appendice di Guillaume Faye).  C'è molto di Locchi anche in questa tua fatica, se non sbaglio…

S.V. - Il testo in questione, come il libro Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale che avevo pubblicato una ventina d'anni fa, ed in fondo quasi tutto il resto di quello che ho scritto, rappresenta in effetti null'altro che l'applicazione a temi particolari di un metodo e di una visione del mondo di cui io, come altri, sono profondamente debitore a Giorgio Locchi. Guillaume Faye ha scritto in Archeofuturismo: "Ho avuto solo due maestri, Friedrich Nietzsche e Giorgio Locchi. Il primo non l'ho mai incontrato, il secondo sì". Parole quasi analoghe utilizzava Gennaro Malgieri in un articolo pubblicato in occasione della sua morte. Ciò detto, come nel luogo comune relativo alla progenie nietzschana, molto di quello che io o Faye o Malgieri abbiamo scritto, a Locchi forse non sarebbe interessato granché, e su singole posizioni forse non avrebbe neppure incontrato la sua approvazione. Ma quello che davvero marca l'importanza di un autore non è il fatto di lasciare alle spalle una chiesuola di epigoni ed esegeti, ma la sua capacità di aiutarti a pensare sino in fondo ciò che pensi, a "divenire ciò che sei".


 


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RESOCONTO
convegni (2014-2015)
E.O.S. + CENTRO STUDI HELIOPOLIS
di Trieste


a cura di Gianpaolo Dabbeni
 
Con la collaborazione di  Heliopolis Centro Studi Internazionali FVG
Con la collaborazione dell’Associazione Italo-Americana FVG
Con la collaborazione dell’American Corner di Trieste
Con la collaborazione del
Centrum Latinitatis Europae, Aquileia (Udine)
 
 

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1   CONVEGNO

MERCOLEDI’ 9 APRILE 2014  Ore 17.00-19.0
“SALONE  MATTEUCCI”  DEL CENTRO SERVIZI VOLONTARIATO
C/O  IL SEMINARIO VESCOVILE
VIA BESENGHI  N.16  2° PIANO
VOCE E VOCALITA’: L’ESPRESSIONE DELL’ESSERE
 
Descrizione: L’incontro  si propone di mettere in evidenza l’importanza della voce umana per la comunicazione e lo sviluppo delle relazioni interpersonali , a partire dai primi contatti madre-bambino fino alle fasi estreme della vita.  Obiettivo: La consapevolezza delle potenzialità connesse all’impiego della vocalità  può diventare una risorsa per tutte le persone, particolarmente per quelle impegnate nell’ambito educativo , sociale e sanitario . La voce, infatti,  è uno strumento potente e universale, che si può imparare ad  usare per implementare il benessere proprio e altrui, in particolare nelle relazioni di aiuto.Relatori :DOTT.SSA(MT)  Ioanna PAPAIOANNOU: Importanza della voce umana per lo sviluppo delle relazioni interpersonali;  PROF.  Alessandro  PACE:  La vocalità per educare ed  integrare;  MUSICOTERAPISTA(MT)  Antonella GRUSOVIN: Voce e vocalità in musicoterapia;   Presiede:  DR. PROF. Gianpaolo DABBENI, Presidente di  EOS  e  di  HELIOPOLIS.
 
 

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MERCOLEDI’ 14 MAGGIO 2014  Ore 17.00-19.30
“SALONE  MATTEUCCI”  DEL CENTRO SERVIZI VOLONTARIATO
C/O  IL SEMINARIO VESCOVILE
VIA BESENGHI  N.16  2° PIANO
 
2    CONVEGNO
LE  UNIVERSITA’ DELLA  TERZA  ETA’ 
E  I  METODI  DI  INSEGNAMENTO 
TRA SOCIALIZZAZIONE E  QUALITA’.
 
   Descrizione e Obiettivo :  In  una società che sempre  più è  caratterizzata da un progressivo invecchiamento della popolazione,  le  Università  della Terza  Età  rappresentano  luoghi  dove, oltre  agli aspetti  tipicamente  formativi si  uniscono tutti  quegli elementi  di  socializzazione indispensabili  a  quel  target  generazionale  denominato  appunto  “Terza Età”.  La  comprensione  delle  motivazioni  che spingono  persone  con età superiori  ai  sessantacinque  anni  a  frequentare  le  lezioni e  a  molti  docenti  ad  insegnare  volontariamente  sono elementi  molto utili  per evidenziare  i  metodi  formativi  idonei  alla  sintesi  di  cultura e  socializzazione.   Relatori:  DR. Biagio MANNINO, Esperto di  comunicazione e formazione degli  anziani; Presiede:  DR. PROF. Gianpaolo DABBENI, Presidente di  EOS  e  di  HELIOPOLIS
 
 

 
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VENERDI’  26  SETTEMBRE  2014  Ore  18.00-20.00
AUDITORIUM  DELLA CASA  DELLA  MUSICA
VIA CAPITELLI  3   34121  TRIESTE
 
3   CONVEGNO 
“COMUNICAZIONE NON VERBALE
NELLE RELAZIONI D’AIUTO”
 
Descrizione e Obiettivo :La conferenza si propone  di  fare conoscere  alcune metodologie di comunicazione non verbale con le persone che hanno perso la capacità di comunicare con la parola oppure si trovino in una condizione nella quale sia difficile esprimere verbalmente i propri pensieri e sentimenti.  La conoscenza di queste metodologie può risultare particolarmente utile a tutte le persone che prestano assistenza ( volontaria o professionale ) alle persone che per anzianità o malattia si trovino nelle condizioni suddette. Relatori: METODOLOGIE, Loredana Civita, IL CONTATTO CON-TATTO COME VALORE AGGIUNTO NELLA RELAZIONE D’AIUTO   ( MA NON SOLO IN QUELLA …); Franco Naglein.  Presiede:  DR. PROF. Gianpaolo DABBENIPresidente di EOS e Heliopolis.
 

 
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GIOVEDI’ 20 NOVEMBRE 2014  Ore 17.00-19.30
C/O  HOTEL URBAN DESIGN “SALETTA  ROSSA”
VIA PUNTA DEL FORNO N°3  TRIESTE

4   CONVEGNO
L’ISTRIA  E  LA DALMAZIA COME  IMMAGINI  TRASLATE  DELL’UNIONE EUROPEA: IL  RUOLO  DEL VOLONTARIATO  NELLE ASSOCIAZIONI  DELL’ISTRIA E  DELLA  DALMAZIA.

Descrizione e Obiettivo :  il contesto  in  cui oggi l’Europa  si  viene  a trovare  vede  una  serie  di  problematiche  che  devono  essere  affrontate  coniugando  la capacità  di  modificare  il  sistema  istituzionale  europeo con  il  rispetto  della  storia,  delle  culture,  delle lingue,  delle tradizioni  che, molto diverse  tra  loro,  sono  presenti  in  Europa.  In  modo analogo  osserviamo  come  già  dai  tempi  del  Sacro  Romano  Impero  si  notava  una  pluralità  di  lingue,  tradizioni  e  culture  diverse,  oltre  alla presenza  di  confini  che,  sebbene  caduti,  permangono in  un  sistema  educativo  e  psicologico.  L’Istria  e  la  Dalmazia  rappresentano  la  traslazione  del  sistema  Europa,  un laboratorio  per  la  comprensione  del  sistema,  un  luogo  in  cui  portare  sinergie  collaborative  al  fine  di  unire  ed  esportare  l’esperienza  ed  il  livello UE, anche attraverso il prezioso contributo delle associazioni di volontariato.
Relatori:   Renzo De VIDOVICH, Presidente  della Fondazione Rustia-Traine:
IL Novecento in controtendenza storica; Avv. Paolo Sardos  ALBERTINI, Presidente Lega Nazionale, Trieste; “Istria: La Nazione come alternativa all’Ethnos”; Presiede: Dr. Prof. Gianpaolo DABBENI, Presidente di  EOS e Heliopolis-
 
 

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VENERDI’ 28 NOVEMBRE 2014  Ore  17.00-19.30
“SALONE MATTEUCCI” DEL CENTRO SERVIZI VOLONTARIATO
VIA BESENGHI N°16 TRIESTE  2° PIANO
 
5   CONVEGNO
“LE  ASSOCIAZIONI  DI  VOLONTARIATO 
A  LIVELLO  INTERNAZIONALE”

Descrizione e Obiettivo: Il Convegno si propone di far conoscere le varie Associazioni di Volontariato che operano in vari settori in Europa, e di far conoscere il ruolo del  volontario e le implicazioni del  suo servizio, come figura di Educatore e Parente in modo da stabilire un rapporto più stretto con l’interlocutore.   Relatori: Federico  STRANI:  IlVolontario, tra l’Educatore e il Parente Acquisito; DR. PROF. Gianpaolo DABBENI,  Docente di Lingue e Letterature Straniere, Le Associazioni  di  Volontariato  in  Gran Bretagna  e negli USA; PROF. Rainer  WEISSENGRUBER, Docente di Lingua e Letteratura Latina, LINZ (AUSTRIA); Il Ruolo del Volontariato nel mondo scolastico come integrazione didattica.

 

***
 
GIOVEDI’ 29 OTTOBRE  2015  Ore 17.00-19.30
C/O  HOTEL URBAN DESIGN “SALETTA  ROSSA”
VIA PUNTA DEL FORNO N°3  TRIESTE
 
6   CONVEGNO
“RIFLESSIONI SUI DIRITTI CIVILI NEL MONDO”

 
Descrizione e Obiettivo : IL Convegno si propone di analizzare il valore dei diritti civili nel mondo e l’importanza di rispettarli.  Relatori:Dr. Prof. Gianpaolo DABBENI, Docente di Lingue e Letterature Straniere. “I Diritti Civili nelle Popolazioni Native del Nord-America”;  Andrea BELVEDERE, Dr. In Giurisprudenza, Trieste, “I Diritti Civili nella Costituzione Italiana”.

 


 
18)

I VERI PADRONI DEL MONDO



I VERI PADRONI DEL MONDO
Le quattro banche e le otto famiglie
 
Alfredo Jalife Rahme
 
(da http://ilfattaccio.org
di martedì 06 ottobre 2015)

 
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Le quattro grandi banche di Wall Street
e le otto famiglie collegate
che dominano la finanza mondiale

 
I media russi che trasmettono informazioni in forma alternativa (rispetto ai media occidentali) si sono presi la briga di sviscerare e segnalare in modo specifico quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni - le quattro mega banche - che hanno il controllo della finanza mondiale, come è venuto alla luce dai risultati inquietanti di una ricerca fatta da “Russia Today”: queste sono BlackRock, State Street Corp,- FMR/Fidelity,- Vanguard Group.

È risultato fra l’altro
anche che la “privatizzazione globale dell’acqua” viene attuata dalle stesse megabanche di Wall Street, in concomitanza con la Banca Mondiale, fatto questo che arreca benefici nel suo insieme al nepotismo dinastico della famiglia Bush (grande famiglia di petrolieri), i cui componenti stanno cercando anche di prendere il controllo delle fonti d’acqua dell’Acuífero Guaraní in Sud America, una delle maggiori riserve d’acqua dolce del pianeta. Già nel 2012 il precedente legislatore texano Ron Paul - padre del candidato presidenziale Rand, uno dei creatori del poi rinnegato “Partito del Te”, venuto poi meno, ma che è stato anche uno dei migliori esperti fiscali degli Stati Uniti - aveva segnalato che i Rothschild possiedono le azioni delle cinquecento principali multinazionali riportate nella rivista Fortune che sono controllate a loro volta dalle quattro grandi banche di Wall Street (“the Big Four”): la BlackRock, la State Street, FMR/Fidelity e Vanguard Group (che strana coincidenza). Adesso Lisa Karpova (LK), della Pravda.ru, è riuscita a penetrare, con la sua indagine, nei dedali della finanza globale ed ha commentato che si tratta di  "sei, otto o forse 12 famiglie, che sono quelle che veramente dominano il mondo, pur sapendo che è un mistero difficile da decifrare”.
           
Come può essere possibile che esista in pieno secolo XXI, un secolo ultra tecnologico e di trasparenza democratica (secondo gli apologeti del progresso, ben controllati anche loro) tanta opacità per arrivare a conoscere coloro i quali sono i plutocrati mega banchieri oligopolisti/oligarchici che detengono le finanze del pianeta? LK arriva alla conclusione che le otto ridotte famiglie, che sono state ampiamente citate nella letteratura, non si trovano lontane dalla realtà: Goldman Sachs, Rockefellers, Loebs Kuhn e Lehmans a New York, i Rothschild di Paris/Londra, i Warburgs di Amburgo, i Lazard di París, e Israel Moses Seifs di Roma. Vada pure avanti la polemica per cui, a mio giudizio, la lista risulta incompleta e non sono tutti quelli che vi si trovano e neppure tutti sono quelli che compaiono. LK ha iniziato l’inventario delle maggiori banche del mondo e si è accertata dell’identità dei loro principali azionisti, così come di quelli che “prendono le decisioni”.

Qualcuno potrà criticare, non senza ragione, che l’inventario di LK non arriva alla sofisticazione di Andy Coghlan e Debora MacKenzie, della rivista scientifica “New Scientist”, i quali rivelano essere la plutocrazia bancaria e le sue reti finanziarie - l’1% che governa il mondo -, basandosi in una ricerca di tre teorici dei “sistemi complessi”.   Tuttavia alla fine dei conti, i risultati della ricerca coincidono in forma sorprendente, nonostante la semplicità del sistema di indagine.   Infatti, LK ha scoperto che le sette mega banche di Wall Street che controllano le principali multinazionali (corporations) globali sono Bank of America, JP Morgan, Citigroup/Banamex, Wells Fargo, Goldman Sachs, Bank of New York Mellon e Morgan Stanley. LK ha verificato che le megabanche del tempo passato erano controllate a loro volta dal nucleo dei “Quattro Grandi (The Big Four)”: BlackRock, State Street Corporation, FMR/Fidelity e Vanguard Group.
 
QUESTE SONO LE TRACCE DEI CONTROLLANTI DI CIASCUNA DELLE SETTE MEGABANCHE
 
1. - Bank of America: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, FMR/Fidelity), Paulson, JPMorgan, T.Rowe, Capital World Investors, AXA, Bank of NY Mellon.
2. - JPMorgan: State Street Corp., Vanguard Group, FMR/Fidelity, BlackRock, T. Rowe, AXA, Capital World Investor, Capital Research Global Investor, Northern Trust Corp. e Bank of Mellon.
3. - Citigroup/Banamex: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, Paulson, FMR/Fidelity, Capital World Investor, JPMorgan, Northern Trust Corporation, Fairhome Capital Mgmt e Bank of NY Mellon.
4. - Wells Fargo: Berkshire Hathaway, FMR/Fidelity, State Street, Vanguard Group, Capital World Investors, BlackRock, Wellington Mgmt, AXA, T. Rowe y Davis Selected Advisers.
5. - Goldman Sachs: “I Quattro Grandi”, Wellington, Capital World Investors, AXA, Massachusetts Financial Service y T. Rowe.
6. - Morgan Stanley: “I Quattro Grandi”, Mitsubishi UFJ, Franklin Resources, AXA, T.Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates.
7. - Bank of NY Mellon: Davis Selected, Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Dodge, Cox, Southeatern Asset Mgmt… e “I Quattro Grandi”.
 
Dei Quattro Grandi che dominano le sette megabanche e che godono di sovrapposizioni ed incroci azionari, si evidenziano soltanto quelli che controllano State Street e BlackRock.
1. - State Street: Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Barrow Hanley, GE, Putnam Investment e… “I Quattro Grandi (loro stessi sono azionisti!).
2. - BlackRock: PNC, Barclays e CIC.
 
Come esempio delle sovrapposizioni ed incroci azionari, si può prendere la PNC Bank, che viene controllata da tre dei “Quattro Grandi”: BlackRock, StateStreet y FMR/Fidelity. Nel suo libro “La Guerra delle Valute”, l’autore cinese, Song Hongbing, catalogava i Rothschild come la famiglia più ricca del pianeta, con un capitale accumulato di 5 milioni di milioni di US. $.    Se i Rothschild fossero un paese, avrebbero avuto quindi, il quinto posto del globale dietro il PIL di 7, 3 milioni di milioni di US. $ dell’India (quarto posto), e maggiore del Giappone, di 4,8 milioni di US-$, quinto posto, prima della Germania (sesto posto), della Russia (settimo posto), del Brasile (ottavo posto) e della Francia (nono posto). Io avrei citato un articolo dello stesso Economist - anche questo di proprietà, come il Financial Times, del gruppo Pearson - tutti controllati dalla Black Rock, uno dei “Big Four”-, in cui si dimostrava quali fossero le multinazionali controllate dalla Black Rock: essendo questa la principale azionista della Apple, di ExxonMobil, di Microsoft, GE, Chevron, JP Morgan, P&G, Shell, Nestlé, senza contare la sua proprietà del 9% delle azioni di Televisa. Secondo i risultati ottenuti dalla ricerca svolta da Lisa Karpova e dalla sua equipe, i “Big Four” controllano inoltre le maggiori multinazionali anglosassoni: Alcoa; Altria; AIG; AT&T; Boeing; Caterpillar; Coca Cola; DuPont; GM; H-P; Home Depot; Honeywell; Intel; IBVM; Johnson&Johnson; McDonald’s; Merck; 3M; Pfizer; United Technologies; Verizon; Wal-Mart; Time Warner; Walt Disney; Viacom; Rupert Murdoch’s News; CBS; NBC Universal. I padroni del Mondo!
           
Come se quanto esposto prima fosse poco, LK commenta che la Federal Reserve USA comprende dodici Banche, rappresentate da un Consiglio di sette persone, che rappresentano i “Big Four”.
           
In definitiva la Federal Reserve si trova sotto il controllo dei Big Four privati: BlackRock, StateStreet, FMR/Fidelity y Vanguard Group.
           
A mio giudizio, è molto probabile che esistano imprecisioni che sarebbero il prodotto della stesa opacità dei mega banchieri. Nella fase della guerra geofinanziaria, quello che però conta è la percezione degli analisti finanziari di Cina e Russia che sono arrivati alla determinazione dei Quattro Grandi e delle otto famiglie, tra le quali si evidenziano i banchieri schiavisti Rothschild: controllori nel loro insieme di altrettante mega banche della Federal Reserve. I padroni dell’Universo!


 

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19)

QUELLO CHE NON SAI SULLA SIRIA.
(da https://www.facebook.com/andy.holyred?fref=ts
di venerdì 27 novembre 2015)
 
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Quello che non sai sulla Siria
(e il vero motivo dell’attacco al presidente Assad):
 

1 - in Siria, non c’è nessuna banca centrale Rothschild.
2 - la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l’importazione degli stessi.
3 - la Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 - la famiglia Assad appartiene all’orientamento alauita, trattasi di una corrente sciita minoritaria di Islam tollerante; gli sciiti vengono combattuti dalla morte di Maometto dalla maggioranza sunnita.
5 - le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 - le donne siriane non sono obbligate a indossare il velo. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale in Siria.
7 - la Siria è l’unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici, che vengono combattuti severamente (anche con metodi estremi).
8 - circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 - in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l’1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10 - la Siria è l’unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barili giornalieri) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11 - la Siria ha un’apertura verso la società e la cultura occidentale, come solo il Libano ce l’ha nel mondo arabo.
12 - la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13 - la Siria è l’unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14 - Bashar Al-Assad ha un’elevata approvazione popolare.
15 - la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.



 
20) 
MARINETTI, AEROPOEMA, GESU' 

di
Roby Guerra


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L'AEROPOEMA DI GESU'
di Marinetti 
(*Buon Futurnatale 2015 a tutti...)


 
L'ultima opera  di Marinetti, alla fine della seconda guerra mondiale, è L'Aeropoema di Gesù, poco prima della scomparsa del fondatore del futurismo ed è stata edita postuma soltanto nel 1991 (Editori del Grifo, a cura di Claudia Salaris). Trattasi di un lavoro sorprendente , vista la storia iconoclastica e anticlericale di Marinetti (che era più noto, in tal senso per L'Aeroplano del Papa - la trama: rapimento del Papa in areoplano...) , già negli anni scorsi ampiamente discusso.  L'analisi più creativa, a cui facciamo ora anche riferimento e più di recente viene da Luigi Tallarico nella presentazione a Roma  di Marinetti 70...,  Armando, libro collettaneo  a cura di A. Saccoccio e chi scrive (26 novembre) con lo stesso Tallarico tra gli autori.  

Tallarico, 90 anni! di Roma, storico e critico d'arte, è tra i principali esperti  del Futurismo (Benemerito di stato dagli anni 2000 per la cultura e del Sindacato Libero Scrittori Italiani di Roma), autore anche de Gli anni del consenso e del primato tra futurismo e metafisica, edito dalla ferrarese Belriguardo di Romolo Magnani, 1993). Da vero futurista ha amplificato il suo intervento specifico, nel lavoro in questione (Marinetti, la rivoluzione futurista e la ricostruzione dell'universo);  con un approfondimento esemplare sull'ultimo cosiddetto Marinetti, dal titolo Spiritualità religiosa di Marinetti, centrato sull'ultima poema di Marinetti su Gesù in questione.. Tallarico ha  rivelato ancora una volta Marinetti nella sua "divinazione" lungimirante e geniale. Tallarico traccia perfettamente il Gesù aeropoetico di Marinetti come linee parallele della rivoluzione futurista, da sempre, anche se magari tacito, danzante tra la freccia meraviglia e fatale del tempo, il Futuro e l'altrettanta Necessità originaria dell'aurora, per così dire, della cosiddetta transtemporalità eterna. Chè poi la Natura umana nella sua essenza (Fisica), tra programma genetico (DNA) e evoluzione storica e sociale o memetica...

Significanti parole in libertà letterali, liberi che caratterizzano la dimensione estetica in quanto tale. Non ultimo, e qua, l'ennesima visione di Marinetti (per dirla con lo stesso McLuhan) come antenna della specie (l'artista che capta e esplora il futuro, prima dei profani o degli eruditi) oggi chiaramenta confermata e attraversata da certa avanguardia del pensiero scientifico stesso: L'aeropoema di Gesù, senza dimenticare, certi suoi vagiti insiti anche nel futurismo eroico iconoclastico fin da diversi passaggi del manifesto del 1909 (colmo di nuovo mito e trascendenza senza mitologia, "Finalmente, la mitologia e l'ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli !", ... l'automobile meglio della Vittoria di Samotracia, "...l'entusiastico fervore degli elementi primordiali..", al passo con la mutazione degli archetipi di memoria junghiana, annuncia per l'avvenire prossimo, quell'evoluzione del bisogno di Dio come (s)oggetto di devozione .. sperato dallo stesso Einstein (oltre ancora a Jung e Freud e Fromm) per una nuova religione cosmica, figlia della rivoluzione tecnoscientifica, capace di trascendere i limiti inevitabili delle religioni tradizionali, chè poi probabilmente quell'anello mancante per quest'ultima e oggi diciamo ecosistemico, quel salto quantico a-razionale fondamentale per concretizzare nei cuori dell'uomo moderno e già postumano, la grande utopia millenaria del Regno dei Cieli e poi della modernità stessa e della scienza liberatrice, e quindi poi pragmaticamente nei popoli e nelle società planetarie di oggi e del futuro. Ulteriormente, l'Aeropoema di Gesù, evoca eccome e proprio in tal senso, cristiano, la grande opera dello stesso scienziato padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin, considerato non a caso un precursore di Internet, l'evoluzione dell'umano troppo umano nella cosidetta Noosfera (Netsfera o il Regno della Macchina o ... ancora il Regno dei Cieli), il famoso Punto Omega, il Cristo archetipo della Macchina divina e della scienza stessa trascendente oggi 3.0; certa stessa convergenza tra Scienza e Fede, lo stesso Jean Guitton di Dio e la Scienza, ancora Jung, certo Dante fanta-scientifico come ciberprofetizzava lo stesso McLuhan "L’integrazione psichica collettiva, resa infine possibile dai media elettronici, potrebbe creare l’universalità della coscienza prevista da Dante quando preconizzava che gli uomini avrebbero proseguito la loro vita come null’altro che frammenti spezzati finché non sarebbero giunti a unificarsi all’interno di una coscienza inclusiva. In senso cristiano, si tratta semplicemente di una nuova interpretazione del corpo mistico di Cristo; e Cristo, dopo tutto, è la massima estensione dell’essere umano"!

Luigi Tallarico, oltre a svelarsi egli stesso sulla scia di figure come Jung, Teilhard de Chardin, Jean Guitton e Marshall Mcluhan capaci di scoprire il divino nella Macchina e la Scienza, traccia esplicitamente tale revisione marinettiana in tali orizzonti sublimi, negli oscuri tempi presenti quanto mai urgenti...

INFO:

https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Tallarico


 

21) 
ANCHE LEI NON è SCAPPATA...

di
Gianni Fraschetti

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(da http://informare.over-blog.it/ di sabato 19 dicembre 2015)
 

 
Thamirta Samir, ventiquattro anni,
cristiana di Siria, in forza alla Brigata cristiana.
Non è fuggita,
non ha abbandonato la sua gente ai tagliagole,
non si è consegnata ai trafficanti di carne umana
per tentare la traversata della morte.
Ha imbracciato il fucile e combatte.
Per la sua famiglia, per la sua gente, per il suo sangue,
per la sua stirpe, per la sua Fede,
per la sua Patria.
La Siria oggi ha anche il suo sorriso.



 

 22) 
LE NOSTRE PROPOSTE SULLA GRECIA

di
Vittorio de Pedys


(dal sito: POLARIS)

Le nostre idee sul da farsi differiscono sostanzialmente da quelle dei macro-economisti del pensiero unico liberal-keynesiano: esse si basano su un approccio pragmatico, che cioè abbia buone  probabilità di funzionare e di migliorare lo stato di indigenza  del popolo greco, allontanandolo dalla bancarotta economica in cui attualmente si trova .
Constatazioni di partenza :
  1. la Grecia e’ in bancarotta. Ciò è dovuto alla sostanziale impossibilità di ripagare il suo debito pubblico. Situazione analoga a quella italiana, ma peggiore; in Italia il debito è supportato dalla enorme ricchezza privata (in Grecia non esiste nulla di paragonabile ) oltre che da quel che resta di una grande base di manifattura privata, ed è sostenibile da misure di austerity draconiane che mantengono in coma il paziente, mentre in Grecia e’morto.  
  2. La responsabilità del tracollo è dei Greci, popolo poco competitivo ed assistenzialista,  e dei suoi fallimentari governi. La scarsissima competitività dell’economia,  il bassissimo rapporto fra chi produce e chi viene assistito (in Europa è l’unico peggiore dell’Italia...), l’inefficienza della struttura pubblica, che è insostenibile, addossano al bilancio pubblico squilibri tali che, cresciuti negli anni, hanno oltrepassato il punto di rottura ed ora di non ritorno.
  3. Il debito accumulato non è né sostenibile né rimborsabile in toto e nemmeno in parte (stimo non piu’ del 50%)     
  4. Alle primarie responsabilità dei Greci vanno aggiunte le  responsabilità tecniche di chi li ha assistiti a truccare i loro bilanci per entrar nell’Euro (leggi Goldman Sachs) e quelle politiche degli stati europei che hanno consentito alla Grecia tale ammissione, pur in presenza di squilibri tanto gravi, già a suo tempo evidenti.  Ricordo che già  nel 1992 la Germania era perplessa dalla presenza della Lira nello Sme, da cui infatti fummo espulsi dai “mercati”, che nel 1994 voleva un’Europa a due velocità in cui l’Italia facesse parte della seconda classe e che nel 2000 era segretamente contrarissima all’entrata dell’Italia nell’Euro, indicando la bassa competitività dell’economia italiana e la dimensione eccessiva  del debito pubblico. Aveva ragione la Germania.  Figuriamoci con la Grecia.
  5. La Grecia non sarebbe mai dovuta entrare nell’euro.
  6. Le politiche imposte dalla troika sono non solo fallimentari, ma peggiori del male. La follia dell’austerità ha aggravato irrimediabilmente la situazione, causando un tracollo del PIL greco che ha perso 25 punti in 5 anni, con disoccupazione generale passata al 25% e quella giovanile ben oltre il 50%.  L’unica cosa su cui ha ragione l’ex-ministro Varoufakis, incapace idolo dei novelli radical-chic mondiali, è che è sbagliato fissare come partenza un dato arbitrario di surplus primario come obiettivo e di aggiustare lavorando a ritroso in funzione di questo tutte le altre variabili macro.  Ciò non può che accelerare la caduta del PIL. Demenziale che il FMI abbia tanto insistito su questo punto  (attenti, anche in Italia il concetto è analogo. Solo ce lo chiede l’Europa, non il FMI; i risultati sono gli stessi). Criminale che tali politiche vengano adottate dai governi: ma chi e’indebitato fino al collo non ha molta scelta fra gli usurai cui rivolgersi... e nella maggior parte dei paesi i governi non lavorano per il loro popolo.
  7. L’unica constatazione corretta del masaniello Tsipras è che gli enormi fondi già versati alla Grecia non sono mai andati al popolo greco ma piuttosto alle banche francesi e tedesche che erano originariamente le più esposte con l’economia ellenica, trasferendo ora quel carico di debito inesigibile sul Fondo Salva Stati (ESF) e sulla BCE; quindi sui contribuenti degli stati membri (l’Italia è simpaticamente esposta per almeno 36 miliardi di euro,  che non rivedremo mai. L’esposizione iniziale delle banche italiane era di meno di 2 miliardi). Temo che esattamente la stessa fine faranno gli 86 miliardi erogati dall’Europa con il terzo piano di aiuti appena approvato. Il resto è demagogia di un governo radical-chic, finanziato da Soros, che difende assieme i privilegi fiscali degli armatori e le storture insostenibili dei falsi assistiti, di un settore pubblico 3 volte piu’ grande di quello tedesco e di un orgoglio che non ha nessuna ragione pratica di esistere.  Un governo che fa sostenere un referendum contro condizioni capestro imposte dai creditori, per poi accettarne di ben peggiori.  Noi siamo assolutamente e senza alcun tentennamento favorevoli all’intervento pubblico in economia, anzi ne vorremmo molto di più: ma parliamo d'intervento vero, serio, fruttifero, nelle infrastrutture, nella crescita , nello sviluppo, non nelle uscite correnti per pagare stipendi non meritati a categorie protette (anche qui peraltro nulla di diverso dalla situazione italiana).     
Passiamo, in maniera sintetica, alle nostre proposte.  Esse si basano su un solo obiettivo: far ripartire l’economia greca.

1- RIATTIVARE LA CIRCOLAZIONE MONETARIA. Questo e’ assolutamente necessario ed urgentissimo, perché gli scambi si stanno azzerando per mancanza di moneta e l’economia sta implodendo. Questa spirale verso il basso va bloccata.  Ciò è possibile in vari modi che proponiamo di seguito.


A: Introduzione di una moneta parallela. 
Il governo dovrebbe creare ed emettere dei nuovi TAN (Tax Anticipation Notes) elettronici ai dipendenti pubblici, ai pensionati, fornitori pubblici, ai beneficiari di pagamenti pubblici, con le seguenti caratteristiche: zero coupon (quindi non generano interessi), passività perpetue (quindi non aumentano il debito pubblico ma sono equity), al cambio di 1:1 con l’Euro, liberamente trasferibili.  I TANs risiedono contabilmente presso una Cassa Depoiti Centrale che li emette e li cancella quando vengono restituiti dai cittadini per pagamento di tasse: una rete fisica collegata di distribuzione potrebbe essere la rete postale. I TANs sarebbero usati da chiunque abbia a che fare con le amministrazioni pubbliche e lo Stato si impegna ad accettarli per pagamento di tasse, imposte ed altri debiti, oltre che per erogazione di servizi pubblici (bus, traghetti, prestazioni sociali, ecc). Ciò ne assicura l’accettazione e la circolazione, oltre che un cambio con l’Euro, nel medio periodo, vicino alla parità, senza alcun aggravio per il bilancio pubblico, ma realizzando, al contrario una importantissima espansione monetaria senza debito che riattiva la circolazione e favorisce la crescita economica.  I TANs probabilmente non sarebbero accettati per transazioni con controparti estere (anche se i creditori internazionali di debitori greci potrebbero), ma l’importante è che si riattivino gli scambi all’interno del circuito economico domestico.  L’idea avanzata qui è già stata discussa nei dettagli tecnici e ritenuta perfettamente applicabile da molti economisti indipendenti (R. Parenteau, Levy Economics Institute; T. Andresen, Norwegian University of Science and Technology; N. Karatsoris, University of Thessaloniki, A. Harvey , Idea Economics) .

B: Uscire dall’Euro e restaurare una valuta nazionale
Ciò avrebbe conseguenze sia positive di ripresa delle esportazioni, sia negative di caduta delle importazioni, che io giudico meno rilevanti rispetto al coro unanime delle cassandre professoral-macro-economiche internazionali, le quali prevedono disastri inimmaginabili per il PIL greco col ritorno alla dracma. Se per alcuni anni i Greci comprano meno BMW non è un dramma. Se i prezzi dei beni importati aumentano l’inflazione ciò è pure un bene. L’inflazione è l’ultimo dei problemi europei e greci. L’impatto sarebbe di natura finanziaria con la ridenominazione in dracme dei depositi e dei titoli. Chi ha passività in euro subirà gravi perdite, immagino del 40%.  Ciò è  inevitabile.  Il grande vantaggio di questa mossa consiste nel ritornare ad avere una Banca Centrale in grado di stampare moneta in funzione esclusiva delle necessità dell’economia nazionale, riattivandone la circolazione; aggiungo, cosa non secondaria, che sarebbe anche facoltizzata ad acquistare i titoli del debito pubblico che il mercato non volesse assorbire (altro che “divorzio”, il suo opposto!).  L’uscita dall’Euro può essere una misura solo temporanea: suggerisco un periodo di 10 anni (il doppio di quanto proponeva il “falco” Schauble ,il quale ha naturalmente ragione).  Se e quando l’economia greca si sarà ripresa ed avrà raggiunto un nuovo sentiero di crescita, si potrà reintrodurre l’Euro, su basi più solide.

C: Creazione di una moneta senza debito.  Si tratta di creare una centrale che operi come banca dei beni e servizi, cioè dell’economia del baratto. Nulla di disonorevole in questo: al contrario si tratta di riattivare i circuiti di scambi di merci e servizi anche in presenza di scarsa circolazione monetaria. Si può velocemente costituire un organismo centralizzato (statale) o decentralizzato (formato ad es.dalle associazioni locali degli imprenditori ) senza scopo di lucro che coordini gli scambi.  Lo schema operativo di questa banca “etica “ (sul serio) è gia stato predisposto da economisti non-allineati come il prof. Alberto Micalizzi (vedi il suo progetto “Barter”). I costi di impianto sono modesti, i benefici potenzialmente molto grandi, perchè dal nuovo si creano scambi economici senza moneta debitoria. Come già sostenuto varie volte, il problema vero non è tanto uscire dall’euro, cosa non auspicata in generale da parte di Polaris (se non in casi cronici e non significativi, come appunto la Grecia), quanto uscire dal debito, che è il vero problema che genera sottomissione ai creditori e riduzione del PIL, con emorragia costante della poca ricchezza prodotta fuori dal circuito nazionale.

2. MODIFICA DEL DEBITO PUBBLICO. Anche qui alcune proposte radicali.
a. costituzione di un Fondo sovrano, domiciliato e gestito da greci, che raccolga beni pubblici, beni immobili, quote di società pubbliche, beni strumentali ed altre attività appartenenti alla pubblica amministrazione. Tale fondo andrebbe gestito per valorizzarne le quote, non per privatizzare (ad es. i porti, gli aeroporti, ecc). Le quote, garantite dai beni reali possono esser vendute ai soli cittadini greci in cambio di ricchezza o pagamento di imposte, o concambiate con titoli di Stato, i quali verrebbero poi annullati, riducendo lo stock di debito. Lo schema è totalmente diverso da quello entrato in vigore col recentissimo “accordo” europeo, che funge solo da garante per le “privatizzazioni” future; ma è simile in schema a quello da noi proposto per l’Italia (vedi proposte Polaris per il rilancio dell’economia italiana).
b. emissione di titoli pubblici cum warrant, invece che con cedola fissa. Il warrant avrebbe natura variabile ed indicizzata all’andamento del PIL greco. Quindi gli interessi salgono quando il PIL cresce e viceversa: in tal modo tutti i possessori avrebbero interesse materiale al recupero dell’economia greca. Se il PIL non cresce si riduce l’aggravio degli interessi sul deficit statale. Tali bonds andrebbero concambiati con i titoli pubblici correntemente in mano ad investitori stranieri
c. emissione di simil-Brady bonds. Lo Stato greco dovrebbe acquistare una quantità di titoli zero-coupon denominati in euro emessi dalla BEI o dal ESF o dalla Germania (idealmente con parte dei fondi ricevuti dalla UE) , da usare come collaterale nella conversione di titoli pubblici da emettere o scambiare. Acquistandodegli zero coupon di pari scadenze (molto lunghe) si riesce a utilizzare un ammontare di euro non molto alto e si garantisce, attraverso il collaterale,il ripagamento del titolo neoemesso. Questo favorirebbe la circolazione sul mercato dei nuovi titoli, il loro basso tasso d’interesse, l’allungamento delle scadenze e la loro appetibilità .

3. RIASSORBIMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE  GIOVANILE. Un paese in cui la meta’ dei giovani sotto i 25 anni non ha impiego né possibilità di averne è condannato con certezza alla miseria, alla caduta ulteriore verso il basso ed in ultima analisi all’estinzione. Qui si propone una misura draconiana che consiste nel totale sgravio fiscale come incentivo all’assunzione di giovani (solo greci). Niente contributi fiscali né previdenziali per almeno 5 anni, ma la registrazione degli anni lavorati e dei contributi figurativi in apposito registro pubblico, su cui versare tali contributi se e quando lo stato e/o il lavoratore ne avranno i mezzi.  Si tratta in altre parole di equiparare il lavoro nero al lavoro in chiaro, in termini di convenienza per le imprese ad assumere. E’ una versione radicale della originaria proposta di Berlusconi. Sono perfettamente consapevole che si tratta di misura tutto meno che equa e giuridicamente squilibrata, ma di necessita’ virtu’.  Meglio dei lavoratori il quali per un periodo di tempo non abbiano contributi, ma con uno stipendio, che dei giovani a casa, gravanti sulle declinanti fortune di papà e mamma. Si tratta in ogni caso di reddito rimesso a disposizione delle famiglie.

4. RADICALI INTERVENTI FISCALI. Propongo 4 misure, vista la rilevanza di questo aspetto, che costituisce uno dei principali problemi dell’economia greca,cioe’la mancanza di entrate fiscali sufficienti a coprire la spesa primaria e secondaria .
a. introduzione della flat tax con 2 aliquote. Checche’ ne dicano i soliti esperti macro-economisti di regime unico ed interessati vari, se le tasse sono troppo alte e pagate da troppo pochi soggetti, il rapporto deficit/PIL peggiora, non migliora. Esempi ad abundantiam nel mondo, in prima linea l’Italia. Con due sole aliquote, ben calibrate dagli esperti greci, e con le opportune batterie di deducibilità e detraibilità per assicurare la progressività necessaria, è molto probabile che le entrate fiscali aumentino. Sono dell’idea che tale misura funzionerebbe benissimo in Italia e vale sicuramente la pena di introdurla, visto che la strada opposta, seguita finora da tuttigoverni, dell’inasprimento fiscale ha portato in maniera inequivocabile ai disastri che sappiamo. D’altra parte basta chiedere ad una nonna analfabeta, se è disposta a lavorare ancor di più per portare a casa solo il 40% del suo frutto per avere un’ovvia risposta. Non servono professori della Bocconi o di Harvard.
b. rimodulazione delle aliquote iva greche. Tali aliquote sono troppo basse e vanno riportate a livelli piu’ vicini alla media europea, in maniera intelligentemente progressiva nel tempo. Alcune agevolazioni vanno eliminate relativamente in fretta (ristoranti, isole, ecc), altre con pazienza. La fiscalità del settore armatoriale va rivista in maniera intelligente: qui bisogna evitare aiuti impliciti ed agevolazioni, così come allo stesso tempo evitare di smantellare l‘unico settore dove l’economia greca è leader.
c. il sistema pensionistico va reso coerente con quello in vigore in altri paesi europei. L’attuale impianto è profondamente in squilibrio ed assolutamente non sostenibile. Il trasferimento inter-generazionale non è in alcun modo in grado di sopravvivere ad una situazione in cui pochi finanziano le pensioni di molti; pensioni fra l’altro che si pagano per moltissimi anni e che sono generalmente bassissime. Nel sistema attualmente in vigore in Grecia si annida il peggio delle storture che ben conosciamo in Italia con baby-pensionati, falsi invalidi, vitalizi non meritati nè finanziati, ecc. Il modello da prendere in considerazione non è quello nuovo italiano, eccessivamente penalizzante oggi (grazie alla Fornero) ma ad es. quello tedesco od un altro come quello cileno, nel quale vigorosamente vengano eliminate le assurdità che sono un vulnus nei confronti delle generazioni future.  Eliminare dunque velocemente tali assurdi “diritti acquisiti” ed al contempo riequilibrare il sistema verso il sistema contributivo.
d. capacità di introitare materialmente le imposte. Un credito non incassato rimane sulla carta. Come e più che in Italia, l’ammontare dei crediti fiscali non incassati dallo Stato è enorme. Due le misure qui proposte: in primo luogo la possibilità di compensare crediti e debiti con la pubblica amministrazione da parte del settore privato, in maniera semplicissima e veloce. Il modello non è certo il sistema italiano. Ciò consente un più veloce riciclo della liquidità. In secondo luogo maggiore efficienza dell’apparato pubblico nella riscossione; di nuovo, di certo il modello non è Equitalia.

5. INTERVENTI SUL SISTEMA FINANZIARIO. Sarà necessario nazionalizzare alcune banche. Anche se il pensiero unico è apparentemente contrario (a casa altrui, ovviamente), lo ha già fatto la Gran Bretagna nel 2009 con tre delle prime 6 banche del paese. Nessuno si è adombrato… Altre banche, meno forti andranno fuse e la guida deve passare, almeno temporaneamente allo Stato, pur con supervisione tecnica BCE. Un blocco parziale dei capitali verso l’estero (altro anatema dei liberal-keynesiani) va necessariamente introdotto, accoppiato ai controlli sui capitali greci già all’estero. Nessuna caccia alle streghe, ma seri controlli sulla grande evasione fiscale. Aggiungo che è assolutamente necessario un accordo con la Svizzera sulla rimozione del segreto bancario sui conti tenuti in quel paese, oltre che un protocollo serio sullo scambio di informazioni. C’è riuscita anche l’Italia a farlo….Alcune banche dovranno essere “aiutate”a cancellare i debiti di piccolissimi debitori retail insolventi: la Piraeus Bank lo sta già facendo con correntisti in grave difficoltà perché, ad es, hanno perso il lavoro, e per importi molto piccoli. Infine va istituito un Fondo Centrale (simile a quello italiano), con capitale pubblico e/o privatoche agisca da garante per i nuovi prestiti all’economia allo scopo di favorire il finanziamento di nuovi progetti imprenditoriali meritevoli di credito, riducendo il rischio delle banche.

6. MISURE ATIPICHE. Molto brevemente:
- utilizzo dei pensionati, su base volontaria, per una grandissima quantità di lavori socialmente utili; ci sono migliaia di cose utili da fare, non ci sono i soldi per farli e dal lato opposto un esercito di giovani pensionati, molti dei quali si renderebbero sicuramente disponibili per fare attività utili;
- blocco immediato di ogni immigrazione da sud ed est, con o senza l’approvazione della UE, con le buone o con le cattive. L’economia e la demografia greca sono troppo fragili per sostenere un flusso immigratorio senza collassare;
- efficientamento della spesa pubblica mediante l’introduzione di tecniche quali i costi standard, la valutazione dell’efficienza dei dipendenti pubblici, la loro licenziabilità per un periodo di 10 anni, la valutazione dei processi amministrativi, la semplificazione regolamentare, la riduzione drastica della burocrazia;
-l’importazione, nel settore pubblico, di manager esteri, con contratti triennali.
 
CONCLUSIONE. Le proposte avanzate sono necessariamente sintetiche, sia per ragioni di spazio sia per non tediare eccessivamente il lettore non tecnico. Esse hanno tuttavia un punto in comune: sono non-convenzionali. Ritengo sia il maggior pregio di questa batteria di idee. Le ricette propinate finora dagli “esperti” internazionali non solo hanno dato prova spettacolare di non funzionare, ma hanno aggravato sensibilmente la situazione. Astraendo per un momento da etichettature ottocentesche, bisogna eliminare ciò che non funziona e provare cose nuove. Lo fece Roosvelt col New Deal… Il pensiero economico è oggi unico, così come quello politico e ciò è tutto meno che un caso. Tutto ciò che non è politicamente corretto non ha cittadinanza nelle sale del potere. Ma, per gente che ha e vuole mantenere una schiena dritta ed una testa libera, è imperativo non aderire a formule che hanno come solo scopo finale la trasformazione  dei popoli sovrani in meticci indistinti, dei cittadini in elettori “democratici”, dei giovani in amorfi fruitori dell’ultima tecnologia rimbambente, delle precise comunità etniche in “consumatori”. E' dunque un privilegio proporre idee le quali non saranno certamente accettate dall’establishment ma almeno hanno la possibilità di dare una pratica svolta nella vita di persone sofferenti e di ipotizzare una speranza migliore e diversa.


 
 
23) 
OPINIONE SU ABS E CARTOLARIZZAZIONI DI MUTUI


di
Vittorio de Pedys


(dal sito: POLARIS)
 
 
DOMANDA "Abs, Mds: dagli Usa arriva anche in Europa la moda del rilancio dei derivati, molti legati proprio alla copertura di ipoteche sui mutui: si tratta di nuove opportunità per rilanciare il mercato o ci sono troppi rischi?"
 
RISPOSTA: E’ vero che si sta assistendo nuovamente all’inizio di una nuova stagione dell’emissione di titoli generalmente denominati ABS, cioè cartolarizzazioni di attività; nel nostro caso parliamo di attivi bancari, e si tratta in particolare di mutui ipotecari (MBS) o prestiti alla clientela (CDO) sia in bonis che non-performing. Ci sono importanti continuità ed alcune differenze con simili pratiche del passato. In termini di continuità, le tecniche costruttive di sofisticata ingegneria finanziaria, prerogativa delle grandi investment banks internazionali,  prevedono come in passato la creazione di veicoli speciali che non brillano per trasparenza e l’emissione successiva di opache note vendute alla clientela, incorporanti gradi diversi di rischio caratterizzati da una procedura tecnica definita a “cascata”, che ne consente il tranching e la attribuzione di rating il più alti possibile. Rimane la forte criticità del conflitto di interessi fra il richiedente il rating (il cedente gli assets) e l’agenzia di rating, pagata da quest’ultimo per emetter la sua valutazione “professionale”; non è chi non veda che laddove le suddette agenzie di rating sono arrivate a contabilizzare quasi il 50% dei propri ricavi da valutazioni di operazioni asset-backed (ABS) , la neutralità del giudizio ne è completamente inficiata, come ampiamente dimostrato dal clamoroso fallimento di tali valutazioni nel riportare correttamente i rischi al grande pubblico. Giustamente si è indicato in tale meccanismo perverso una delle cause scatenanti della mega-crisi finanziaria che ha gettato il mondo in una recessione non ancora finita.  La natura stessa dell’operazione di cartolarizzazione poi, ha effetti negativi sulla capacità di valutazione del merito creditizio di molti prestatori, che sono incentivati ad operare immaginando la sistematica cessione successiva degli attivi creati. Il che aumenta il rischio sistemico; perché il rischio, cari esperti, una volta creato non può più essere distrutto, ma solo “gestito”. E la secolare caduta del Market Risk premium, o premio per il rischio, ne è forse una prova: in altri termini si rincorrono rendimenti calanti assumendo più rischio.  La fiducia del sistema finanziario nella capacità di gestione del rischio è, a mio parere, completamente infondata in base ai nudi fatti.  Nessuna tecnica di ingegneria finanziaria, o nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può efficacemente rimpiazzare un accorto non incentivato funzionario che valuta il merito creditizio usando la sua testa.   Da questo lato dunque, nihil novi sub soli. Sotto altri aspetti qualche positiva novità emerge dalle operazioni più recenti svolte in Italia.  In primo luogo si tratta di operazioni di tipo privato, e non pubblico; in secondo ci si astiene maggiormente, rispetto al passato, dall’offrire tranche di ABS all’ignaro pubblico al dettaglio. E meno male.

Concludendo: la cartolarizzazione di ABS può essere uno degli strumenti che consentono un aumento dell’erogazione di finanziamenti a PMI ed al pubblico retail; ed in questo senso il suo nuovo sviluppo è auspicato anche dal Ministro del Tesoro.  D’altro lato, come tutte le armi, non ci si può difendere, una volta creati dei disastri come quelli della recente storia finanziaria, dicendo che “dipende da come si usano”.

 

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24)
CONTRIBUTO
all'analisi di "L.-T."  e la cultura,
oltre destra e sinistra, che verrà.

di
Marco Rossi
 
Queste note non intendono assolutamente posizionarsi in contrasto con quanto scritto da Giovannini in merito alla situazione culturale ed esistenziale del nostro ambiente, a partire dall’esperienza importante, e per certi versi assolutamente straordinaria, della rivista Letteratura –Tradizione.

 Al contrario, chi scrive è convinto che quanto dice Sandro è vero, autentico e il frutto di una consapevolezza profonda di quanto è successo: le osservazioni che intendo aggiungere vanno dunque prese come un contributo, da parte sostanzialmente di uno storico innamorato dell’esoterismo, della politica e della letteratura, teso a cercare di capire meglio, a indagare sui particolari macroscopici (ossimoro che nasconde le molteplici allucinazioni che i contemporanei accumulano inconsciamente nei confronti dell’epoca contemporanea, complice l’ipertrofia della comunicazione-propaganda che talvolta equivale alla cancellazione della memoria nella cronaca manipolata dei maggiori media...).  Avverto gli ipotetici lettori che la devo prendere larga…
 
L’AMBIENTE DEL MSI DEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA.
 
Negli anni Settanta ed Ottanta era ancora in vita, sebbene caotica, contraddittoria, ma anche meravigliosamente articolata, l’ambiente che faceva riferimento al Movimento Sociale Italiano.    Se il MSI dal punto di vista strettamente politico aveva un ruolo molto modesto e, alla luce dell’analisi storica, anche parecchio ristretto, perché in fondo rappresentava la sponda di destra del sistema politico italiano, più o meno bloccato al centro-sinistra organizzato attorno alla Democrazia Cristiana e al penta-partito di allora, e dove il Partito Comunista Italiano svolgeva il ruolo simmetrico di aperta contrapposizione di sinistra, ma di ben altro spessore, potendo contare sull’appartenenza ideologica al gruppo del comunismo internazionale, allora rappresentato dall’URSS e dalla Cina popolare; le cose cambiano invece di molto dal punto di vista culturale.  La politica del MSI faceva da eventuale sponda di sicurezza, apertamente filo-americana, nel caso ci fosse stato il pericolo del comunismo in Italia: pericolo che forse, storicamente, è esistito realmente solo in alcune fasi degli anni Cinquanta, ma che dagli anni Sessanta in poi è stato una pura operazione di propaganda nell’ambito della guerra fredda.  Pensare che la contestazione del famoso 1968 avesse potuto portare il comunismo sovietico, oppure maoista, nell’Occidente è una pura allucinazione: basta una superficiale analisi di come stessero davvero le cose nel Patto di Varsavia allora (1956 rivolta dell’Ungheria e repressione dell’armata rossa, 1968 rivolta della Cecoslovacchia e conseguente repressione, mentre riguardo alla Cina, allora fioriva la famosa rivoluzione culturale, dopo i vari grandi balzi in avanti e le decine  di milioni di morti per fame…) per capire che le questioni sostanziali erano molto diverse.  Infatti dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli Ottanta in Italia si è davvero combattuto una guerra, non sempre fredda, ma sicuramente organica al grande conflitto tra oriente comunista e occidente liberal-democratico e capitalista.  In questa prospettiva storica andrebbe studiato attentamente il periodo che va dal 1969, strage di Piazza Fontana a Milano, al 1980, strage alla stazione di Bologna e abbattimento dell’aereo passeggeri Itavia a Ustica (e non possiamo non citare almeno il 1974 della strage a Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus e il 1978 dell’assassinio di Aldo Moro...).  Qualcuno ha parlato in proposito di stragi di stato, di sicuro i vari servizi segreti nostri, più o meno deviati, e non solo nostri (perché sembra che anche i gruppi terroristici di sinistra e di destra allora fossero infiltrati non solo dai nostri servizi segreti, ma anche dalla Cia, dal Kgb e pure dal Mossad..) sono emersi con i loro intrighi nell’ambito dei vari processi che hanno chiarito ben poco, talvolta hanno fornito solamente spiegazioni molto “politicamente corrette”, organiche a chi deteneva ed ancora detiene il potere.  Sarebbe invece molto interessante collegare organicamente l’uccisione di Moro (1978) con quella di Enrico Mattei (1962), assieme al progetto di autonomia energetica dell’ENI, ricordando che Moro fu l’artefice del centro-sinistra nel 1963 e dell’eventuale “compromesso storico” nel 1976-78, e che fu ancora Moro a volere i famosi biglietti da 500 lire, biglietti di Stato e non della Banca d’Italia, moneta che dunque non accumulava nessun debito per lo Stato, esattamente come i dollari di Stato che J.F.Kennedy aveva ordinato di emettere nel giugno del 1963 e che forse hanno qualche relazione con il suo assassinio a Dallas nel novembre del 1963..).  Se dunque il reale ruolo politico del MSI era piccolo, subordinato alla DC e alle dinamiche filo-americane in Italia, il ruolo della cultura che a quell’ambiente faceva più o meno riferimento è stato oggettivamente grandioso, ben al di là dei mezzi economici che potevano essere messi in campo.

Non è certo possibile fare la storia della cultura e dell’editoria di destra degli anni Settanta e Ottanta, ma è possibile ricordare la casa editrice Rusconi, i suoi collaboratori e l titoli pubblicati, i libri del Borghese, l’editore Giovanni Volpe, figlio del grande medievista, ma sarebbe un elenco fatto male ed anche ingiusto, perché la verità è che in quegli anni esisteva un ambiente vivacissimo, articolato e diversificato, con idee spesso contrapposte, ma lacerantemente vitali.
Una volta Sigfrido Bartolini, l’incisore, pittore e scrittore pistoiese, ci disse che lui aveva capito, in una folgorante illuminazione, perché a destra ci fossero così tante divisioni ideologiche e culturali: perché noi siamo il Mondo, disse, cioè in noi si sintetizzano tutte le differenze delle grandi culture europee tradizionali, mentre gli altri, quelli comunisti e socialisti, assieme ai liberal-democratici anglo-americani, sono i moderni dell’oggi, sono per forza appiattiti sul superficiale del presente.  In noi invece convivono ricchezze e contraddizioni di ogni tipo, cristiani tradizionalisti e musulmani, sufi ed esoterici pagani, neoplatonici e futuristi, D’Annunziani e nazional-socialisti, cristiani di Alleanza cattolica e anticlericali fascisti, aristocratici evoliani e nuova destra sociale che guarda alla socializzazione repubblichina e via galoppando sopra le suggestioni poetiche e filosofiche più ardite e spericolate…insomma tanta voglia d’infinito nei cuori e in quello che Dante chiamava intelletto d’amore…

Vogliamo ricordare la meravigliosa esperienza del Vertex? I “poemetti corali” e le famose “tardocronache dalla suburra”, oppure gli incontri nelle montagne del Casentino, in una baita ancora da finire nel folto meraviglioso dell’Appennino…  Poteva accadere tutto questo senza l’ambiente culturale ed ideologico, ricco e contraddittorio, che ruotava attorno al MSI, alla Nuova Destra di Tarchi e De Benoist, etc, etc?  Tutto questo è finito agli inizi degli anni Novanta, non prima di aver creato un ultimo grande sforzo culturale accanto ad una inderogabile illusione.
 
ANNI NOVANTA E SINO AL 2006, L’ILLUSIONE DELL’INCLUSIONE.
 
Nel 1989 cade il muro di Berlino, nel 1991 finisce l’URSS, nel 1992 scoppia Tangentopoli, che distrugge il pentapartito, nel 1994 il MSI supera il 16% e va al governo con Berlusconi e la Lega Nord.  Il mondo gira pagina, in quel 1994, e nella scadenza del ventennale della morte di Julius Evola, si fa a Roma un memorabile convegno su Evola di tre giorni, dove intervengono i soliti noti (cioè noi…) e per la prima volta personalità della cultura e della politica di primo piano: Claudia Salaris, Pablo Echaurren, l’onorevole Vittorio Sgarbi (presidente commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera dei Deputati), il grande psicoanalista Emilio Servadio, l’onorevole Mario Borghezio (sottosegretario Ministero di Grazia e Giustizia ), Antimo Negri, Roberto Fondi, Fausto Antonimi, l’onorevole Gianni Alemanno, il Senatore Giulio Maceratini, l’Onorevole Domenico Benedetti Valentini (vicepresidente commissione cultura…), Alexandr Dughin, l’onorevole Pino Rauti, Fausto Gianfranceschi, Alfredo Cattabiani, oltre naturalmente Giano Accade, Gianfrando de Turris, etc..  Il MSI al governo e questa gente a celebrare Evola?  Che cosa sta accadendo?  Dunque la fine  del comunismo e del pentapartito in Italia sta aprendo varchi reali ad un certo tipo di idee?   Per nulla.  Nel 1995 nasce Alleanza Nazionale e ciò che resta del vecchio MSI, Fiamma tricolore di Rauti, sopravviverà malamente per qualche altro anno.  L’apertura culturale alla “sopportazione” di Evola e di un certo tipo di cultura è semplicemente una tattica strumentale legata ad esigenze temporanee di stabilità governativa, mentre l’obbiettivo vero è quello della neutralizzazione assoluta di un mondo ideologico e culturale, quello del vecchio MSI.  Accade esattamente e simmetricamente quanto sta avvenendo nei confronti del vecchio PCI, che, rimasto orfano dell’URSS, diventa la quercia di Occhetto, che tra l’altro perde l’elezioni del 1994, ma che si avvia a diventare la sinistra totalmente organica al sistema liberal-democratico occidentale nell’epoca del totalitarismo neoliberista, inaugurato dalla Thatcher e da Reagan agli inizi degli anni Ottanta.  Così si apre la struggente globale smobilitazione della destra missina nel lento e pasciuto suicidio di Alleanza Nazionale, che culmina nel 2008 nella confluenza dentro il partito di Berlusconi.  Dal 1994 sino, diciamo al 2006-2008, finiscono definitivamente sia una destra alternativa che una sinistra alternativa al sistema, il quale sistema intanto si è trasformato radicalmente, dopo gli anni Ottanta: da una liberal-democrazia scardinata ma reale, con un sistema ad economia privata, ma anche pubblica e con una sovranità monetaria sostanzialmente pubblica, è diventato una liberal-democrazia fittizia (simile alla vecchia sinistra storica e destra storica dell’Italia di fine ottocento) dove imperversa un totalitarismo neoliberista privato sempre più feroce e globalizzato (il socialista Jean Ziegler parlerà giustamente nel 2002 di Privatizzazione del mondo ) e dove lo Stato non ha più nemmeno la sovranità monetaria.  In questa prospettiva sia i fascisti che i comunisti hanno perso completamente e sono stati cancellati dall’ideologia e dalla politica: rimane la “fine della storia” di Fukuyama e di Popper, dove il liberalismo e il liberismo assoluti disegnano l’unica prospettiva “politicamente corretta” da finire di realizzare nel mondo, appunto la solita ricetta che gli Anglo-Americani propongono con ogni mezzo da sempre.
 
L’EROISMO EFFETTUALE DI “ LETTERATURA-TRADIZIONE”.
 
In questa situazione oggettivamente catastrofica si situa la vita del periodico “Letteratura-Tradizione”, dal 1997 sino al 2008, voluto fortemente da Sandro Giovannini e sostenuto concretamente, anche se caoticamente, da gran parte dell’ambiente di tutta la cultura di destra.  Si deve senz’altro alla genialità ed alla generosità di Sandro se la rivista ha potuto vivere per tutti quegli anni, in quella situazione: la direzione periodica concessa a diversi intellettuali, due numeri alla volta, ha voluto significare la volontà profonda di evidenziare l’esistenza di una comunità, seppure discorde su molte cose (appunto il Mondo di cui parlava il buon Bartolini..), come diceva anche il nostro Eraclito armonia discorde, ovverosia il divenire come forma dell’essere, qui, nello spazio-tempo, dove la guerra è la madre di tutte le cose…  Di fronte ad una così imponente varietà  di contenuti culturali, spesso di alto ed altissimo livello, come ha reagito l’ambiente politico di Alleanza Nazionale e del centro-destra?  Nel modo peggiore che si possa concepire.  Se Sandro volesse parlare potrebbe riempire una biblioteca intera di nomi ed avvenimenti, dove ogni sorta di spregevole ignominia si somma ad una pochezza umana, prima ancora che culturale.  La rivista ha avuto di fronte un vero e proprio muro di gomma, che avrebbe potuto essere tolto solamente se l’intero ambiente culturale avesse abiurato interamente a  tutti i propri contenuti, per diventare gaiamente un liberale conservatore berlusconiano, appunto come i repubblicani negli USA, oppure come i conservatori in Gran Bretagna.

Neppure il programma minimo di far uscire 4 o 5 nostri romanzi, diciamo di area, in una importante casa editrice nazionale vicina a quella gente, ha avuto la benché minima possibilità di essere realizzata: eppure in quei dodici anni ne sono usciti di romanzi inutili di ogni tipo e latitudine, spesso nullità inaudite…  ma quei 4 o 5 romanzi di area, no!  Quelli proprio no!  Sandro sa bene di cosa parlo…

Rimane la testimonianza culturale di altissimo livello, ma nel mondo globalizzato occorre tener presente che senza soldi e proprietà effettive nei grandi media non si va da nessuna parte.  Intendiamoci: questo non è un rimprovero per nessuno e neppure una critica, al contrario; l’ambiente doveva provare, eroicamente e generosamente, a porre il diorama fastoso dei propri contenuti in modo trasparente ed onesto, ma quello che è mancato è stato l’ambiente.  Come l’ambiente politico e di potere del vecchio PCI ha tradito tutti i propri ideali ed è diventato il Partito Democratico, come quello negli USA, dove nulla si mette in discussione del sistema del totalitarismo neoliberista, così, nello stesso modo, l’ambiente politico e di potere della vecchia destra è diventato un mostruoso incrocio tra i conservatori britannici e il partito repubblicano USA, e naturalmente anche qui nulla si mette in discussione del sistema del totalitarismo neoliberista.  Lo so, mi ripeto, ma occorre avere una consapevolezza reale di qual è il carattere totalitario, mercantile a capitalismo neoliberista, all’interno del quale oramai siamo ubicati, e sarebbe bene anche comprendere le differenze di questo sistema presente rispetto a quello liberal-democratico che è stato demolito tra la fine degli anni Ottanta e durante gli anni Novanta, appunto quando la concorrenza dell’URSS è scomparsa dalla storia.
 
LA CULTURA DI DESTRA NELL’EPOCA DEL TOTALITARISMO NEOLIBERITA.
 
Ma che cos’è la cultura di destra? Ha ancora un significato parlare di contenuti della cultura di destra? O si deve finalmente abbandonare nelle immondizie plurali della storia la vecchia dicotomia “ destra-sinistra” che, comunque, nasce durante la rivoluzione francese?  Platone e Federico II sono di destra?   E Pericle e Washington, con tutti i loro schiavi bianchi e neri, sono di sinistra?  Non intendo rispondere a questo quesito, so che una diversa sensibilità divide certe persone, riguardo allo Spirito, all’anima, al senso di giustizia e del Destino e non vorrei nemmeno passare per un nostalgico del comunismo e del fascismo; perché credo realmente nella funzione positiva della proprietà privata e non credo per nulla in nessun tipo di razzismo.
Ma qualche problema culturale e filosofico bisogna pur porlo, se vogliamo continuare a seguir virtute e conoscenza…  Dobbiamo accettare impunemente la privatizzazione del mondo?
Dobbiamo accettare che la finanza speculativa, prima ancora delle multinazionali, comandi il mondo e il nostro destino?  Dobbiamo cancellare tutte le diverse identità etnico e culturali per diventare solo “uomini economici”, solo produttori-consumatori abbindolati dalla propaganda e dalla pubblicità?  Non credo proprio: penso invece che sterminati territori di contiguità contraddittorie tra i sopravvissuti della vecchia sinistra e della vecchia destra si aprano davanti a noi.  Dobbiamo essere coraggiosi e dirci di destra e di sinistra, oppure né di destra né di sinistra, e non perché abbiamo paura, ma appunto perché coraggiosamente dobbiamo mostrarci per quello che siamo e per quello che non siamo.  Siamo umani e dunque spirituali e dunque contrari ad ogni forma di omologazione, per la libertà e per la dignità della persona e dei popoli e non siamo liberali, liberisti, non vogliamo essere schiavi dei Padroni del Mondo, che sono le grandi banche speculative e le grandi multinazionali, e vogliamo invece la libertà degli individui e dei vari popoli, che hanno il diritto di vivere ed impostare la modernità come meglio preferiscono (e non solamente, totalitariamente, come vogliono a Wall Street..).  Tutto ciò è di destra o di sinistra?
 
In un’epoca oscura dove il tradimento dei chierici, che già Julien Benda aveva preconizzato nel 1927, si è fatta crassa abitudine, carriera, mercato della menzogna organizzata in modo industriale, insomma la normalità, dobbiamo sapere che il sistema del totalitarismo neo-liberista dominante in Occidente ci è radicalmente nemico: la sua Weltanschauung è nichilista, materialista e contraria ad ogni valore che non sia economico e commerciale.  I ponti con il comunismo e con il fascismo, come complesse esperienze storiche, è bene che siano esistenzialmente rotti; non così i conti con la storia, perché la storia di oggi è quella “politicamente corretta” organica alla visione del totalitarismo neoliberista, dobbiamo costruire invece una storia equilibrata e vera e dobbiamo anche elaborare, per quanto possibile, una cultura, una poetica e una Weltanschauung umana e spirituale per il futuro, insieme ai naufraghi di tutte le ideologie e di tutti gli “ismi” sconfitti e falliti. 

“Letteratura-Tradizione” è stato non solo un simbolo luminoso, ma la concretezza effettuale di una presenza e di una battaglia grande e leale, non solo una testimonianza generosa ma la manifestazione chiara e limpida di una azione pura, di un agire disinteressato alto, come nell’esempio famoso della Bhagavad gita, dove il nobile Arjuna alla fine comprende che deve combattere senza aspettarsi vittoria o ricompensa, e nemmeno tranquillità interiore…


 



 
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25)
BASTA OPERAI,
puntiamo sugli
immigrati
...
(così la sinistra francese si suicidò)
di
Adriano   Scianca 
 

(Fonte: “Il Primato Nazionale” 8 dic. 2016)
 

 
Il ritiro dei candidati del Partito socialista al secondo turno delle elezioni regionali francesi, peraltro a fronte di un Sarkozy che rifiuta, almeno ufficialmente, ogni ipotesi di santa alleanza anti-frontista, è la testimonianza più plastica della crisi della sinistra francese.
 
I socialisti hanno ormai divorziato dal popolo per sposare battaglie di nicchia e diritti delle minoranze. Non c’è da stupirsi se il popolo ne prende atto e migra elettoralmente altrove.  Si tratta, del resto, di una crisi che non inizia oggi.  C’è però un momento in cui la scelta di abbandonare a se stessa la classe operaia in favore di gay e immigrati si è fatta esplicita.  Parliamo del famigerato rapporto: "Gauche: quelle majorité électorale pour 2012?"   
del tink thank Terra Nova, vicino al Partito socialista.  Un dossier in cui si spiega a chiare lettere che «non è possibile oggi per la sinistra cercare di restaurare la sua collocazione storica di classe: la classe operaia non è più il cuore del voto di sinistra, non è più in fase con l’insieme dei suoi valori, non può più essere, come è stata in passato, il motore che traina la costituzione della maggioranza elettorale della sinistra». La sinistra, teorizzavano gli apprendisti stregoni di Terra Nova, deve quindi abbandonare gli operai, ormai irrimediabilmente orientati verso destra innanzitutto sul piano dei valori, per scegliere «la Francia di domani, più giovane, più diversa, più femminile, più diplomata, urbana e meno cattolica. Un elettorato progressista sul piano culturale».  Il che significa anche voltare le spalle al proletariato autoctono per scegliere le masse allogene, pudicamente ribattezzate “la Francia delle diversità”, che, si sottolinea, «è quasi integralmente a sinistra. L’auto-posizionamento degli individui rivela un allineamento dei francesi di origine immigrata, e più ancora della seconda generazione, a sinistra, nell’ordine di 80-20».  Mai era stata teorizzato con tanta franchezza l’etnomasochismo.
 
Questa sorta di preferenza antinazionale è, nelle élite europee in genere e in quelle francesi in special modo, una vera ideologia implicita.  O, talora, anche piuttosto esplicita.  Jean-Luc Mélenchon, il fondatore nel 2008 del Partito della sinistra, nato in Nordafrica da genitori francesi, ha dichiarato nel 2013 a Hit Radio: «Riesco a vivere solo dove le persone sono mescolate fra loro. Io non potrei sopravvivere quando ci sono solo biondi dagli occhi azzurri. È al di là delle mie forze».  Poi, parlando della sua infanzia, ha ricordato il suo arrivo in Normandia, dove provò «orrore assoluto» di fronte a una «campagna straordinariamente arretrata», in cui «nessuno parlava una lingua straniera» ma regnava «un alcolismo spaventoso». Come può accogliere, un francese medio, anche non necessariamente biondo, dichiarazioni di questo genere?
 
È anche a partire da esempi del genere che la demografa Michèle Tribalat ha denunciato «l’evoluzione della mentalità delle élite francesi, ma più largamente europee, verso una grande intransigenza relativamente agli “autoctoni” che contrasta vivamente con una tolleranza totale non appena l’Altro entra nella loro visuale».  Solo che, per il momento, gli autoctoni hanno ancora il diritto di voto.  E di certe cose se ne ricordano.

 
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26)
L'ITALIA
non conta nulla
ma il mistero di Roma...

intervista di Adriano   Scianca 

Sandro Consolato

 
(Fonte: “Il Primato Nazionale” 9 gennaio 2016)



 
In tempi di Giubileo, e con l’Islam in grande fibrillazione, ha senso parlare ancora del paganesimo europeo e romano, non come curiosità storica erudita ma come forze viva anche nell’oggi?  È quello che abbiamo chiesto a Sandro Consolato, saggista, autore di Evola e Dante. Ghibellinismo ed esoterismo (Arya), dell’e-book storico Dell’elmo di Scipio, già curatore della rivista di studi tradizionali “La Cittadella” (2001-2012).
 

In un suo famoso libro, Alain de Benoist si chiedeva: “Come si può essere pagani?”. Una domanda la cui risposta richiederebbe, appunto, un intero saggio. È possibile, tuttavia, dare qualche indicazione concreta per chi volesse iniziare ad approcciarsi, non solo intellettualmente, al mondo delle religioni ancestrali europee?
Se la domanda si riferisce ad un “paganesimo vissuto”, la mia risposta non può riguardare un generico o generale “mondo delle religioni ancestrali europee”. Io credo che, al di là delle ipotesi, di cui ormai ci si interessa seriamente anche in ambito storiografico, sulle reali sopravvivenze di almeno alcune forme degli antichi mondi spirituali precristiani, sia innanzitutto sempre esistito, in Europa, tra le élites con formazione classica, un paganesimo di tipo intellettuale ed etico, costituito dal riconoscersi in quel grande tesoro spirituale che è l’eredità filosofica del mondo greco e romano: platonismo/neoplatonismo e stoicismo. Da questo punto di vista, un grande modello è il filosofo inglese Thomas Taylor, vissuto all’inizio dell’Ottocento, un vero, autentico neoplatonico pagano nel bel mezzo della rivoluzione industriale. Se parliamo invece di un approccio propriamente rituale, l’argomento è più delicato. Ho notato negli ultimi tempi un incremento, qui in Italia, di gruppi che svolgono pratiche rituali. Ma, lo dico francamente e con una certa tristezza, ho l’impressione che si sia perso tanto lo spirito quanto la sobrietà e il rifiuto della spettacolarizzazione che avevano animato i gruppi che fecero da apripista. Poi, forse, da un punto di vista più ampio, non sarebbe neanche male rivitalizzare un po’ quel che rimane del “cristianesimo cosmico” europeo, cioè di quel Cristianesimo, riferimento anche di Mircea Eliade, in cui sopravviveva un calendario sacro, legato a ritmi naturali, un certo approccio a luoghi teofanici eccetera.

Un altro ex membro della Nouvelle Droite, Guillaume Faye, ha dichiarato: «Non si va in giro a dire: “Io sono pagano”. Lo si è». In polemica con i suoi ex sodali, Faye intendeva dire che il paganesimo può servire da strumento di formazione personale e da mito mobilitante comunitario, ma non da argomento metapolitico nel dibattito pubblico, in quanto genererebbe incomprensioni, ironie e sospetto. Lei è d’accordo?
È necessario che io precisi che l’ambiente entro cui, a partire da trenta anni fa, è avvenuta la mia formazione “pagana” era tutt’altro che vicino al paganesimo tanto di De Benoist (un intellettuale per cui, personalmente, invece, io ho sempre avuto una grande attenzione) quanto di Faye. Le idee di Faye, in particolare, hanno poco a che fare con un sentimento autenticamente religioso. Ciò precisato, nell’affermazione di Faye, in sé e per sé, posso riconoscermi, corrisponde anzi sempre di più al mio orientamento personale. E circa la questione, più strettamente pubblica, metapolitica e politica, ritengo sia vero che, comunque si voglia intendere il paganesimo, nel dibattito pubblico sarebbe un argomento perdente, soggetto appunto a incomprensioni, ironie e sospetti. Si può far molto invece sul piano culturale, e credo che in Italia gli ambienti più attrezzati culturalmente abbiano lavorato bene per dare dignità intellettuale a certi orientamenti, incontrando interesse e simpatia in ambienti accademici, giornalistici, a volte anche politici.

Anche fra chi ha interesse per il paganesimo, spesso la tradizione romana non viene adeguatamente considerata. Fuori dall’Italia, ma incredibilmente anche entro i nostri confini, si preferisce spesso situarsi su un asse “greco-germanico”, in cui Roma è trascurata o addirittura vista come elemento di deviazione (era la tesi di Heidegger, per esempio). Perché accade questo?
È una bella domanda. Intanto, ho apprezzato molto che “Nouvelle Ecole” abbia dedicato un numero monografico ai Romani, segno che anche in Francia forse si comprende che… “Le monde est vide depuis les Romains” (lo disse Saint-Just). Esiste, storicamente, un neopaganesimo con forti venature antiromane, che dalla Francia e dalla Germania ha trasmesso anche i suoi virus in Italia, ovviamente là dove si è smesso di considerarsi Italiani, e si è giunti perfino all’esaltazione dell’impresa di Annibale, incensando dunque il grande mito (che coinvolse anche Freud) di tutte le rivincite semitiche su Roma. La polemica antiromana è un discorso vecchio, con cui lo stesso Evola negli anni Trenta/Quaranta dovette misurarsi costantemente nel suo confronto con i Tedeschi. Se ci si continua a immaginare i Romani come i distruttori del mondo celtico e germanico, aggiungendo che questi cattivi Romani si sarebbero poi ripresentati una seconda volta a distruggere gli stessi mondi sotto la forma della Chiesa cattolica , è chiaro che non si fa un passo avanti. C’è una lettura molto istruttiva a questo proposito: è il capitolo dedicato alla spedizione in Islanda nel libro “La Corte di Lucifero”, di quel personaggio affascinante ma poi ricoperto da un gran cumulo di fantasticherie, che fu Otto Rahn (in Italia lo conosciamo direttamente grazie alle Edizioni Barbarossa). Ebbene, Rahn riporta gli insegnamenti che in quella occasione riceve da un camerata dell’Ahnenerbe più addentro di lui nelle “verità” del paganesimo germanico. E in tali insegnamenti l’antiromanesimo è tutt’altro che un particolare. Il cristianesimo stesso sarebbe stato negativamente corretto dai Romani e dagli Ebrei, e Roma è lo stesso Lupo Fenrir che uccide Odino. Comunque, amici ed ex amici che negli anni passati hanno avuto rapporti con gruppi pagani europei, anche tedeschi, hanno potuto registrare il prevalere oggi di uno spirito di “ecumenismo pagano”.

Al di là di ogni considerazione relativa alla geopolitica, all’ordine pubblico, alla sostenibilità economica, l’immigrazione di massa può essere vista come una “profanazione” (inconscia… o forse no) dello spazio sacro della nazione, ovvero come una violazione della logica religiosa dei confini che fu centrale nella tradizione romana, e in realtà anche in quasi tutte le tradizioni antiche e moderne eccetto, appunto, l’Occidente liberale e globalizzante?
È molto difficile oggi parlare di “sacralità” dei confini uscendo dalle retoriche del passato prossimo e portandosi sul terreno, invece, delle realtà sacrali del passato remoto, di cui solo una precisa scienza spirituale potrebbe verificare lo stato di “realtà in atto”. Farei quindi un discorso meno centrato sul confine territoriale in senso stretto. L’omogeneità etnica e religiosa è possibile, da sempre nella storia, solo in società isolate, ripiegate su se stesse. Nel mondo classico, i Greci, prima di Alessandro Magno, ebbero un indirizzo molto chiuso. I Romani, invece, fin dalle origini più aperto. E quella ellenistica e poi quella romana (che è anche romano-ellenistica) sono le due grandi globalizzazioni del mondo antico. In questi spazi, le condizioni giuridiche degli individui erano differenziate. Sono esistite migrazioni e anche deportazioni, ma entro il confine, amplissimo, dello spazio imperiale. Dal punto di vista culturale e religioso si assiste ad un multiculturalismo e ad una multireligiosità che però trovano sempre (almeno finché non spunterà fuori il cristianesimo) una sintesi superiore e non mettono in discussione la cultura e il sistema politico dominante. Sappiamo, chi studia un po’ di storia lo sa, che in Germania quelle che noi chiamiamo “invasioni barbariche” sono chiamate “migrazioni di popoli”. Possiamo accettare questa espressione, perché risponde a una realtà, ma quelle migrazioni sono, restano, dal punto di vista dell’Impero, delle “invasioni”. Anche quelle furono giocate su una dialettica di odio/attrazione e integrazione/invasione. Ma la logica delle migrazioni attuali, parlo della logica intrinseca, è peggiore di quella delle antiche invasioni/migrazioni (da cui peraltro nacque una nuova splendida civiltà, il che è impossibile con le nuove), ed è l’Europa stessa a renderla peggiore. Oggi, i confini “sacri”, più che dei limiti territoriali, dovrebbero essere dei principi spirituali, etici, politici di fronte ai quali chi non è europeo, ma vuole diventarlo, come un tempo si voleva diventare “civis Romanus”, dovrebbe sentirsi attratto elevativamente, e sapendo bene cosa del proprio retaggio culturale deve lasciare dietro e cosa può invece mantenere. Ma l’Europa, quasi totalmente svuotata di principi superiori, è solo l’oggetto di una attrazione consumistica e predatoria, quando non di un piano di conquista vera e propria, che diventa tanto più forte in quanto quelli al di là del limes sanno che non c’è più limes né chi lo difenda. Per concludere su questo punto, vorrei chiarire che il mio punto di vista è che una Nazione, o anche un sistema plurinazionale, può tranquillamente accogliere minoranze etniche e religiose estranee alla propria geostoria, ma non possono che essere e restare, appunto, delle minoranze, e delle minoranze che devono necessariamente rinunciare ad alcuni aspetti della cultura d’origine.

La centralità di Roma è una fatalità che è destinata necessariamente a imporsi, anche in sede pratica e politica? Oggi come oggi, malgrado gli sforzi “sovranisti” di singoli e gruppi, le grande politica mondiale non sembra passare per Roma e per l’Italia. Dobbiamo quindi rassegnarci ad essere, tutt’al più, una potenza regionale, anche in termini di “geografia sacra”?
È triste ammetterlo, ma contiamo pochissimo. È così: la grande politica mondiale non passa da queste parti. Bisogna però essere consapevoli del fatto che l’Italia, nel bene e nel male, volente o nolente, si troverà sempre coinvolta nella grande storia, e questo è in qualche modo “fatale”. Dunque, il modo in cui poi sta o starà dentro questa grande storia (e non v’è ormai dubbio che Fukuyama non aveva ragione, giacché la Storia non è finita e sta riprendendo la corsa, e pure con violenza destinata a crescere) è un fatto che dipende totalmente da noi Italiani. Ed è un fatto politico. Quanto alla centralità di Roma, essa è certamente connessa con l’alternarsi delle condizioni storiche dell’Italia, ma è anche vero che le trascende. E questo è un fatto piuttosto misterioso. Mi limito a dire, visto che l’Isis continua a ripetere che conquisterà Roma, che Roma è presente nelle profezie a carattere storico non solo cristiane, ma anche ebraiche e islamiche, e forse anche in quella buddhista, per non dire di altre propriamente pagane.

La costituzione di una Unione europea a trazione tedesca ha generato anche in Italia una reazione che oltre a essere ostile al governo di Berlino è spesso tout court anti-germanica. La storia dei rapporti fra Italia e Germania è del resto complessa. A livello spirituale e tradizionale, cosa rappresentano e come possono (o non possono) armonizzarsi Roma e Berlino?
A parte tutto ciò che si è già detto, ma che in fondo riguardava solo certi ambienti minoritari, bisognerebbe ricordare che Germania e Italia sono due grandi Paesi che vivono ancora, il primo soprattutto, sotto lo shock del loro disastro bellico e della colpevolizzazione di cui sono investiti. Riguardo al ruolo delle due nazioni, io penso che l’Italia abbia sempre cercato, dopo il ’45, di darsi un ruolo di “Paese che conta”, ma lo abbia fatto molto male, ad esempio con l’entrata nell’Euro e con il non perdersi mai una chiamata alle armi degli Usa, mentre sarebbe stato più opportuno un grande sforzo di concentrazione su se stessa, puntare a migliorare il Paese in tutti i suoi aspetti, ricostruire un rapporto positivo Stato-cittadini. La Germania, invece, godendo di un buon sistema interno e di un grande prestigio in Europa, avrebbe dovuto assumersi il ruolo di guida, che le spettava oggettivamente, in ben altri modi, che ne legittimassero l’egemonia su un piano alto e condiviso da tutti gli Europei. Sul “significato spirituale”, di Roma credo di avere già detto. Di Berlino, francamente, non vedo un tale significato, se vogliamo dare alla parola “spirituale” un senso pieno. Dovrei aggiungere che Berlino, contrariamente a Vienna, che però ha esaurito il suo ruolo, non ha le caratteristiche geo-sacrali per essere uno stabile centro imperiale, e questo lo si è drammaticamente visto nel passato. Se poi con “Berlino” vogliamo sintetizzare l’intero mondo germanico, e la questione è quella, tutt’altro che nuova, se tra germanicità e romano-italicità ci possa essere intesa, ed intesa profonda, spirituale, non posso che ricordare che questo fu il grande tema che attraversò la vita e l’opera di Julius Evola nei due Paesi. Chi pensa che tutto questo rovello privato e pubblico di Evola sia riconducibile sic et simpliciter a un suo filonazismo si sbaglia, perché Evola fu innanzitutto sempre filotedesco, ma con la convinzione che il mondo germanico avesse trovato il suo telos nell’incontro con il mito imperiale di Roma nel Medioevo e che solo ritrovando ancora una volta Roma, sfuggendo alle insidie di un mero pangermanismo e anche di un razzismo biologico, avrebbe potuto svolgere una grande missione europea. Nel contempo, pensava che l’Italia da un rapporto di alleanza-competizione con la Germania avrebbe potuto sviluppare quei tratti di disciplina individuale e collettiva, quel senso anagogico di servizio allo Stato, che essa stessa aveva insegnato al mondo finché era stata romana. Insomma, per lui i due popoli, i due mondi, dovevano essere amici, fecondarsi reciprocamente e guidare l’Europa. Nel 1940 a Desana (Vercelli) fu scoperto un tesoro risalente alla presenza dei Goti in Italia. Su un anello d’oro ci sono i nomi di due sposi, Stefanius (nome romano) e Valatruda (nome ostrogoto): credo che Evola non ne sapesse niente, ma questo anello forse ben rappresenta il suo “Medioevo romano-germanico”.
 
 
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RELAZIONE
di
Benjamin Freedman
Presentiamo qui integralmente
la relazione di
Benjamin Freedman
al Willard Hotel di Washington, nel 1961,
pubblicato a suo tempo sul sito
“Effedieffe”
a cura del giornalista e scrittore
Maurizio Blondet.


 
 
Uomo d’affari di successo (proprietario della Woodbury Soap Co.), ebreo di New York, patriota americano, membro della delegazione americana al Congresso di Versailles nel 1919, Benjamin Freedman ruppe con l’ebraismo organizzato e i circoli sionisti dopo il 1945, accusandoli di aver favorito la vittoria del comunismo in Russia.  Da quel momento, dedicò la vita e le ragguardevoli fortune (2,5 milioni di dollari di allora) a combattere e denunciare le trame dei suoi correligionari.  Nel 1961 al Willard Hotel di Washington, tenne, davanti ad una influente platea riunita dal giornale americano “Common Sense”, il seguente discorso:
 

«Qui negli Stati Uniti, i sionisti e i loro correligionari hanno il completo controllo del nostro governo. Per varie ragioni, troppo numerose e complesse da spiegare, i sionisti dominano questi Stati Uniti come i monarchi assoluti di questo Paese.  Voi direte che è un’accusa troppo generale: lasciate che vi spieghi quel che ci è accaduto mentre noi tutti dormivamo.  Che cosa accadde?  La Prima Guerra Mondiale scoppiò nell’estate del 1914.  Non sono molti qui presenti a ricordare.  In quella guerra, Gran Bretagna, Francia e Russia erano da una parte; dalla parte avversa, Germania, Austria-Ungheria e Turchia.  Entro due anni, la Germania aveva vinto la guerra.  Non solo nominalmente, ma effettivamente.  I sottomarini tedeschi, che stupirono il mondo, avevano fatto piazza pulita di ogni convoglio che attraversava l’Atlantico.  La Gran Bretagna era priva di munizioni per i suoi soldati, e poche riserve alimentari, dopo di ché la prospettiva era la fame.  L’armata francese s’era ammutinata: aveva perso 600 mila giovani nella difesa di Verdun sulla Somme.  L’armata russa stava disertando in massa, tornavano a casa, non amavano lo Zar e non volevano più morire.  L’esercito italiano era collassato (a Caporetto ndr).  Non un colpo era stato sparato su suolo tedesco.  Non un solo soldato nemico aveva attraversato la frontiera germanica.  Eppure, in quell’anno (1916) la Germania offrì all’Inghilterra la pace.  Offriva all’Inghilterra un negoziato di pace su quella base che i giuristi chiamano dello ‘status quo ante’.  Ciò significa: ‘Facciamola finita, e lasciamo tutto com’era prima che la guerra cominciasse’.  L’Inghilterra, nell’estate del 1916, stava seriamente considerando quest’offerta.  Non aveva scelta.  O accettava quest’offerta magnanima, o la prosecuzione della guerra avrebbe visto la sua disfatta.  In questo frangente, i sionisti tedeschi, che rappresentavano il sionismo dell’Europa Orientale, presero contatto col Gabinetto di Guerra britannico - la faccio breve perché è una lunga storia, ma ho i documenti che provano tutto ciò che dico - e dicono: ‘Potete ancora vincere la guerra. Non avete bisogno di cedere. Potete vincere se gli Stati Uniti intervengono al vostro fianco’. Gli Stati Uniti non erano in guerra allora.  Eravamo nuovi; eravamo giovani; eravamo ricchi; eravamo potenti.  Essi dissero all’Inghilterra: noi siamo in grado di portare gli Stati Uniti in guerra come vostro alleato, per battersi al vostro fianco, se solo ci promettete la Palestina dopo la guerra’.  Ora, l’Inghilterra aveva tanto diritto di promettere la Palestina ad altri  quanto gli Stati Uniti hanno il diritto di promettere il Giappone all’Irlanda.  E’ assolutamente assurdo che la Gran Bretagna, che non aveva mai avuto alcun interesse o collegamento con quella che oggi chiamiamo Palestina, potesse prometterla come moneta in cambio dell’intervento americano.  Tuttavia, fecero questa promessa, nell’ottobre 1916 (con la Dichiarazione Balfour, ndr.)  E poco dopo - non so se qualcuno di voi lo ricorda - gli Stati Uniti, che erano quasi totalmente pro- germanici, entrarono in guerra come alleati della Gran Bretagna.  Dico che gli Stati Uniti erano quasi totalmente filotedeschi perché i giornali qui erano controllati dagli ebrei; dai nostri banchieri ebrei - tutti i mezzi di comunicazione di massa - e gli ebrei erano filotedeschi.  Perché molti di loro provenivano dalla Germania, e anche volevano vedere la Germania rovesciare lo Zar; non volevano che la Russia vincesse.  Questi banchieri ebrei tedeschi, come Kuhn Loeb e delle altre banche d’affari negli Stati Uniti, avevano rifiutato di finanziare la Francia o l’Inghilterra anche con un solo dollaro.  Dicevano: ‘Finché l’Inghilterra è alleata alla Russia, nemmeno un centesimo!’.  Invece finanziavano la Germania; si battevano con la Germania contro la Russia.  Ora, questi stessi ebrei, quando videro la possibilità di ottenere la Palestina, andarono in Inghilterra e fecero l’accordo che ho detto.  Tutto cambiò di colpo, come un semaforo che passa dal rosso al verde.  Dove i giornali erano filotedeschi, di colpo, cambiarono.  La Germania non era più buona.  Erano i cattivi.  Erano gli Unni.  Sparavano sulle crocerossine.  Tagliavano le mani ai bambini. Poco dopo, mister Wilson dichiarava guerra alla Germania.  I sionisti di Londra avevano spedito telegrammi al giudice Brandeis: ‘Lavorati il presidente WiIson. Noi abbiamo dall’Inghilterra quello che vogliamo. Ora tu lavorati il presidente Wllson e porta gli USA in guerra’.  Così entrammo in guerra.  Non avevamo interessi in gioco.  Non avevamo ragione di fare questa guerra, più di quanto non ne abbiamo di essere sulla luna stasera, anziché in questa stanza.  Ci siamo stati trascinati perché i sionisti potessero avere la Palestina.  Questo non è mai stato detto al popolo americano.  Appena noi entrammo in guerra, i sionisti andarono dalla Gran Bretagna e dissero: ‘Bene, noi abbiamo compiuto la nostra parte del patto. Metteteci qualcosa per iscritto come prova che ci darete la Palestina’.  Non erano sicuri che la guerra durasse un altro anno o altri dieci.  Per questo cominciarono a chiedere il conto.  La ricevuta.  Che prese la forma di una lettera, elaborata in un linguaggio molto criptico, in modo che il resto del mondo non capisse di che si trattava.  Questa fu chiamata la Dichiarazione Balfour. Da qui cominciano tutti i problemi.  Sapete quello che accadde.  Quando la guerra finì, la Germania andò alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, (nella delegazione USA, ndr) c’erano 117 ebrei, a rappresentare gli Stati Uniti, capeggiati da Bernard Baruch.  C’ero anch’io, e per questo lo so.  Che cosa accadde dunque?  Alla Conferenza di Pace, mentre si tagliava a pezzi la Germania e si spezzettava l’Europa per darne parti a tutte quelle nazioni che reclamavano il diritto a un certo territorio europeo, gli ebrei presenti dissero: ‘E la Palestina per noi?’, ed esibirono la Dichiarazione Balfour.  Per la prima volta a conoscenza dei tedeschi.  Così i tedeschi per la prima volta compresero: ‘Ah, era questa la posta! Per questo gli Stati Uniti sono entrati in guerra’.  Per la prima volta i tedeschi compresero che erano stati disfatti, che subivano le tremende riparazioni che gli erano imposte dai vincitori perché i sionisti volevano la Palestina ed erano decisi ad averla ad ogni costo.  Qui è un punto interessante.  Quando i tedeschi capirono, naturalmente cominciarono a nutrire rancore.  Fino a quel giorno, gli ebrei non erano mai stati meglio in nessun Paese come in Germania.  C’era Rathenau là, che era cento volte più importante nell’industria e nella finanza di Bernard Baruch in questo Paese.  C’era Balin, padrone di due grandi compagnie di navigazione, la North German Lloyd’s e la Hamburg American Lines.  C’era Bleichroder, che era il banchiere della famiglia Hohenzollern.  Cerano i Warburg di Amburgo, i grandi banchieri d’affari, i più grandi del mondo.  Gli ebrei prosperavano davvero in Germania.  E i tedeschi ebbero la sensazione di essere stati venduti e traditi.  Fu un tradimento che può essere paragonato a questa situazione ipotetica: immaginate che gli USA siano in guerra con l’URSS.  E che stiamo vincendo.  E che proponiamo all’Unione Sovietica: ‘Va bene, smettiamola. Ti offriamo la pace’.  E d’improvviso la Cina Rossa entra in guerra come alleato dell’URSS, e la sua entrata in guerra ci porta alla sconfitta.  Una sconfitta schiacciante, con riparazioni da pagare tali, che l’immaginazione umana non può comprendere.  Immaginate che, dopo la sconfitta, scopriamo che sono stati i cinesi nel nostro Paese, i nostri concittadini cinesi, che abbiamo sempre pensato leali cittadini al nostro fianco, a venderci all’URSS, perché sono stati loro a portare in guerra la Cina contro di noi.  Cosa provereste, allora, in USA, contro i cinesi?  Non credo che uno solo di loro oserebbe mostrarsi per la strada; non ci sarebbero abbastanza lampioni a cui impiccarli.  Ebbene: è quello che provarono i tedeschi verso quegli ebrei.  Erano stati tanto generosi con loro: quando fallì la prima Rivoluzione russa e tutti gli ebrei dovettero fuggire dalla Russia, ripararono in Germania, e la Germania diede loro rifugio.  Li trattò bene.  Dopo di che, costoro vendono la Germania per la ragione che vogliono la Palestina come ‘focolare ebraico’.  Ora Nahum Sokolow, e tutti i grandi nomi del sionismo, nel 1919 fino al 1923 scrivevano proprio questo: che il rancore contro gli ebrei in Germania era dovuto al fatto che sapevano che la loro grande disfatta era stata provocata dall’interferenza ebraica, che aveva trascinato nella guerra gli USA.  Gli ebrei stessi lo ammettevano.  Tanto più che la Grande Guerra era stata scatenata contro la Germania senza nessuna ragione e nessuna responsabilità tedesca.  I tedeschi non erano colpevoli di nulla tranne che di avere successo.  Avevano una rete commerciale mondiale.  Dovete ricordare che la Germania al tempo della Rivoluzione francese consisteva di 300 piccole città-stato, principati, ducati e così via.  E fra l’epoca di Napoleone e quella di Bismarck, quelle 300 microscopiche entità politiche separate si unirono in uno Stato.  E in 50 anni la Germania era divenuta una potenza mondiale.  La sua marina rivaleggiava con quella dell’Impero britannico, vendeva i suoi prodotti in tutto il mondo, poteva competere con chiunque, la sua produzione industriale era la migliore.  Come risultato, che cosa accadde?  Inghilterra, Francia e Russia si coalizzarono per stroncarla.  Quando la Germania capì che gli ebrei erano i responsabili della sua sconfitta, naturalmente nutrì rancore.  Ma a nessun ebreo fu torto un capello in quanto ebreo.  II professor Tansill, della Georgetown University, che ha avuto accesso a tutti i documenti riservati del Dipartimento di Stato, ne cita uno scritto da Hugo Schoenfeldt, un ebreo che Cordeli Hull inviò in Europa nel 1933 per investigare sui cosiddetti campi di prigionia politica, e riferì al Dipartimento di Stato USA di avere trovato i detenuti in condizioni molto buone.  Solo erano pieni di comunisti.  E una quantità erano ebrei, perché a quel tempo il 98% dei comunisti in Europa erano ebrei.  Qui, occorre qualche spiegazione storica.   Nel 1918-19 i comunisti presero il potere in Baviera per qualche giorno, con Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht ed altri, tutti ebrei.  Infatti a guerra finita il Kaiser scappò in Olanda perché i comunisti stavano per impadronirsi della Germania e lui aveva paura di fare la fine dello Zar. Una volta schiacciata la minaccia comunista, gli ebrei ancora lavorarono, erano 460 mila ebrei fra 80 milioni di tedeschi, lo 0,5% della popolazione, eppure controllavano la stampa, e controllavano l’economia perché avevano valuta estera e quando il marco svalutò comprarono tutto per un pezzo di pane.  Gli ebrei tengono nascosto questo, non vogliono che il mondo comprenda che avevano tradito la Germania, ma i tedeschi se lo ricordavano. I tedeschi presero misure contro gli ebrei.  Li discriminarono ovunque.  Allo stesso modo noi tratteremmo i cinesi, i negri, i cattolici, o chiunque in questo Paese che ci avesse venduto al nemico e portato alla sconfitta.  Ad un certo punto gli ebrei del mondo convocarono una conferenza ad Amsterdam.  E qui, venuti da ogni parte del mondo nel luglio 1933, intimarono alla Germania: ‘Mandate via Hitler, rimettete ogni ebreo nella posizione che aveva, sia comunista o no. Non potete trattarci in questo modo. Noi, gli ebrei del mondo, lanciamo un ultimatum contro di voi’.  Potete immaginare come reagirono i tedeschi.  Nel 1933, quando la Germania rifiutò di cedere alla conferenza mondiale ebraica di Amsterdam, Samuel Untermeyer, che era il capo della delegazione americana e presidente della conferenza, tornò in USA, andò agli studios della Columbia Broadcasting System (CBS) e tenne un discorso radiofonico in cui in sostanza diceva: ‘Gli ebrei del mondo dichiarano ora la Guerra Santa contro la Germania.  Siamo impegnati in un conflitto sacro contro i tedeschi.  Li piegheremo con la fame.  Useremo contro di loro il boicottaggio mondiale.  Così li distruggeremo, perché la loro economia dipende dalle esportazioni’ (6).  E di fatto i due terzi del rifornimento alimentare tedesco dovevano essere importati, e per importarli dovevano vendere, esportare, i loro prodotti industriali.  All’interno, producevano solo abbastanza cibo per un terzo della popolazione.  Ora in quella dichiarazione, che io ho qui e che fu pubblicata sul New York Times del 7 agosto 1933, Samuel Untermeyer dichiarò audacemente che questo boicottaggio economico è il nostro mezzo di autodifesa.  Il presidente Roosevelt ha propugnato la sua adozione nella Nation Recovery Administration, che, qualcuno di voi ricorderà; imponeva il boicottaggio contro qualunque Paese che non obbedisse alle regole del New Deal, e che poi fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema.  Tuttavia, gli ebrei del mondo intero boicottarono la Germania, e il boicottaggio fu così efficace che non potevi più trovare nulla nel mondo con la scritta ‘Made in Germany’.  Un dirigente della Woolworth Co. mi raccontò allora che avevano dovuto buttare via milioni di dollari di vasellame tedesco perché i negozi erano boicottati, se vi si trovava un piatto con la scritta ‘Made in Germany’, vi formavano davanti dei picchetti con cartelli che dicevano ‘Hitler assassino’ e così via.  In un magazzino Macy, di proprietà di una famiglia ebraica, una donna trovò calze con la scritta ‘Made in Germany’.  Vidi io stesso il boicottaggio di Macy’s, con centinaia di persone ammassate all’entrata con cartelli che dicevano ‘Assassini’, ‘Hitleriani’, eccetera.  Va notato che fino a quel momento in Germania non era stato tolto un capello sulla testa di un solo ebreo.  Non c’era persecuzione, né fame, né omicidi, nulla.  Ma naturalmente, adesso i tedeschi cominciarono a dire: ‘Chi sono questi che ci boicottano, e mettono alla disoccupazione la nostra gente e paralizzano le nostre industrie?’.  Così cominciarono a dipingere svastiche sulle vetrine dei negozi di proprietà degli ebrei [...] Ma solo nel 1938, quando un giovane ebreo polacco entrò nell’ambasciata tedesca a Parigi e sparò a un funzionario tedesco, solo allora i tedeschi cominciarono ad essere duri con gli ebrei in Germania.  Allora li vediamo spaccare le vetrine e fare pestaggi per la strada.  Io non amo usare la parola ‘antisemitismo’ perché non ha senso, ma siccome ha un senso per voi, dovrò usarla.  La sola ragione del risentimento tedesco contro gli ebrei era dovuta al fatto che essi furono i responsabili della Prima Guerra mondiale e del boicottaggio mondiale.  In definitiva furono responsabili anche della Seconda Guerra mondiale, perché una volta sfuggite le cose dal controllo, fu assolutamente necessario che gli ebrei e la Germania si battessero in una guerra per questione di sopravvivenza.  Nel frattempo io ho vissuto in Germania, e so che i tedeschi avevano deciso che l’Europa sarebbe stata o comunista o ‘cristiana’: non c’è via di mezzo.  E i tedeschi decisero che avrebbero fatto di tutto per mantenerla ‘cristiana’.  Nel novembre 1933 gli Stati Uniti riconobbero l’Unione Sovietica.  L’URSS stava diventando molto potente, e la Germania comprese che ‘presto toccherà a noi, se non saremo forti’.  E’ la stessa cosa che diciamo noi, oggi, in questo Paese.  Il nostro governo spende 83-84 miliardi di dollari per la difesa.  Difesa contro chi?  Contro 40 mila piccoli ebrei a Mosca che hanno preso il potere in Russia, e con le loro azioni tortuose, in molti altri Paesi del mondo.  Che cosa ci aspetta?   Se scateniamo una guerra mondiale che può sboccare in una guerra atomica, l’umanità è finita.  Perché una simile guerra può avvenire?  Il fatto è che il sipario sta di nuovo salendo.  Il primo atto fu la Grande Guerra, l’atto secondo la Seconda guerra mondiale, l’atto terzo sarà la Terza guerra mondiale.  I sionisti e i loro correligionari dovunque vivano, sono determinati ad usare di nuovo gli Stati Uniti perché possano occupare permanentemente la Palestina come loro base per un governo mondiale.  Questo è vero come è vero che ora sono qui di fronte a voi.  Non solo io ho letto questo, ma anche voi lo avete letto, ed è noto a tutto il mondo.  Io avevo un’idea precisa di quello che stava accadendo: ero l’ufficiale di Henry Morgenthau Sr. nella campagna del 1912 in cui il presidente Woodrow Wilson fu eletto.  Ero l’uomo di fiducia di Henry Morgenthau Sr., che presiedeva la Commissione Finanze, ed io ero il collegamento tra lui e Rollo Wells, il tesoriere.  In quelle riunioni il presidente Wilson era a capo della tavola, e c’erano tutti gli altri, e io li ho sentiti ficcare nel cervello del presidente Wilson la tassa progressiva sul reddito e quella che poi divenne la Federal Reserve, e li ho sentiti indottrinarlo sul movimento sionista.  Il giudice Brandeis e il presidente Wilson erano vicini come due dita della mano.  Il presidente Wilson era incompetente come un bambino.  Fu così che ci trascinarono nella Prima guerra mondiale, mentre tutti noi dormivamo.  Quali sono i fatti a proposito degli ebrei?  Li chiamo ebrei perché così sono conosciuti, ma io non li chiamo ebrei.  Io mi riferisco a loro come ai ‘cosiddetti ebrei’, perché so chi sono.  Gli ebrei dell’Europa orientale, che formano il 92% della popolazione mondiale di queste genti che chiamano se stesse ‘ebrei’, erano originariamente Kazari.  Una razza mongolica, turco-finnica. Erano una tribù guerriera che viveva nel cuore dell’Asia.  Ed erano tali attaccabrighe che gli asiatici li spinsero fuori dall’Asia, nell’Europa orientale.  Lì crearono un grande regno Kazaro di 800 mila miglia quadrate.  A quel tempo (verso l’800 dopo Cnsto, ndr) non esistevano gli USA, né molte nazioni europee.  Erano adoratori del fallo, che è una porcheria, e non entro in dettagli.  Ma era questa la loro religione, come era anche la religione di molti altri pagani e barbari.  Il re Kazaro finì per disgustarsi della degenerazione del proprio regno, sì che decise di adottare una fede monoteistica - il cristianesimo, l’Islam, o quello che oggi è noto come ebraismo, che è in realtà talmudismo.  Gettando un dado, egli scelse l’ebraismo, e questa diventò la religione di Stato.  Egli mandò inviati alle scuole talmudiche di Pambedita e Sura e ne riportò migliaia di rabbini, aprì sinagoghe e scuole, e il suo popolo diventò quelli che chiamiamo ‘ebrei orientali’.  Non c’era uno di loro che avesse mai messo piede in Terra Santa.  Nessuno!  Eppure sono loro che vengono a chiedere ai cristiani di aiutarli nelle loro insurrezioni in Palestina dicendo ‘Aiutate a rimpatriare il Popolo Eletto da Dio nella sua Terra Promessa, la loro patria ancestrale, è il vostro compito come cristiani... voi venerate un ebreo [Gesù] e noi siamo ebrei!’.  Ma sono pagani Kazari che si sono convertiti.  E’ ridicolo chiamarli ‘popolo della Terra Santa’, come sarebbe ridicolo chiamare 53 milioni di cinesi musulmani ‘Arabi’.  Ora, immaginate quei cinesi musulmani a 2.000 miglia dalla Mecca, se si volessero chiamare ‘arabi’ e tornare in Arabia.  Diremmo che sono pazzi.  Ora, vedete com’è sciocco che le grandi nazioni cristiane del mondo dicano: ‘Usiamo il nostro potere e prestigio per rimpatriare il Popolo Eletto da Dio nella sua patria ancestrale’.  C’è una menzogna peggiore di questa?  Perché loro controllano giornali e riviste, la televisione, l’editoria, e perché abbiamo ministri dal pulpito e politici dalla tribuna che dicono le stesse cose, non è strano che crediate in questa menzogna.  Credereste che il bianco è nero se ve lo ripetessero tanto spesso.  Questa menzogna è il fondamento di tutte le sciagure che sono cadute sul mondo (e quelle che verranno ndr).  Sapete cosa fanno gli ebrei nel giorno dell’Espiazione, che voi credete sia loro tanto sacro?  Non ve lo dico per sentito dire.  Quando, il giorno dell’Espiazione, si entra in una sinagoga, ci si alza in piedi per la primissima preghiera che si recita.  Si ripete tre volte, è chiamata ‘Kol Nidre’.  Con questa preghiera, fai uno con Dio Onnipotente che ogni giuramento, voto o patto che farai nei prossimi dodici mesi sia vuoto e nullo.  Il giuramento non sia un giuramento, il voto non sia un voto, il patto non sia un patto.  Non abbiano forza.  E inoltre, insegna il Talmud, ogni volta che fai un giuramento, un voto o un patto, ricordati del Kol Nidre che recitasti nel giorno dell’Espiazione, e sarai esentato dal dovere di adempierli.  Come potete fidarvi della loro lealtà?  Potete fidarvi come si fidarono i tedeschi nel 1916.  Finiremo per subire lo stesso destino che la Germania ha sofferto, e per gli stessi motivi.»
 
 
 

Note:
 
1.) Freedman fondò tra l’altro la «Lega per la pace con giustizia in Palestina», e collaborò con l’americano «Istituto per la revisione storica», il centro promotore di tutto ciò che viene chiamato «revisionismo storico».  E’ scomparso nel 1984.
2) Louis Dembitz Brandeis, influentissimo giudice della Corte Suprema, acceso sionista, fu il consigliere molto ascoltato di W. Wilson.  Brandeis apparteneva alla setta ebraica fondata nella Polonia del ‘700 da Jacob Frank, per la quale la “salvezza” si consegue attraverso il peccato.
3) 2 novembre 1917: il ministro degli Esteri britannico, Lord Arthur Balfour, scrisse a Lord Rotschild una lettera in cui dichiarava: «il governo di Sua Maestà vede con favore la nascita in Palestina di un focolare nazionale per le genti ebraiche, e userà tutta la sua buona volontà per facilitare il raggiungimento di questo obbiettivo. Si intende che nulla dovrà essere fatto per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti popolazioni non ebraiche in Palestina».  Era la «Dichiarazione Balfour», che decretava di fatto la nascita dello Stato d’Israele.  Lord Balfour, spiritista e massone, fondatore della Loggia “Quatuor Coronati” (la Loggia-madre di tutte le Massonerie d’obbedienza «scozzese») credeva fra l’altro che agevolare il ritorno degli ebrei in Palestina avrebbe accelerato il secondo avvento di Cristo.  Il punto è che la terra che Sua Maestà prometteva agli ebrei non era sotto dominio britannico, ma parte dell’impero Ottomano.  Per dare attuazione al «focolare ebraico», il governo britannico non esitò a distogliere centinaia di migliaia di soldati dal pericolante fronte europeo, per spedirli alla conquista di Gerusalemme.
4) Bernard Baruch (1876-1964), potente finanziere ebreo, nato in Texas, fu il consigliere privato di sei presidenti, da Woodrow Wilson (1916) a D. Eisenhower (1950).  Nella prima come nella seconda guerra mondiale, Baruch promosse la creazione del War Industry Board, l’organo di pianificazione centralizzata della produzione bellica.  Di fatto, fu una sorta di «governo segreto» degli Stati Uniti, che praticò ampiamente i metodi del socialismo, compreso il controllo della stampa e il sistema di razionamento alimentare.  Dopo la seconda guerra mondiale Baruch e i banchieri ebrei americani gestirono i fondi del Piano Marshall.  Ne affidarono la distribuzione a Jean Monnet, loro fiduciario.  Secondo le istruzioni ricevute, per dare i fondi, Monnet esigeva la cessione da parte degli Stati europei di sostanziali porzioni di sovranità: così fu creata la Comunità Europea.
5) Sì tratta della «rivoluzione dekabrista» del 1905, in realtà un putsch di giovani ufficiali zaristi, tutti ebrei.  La comunità ebraica russa la sostenne, e i suoi figli vi parteciparono con inaudita violenza.  Futuri capi della successiva rivoluzione bolscevica, come Trotsky e Parvus, furono l’anima dei dekabristi, e dovettero riparare all’estero dopo il fallimento.
6) Freedman allude qui al vero e proprio rito magico di maledizione, detto Cherem scomunica maggiore, celebrato al Madison Square Garden il 6 settembre 1933. «Furono ritualmente accesi due ceri neri e si soffiò tre volte nello shofar [il corno di ariete], mentre il rabbino B.A. Mendelson pronunciava la formula di scomunica» contro la Germania. Samuel Untermeyer, membro del B’nai B’rith, ripeterà il 5 gennaio 1935 la dichiarazione di embargo totale contro le merci tedesche «a nome di tutti gli ebrei, framassoni e cristiani» (Jewish Daily Bulletin, New York, 6 gennaio 1935).
7) E’ la preghiera centrale dello Yom Kippur.  Eccone la formula: «Di tutti i voti, le rinunce, i giuramenti, gli anatemi oppure promesse, ammende o delle espressioni attraverso cui facciamo voti, confermiamo, ci impegniamo o promettiamo di qui fino all’avvento del prossimo giorno dell’Espiazione, noi ci pentiamo, in modo che siano tutti sciolti, rimessi e condonati, nulli, senza validità e inesistenti. I nostri voti non sono voti, le nostre rinunce non sono rinunce, e i nostri giuramenti non sono giuramenti».  Secondo il rabbino Jacob Taubes, con questa formula il popolo eletto si scioglie dalla comunità del resto del genere umano - dalle sue leggi, dalle sue lealtà alle istituzioni e allo Stato - per dedicarsi solo a Dio. In realtà, il Kol Nidre fonda l’antinomismo radicale della religione ebraica: il «popolo di Dio» non è tenuto ad obbedire ad alcuna norma.  Per Taubes, il popolo ebraico è il popolo dissolutore, il contrario del «kathecon» (Ciò che trattiene l’Anticristo, in San Paolo, ossia il diritto naturale adottato da Roma).  Jacob Taubes, «La Teologia Politica di San Paolo», Adelphi.


 

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28)
LA RESURREZIONE
DELLA NAZIONE

di
Teodoro Klitsche
de la Grange


1. A parafrasare Marx la vecchia talpa ha scavato ancora (e gli europei se ne sono accorti). Dopo un dopoguerra connotato da un tendenziale rifiuto del nazionalismo e parimenti da un ottundersi – a livello di massa – del senso realistico della politica (questo anche per le esternazioni delle élites dirigenti) l’Europa va riconvertendosi a una tendenza nazionalista.  E’ questa la chiave di lettura che molti propongono e deriva in gran parte dalle costanti affermazioni elettorali dei partiti, fino a poco tempo fa chiamati xenofobi e/o populisti, - cui è preferibile il termine identitari -  tutti connotati dal senso della specificità e irrinunciabilità della nazione.  Così quando si legge sui giornali che il premier aspira a un partito della nazione e che il duo Salvini – Meloni intende costituire un raggruppamento denominato “Lega nazionale” (o qualcosa del genere), si ha da un lato la percezione di un astuto salto dei partiti sul treno che corre, dall’altro - e anche per questo - è evidente che il treno per l’appunto va di buona lena (non è detto che l’andatura sia gradita ai macchinisti). Ma cosa ha fatto sì che la nazione, la quale doveva essere un idea da metter via nel ripostiglio della storia, ha avuto una resurrezione – prima a livello di common sense, poi elettorale?  In realtà, e a parte il fatto che il “nazionalismo”, nel mondo ex coloniale (ma non solo) non è mai stato collocato in quiescenza, giacché nel XX secolo di lotte ispirate alla volontà di costituire istituzioni nazionali lì ne abbiamo viste tante, in Europa la rinascita è cominciata col crollo del comunismo. Allora divenne palese che l’ideologia comunista (cosmopolitica ed universalistica) e la prassi del socialismo reale non avevano sostanzialmente mutato nulla delle vecchie “linee di faglia” tra i gruppi nazionali (e spesso etnici) degli Stati che crollavano: la Jugoslavia con diverse guerre; l’Unione sovietica con guerre limitate (grazie al cielo!); la Cecoslovacchia con una separazione consensuale, pacifica quanto ferma. Non è un caso quindi che partiti nazionalisti e populisti siano sovente andati al governo da anni nei paesi ex-comunisti, anche quelli, come Polonia ed Ungheria, che non hanno avuto il trauma di secessioni. E contemporaneamente, con un certo ritardo cresceva la “presa” dei partiti analoghi in Europa occidentale, anche se le cause erano, in larga misura, diverse. Che è quasi superfluo enumerare: l’immigrazione crescente; la sfiducia in classi politiche logorate; il venir meno della vecchia contrapposizione amicus-hostis (cioè borghese/proletario) e così destra/sinistra (almeno come definite fino a ieri) e quindi dei partiti la cui ideologia ne era connotata; la globalizzazione; la finanziarizzazione dell’economia; e non ultima, la predominanza dell’economia sulla politica, ed ancor più l’illusione tecnocratica – molto spesso propagandata rumorosamente quanto, passata la sbornia mediatica, confermatasi frutto d’utopismo[1].  Infine, come detonatore, la crisi economica.  Resta il fatto che nazione e globalizzazione (cosmopolitismo) designano polarità opposte; e che tale polarità è iniziata a diventare discriminante del politico cioè della coppia amicus/hostis. A differenza del nazionalismo vintage, per cui il nemico è (un) altra nazione (Francia c/Germania; Inghilterra c/Francia e così via) qua il nemico non è una nazione e le ragioni di tale inimicizia sono in parte (modesta) diverse, in altra uguali.  Scriveva Hegel che il nemico è la differenza etica (in rapporto alla eticità assoluta) “Una differenza siffatta è il nemico; e la differenza, posta in relazione, sussiste nel contempo come il proprio contrario, come il contrario degli esseri opposti, come il nulla del nemico, e questo nulla equivalente da entrambi i lati è il pericolo della lotta. Questo nemico può essere, per l’elemento etico, soltanto un nemico del popolo ed esso stesso un popolo. Presentandosi qui la singolarità, è per il popolo che il singolo si espone al pericolo della morte”[2], e riferendosi alla situazione a lui contemporanea specifica che il nemico è “esso stesso un popolo”. Hegel con queste poche righe fornisce un criterio utile per capire la differenza tra il nazionalismo di ieri e di oggi, e ciò che tra quello passato e l’odierno sono le differenze (e le concordanze).

2. A tale proposito occorre specificare cos’è la nazione. La letteratura è assai abbondante, ma l’esposizione più sintetica ed esauriente l’ha data Renan nella celebre conferenza “Qu’est ce qu’une nation?”.   Questi dopo aver iniziato a escludere cosa sia nazione (dalle polis agli imperi antichi e medievali, anche non europei), proseguiva indicando quegli elementi che non sono decisivi a costituirla, ancorchè abbiano un ruolo costituente importante ancorchè non esclusivo (come la dinastia; la forma politica; la razza; la lingua; la religione; la comunanza di interessi)
[3].  E dopo aver “esaminato ciò che non può bastare a creare un tale “principio spirituale”: la razza, la lingua, gli interessi economici, l’affinità religiosa, la geografia, le esigenze militari, si chiede “Cos’altro è dunque necessario?” e scrive che “Una nazione è un anima, un principio spirituale.  Un passato eroico, grandi uomini e gloria (mi riferisco a quella vera), ecco il capitale sociale su cui poggia un’idea nazionale. Avere glorie comuni nel passato e una volontà comune nel presente: aver compiuto grandi cose insieme e volerne fare altre ancora: ecco le condizioni essenziali per fare un popolo”[4]. E chiudendo questa prima parte riassume “Una grande aggregazione di uomini, sana di spirito e generosa di cuore, crea una coscienza morale che si chiama nazione”.   Il nazionalismo sviluppatosi dal finire del XIX secolo, diversamente da quello statu nascenti - il quale risentiva (ed era relativizzato) dalle radici cristiane dell’Europa e dalle ideologie rivoluzionarie (e post-rivoluzionarie) come la liberale, la democratica e la socialista - aveva un carattere aggressivo e imperialistico, in un primo momento; cui in un secondo tempo – nel nazifascismo – aggiungeva il connotato razzista, distintivo e determinante, almeno per il nazionalsocialismo.  Diversamente da come viene considerato molto spesso a livello dei mass-media, volti a fare di ogni erba un fascio, tra il concetto di nazione dell’abate Sieyès, quello di Corradini e ancor più la Volksgemeinschaft di Rosenberg, non c’è molto da spartire.  Il primo aveva un carattere essenzialmente “identitario” e “sovranista”, e non aggressivo (ma la pratica iniziò a mutare già nel corso della Rivoluzione francese); il secondo era già aggressivo e imperialista; il terzo a ciò aggiungeva il razzismo (e non solo). Nell’immaginario molto spesso propagandato nel secondo dopoguerra invece, tra nazionalismo “vecchio stile” e quello post-Renan non ci sarebbero distinzioni essenziali.

3. Invece vi sono. In primo luogo il carattere storico e composito dell’identità nazionale (e non biologico e razzista). Secondariamente quello difensivo e non aggressivo; per cui l’(esigenza d’)indipendenza, nel senso – ovvio – che questa non è da intendersi come ostilità nei confronti delle altre sintesi politiche, ma come difesa da ogni tentativo di far dipendere la volontà nazionale da altre. Le quali, per svariate ragioni – alcune più chiare – non possono essere nazionali.  In terzo luogo la conseguenza sulla forma politica, sull’ordinamento.  Il vecchio nazionalismo si basava sulla comunità di citoyens che proprio perché tali esercitavano determinati diritti – ed avevano doveri – inerenti al relativo status di cittadini, diversi da quelli riconosciuti a tutti gli uomini, non appartenenti alla comunità (questi ultimi prevalentemente di carattere “privato” quanto i primi “pubblico”).  Altre conseguenze v’erano per la forma politica, onde questa era “conformata” più dall’appartenenza alla comunità di stirpe, e quindi dal carattere decisivo della comunità – anche rispetto all’organizzazione statale
[5].  Quindi aggressività, xenofobia, razzismo non appartengono essenzialmente e normalmente al nazionalismo; ma piuttosto sono connotati specifici di qualche “specie” di questo. In fondo una sintesi non esauriente ma efficace del nazionalismo d’antan la formulava Mazzini nel “Manifesto del comitato nazionale italiano” (del 4 luglio 1849, ma stampato l’anno successivo) in cui si può leggere “Che nessun governo è legittimo se non in quanto rappresenta il pensiero nazionale del popolo alla cui vita collettiva presiede, ed è liberamente consentito da esso”. In effetti questa è l’essenza della libertà politica nel senso più antico, ossia come libertà di una collettività umana di decidere autonomamente l’ordinamento della propria esistenza politica, economica e sociale.

4. Il revival nazionalista è in primo luogo spiegabile dalle differenze con l’ideologia cosmopolita, dei diritti dell’uomo, del pacibuonismo “a prescindere”, della tecnocrazia, e, da ultimo, della prevalenza del normativo sull’esistente e dal rigetto di tutto questo, o quanto meno dalla di esso relativizzazione. Il fenomeno covava da tempo.  La crisi economica, principalmente, ne è stata il detonatore (in Europa, dopo la Francia); ed ha reso evidente che, neppure sul piano prediletto dal pensiero dominante, ossia quello economico, le scelte delle elite dirigenti europee risultavano vincenti. Contrariamente ai primi decenni del secondo dopoguerra, dove le decisioni politiche (e istituzionali), spesso di corto respiro, erano comunque “coperte” dagli incrementi del PIL e così dal miglioramento del tenore di vita delle popolazioni, la crisi ha rivelato il “Re nudo”.  Ovviamente il cosmopolitismo con la sua (auspicata) abolizione di tutte le frontiere (spaziali, e non solo), è esattamente l’opposto di quello che ha sostenuto il nazionalismo, da quando si è profilato quale dottrina – e poi ideologia.  Anzi si potrebbe definire il nazionalismo come la dottrina/ideologia delle frontiere. È ovvio per quelle politiche; parimenti per quella giuridica
[6]; lo stesso quella culturale; quella economica (e politica) trova già nella prima metà del XIX secolo la propria formulazione filosofica in Fichte e quella economica con List.  Per cui l’opposizione ideale e politica tra nazionalismo e globalizzazione non potrebbe essere più netta.  Date tali opposizioni è chiaro che il processo di globalizzazione, accelerato dopo il crollo del comunismo, ha provocato o comunque amplificato, per contrapposizione, la controspinta nazionalista, nel senso indicato. In effetti, a riprendere le considerazioni di Hegel, sopra ricordate, la globalizzazione nega le differenze (tra comunità umane prima che tra uomini)[7], cioè lo stesso fondamento d’identificazione del nemico, secondo il filosofo. Se ciò fosse possibile la conseguenza coerente sarebbe che la stessa globalizzazione non dovrebbe avere nemici: invece proprio (e non solo) il caso del revival nazionalista lo prova, i nemici li ha. E sono coloro i quali non vogliono vivere in un mondo globalizzato, senza differenze.  La dialettica amico/nemico si propone quindi come negazione/opposizione tra chi vuole conservare la propria specificità (o identità) e chi la vuole sopprimere, o quanto meno, relativizzare.

5.  La novità rispetto alla vecchia opposizione (dai tempi di Hegel e almeno fino alla prima guerra mondiale) è che questa non vede contrapposti popoli contro popoli, Stati nazionali contro Stati nazionali, per cui il nemico nel sistema westphaliano può essere tale solo in quanto Stato. Nel corso del XX secolo, e ancor più all’inizio di questo, il nemico, per lo più, non è uno Stato, al limite non è neppure una istituzione (compiutamente) politica, ma può essere qualcos’altro: una lobby, una setta, un partito, un gruppo religioso e così via.  L’indeterminatezza che è una delle caratteristiche concettuali dell’ideologia globalizzante si riflette sul soggetto globalizzatore.  Ciò è, in qualche misura, ovvio, anche perché v’è l’interesse di questo ad occultare se stesso e i meccanismi di dominio (che porta, anche senza volerlo, prima o poi alla responsabilità). Proprio il non essere (compiutamente) politico, ma di agire come potere indiretto (nel senso della potestas indirecta del Papa della teologia politica neo-scolastica)
[8], occulta la responsabilità; peraltro il carattere non-statale del nemico (con assenza di territorio, popolazione e dominio responsabile) lo rende meno vulnerabile[9].  Il nemico post-westphaliano ha quindi le caratteristiche  dell’indeterminatezza e dell’inafferrabilità, cui conseguono (in larga misura) irresponsabilità e invulnerabilità. D’altra parte deriva dallo stesso principale carattere della globalizzazione che il nemico non (ri)conosca frontiere e appartenenze onde il carattere di “esterno” è ampiamente ridimensionato: il nemico è esterno come interno e così i mezzi che impiega sono interni più che esterni.  La componente psicologica della guerra (e, a monte, dell’ostilità) è ampiamente sfruttata, anzi è quella decisiva.   Infatti se non si combatte (o si combatte limitatamente) l’essenziale per conseguire il fine politico (ossia di piegare la volontà dell’avversario) è di togliergli l’intenzione di combattere[10]. Renderlo così arrendevole (e domabile).  D’altra parte la scarsa chiarezza nel connotare concetti come guerra e ostilità e l’uso corrente di delimitare la prima all’uso della violenza ha fatto dimenticare la massima di Sun-Tzu che “ottenere cento vittorie su cento battaglie non è il massimo dell’abilità: vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo”[11].  I mezzi classici della politica sono la forza e l’astuzia (la volpe e il leone di Machiavelli); pertanto ottenere lo scopo politico usando molto più della seconda che della prima non fa si che lo scopo, cui l’uno e l’altro mezzo sono strumentali, non sia il medesimo: il dominio. In genere relativo e limitato sulla comunità avversaria e quindi la prevalenza della propria volontà su quella del “vinto”.

8. La globalizzazione è volta non solo ad annullare le differenze ma a modificare il presupposto specifico della democrazia, cioè l’omogeneità (del popolo e dei cittadini). Senza la distinzione tra questi (e i non cittadini) si rimuove (o si spera di eliminare) quasi del tutto il presupposto dell’
amicus/hostis[12].  Il crollo del comunismo, ed in particolare dell’URSS, dimostra, da ultimo, il contrario anche se, nel pensiero marxista l’opposizione amico/nemico sussisteva ed era determinata dalla scriminante di classe. Ogni borghese era nemico, ogni proletario amico, indipendentemente da religione, nazionalità, etnia.  Il comunismo credeva – anche nelle sue affermazioni costituzionali – di aver «risolto» il problema delle nazionalità relativizzando le contrapposizioni e le differenze etniche e di cultura nell’omogeneità di una repubblica socialista formata solo di cittadini lavoratori. La comune identità di lavoratori doveva essere il mezzo per superare le differenze nazionali. Ad un tempo era questa (presunta) omogeneità a costituire la base della comunità e la differenza decisiva rispetto agli Stati “borghesi”. Si ricostruiva così nella dialettica tra lavoratori e borghesi  il rapporto decisivo amicus-hostis. Tutti «amici» (perché proletari) slavi, turchi e baltici, uniti nello Stato sovietico: nemici, quanto meno potenziali, tutti gli altri Stati.  A seguito dell’implosione dell’URSS le differenza etniche riemergevano. I baltici si sentivano omogenei ai baltici, i ceceni ai ceceni, gli ucraini agli ucraini (e si potrebbe continuare anche con le scriminanti religiose). Il fondamento dell’omogeneità politica, che sostiene la democrazia come forma di Stato, tornava e torna ad essere l’identità culturale e nazionale (e non la differenza di classe). E’ questa a costituire il raggruppamento decisivo, e non la cittadinanza proletaria. Il popolo sovietico e proletario non esisteva più, meglio non era mai esistito. Pensare di aver costituito un’unità politica senza un popolo inteso come unità concreta, come gruppo di uomini consapevoli di una medesima appartenenza e di un comune destino, si rivelava illusorio. Tale sistema aveva retto (per qualche decennio) proprio perché non era democratico ed aveva sostituito l’autocrazia zarista con la dittatura. Questa si fondava sul ruolo guida del PCUS (da ultimo confermato nella Costituzione sovietica del 1977 all’art. 6); sul centralismo democratico (art. 3) e, ovviamente, sul partito unico. Sistema “saltato” quando è stata fatta – nei modi che sappiamo, la scelta dell’indipendenza delle repubbliche a sua volta fondata sul regime democratico (e pluripartitico) di gran parte di esse.  Si è confermato così che un elevato tasso di disomogeneità è tollerato e sopportabile solo in Stati autocratici e dispotici o comunque non democratici, e la storia ne offre tanti esempi.   Dall’impero  achemenide a quelli dei diadochi, fino a quello romano e, avvicinandosi al mondo contemporaneo (con gli imperi carolingio, arabo, mongolo) e poi quelli ottomano, zarista, le monarchie assolute europee fino ai totalitarismi del XX secolo, poteri autocratici hanno potuto guidare imperi multietnici e con comunità religiose molteplici.  Le enormi diversità, ad esempio tra monarchie feudali (poi assolute) e dispotismi orientali avevano comunque il punto in comune di non essere democratici, ma monarchici o aristocratici.  Ma niente di simile si è mai visto quando le sintesi politiche erano democrazie, pur nelle enormi differenze tra polis antiche e democrazie liberali contemporanee. La storia delle istituzioni prova che un insieme di popoli, etnie e gruppi sociali non può essere governato con sistema democratico.  A fare qualche esempio ci conforta la storia romana: l’evoluzione da repubblica a impero fu necessitata dal fatto che gli elementi di democrazia esistenti nella costituzione repubblicana dovevano essere eliminati – come furono – nell’ordinamento imperiale perché rendevano ingovernabile la sintesi politica, come dimostrato dalle convulsioni costituzionali nell’ultimo secolo della repubblica. Venendo ai tempi moderni, nell’analisi delle conseguenze (e significato) dell’imperialismo (e dell’Impero) inglese del XX secolo. J. Hobson scriveva criticando la teoria che “la nostra politica imperiale e coloniale è animata dalla volontà di diffondere in tutto il mondo le arti del libero autogoverno di cui godiamo in patria”; invece “alla vasta maggioranza dei popoli del nostro impero noi non abbiamo attribuito alcun vero potere di autogoverno, né abbiamo alcuna seria intenzione di farlo, né d’altra parte crediamo seriamente che sia possibile farlo”[13]. Non solo la democrazia ma neppure l’autogoverno era facilmente praticabile (e praticato). Per cui l’economista inglese scriveva “La libertà politica e la libertà civile che da essa dipende, semplicemente non esistono per la stragrande maggioranza dei sudditi britannici”[14].  D’altra parte anche nei regimi autocratici e dispotici c’è (in genere ma non sempre) un’“eguaglianza” anche senza omogeneità presupposta: è quella di fronte al potere e alle di esso facoltà di comando e (in particolare) sanzionatorie: dalla pena di morte in giù. Eguaglianza apprezzata dai giustizialisti di casa nostra.  In effetti un potere che eserciti il comando, ma senza la responsabilità e i limiti della democrazia è proprio quello che si profila all’orizzonte della globalizzazione.

7. Hauriou distingueva all’interno del diritto istituzionale (che separava dal diritto comune) il diritto disciplinare (disciplinaire) da quello statutario (statutaire).  Il primo basato sulla coercitio (cioè sulla possibilità di esecuzione forzata, e quindi sulla forza), inseparabile da atti e misure dell’autorità. Il secondo che “rappresenta (répresente) l’interesse del gruppo espresso dall’adesione individuale… alle procedure collettive della vita corporativa”
[15]. Diritto disciplinare e statutario “fanno da contrappeso l’uno all’altro, e questo equilibrio delle regole di diritto è un elemento dell’equilibrio totale delle forze che sostengono l’istituzione”[16].  D’altra parte, mentre nello Stato democratico-liberale la conformazione del medesimo è tale da tutelare, come aveva scritto Montesquieu, la libertà politica, non è chiaro come possa essere assicurata in difetto sia delle norme e procedure “statutarie” – prevalentemente legate ai diritti di cittadinanza e, specificamente alla partecipazione dell’esercizio del potere, sia dell’assetto generale dello Stato. Come sosteneva Montesquieu è “par la disposition des choses” che è garantita la libertà politica (soprattutto attraverso la distinzione dei poteri). Pretendere di supplirla con qualche Tribunale internazionale e che questo sia un liberalismo sufficiente è un’illusione (estremamente) riduttiva delle garanzie dello Stato liberale democratico e della relativa conformazione.   Dove invece Tribunali internazionali – almeno quelli competenti in diritto privato (internazionale) - possono avere utilità è per l’appunto nel tutelare diritti di natura privata, lo jus commercii in primo luogo. Il diritto che Maurice Hauriou chiamava droit commun, basato non sull’appartenenza del singolo alla comunità (e all’istituzione) ma sulla naturale socievolezza umana: diritto “ch’esisteva prima della città, ossia prima dello Stato… il quale non fu mai inerente all’istituzione dello Stato…”[17].  Il costituzionalismo moderno è stato pensato e costruito per (e intorno) allo Stato moderno e funziona presupponendo (e servendosi) di quello. Anche i libertari più estremisti, quelli che auspicano lo Stato solo come guardiano notturno, comunque presuppongono lo Stato e, quale metronotte, gli affidano il compito di tutelare i diritti: la libertà e la proprietà, in primo luogo, dei cittadini. In definitiva confermano la concezione di Hegel che “lo Stato è la realtà della libertà concreta”[18]. Senza lo Stato moderno non c’è né realtà, né libertà, né concretezza[19].

8. Quanto alle Corti globali, che avrebbero “superato” il detto di Hegel che “non c’è Pretore tra gli Stati”, occorre rilevare che S. Cassese scrive che le Corti globali (cioè internazionali) sono strumenti di garanzia
[20].  Il numero delle Corti globali “è cresciuto rapidamente dal 1990. Prima di quella data vi erano solo sei Corti. Negli ultimi quindici anni, quindici nuovi meccanismi permanenti di aggiudicazione e otto tipi di procedure quasi giurisdizionali sono stati introdotti ex novo. Prima del 1990, nell’ordine giuridico globale vi era diritto senza che vi fossero giudici”[21].  Tuttavia occorre considerare due cose, quanto alla globalizzazione del diritto e soprattutto all’espansione di competenze - e potere -  dei Tribunali internazionali.  La prima che se si va a vedere le attribuzioni di (quasi) tutte le Corti istituite, queste concernono il diritto privato, o meglio il droit commun di Hauriou: sono strumenti per decidere controversie che, come scriveva il giurista francese, sono riconducibili alla naturale socievolezza dell’uomo. Quasi mai sono oggetto della cognizione giudiziaria internazionale condotte ed atti che rientrano nel diritto pubblico e ancor più in quello politico[22].  Tale proliferazione di trattati, Corti e agenzie internazionali ha quale connotato che le materie rientranti (negli accordi e quindi) nelle loro competenze hanno tutte carattere puntuale e tassativo. Non c’è una Corte a competenza generale, né un trattato che preveda soggezione – generale e genericamente determinata – di uno Stato ad un altro Stato o a un'altra istituzione (una sorta di protettorato); né c’è un “governo”.  L’ordine giuridico globale è “privo di un corpo di regole generali e comuni, è, tuttavia, esso sottoposto almeno ad alcuni principi primi, non imposti dall’alto a ciascuno di essi, ma scaturenti da essi stessi, in modo che il sistema globale di governo (la governance) possa non essere considerato un sistema di governo assoluto?  In altre parole, esiste una rule of law globale?”[23].  La risposta del giurista è affermativa (almeno parzialmente): “Uno degli aspetti dell’ordine giuridico globale che colpisce maggiormente è la rapidità con la quale in esso si sono sviluppati i principi propri dello Stato di diritto: trasparenza, obbligo di ascoltare l’interessato, obbligo di motivare i provvedimenti, riesame giurisdizionale delle decisioni”[24]. Tra le spiegazioni che di tale evoluzione vi è che “essa possa spiegarsi a causa della assenza della componente autoritaria nell’ordine giuridico globale: questo si interessa solo marginalmente di ordine pubblico, difesa e di altre potestà sovrane. Quindi, ha minor bisogno di far ricorso a poteri di supremazia, o esorbitanti dal diritto comune”[25].  Una teoria dello Stato, scrive Hegel, parla di Costituzione e di Stato solo se coincide con la realtà.  E per far questo occorre che la moltitudine “costituisca un comune apparato militare e un potere statale[26]   Non è essenziale che questa moltitudine abbia lo stesso diritto, la stessa lingue, gli stessi pesi, misure e denaro[27]; né la forma dell’amministrazione; né sistemi fiscali uniformi; e neppure l’unità religiosa.   È l’unità in un potere comune ed efficace - cioè in un governo in grado di comandare ed agire con successo - che fa uno Stato (o meglio la sintesi politica).
9. Quindi da un lato c’è, oltre a quella economica, una globalizzazione giuridica; dall’altro identificare il connotato comune e distintivo del diritto globale rispetto a quello “interno” allo Stato richiede qualche considerazione.  In primo luogo diritto globale/non globale non può coincidere con la distinzione tra pubblico e privato; anche se buona parte dell’estensione del concetto di diritto pubblico coincide con quella di diritto “interno” (o meglio di diritto statale); tuttavia è stato notato che da un lato c’è una parte del diritto globale che rientra nel diritto amministrativo (perché consiste di un’attività essenzialmente amministrativa) e quindi una porzione del diritto globale coincide con l’ “estensione” di quello pubblico.  Piuttosto occorre riprendere la distinzione di Hauriou tra droit disciplinaire e droit commun (e relative justices). L’uno generato per e da l’istituzione e che solo nell’appartenenza e nella necessità di questa trova la propria ragione; l’altra espressione della naturale socievolezza umana, e quindi prescindente dalla ragione (e funzione) istituzionale. Un diritto – il primo - che nel précis  de droit public Hauriou fa accompagnare dal
droit statutaire[28].  Droit disciplinaire e droit statutaire hanno un senso solo in relazione all’istituzione (in primo luogo), al rapporto di comando-obbedienza ed al potere (politico)[29].   In particolare tale diritto è in (stretto) rapporto con l’unità, l’esistenza e l’azione dell’istituzione. Trattandosi dello Stato, dell’istituzione politica per eccellenza dell’età moderna. L’unità è data dall’efficacia del rapporto comando-obbedienza, il quale consente che, come scrive il giurista francese (ripetendo il paragone più volte), senza quello l’istituzione non potrebbe essere ciò che è, ossia un esercito in marcia (ordinato e disciplinato) malgrado le diversità delle situazioni e la molteplicità dei componenti. Tutto questo nel droit commun, diritto “internazionale” o intergroupale per natura, non esiste, perché manca l’esigenza (l’ordine sociale) su cui si fonda.   Come scrive Hauriou il droit commun e le relazioni sociali che vi erano ricondotte sviluppano una giustizia “internazionale” volta ad impedire le lotte – fino alla guerra tra gentes – che potevano nascere tra i vari gruppi gentilizi componenti la civitas. Avevano cioè una funzione non costitutiva/conservativa di una sintesi politica capace d’agire ma di “servizio” pubblico volto a regolare conflitti d’interesse tra appartenenti a diverse gentes. Con ciò il diritto e la giustizia comune era privo di quei caratteri distintivi del diritto istituzionale che lo differenziano da quello che tale non è: generalità (della competenza e delle attribuzioni e, terndenzialmente, dell’applicazione a tutti i componenti del gruppo), conseguenzialità, gerarchia, affermazione e garanzia dell’unità e della totalità, della supremazia dell’istituzione (e dei suoi organi) rispetto ai soggetti, omogeneità di questi.  Il diritto globale è invece connotato dalla specificità, dalla diversità (delle forme e delle norme), dal non avere per natura, l’esigenza dell’unità e della totalità; dall’esservi di conseguenza, una supremazia tassativa, limitata e condizionata (essendo comunque vigente la clausola rebus sic stantibus). Peraltro, e di conseguenza l’“organizzazione” necessaria alla tutela del “droit commun” non ha un carattere generale ma meramente funzionale alle competenze alle riparazioni e agli affari attribuiti.

10. Tale lunga disgressione consente di chiarire il rapporto tra unità politica, di cui la nazione – o meglio la comunità – è l’elemento essenziale e la globalizzazione – o meglio il potere globale e le opposizioni che ne conseguono.  La nazione (e l’istituzione comunitaria) comporta in primo luogo la sovranità e l’affermazione giuridica di questa. Al potere globale, di converso l’uno e l’altra sono un ostacolo, sia perché ne limitano l’azione, sia perché l’autonomia consiste nel diritto delle comunità ad essere differenti, mentre la globalizzazione tende ad uniformare e a limitare le differenze. In secondo luogo, il potere di comando, sotteso allo stesso concetto (e termine) di droit disciplinaire, manca in quello globale sia della conseguenzialità (talvolta manca del tutto) che delle forme delle riparazioni e degli assetti che assume in quello interno.  Quanto alla conseguenzialità il potere di comando non è riferibile – come nel diritto interno – ad una volontà prevalente (sovrana) che prende (d’autorità) le relative decisioni, ma a fondamento di questa c’è sempre un patto, cioè un trattato, o quanto meno l’esito di una guerra. Anche nelle fasi successive all’accertamento di un obbligo – ad esempio quelle di esecuzione (interna) di una sentenza di una Corte internazionale – l’esecuzione e la modalità di riparazione del diritto violato la conseguenzialità è, per così dire, sfumata.  Di conseguenza la stessa costituzione di un apparato di garanzie è monca e priva di alcune essenziali tra quelle, sopra ricordate, elencate da Jellinek e che presuppongono una forma politica (responsabile) e un’organizzazione articolata.  Ancor più la globalizzazione è incompatibile con la democrazia politica (e, in minor misura con i principi dello Stato borghese, cioè liberali).  Ma relativamente ai principi della democrazia (come forma concreta) l’opposizione non può essere più netta. In una democrazia la legislazione è prodotta – normalmente - per iniziativa o consenso o controllo e quindi per decisione esplicita o implicita di una rappresentanza elettiva. Nel diritto globale – invece – si applicano principi consuetudinari o trattati negoziati da Stati spesso non aventi le caratteristiche minime di democrazia; il tutto attraverso organi ed agenzie internazionali i cui componenti sono nominati dagli Stati o altrimenti, comunque non per scelta dei corpi elettorali degli Stati che si obbligano.  Quanto ai negoziatori e ai funzionari internazionali non esiste (se non, talvolta, in via riflessa e indiretta) il diritto d’accesso alla funzione pubblica (v. art. 51 della Costituzione italiana) che da Pericle in poi è stato ritenuto uno dei capisaldi della democrazia politica
[30].  Non c’è neppure l’omogeneità dei governati (e tra questi e i governanti), su cui non si ripete quanto già scritto sopra.  Peraltro come prima già affermato esiste un contrasto insanabile tra un regime politico (com’è la democrazia) che presuppone sempre la possibilità di un nemico esterno e un “ordine” globale il quale presuppone non esservi nemici, o meglio che gli unici nemici siano interni; per cui ogni guerra si trasforma in un’operazione di polizia internazionale.  Il diritto globale consiste in un misto di cosmopolitismo ed individualismo, mentre la democrazia politica pur facendosi carico – almeno se allineata ai principi liberali – sia dei diritti del cittadino che di quelli dell’uomo, li concilia con le esigenze, di ordine ed autonomia dei popoli e consenso dei governati[31].  Questo ovviamente ha cambiato solo in modesta misura il contrasto: l’ostilità permane, e la volontà di dominare anche.  Quindi si ricorre a due tipi (e modi) sostitutivi della guerra classica. Da un lato la si fa con mezzi non tradizionali (attacchi terroristici, blocchi economici, in futuro incursioni informatiche), dall’altro le si cambia nome, avendo cura di dare un senso positivo alla guerra. D’altra parte che il tasso d’ostilità, anche se estrinsecantesi con mezzi con violenti, cresca e sia suscettibile tuttora d’incrementi, è favorito dalla proliferazione dei soggetti politici, incentivato dalla deresponsabilizzazione di questi, dalla loro scarsa vulnerabilità come dalle ideologie (e dalle derivazioni – in senso paretiano) che ne stanno alla base.

11. A fondamento dell’istituzione (politica) c’è (l’aspirazione a) l’ordine.  Vi possono essere diversi tipi di ordine; come scriveva S. Agostino, anche una banda di briganti vuole un ordine (interno)
[32]: quello che loro garba.  Rispetto al “vecchio” ordine degli Stati nazionali, il nuovo ordine che si profila appare meno applicabile e soprattutto meno idoneo ad assicurare una pacifica regolamentazione e decisione dei conflitti interindividuali e collettivi. Tante Corti internazionali con le loro specifiche e puntuali competenze, ad esempio, non hanno il carattere generale degli articoli 24 e 111 della Costituzione italiana vigente.  La “realtà della libertà concreta” che Hegel riteneva realizzata nello Stato moderno consisterebbe, nell’ordine globale, nella somma di libertà puntuali, e peraltro di più incerta concretizzazione. Una somma di “eccezioni” comunque non fa la regola.  E’ peraltro enigmatico come un potere/i globalizzato/i possa assicurare l’ordine, mancando sia di pubblicità che di rappresentanza (e visibilità)[33].  In questa situazione l’ordine concretamente possibile e coniugabile con i principi dello Stato borghese, appare quello dello Stato-nazione. Intendendo la nazione nel senso di comunità, legata da vincoli decisivi e differenziali e connotata dall’omogeneità degli appartenenti.  Non è neppure (sempre) vero né nel passato come (ancor più) nel presente che ideologie cosmopolite siano pacifiche, rispettose (delle peculiarità delle comunità “minori”) e non aggressive, al contrario del nazionalismo presentato come guerrafondaio e irrispettoso dell’identità.  La storia ha visto ideologie cosmopolite (come lo stoicismo diffuso all’epoca dell’instaurazione dell’impero romano) rispettose dell’identità, della religione, degli assetti interni delle comunità incluse, ma altre poco riguardose di queste. Quale esempio delle prime l’impero romano, che non pretendeva né d’imporre religione, élites e diritto proprio (al posto di quelli degli inclusi), ma comandava soltanto quanto strettamente necessario alla sintesi (ed alla necessità) politica.  E del pari, a nazionalismi aggressivi (come da ultimo quello nazista) possono contrapporsi nazionalismi difensivi, come quello mazziniano e, in genere, risorgimentale[34].  Confondere difesa e aggressione è un espediente vecchio quanto utilizzato dalla propaganda; ma il lupo che si pretende aggredito dal nonno della pecora è un’ironia da favola.  Nei frangenti odierni è il topos ricorrente del cosmopolitismo mercatista.
 


Note:

[1] Nel senso del termine di cui al libro di G.F. Lami Utopia e utopismo                     .
[2] V. in “Il dominio della politica” a cura di N. Merker, Roma 1997, p. 174.
[3] E’ assai adatto al modo di pensare corrente quel che scrive a tale proposito Renan “ La comunanza di interessi è certo un potente legame tra gli uomini. Gli interessi, tuttavia, bastano a fare una nazione? La comunanza di interessi fa i trattati commerciali. Nella nazionalità c’è un risvolto sentimentale: essa è al tempo stesso anima e corpo: uno Zollverein non è una patria” v. op. cit. trad. it. (a cura di N. Iannello e C. Lottieri). Facco editore, Treviglio 1996 p. 16.
[4] Op. cit. p17 (i corsivi sono miei). Specificando ulteriormente scrive “… la sofferenza comune unisce più della gioia. In fatto di ricordi nazionali i lutti valgono più dei trionfi, poiché impongono doveri e uno sforzo comune … La nazione allora è una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme … si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni. Come l’esistenza dell’individuo è un’affermazione perpetua di vita. Si, lo so, tutto questo è meno metafisico del diritto divino e meno brutale del preteso diritto pubblico ... Il voto delle nazioni, in definitiva, è il solo criterio legittimo quello al quale bisogna sempre tornare". E subito dopo prosegue “Le volontà umane cambiano: ma cosa c’è che non cambia quaggiù? Le nazioni non sono qualcosa di eterno. Esse hanno avuto un inizio, avranno una fine. La confederazione europea, probabilmente prenderà il loro posto. Ma non è questa legge del secolo in cui viviamo. Oggi l’esistenza delle nazioni è un bene, persino una necessità. La loro esistenza è garanzia della libertà, che sarebbe perduta se il mondo avesse una sola legge e un solo padrone”.
[5] V. tra i tanti scritti, ricordiamo, la tesi di Höhn nella conferenza curata in italiano da chi scrive su “Comunità, diritto, popolo” in Behemoth n. 56.
[6] L’età delle codificazioni, apertasi con i primi codici dei sovrani illuministi, la rivoluzione francese e il code Napoleon, è (anche) una forma di nazionalizzazione del diritto, rispetto al diritto romano applicato in precedenza.
[7] In effetti occorre chiarire che se si fa una questione di dover essere, ossia del trattamento normativo da applicare, questa, ad essere coerenti porta a considerare come illegittimo (immorale, contrario al diritto naturale e così via) ogni differenza di una certa rilevanza; se sul piano del sein, è un’evidente scambio di auspicio per realtà. Resta il fatto che da Montesquieu (al più tardi) in poi si pensa – per lo più – che ordinare giuridicamente in modo uguale comunità diverse sia impresa irrealistica.
[8] Ovviamente, fatte le debite differenze. L’accostamento va ricondotto alla tesi di C. Schmitt sul pensiero di Hobbes v. il saggio curato da C. Galli e pubblicato nel volume “Il Leviatano”, Il Mulino, Bologna 2011, in particolare v. p. 115 ss., dove Schmitt (tra l’altro) scrive “il pensiero hobbesiano è riuscito a farsi valere, assai efficacemente ma per così dire in via apocrifa, nello Stato «di leggi» positivistico del Ottocento. Gli antichi avversari, i poteri «indiretti» della Chiesa e delle organizzazioni degli interessi, si sono ripresentati in questo secolo sotto la forma moderna di partiti politici, sindacati, gruppi sociali, in una parola come «forze sociali». Strada facendo si sono impadroniti del potere legislativo e dello Stato «di leggi», scavalcando il Parlamento, e hanno potuto credere di avere aggiogato il Leviatano al loro carro. E ciò riuscì loro facile grazie a un sistema costituzionale il cui schema fondamentale era un catalogo di diritti di libertà individuali. La sfera privata, presunta libera, garantita da questo sistema costituzionale, fu così sottratta allo Stato e consegnata ai poteri «liberi» (cioè incontrollati e invisibili) della «società» (p. 116)
[9] Sul punto, in relazione agli attentati dell’11 settembre 2001 e Al-Quaeda, mi sia consentito rinviare a quanto da me sostenuto in Osservazioni sul terrorismo post-moderno, in “Behemoth” n. 30.
[10] E’ appena il caso di ricordare che Clausewitz nelle prime righe del Vom Kriege da così la prima definizione della guerra parlando dei belligeranti “Ciascuno di essi vuole, a mezzo della propria forza fisica, costringere l’avversario a piegarsi alla propria volontà; suo scopo immediato è di abbatterlo e, con ciò, rendergli impossibile ogni ulteriore resistenza. La guerra è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà” il corsivo è mio; v. sullo stesso punto dello scopo della guerra G. Gentile Genesi e struttura della società.
[11] L’arte della guerra  ed. Mediterranee, rist. Roma 2005, p. 49 (il corsivo è mio).
[12] Quel “quasi” si riferisce alla possibilità – tante volte ripetutasi – di guerra civile, per cui la scriminante amico/nemico è interna alla comunità. Anzi secondo Montherlant quello civile è la “vera guerra”.
[13] Prosegue “Dei trecentosessantasette milioni di sudditi che vivono fuori dalle isole britanniche, non più di undici milioni, ossia uno su trentaquattro, hanno una qualche forma di autogoverno per quanto riguarda la legislazione e l’amministrazione” v. Imperialism trad. it. L. Meldolesi, Isedi, Milano 1974 p. 102 (il corsivo è mio).
[14] Op. loc. cit.
[15] M. Hauriou, Principes de droit public, rist. Paris 2010, p. 136.
[16] Op. loc. cit.
[17] V. Precis de droit constitutionnel, Paris 1929, p. 98 ; v. anche Principes de droit public cit., pp. 2 ss.
[18] Lineamenti cit. § 260 e scriveva “Ora la libertà concreta consiste nel fatto che la singolarità personale e i suoi interessi particolari, per un verso, hanno il loro sviluppo completo e il riconoscimento del loro diritto per sé (nel sistema della famiglia e della società civile); per altro verso, invece, essi in parte passano da se stessi nell’interesse dell’universale, e in parte, con il loro sapere e volere, riconoscono l’universale stesso: precisamente, lo riconoscono come loro proprio Spirito sostanziale, e sono attivi in vista di esso come in vista del loro fine ultimo”.
[19] Nell’interessante libro B. De Giovanni Elogio della Sovranità politica, Napoli 2015, sostiene (tra l’altro) che la concezione dello Stato di Hegel è tra i poli del decisionismo di Schmitt e del normativismo di Kelsen, ed è fondata sulla mediazione tra politica e diritto e così l’organizzazione della libertà dei moderni.
[20] V. Oltre lo Stato, Bari 2006 p. 21, e precisa “Le fasi dello sviluppo di una giustizia globale sono tre, che rappresentano altrettanti strati, giustapposti nella realtà attuale .La prima è quella diadica, orizzontale, fondata su arbitri e panel. …. Che rimette la decisione a una terza parte, non è più basata sulla opzionalità (e quindi è obbligatoria) è sottoposta a un processo di «giuridificazione» e ricorre a sanzioni. La terza è quella che applica e tutela diritti e obblighi che derivano da obbligazioni internazionali, ed assume una rilevanza anche costituzionale
[21] S. Cassese op. cit. p. 22.
[22] Questo, fatta salva, in particolare la competenza della Corte penale internazionale (e di qualche altra Corte ad hoc) la cui cognizione riguarda proprio controversie di carattere politico o quanto meno pubblico.
[23] V. Cassese, op. cit., p. 18.
[24] Op. cit., p. 18.
[25] Op. cit., p. 18
[26] Op. loc. cit., p. 31, il corsivo è mio.
[27] Tali unità di pesi, misure e denaro, scrive il filosofo profeticamente non farebbero dell’Europa un solo “Stato… né la loro diversità impedisce l’unità di uno Stato” op. cit., p. 31.
[28] Ma nel Précis de droit constitutionnel la distinzione è tra disciplinaire e commun (e relative justices), v. op. cit. pp. 88 e 97.
[29] V. Précis de droit public, rist. Paris 2010, pp. 136 ss., v. anche pp. 2 ss.
[30] V. il noto discorso riportato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, II, 3°. Anche Aristotele nella Politica colloca tra i tipici istituti democratici che “i magistrati li eleggono tutti tra tutti… le magistrature sono sorteggiate o tutto o quante non richiedono esperienze ed abilità… le funzioni di giudice sono esercitate da tutti e cioè da persone scelte tra tutti”, Politica, 1317b
[31] V. sul punto quanto scriveva Santi Romano “Comunque sia, Dio o demonio, realtà vera o idolo falso, salvezza o perdizione, lo Stato è diventato il primo, se non l’unico attore della scena del mondo. Senonché questa sua posizione, non solo nella speculazione filosofica, ma nella vita effettiva, non rappresenta forse se non il risultato temporaneo di una doppia e contraria reazione a quelle tendenze, così di individualismo come viceversa di cosmopolitismo, che sono fra di loro in continuo contrasto e il cui punto d’incontro o di equilibrio, sempre variabile, è ora dato dall’odierno assetto statuale”, Oltre lo Stato, ora in Scritti minori, Vol. I, Milano 1950, p. 46.
[32] Op. cit. XII.
[33] Come scrive Schmitt “La rappresentanza può rivolgersi solo nella sfera della pubblicità. Non c’è nessuna rappresentanza, che si svolga in segreto e a quattr’occhi, nessuna rappresentanza che sia «affare privato». Con ciò sono esclusi tutti i concetti e le raffigurazioni, che fanno parte essenzialmente della sfera del privato e della mera economia” Verfassungslehre trad. it. di A. Caracciolo Milano 1984, p. 275; anche “La rappresentanza non è né un fatto normativo né un processo né una procedura, ma qualcosa di esistenziale. Rappresentare significa rendere visibile e illustrare un essere invisibile per mezzo di un essere che è presente pubblicamente” op. cit. p. 277. Ma nella globalizzazione non è chiaro chi sia rappresentato né la di esso natura pubblica (si rappresentano i mercati? O anche l’umanità? E soprattutto dove sono i caratteri della pubblicità?) e ancor più chi sia il rappresentante, dato che chi esercita il potere reale tende a farlo nel modo più invisibile.
[34] Tra i tanti ricordiamo al riguardo le pagine di R. De Felice in Mussolini l’alleato, ora ripubblicato in Mussolini e il fascismo, Vol. VII, Torino 2015 p. 672 ss..
 
 
29)
ADDIO A BUSCAROLI,
FASCISTA SCOMODO
E
ULTIMO INTELLETTUALE
NON CONFORME
DEL ‘900

di
Andrea Lombardi


(da www.ilprimatonazionale.it,  martedì 16 febbraio 2016)

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“Fascista nonostante Mussolini”. Così si definiva Piero Buscaroli (1930-2016), giornalista e saggista e ultimo intellettuale non conforme del ‘900. L’ultimo intellettuale non conforme realmente, perché non ambì mai alla comparsata televisiva dell’“intellettuale di destra” che brama il brividino del “Ma lei è fascista?” in diretta, non rendendosi conto che se è in diretta live è già stato adeguatamente neutralizzato, non rinnegò la fogna quando si trovò a essere pubblicato dai grandi editori, non spintonò in alcuna rat race per sedersi su fondazioncioni o fondazioncine foraggiate dal sistema. Pochi altri intellettuali “di destra” avrebbero rifiutato una prebenda della tanto denigrata Repubblica Italiana, come fece invece Buscaroli, rifiutando nel 2005 l’“Ordine Al merito della Repubblica Italiana” restituendo al mittente la lettera di notifica protocollare dopo avervi annotato in calce (a matita, e non “a stilografica”, come scrisse sbagliando Buttafuoco; e questo piccolo equivoco la dice lunga su un certo immaginario): “Gentile dottoressa, grazie per la sua premura. Ma io non desidero e non voglio alcuna onorificenza da questa repubblica. Mi parrebbe uno scherzo di cattiva sorte. Fermi la macchina, la prego, e non se n’abbia a male. Detesto questa repubblica. Grazie. Piero Buscaroli”.
           
Nato nel 1930 a Imola, visse da adolescente la guerra civile, o meglio la “guerra dei comunisti, quella delle stragi che loro perpetravano e servivano a provocare rappresaglie e altre stragi, di che loro si nutrivano”, come la definirà lui, quella del Triangolo della morte e delle Corti d’Assise Speciali, come quella che processò il padre per “collaborazionismo con il tedesco invasore”. Il leggendario odio di Buscaroli parte proprio da lì, e dalla mai abbastanza vituperata figura del grande traditore del Duce, Dino Grandi, pur amico di famiglia: ma è un odio, quello di Buscaroli, che divampò per tutti gli italiani, troppo italiani, amici e nemici, e che serpeggiò per tutta la sua carriera di giornalista al “Borghese”, dove fu chiamato da un altro grande irregolare, Longanesi, nel 1955, a occuparsi, strano connubio, di musica, del quale fu straordinario cultore (anche se odiava essere definito “musicologo”), e come inviato di guerra: coprirà infatti i conflitti in Palestina e in Vietnam, e l’insurrezione praghese, rimanendo in questo settimanale sino al 1977. Passerà quindi al “Giornale” di Montanelli, alla critica musicale, pubblicando opere omnie su Bach, Beethoven e Mozart per grandi editori (Mondadori, Rusconi, Rizzoli…) e tenendo acceso il suo odio verso la politica e la società della “Repubblica nata della Resistenza” in pubblicazioni di case editrici minori, sino allo straordinario “Dalla parte dei vinti - Memorie e verità del mio Novecento”, pubblicato erraticamente da Mondadori nel 2010. Libro straordinario, dove Buscaroli raccoglie le sue riflessioni sull’Italia del 25 aprile e del dopoguerra, sul conformismo degli intellettuali, sui fascistissimi divenuti antifascisti, sulla incancellabile dignità del Giappone e della Germania sconfitti, su Mishima e Salazar, su Pound e Furtwängler, su tic e vizi del giornalismo italiano - memorabile la sua demolizione del “mito” dei centrodestrorsi Indro Montanelli, sui crimini dei vincitori, dai cosacchi volontari nella Wehrmacht consegnati dagli Alleati ai Gulag staliniani, alle città italiane e tedesche flagellate dai bombardamenti al fosforo.
           
Dopo questa inconsueta apertura al pensiero non conforme, Mondadori e l’establishment chiusero rapidamente le porte, seppur tardivamente, e il successivo libro “politico” di Buscaroli uscì nel 2013 per un editore indipendente, Minerva. Il titolo è, purtroppo per noi, eloquente:Una nazione in coma. Chiudiamo questo ricordo con un florilegio dell’odio buscaroliano, tanto tremendo quanto puntuale. Gli italiani: “Trattandosi di italiani, non ci si possono aspettare esiti veloci in materie come l’onore nazionale e la morale”. Pietro Badoglio: “Alla fine d’agosto, il dittatore Badoglio si rivelò un solerte assassino, i Reali Carabinieri uccisero Ettore Muti col sovietico colpo alla nuca in piena notte”. I partigiani: “C’erano altri, comunisti e tipi che i comunisti superavano in ferocia, Emilio Lussu, Riccardo Bauer e Sandro Pertini, gli estremisti sanguinari del Cln, che volevano commemorare l’anniversario con una strage”. Oscar Luigi Scalfaro: “L’ometto con le crocette all’occhiello e le madonnine sotto la camicia… Si scaccia con fatica il sospetto che l’elezione alla Costituente fosse diretta e tortuosa conseguenza della complicità nella vendetta che i comunisti avevano imposto”. Indro Montanelli: “Le bugie lungamente ripetute gli diventavano ricordi e i ricordi, accumulati e incrostati, storia patria”. “Io da Indro non imparai mai nulla, se non che i moderati sono peggiori degli estremisti”. Claudio Magris: “Si chiama Claudio Magris, è uno che battezza se stesso (o tale lo battezza il suo editore, ch’è uguale), ‘l’intellettuale italiano più autorevole e seguìto’. Dicono che dica e faccia dire simili énormités perché spera nel Nobel”.
           
Sui bombardamenti Alleati: “Fu una gran giornata dei banditi volanti inglesi e americani, da Parma a Rimini riuscirono a guastare quattro o cinque città, non un marco di danni per i tedeschi, ma cupole piazze palazzi e casette e un bel cimitero di miseri liberandi; sulle diciotto apparve, alto verso Oriente, un puntino solitario che scese a precipizio con un rombo di tuono lontano, e subito udimmo, sempre lontano, uno schianto. Forse era esploso, in un disperato assalto alla muraglia di fusoliere, un ultimo Me 109. Invece era il Macchi 205 di Rolando Garavaldi, nato a Soliera, quindici chilometri da Modena, caduto a Guardia di Molinella a ventiquattro anni. Lo seppi il 27 agosto 2000 a Molinella, dove il Comitato “Agmen Quadratum”, che aveva scavato il “caccia” sotto metri di terra, gli tributò onori funebri nella chiesa di San Matteo. L’Aeronautica Militare mandò ufficiali e avieri. Il partito comunista, incarnato da un sindaco femmina, partecipò con rifiuti e divieti, confermando la sua appartenenza alla civica spazzatura”. Sulla sinistra post caduta del Muro di Berlino: “L’impero del male universale, che gli ottimisti di Bratislava assicuravano già spacciato, sopravvisse, putrefacendosi eppur ancora capace di nuocere, altri vent’anni. Dopo trent’anni, le sue sparse carcasse continuano a impestare le nazioni, le ideologie di fogna libri e giornali, i suoi aguzzini profittatori e lacchè, mutati i nomi ai rispettivi partiti, circolano indisturbati e riveriti; impartiscono lezioni di umanità, onestà e buongoverno, presiedono parlamenti e trovano impreviste tenerezze in putative ‘destre’ che la fame di posti privò dell’onore e dell’anima”. A un partigiano di Imola, nel 1950: “Guarda, guarda pure, tanto hai il cancro del partigiano e presto crepi”. “Pochi mesi più tardi, la fida Ecate si prese il mio Vespignani e lo portò in qualche suo paradiso per partigiani. M’ero messo nelle mani della Dea Ecate perché della famiglia Nazareth non mi fidavo poi tanto in certe bisogne”.

 
30)
Gli "eroi di Kuweyres"
di
Gian Micalessin


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L’EROISMO DEI MILITARI DI ASSAD
NELLA DIFESA DELL’AEROPORTO DI KUWEYRES

 
 
(da www.barbadillo.it di lunedì 14 marzo 2016 - fonte Il Giornale)
 
         
I cadaveri sono tutt’attorno. Ossa e scheletri scarnificati con ancora indosso le divise dello stato Islamico sparpagliati lungo le difese dell’aeroporto militare di Kuweyres, 26 chilometri a est di Aleppo. Attorno a questa base rimasta chiusa dietro le line del Califfato per quasi tre anni si è combattuta una delle più lunghe e accanite battaglie del conflitto siriano.
           
Qui milleduecento uomini dell’aviazione di Damasco hanno difeso per milleduecentoquindici giorni il perimetro di tre chilometri per quattro di quest’aeroporto militare situato lungo l’autostrada per Raqqa e circondato dai militanti dello Stato Islamico fin dal 2013.
           
“Eravamo circondati, ma non abbiamo mai pensato di mollare neppure quando tutto sembrava perduto” - ricorda il sessantaduenne generale Munzer Zamani che in questo periodo non ha mai abbandonato il comando dei suoi uomini. Per farci capire che genere di battaglia si sia combattuto intorno alle piste della sua base il generale ci accompagna di persona fino ai lati del campo. Lì oltre le piste di decollo e atterraggio si dipanava fino a poche settimane fa la prima linea della base. E appena 150 metri più oltre s’aprivano le postazioni del Califfato. “Non sapevamo né quanti fossero, né da dove arrivassero. Era come combattere con un esercito di topi emerso all’improvviso dalle viscere della terra” - confessa il generale Munzer mostrando l’ingresso di una galleria scavata proprio sotto le trincee in cui si muovevano gli uomini del Califfato.
           
Lì oltre e sotto quella tetra voragine s’apre un altro mondo, un’oscura gruviera disegnata nelle viscere della terra. “Non immaginavamo fossero in grado di scavare dei tunnel così lunghi, profondi e ben strutturati” - racconta il maggiore Yad, uno dei pochi ufficiali della base ad averle esplorate quasi tutte. “Ora siamo a tre metri sotto terra e scenderemo anche fino a cinque spiega il maggiore mentre avanziamo a testa china in uno stretto cunicolo. Poi oltre una curva la galleria si allarga e ai suoi lati si aprono una serie di cavità sotterranee larghe quanto una stanza.
           
“Vedi, qui dormivano, mangiavano e si riposavano. Avevano creato un mondo parallelo sotto i nostri piedi senza che noi manco ce ne accorgessimo. Grazie a queste gallerie le bombe dei nostri aerei erano praticamente inutili, appena li sentivano arrivare si buttavano nei tunnel. Quando ancora non conoscevamo tutte le loro trappole sono riusciti a sbucare fin dentro la zona delle nostre caserme e prenderci di sorpresa. Da quel momento abbiamo dato il via ad una vera e propria guerra dei tunnel. Loro scavavano e noi seguivamo il rumore dei loro macchinari cercando d’identificare i fori d’areazione. Quando li trovavamo e li bloccavamo non serviva neanche ucciderli perché appena capivano di essere in trappola si facevano saltare da soli”.
           
La battaglia più dura era però quella combattuta faccia a faccia su una terra di nessuno larga non più di 150 metri. “Loro avevano dei tiratori infallibili quasi tutti ceceni che non sbagliavano un colpo. A causa loro - ammette il generale - ho perso tantissimi soldati. Dei seicento caduti di questa base almeno una cinquantina sono stati colpiti dal fuoco di quei cecchini infallibili”. Ma i ceceni erano solo uno dei tanti gruppi stranieri impegnati a stringere d’assedio l’aeroporto. “Qui erano venuti da tutto il mondo per farci la festa - scherza il maggiore - i sauditi erano la maggioranza, ma dietro a loro credetemi c’era di tutto dai militanti del Mali a quelli della Tunisia, dai cinesi agli afghani. Quando raccoglievamo i cadaveri e controllavamo i documenti trovavamo di tutto meno che i siriani. A conti fatti la percentuale degli stranieri superava il 70%. E il problema maggiore in battaglia era l’indifferenza di fronte alla morte di tutta quella gente. Quando attaccavano erano tutti sotto l’effetto di droghe e quindi andavano avanti fino a quando non trovavano un proiettile o una bomba che li fermava. L’arma più temuta dai difensori di Kuweyres erano le micidiali autobombe blindate con cui lo Stato Islamico cercava di sfondare le difese del lato occidentale della base.
           
“Non avevamo mai visto prima una cosa del genere. Utilizzavano dei blindati riempiti di tonnellate di tritolo che abbattevano interi edifici racconta il maggiore Yad mentre ti accompagna tra i ruderi di un palazzo di cemento colpito da uno di queste ordigni devastanti. Le armi anticarro non bastavano a fermarli e così anche i nostri soldati hanno imparato a sacrificarsi. I nostri volontari hanno fermato quindici di quei mostri buttandosi sopra quei mostri e facendoli esplodere prima che riuscissero a colpire il perimetro della nostra base. Se siamo riusciti a sopravvivere lo dobbiamo al sacrificio di quei nostri martiri”.
 
 
                                                                  
31)

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Le ultime parole di
Alexander Prokhorenko
 
(Fabrizio Quattrocchi:
Catania, 9 maggio 1968 -
Iraq, 14 aprile 2004)




(trascrizione delle registrazioni)
 
 
Ecco le ultime parole di Alexander Prokhorenko,  ufficiale russo delle truppe speciali aeronautiche, morto eroicamente nella riconquista di Palmira facendo bombardare
la propria posizione d'osservatore celato in cui si trovava:
 
 
Ufficiale: non posso. Mi hanno circondato e si avvicinano. Vi prego sbrigatevi.
Comandante: vai alla linea verde, ripeto vai alla linea verde.
Ufficiale: sono qui fuori, conduci l'attacco aereo ora. Sbrigatevi, questa è la fine, dite alla mia famiglia che li amo e muoio combattendo per la mia patria.
Comandante: negativo, tornate alla linea verde.
Ufficiale: non posso. Comandante, sono circondato. Sono qui fuori. Non voglio che mi prendano. Conduca l'attacco aereo. Faranno una farsa di me e di questa uniforme. Voglio morire con dignità e che tutti questi bastardi muoiano con me. Vi prego è la mia ultima volontà, conduca l'attacco aereo. Comunque, mi uccideranno.
Comandante: si prega di confermare la tua richiesta.
Ufficiale: sono là fuori, è la fine, comandante, la ringrazio. Dite alla mia famiglia e al mio paese che gli voglio bene. Dite loro che sono stato coraggioso e che ho lottato fino alla fine. La prego si prenda cura della mia famiglia; vendicate la mia morte, addio comandante, dite alla mia famiglia che gli voglio bene.
 
Comandante: nessuna risposta, ordinato l'attacco aereo.

 
 
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32)
Renaud Camus e la “Grande sostituzione”
di Adriano Scianca
 
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(dal blog: Kultur kampf del 06.03.2016)
 
La
Grande Sostituzione
e
la battaglia per l’essenziale
 
Il concetto di Grande Sostituzione (Grand Remplacement, in francese) nasce dalla penna di Renaud Camus, intellettuale transalpino poliedrico e controverso, molto lontano da qualsiasi cliché sull’intellettuale di destra: frequentatore delle avanguardie intellettuali, da Roland Barthes ad Andy Wahrol, omosessuale dichiarato, oggi vive in un castello e dedica gran parte del suo tempo alla denuncia della sostituzione del popolo europeo con dei popoli allogeni a causa dell’immigrazione incontrollata.
 
Oggi la tesi del Grand Remplacement trova una larga eco in tutti i movimenti identitari francesi e, sia pur con qualche resistenza da parte di Marine Le Pen, è entrata a far parte anche del discorso ideologico del Front national. In Italia solo Matteo Salvini se ne fa portavoce.
 
Per apprezzare l’efficacia del concetto non si è ovviamente obbligati a condividere tutta l’opera del suo inventore (e pensiamo soprattutto ad alcune posizioni smaccatamente filo-israeliane). Bisogna tuttavia rendere atto a Camus di aver individuato il punto cruciale della questione, il cardine attorno a cui far ruotare tutto il discorso sull’immigrazione.
 
La Grande Sostituzione rende per esempio del tutto obsoleto il dibattito sull’integrazione. Con questo termine si intende il lento processo di “digestione”, da parte di una collettività omogenea, di elementi estranei affinché vengano assimilati senza crisi di rigetto. Ma che ne è dell’integrazione in un contesto in cui manca l’integrità iniziale dell’insieme che dovrebbe assimilare? In un quartiere al 90% popolato da allogeni chi deve integrarsi con chi?
 
Lo scenario per cui gli europei siano minoranza in casa propria relativizza, poi, tutti i discorsi sull’effetto criminogeno (pure conclamato) dell’immigrazione, o sui suoi costi economico-sociali, o sulle problematiche religiose e culturali ad essa connesse, così come perdono di senso le analisi sulle motivazioni delle migrazioni e le indagini su chi “fugge dalle guerre” o meno. Nel momento in cui rischia di azzerare la civiltà europea stessa, l’immigrazione va rigettata ontologicamente, va rifiutata in quanto tale, ogni altra considerazione fa parte della tattica contingente e della retorica politica occasionale. Non è che se gli immigrati rispettano le leggi o pagano le tasse diventano “accettabili”, se non in una miope logica di brevissimo periodo.
 
Ci sono però due obiezioni spesso mosse agli “anti-remplacistes” (come Camus chiama chi aderisce alla sua tesi): la Grande Sostituzione sarebbe: a) una lettura falsa della realtà, b) una visione complottista e paranoica.
 
Alla prima obiezione – quella secondo cui, in sostanza, non sta avvenendo alcuna Grande Sostituzione, gli immigrati sono un’infima minoranza, anzi sono troppo pochi – si può rispondere con due contro-obiezioni. La prima è che, anche prendendo per buone le statistiche ufficiali sulla presenza immigrata (e sfugge, francamente, la sicurezza con cui si determina il numero dei clandestini presenti in Italia, dato che sono per l’appunto entrati illegalmente), esse sono vanificate dalla volontà dichiarata di importare in un futuro più o meno prossimo quantità bibliche di nuovi allogeni in Europa (250 milioni secondo "Repubblica" e i suoi "economisti").
 
Quand’anche gli immigrati fossero davvero pochi, ebbene la volontà è comunque quella di importarne tanti, tantissimi. Se non c’è da combattere contro un fatto, c’è almeno da contrastare una volontà ben dichiarata. Quindi la battaglia ha comunque un senso.
 
La seconda contro-obiezione è quella per cui la Grande Sostituzione è già oggettivamente in atto in alcune città e in alcuni quartieri: anche senza andare sempre a consultare le statistiche demografiche sulla periferia nord di Parigi, su Marsiglia, su Bruxelles, basti pensare al caso emblematico di quella scuola di Brescia con una prima elementare senza italiani. Sono casi sempre più frequenti e sono di per sé allarmanti e destrutturanti, senza che si debba attendere il completamento del processo.
 
La seconda accusa agli anti-remplacistes è quella di proporre una nuova teoria del complotto. Ora, per quanto siano documentati gli interessi nel business migratorio dei vari Soros, Rotschild, delle COOP e delle ONG che lucrano sull’accoglienza, è lo stesso Camus a dichiarare, nel corso di una recente intervista a Libero: “Nessuno è all’origine di questo progetto […] Credo soprattutto alla forza di giganteschi meccanismi storici, economici e ideologici, e anche ontologici, in seno ai quali le istituzioni e gli uomini sono solo degli ingranaggi fra tanti altri”.
 
Il Grand Remplacement è una dinamica storica oggettiva, non un piano diabolico. Va inoltre sottolineato come la Grande Sostituzione abbia ormai degli espliciti sostenitori (pensiamo ad alcuni studi dell'ONU, a certe dichiarazioni di Papa Bergoglio o, in Italia, a certe proposte del PD) che renderebbero comunque inutile qualsiasi trama oscura.

Quello della Grande Sostituzione è quindi un concetto operativo fondamentale. Nel fatto di saperlo ben articolare e, soprattutto, di saper opporre strumenti concettuali e politici all’altezza, si giocherà il futuro di qualcosa che è molto, molto più grande di noi.


 
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33)
Propositum Artis,

di
Gian Ruggero Manzoni,
introduzione catalogo Paladino Editore,
mostra Mole VanvitellianaAncona, 2-25.04.2016.

 
 


 
La coscienza, nel suo significato fondamentale, non è un fatto tra gli altri fatti,
un oggetto tra gli oggetti, ma è l'unità che comprende ogni fatto,
ogni oggetto, ogni evento, e rispetto al quale, dunque,
non può esistere alcuna cosa in sé.
Questo è il carattere trascendentale della coscienza,
e nell’affermazione di questo carattere consiste
il principio fondamentale dell’idealismo.”
 
(E. Severino, da “La filosofia contemporanea”). 
 
 
Esiste ancora un idealismo in arte o per l’arte … oppure, e meglio, una visione ideale nel porsi espressivo? Credo di sì, così come lo credono gli amici artisti che hanno aderito a questo progetto di mostra itinerante in cui, nelle indubbie differenze, ognuno di noi vuole portare testimonianza che ancora crede nei vari linguaggi che la creatività ci ha affidato al fine di dirsi quali esseri umani che danno senso alla vita e a ciò che la vita, riguardo tutti i suoi aspetti, anche i più tragici, ci riserva. Del resto l’arte - che ha il potere di rendere compatibili mondi altrimenti inconciliabili, spesso favorendo il dialogo pacificatore, essendo orientata, intrinsecamente, alla tolleranza e al continuo scambio - non si è mai sottratta al disagio, al dramma e alla complessità, anzi ne ha fatto il terreno della sua indagine, riuscendo, a volte, a trasformare l’improbabile in probabile, penetrando una realtà ricca di doppi fondi, di archetipi, di qualità che, spesso, non si rivelano pienamente. Quindi arte come “cassa di amplificazione” di sentimenti, di ricordi, di memoria, di propositi, di progetti, di messaggi, rivolti al minimo o al massimo, nell’universalità che in sé contiene allorquando la pratichi (ti affidi a essa … ti voti a essa) tenendo conto di quello che può divenire “sguardo collettivo”, seppure indirizzato da un singolo il quale, infine, è doveroso che risulti anima del molteplice. 
 
A questo punto, come da citazione iniziale, non si può che far riaffiorare quelli che furono i pensieri di Fichte, Schelling, Hegel (punti di riferimento della filosofia idealista), o di quel grande poeta che fu Johann Crhristian Friedrich Holderin, riguardanti, appunto, la creatività umana.   “Il superamento del noumeno” (ciò che pensiamo esistente, ma non conosciamo, confine che di continuo si è posto quale limite della nostra coscienza nelle varie epoche che hanno segnato l’evoluzione umana) ridiventa frase topica che rifacciamo nostra. Infatti, oltre a dare indicazione e immagine dei tempi che si vivono, il compito dell’artista risiede, anche, nel definire forme prospettiche in divenire, sondando ciò che di sconosciuto, ma di presente, di vero, di reale, si avverte che esista.  L’aprire sempre nuove porte è il fondamento dell’agire in arte, così come il portare sempre con sé il bagaglio di quello che abbiamo già scoperto, già esplorato.  Per gli idealisti tedeschi, che sopra ho elencato, "la cosa in sé" fu speculazione filosofica voluto quale limite della comprensione (quello che pare che l’uomo non potrà mai conoscere direttamente per mezzo dell’esperienza, ma che l’uomo ne avverte l’essenza, ma non l’esatta forma). Giusto era quindi che non si fosse in grado di conoscere "l’aspetto noumenico delle cose", ma, per loro, era anche vero che se ne potesse affermare l’esistenza. Kant scriveva che tutto ciò che possiamo comprendere per mezzo dell’esperienza è conoscenza, mentre del "noumeno" noi possiamo solo sapere, ma non conoscere. Fu contro tale affermazione che si posero gli idealisti i quali, invece, sostenevano che proprio perché può essere pensata, "la cosa in sé" non può rimanere chiusa in sé (cioè fine a se stessa), perciò totalmente inconoscibile, ma poteva rientrare, una volta considerata, anch’essa nelle cose conosciute. Interessante, a tal proposito, quella che fu la posizione di Cartesio. Egli infatti affermò che ciò di cui possiamo essere assolutamente certi è "la res cogitans", ovvero il pensiero. Perciò il contenuto del pensiero, le idee, furono, per il filosofo francese, le immagini della realtà, le sue rappresentazioni, ma questo significava anche che esisteva pur sempre una realtà, ancora estranea al pensiero, ma della quale il pensiero risultava già immagine (“il non pensato fa comunque già parte del pensato perché, prima o poi, si penserà”).  L’idealismo si spinse oltre tale assunto, affermando che già il pensiero era realtà totale … che il pensiero già conteneva il reale di ogni cosa, perché non vi era alcuna cosa aldilà di esso, fuori da esso, quindi frutto di un “possibile”, ma non di un “attuabile”. Ecco il perché il pensiero, per loro, divenne l’assoluto, l’intero, il certo, quindi comprendente la somma del pensato e del pensabile, in modo che oltre allo stesso non potesse esistere nient’altro.  Il pensiero diveniva il Tutto e non esisteva tramite fra pensiero e realtà, perché il pensiero era la realtà stessa, così che il pensiero si configurava quale identità con il e nel Tutto. 
 
Riassumendo, mentre il pensiero per Kant, e per i filosofi pre-idealisti, era lo strumento attraverso il quale interpretare una realtà ancora a sé (il pensiero faceva sempre riferimento a un oggetto, così che il pensiero era un prodotto del soggetto mentre, l’oggetto, era cosa a sé), con l’idealismo il pensiero divenne lui stesso lo strumento in grado di prodursi e porsi da sé e, in questo modo, giunse a una connotazione di identità in cui il soggetto risultava già unito all’oggetto, rendendo, perciò, l’intera realtà Soggetto … quindi Essere Totale.  Ulteriore aspetto interessante fu il come la natura venne intesa dagli stessi, cioè quale derivazione di una componente spirituale condensatasi, ma non in accezione meccanicista e determinista, figlia di un’epistemologia filo newtoniana, ma come componente organica e vitale che celava uno spirito in continua tensione verso il suo risveglio e la sua realizzazione (e, in questo, il richiamo a Giordano Bruno fu più che evidente).  Lo stesso Leibniz, con la sua Teoria Monadologica (dal greco monàs: unità), aveva tentato di mostrare come l’intero universo fosse costituito da una infinita serie di atomi spirituali che, qui e là, avevano dato forma a corpi astrali (anche tutte le filosofie orientali convergevano e convergono in questo).  Spirito e natura perciò si univano a loro volta, come soggetto e oggetto, assurgendo a pari dignità, e, tale “sposalizio” (oserei quel tanto alchemico), veniva svelato da intuizioni di ordine estetico.  Il superamento di ogni dualismo si stava quindi verificando in modo che la "coniunctio oppositorum" sortiva a compimento, e anche il vivere sociale diveniva risultanza di tale visione, cioè quale atto intrinseco tra etica ed estetica, infatti l’agire morale era ciò che nasceva dal riconoscimento dell’esistenza degli altri tramite la ricerca del “sublime” in essi (o dell’antisublime … infine sublime anch’esso - e Bacon e Giacometti ci insegnano), infatti, senza l’altro, non sarebbero possibili processi di ordine etico, del resto l’uomo ha il bisogno morale di vivere in società al fine di giungere alla "coscienza della libertà" per poi divenire: "mondo".  In tutto questo la critica all’illuminismo, considerato come la continuazione di un pensiero che da Cartesio in poi aveva posto in primo piano la ratio scientifica e aveva considerato la natura come una concatenazione meccanicista e determinista di cause ed effetti, risultava più che evidente.  Nella "Filosofia dell’arte", del 1802, e, in particolar modo, ne "Le arti figurative e la natura", del 1808, Schelling insistette sull’artista come il primo libero creatore che avrebbe dato poetica al canone estetico di una nuova cultura la quale si sarebbe messa in contrapposizione alle teorie classiciste di Winckelmann, concezioni in cui l’artista non era che un imitatore del bello ideale, ma non, lui stesso, ideale di quel bello. Infatti l’artista, essendo natura (cioè un essere in carne e ossa) e spirito (arbitro di sé stesso e pensiero privo di costrizioni e limiti), diveniva il primo a poter cogliere l’assoluto e il primo a realizzare la filosofia dell’identità, la quale si sarebbe compiuta mediante, appunto, un’intuizione estetica meta intellettiva per quindi concretizzarsi nell’opera d’arte.  Gli idealisti stavano, in questo modo, aprendo la strada, seppure implicitamente, all’esistenzialismo nell’accezione di un vivere reale anche senza che lo stesso fosse esplicabile tramite la ragione, essendo, quell’esistenza, comunque già inclusa nel pensiero stesso.  Non a caso Hegel giunse a dire: “L’assoluto è la totalità autosufficiente in cui si risolve ogni realtà finita” e pervenne al ridare, anch’egli in accezione anti illuminista, primato alla storia, rivendicandone il valore: “La storia dell’uomo e della natura si identificano con la storia della ragione, quale compenetrazione di idea e spirito”.  Il discorso sull’uomo, per l’uomo, fu quindi al centro di quella stagione che reputo ancora vitale e propositiva.  Tutto era conoscibile, e la distinzione tra "fenomeno" e "noumeno" veniva così a cadere.  Quale risultanza il continuo fare, cioè l’azione creativa, non aveva più confini di ordine coscienziale, seppure coscienza, come ho detto, poggiante su pilastri aventi un forte assetto etico-estetico.  L’arte diventava, in tal modo, l’espressione dell’infinito (cioè dello spirito, come realtà scaturita dalla totalità del pensiero) in forme finite.
 
Quello che quindi accomuna tutti noi è la convinzione che l’arte non sia decorazione, cosmesi, spettacolo o intrattenimento, ma insieme là dove la luce del pensiero, in accezione appunto ideale, si mostra, nonché laboratorio nel quale si sperimentano sempre nuove forme di umanesimo e un agire orientato a determinare connessioni inaspettate, somiglianze, risultanze, simboli comuni, stupendoci delle immagini e delle forme ottenute, per superare l’opacità e la vaghezza che caratterizzano questi tempi.  Noi si è, perciò, ognuno col proprio stile e la propria poetica, "nella continua ricerca del significato della cosa in sé", non dell’ombra che la stessa sta proiettando, andando sempre più a oscurare e soffocare l’umana sensibilità, la ragione e il conseguente fare.
 
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 (Gian Ruggero Manzoni)


 


34)
Il mediterraneo come Ritual:
Rumore e richiamo bianco di creazione,

di Vitaldo Conte. 
All’interno della Mostra:  
Il dilemma degli elementi mutabili ed immutabili .

Mostra Palazzo Modica, Scordia 26. Marzo 6 aprile 2016.


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