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3 - LIBRI in EVIDENZA
cover LIBRI IN EVIDENZA
LIBRI   in   EVIDENZA:

 

 


Sommario:

1) LA MERAVIGLIA DEL NULLA. Vita e filosofia di Andrea Emo,
di GIOVANNI SESSA, BIETTI.  (G. Damiano).
2) IL QUADRO INVISIBILE, di Romano Gasparotti.
CRONOPIO.   (Redaz.)
3) CONTRO OGNI REAZIONE, di Andrea Baffoni.  (Redaz.)
4) CANNIBALI DI IMMAGINI, di Lidia Reghini di Pontremoli. (Redaz.)

5) PAR DELA’ NIETZSCHE,  di Julius Evola.
Alessandro Giuli, Andrea Scarabelli, Giovanni Sessa, Aragno, 2015
.
6) DIOCLEZIANO,  di Umberto Roberto, Salerno Editrice, 2014.

7) LA CAPITALE DEL TEMPO,  di Sandro Giovannini,
Novantico Editrice, 2014.

8) LABIRINTI, di Patrick Conty, Piemme, 1997, 2003.
9) NOTTURNI, Autori Vari, Edizioni Settimo Sigillo, 2016.
10) INTORNO ALLE COSE SUPREME, Otto Weininger, Bocca, 1923.
11) SPECIALE CENTENARIO DADA (1916-2016),
rivista: la Biblioteca di Via Senato, Milano, N° 1 gennaio 2016.
12) GLI ARCANI DEL POTERE, di Elémire Zolla, BUR, 2009.
13) ERNST JÜNGER, a cura di Luigi Iannone, Solfanelli, 2016.

14) COME SOPRAVVIVERE ALLA MODERNITA’,
di Gianfranco de Turris, Idrovolante Edizioni, 2016.

15) DEMOCRAZIA, IL PROBLEMA, di Alain de Benoist, a cura di Giovanni Sessa.

  16) UN POPOLO DI DEBITORI, di Miro Renzaglia, prefazione di Ivan Buttignon,
Safarà Editore, 2014, qui nota editoriale a cura di Mauro Scacchi.
17) UMANITA'  AL  TRAMONTO,
di Luigi Iannone, IPOC Editore, 2016.
18) LA PAROLA A EZRA POUND, e altre maschere d'autore, di Miro Renzaglia, Circolo Proudhon, 2016.
19) LA CRISI DEL MONDO MODERNO, di René Guénon, Nuova Edizione critica, Ed. Mediterranee, 2016.
20) LIBRI: GIOVEDI’ 16 GIUGNO a ROMA, a PALAZZO FERRAJOLI, presentazione di  “DEMOCRAZIA IL PROBLEMA”, il saggio di ALAIN DE BENOIST a cura di GIOVANNI SESSA.

21) “FUTURISMO RENAISSANCE. Marinetti e le avanguardie virtuose”,
a cura di Pierfranco Bruni  e  Roby Guerra,
Deleyva editore, Roma, Aprile 2016.


 22) L’AGONIA DELLA DALMAZIA ITALIANA
sotto Francesco Giuseppe,

di Marco Vigna.



 



1)
LA MERAVIGLIA DEL NULLA
VITA E FILOSOFIA DI ANDREA EMO.
di
Giovanni Sessa
BIETTI. 2014

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Su Andrea Emo.
In dialogo con Giovanni Sessa

 di Giovanni Damiano
 
 
Il libro, davvero ricco e importante, di Giovanni Sessa su Emo (La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, 2014), a parere di chi scrive merita ben più di una semplice recensione. Poiché è davvero raro leggere simili opere nell’ambiente non conformista italiano, quando se ne presenta l’occasione, come in questo caso, credo sia necessario dar vita a un vero e proprio dialogo, in grado di andare oltre le circostanze usuali in cui si consuma, alla lettera, il ‘rito’ delle recensioni, per ‘innescare’ una dialettica capace di ampliare e al contempo diffondere i temi trattati da Sessa nel suo testo. Per questo motivo, piuttosto che limitarmi a indicare sommariamente i diversi aspetti del libro di Sessa, preferisco circoscrivere la mia analisi a un solo punto, relativo al ‘transattualismo’ di Emo, riservando a ulteriori interventi la discussione sulle altre molteplici prospettive aperte dall’Autore, in primis quella riguardante il lato politico dell’opera emiana. In merito, aggiungo soltanto che proprio perché transattualista Emo è antimoderno. Ha pertanto perfettamente ragione Sessa nel far ‘convivere’ nello stesso testo i due momenti, che sono tra loro inestricabilmente intrecciati al punto tale da costituire una vera e propria endiadi.
    
Entrando adesso in argomento: cogliendo nel segno, Sessa giustamente definisce la filosofia di Emo transattualista. Se tale interpretazione ha una indubbia ricaduta sulla più generale lettura del pensiero italiano del Novecento (cosa che l’Autore ha cura di rilevare), è altrettanto evidente che il valore storico e storiografico del transattualismo emiano sia solo il riflesso di una essenziale posizione teoretica, ed è questa che merita di essere indagata.
    
Ora, il trans-attualismo non va minimamente inteso come frettolosa tendenza al superamento dell’attualismo, né come filosofia ancora imprigionata nell’alternativa trascendenza/immanenza, ma come passaggio-attraverso l’attualismo, cioè attraverso l’atto o, per dir meglio, la presenza. In altre parole, Emo costruisce la sua filosofia come un gigantesco transito attraverso la presenza, che è il ‘cuore’ del suo percorso teoretico. Una dinamica non dialettica (e che della lezione hegeliana salva solo la potenza del negativo) che conduce dal nulla alla presenza e dalla presenza al nulla, nel senso però che la presenza stessa è in realtà nulla. Perché nulla? Se l’origine in quanto nulla può manifestarsi solo come presenza, quindi negandosi come origine, la medesima presenza altro non è che presenza del nulla, sua epifania. La presenza è dunque, insieme, altro dal nulla (in quanto presenza) e icona del nulla (dal nulla provenendo). Per cui quando la presenza scivola nel nulla in realtà non muta il suo (ancipite) statuto ontologico, bensì lo conferma.
    
Ma in tal caso come può Sessa parlare di ultranichilismo in relazione ad Emo, se tutto l’essere, cioè la presenza, si riduce a nulla? L’esito del pensare emiano non sarebbe piuttosto compiutamente nichilistico? La risposta è negativa, perché il nulla originario è, nella scia della speculazione di stampo neoplatonico, ni-ente, non mero nulla. Non a caso, la prima, fondamentale, raccolta di frammenti emiani, edita da Marsilio nel 1989, era intitolata Il Dio negativo.
    
Da qui viene il pensiero radicalmente tragico, quindi ancora una volta non nichilistico di Emo. Perché il tragico, non mettendo a tacere la potenza del negativo, non precipita nell’indistinzione nichilistica. Se poi, sia detto en passant, quel ‘radicalmente’ sembra ridondante, ebbene, ritengo che, a fronte di tanti pretesi ‘pensatori tragici’, che in realtà non lo erano nemmeno nelle intenzioni, sia doveroso sottolineare con forza l’autenticità del ‘tragico’ emiano.
    
Da qui, inoltre e infine, anche la meraviglia del nulla. Quella meraviglia che nasce di fronte all’infinita varietà delle cose emergenti dal ni-ente e che può essere oramai
[1] ‘raccontata’ solo per frammenti: è la grande lezione di Emo, la cui opera è appunto un immenso frammento composto da una miriade di frammenti[2].
    
Ma se l’opera di Sessa fosse solo, come pure è, un’acuta esegesi del pensiero emiano, sarebbe, per così dire, un’opera in qualche modo incompiuta. Quel che conta è che invece l’Autore, proprio partendo dal transattualismo di Emo, abbia ulteriormente approfondito un personale sentiero di ricerca in grado, a parere di chi scrive, di contribuire in maniera significativa alla non più differibile costruzione di un paradigma culturale altro da quello trionfante nell’oggi.
 

1)  Un ‘oramai’ da situare molto indietro nel tempo, come notava Heidegger: “non appena la filosofia si mise in cammino, lo stupore come stimolo divenne superfluo al punto da scomparire” (da Che cos’è la filosofia, il Melangolo, Genova 1981, p. 41).
2) Rispetto alla compattezza in sé conchiusa dell’aforisma, il frammento resta l’unico modo per esprimere il mostrarsi del molteplice, senza immediatamente dissolvere lo stupore da esso provocato. Forse soltanto Nietzsche rimane un’eccezione, con la sua capacità di ‘tenere assieme’ aforisma e frammento.

 


2)
 IL QUADRO  INVISIBILE

di Romano Gasparotti
  CRONOPIO,
NAPOLI,
2015 pp.88, EURO 9


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Nel centenario della nascita di dada la domanda sul non senso dell'azione artistica merita di essere radicalmente riproposta. Sono passati più di ottant'anni dalla denuncia della "povertà d'esperienza" da parte di Benjamin e il deserto esperenziale avanza a livello globale. Solo l'arte sembra rappresentare l'ultima frontiera per chi non sa rassegnarsi al destino di liquidazione dell'esperienza. L'opera d'arte mantiene viva la capacità di provocare, meravigliare e offrire la possibilità di spingersi esistenzialmente un po' più in là di quel che si è stati e si è. Eppure, la storiografia, la critica e la filosofia dell'arte seguitano imperterrite a ridurre sistematicamente le opere d'arte a mero oggetto di conoscenza.

Romano Gasparotti è autore del Manifesto artistico per il XXI secolo DIASTEMA. Tra i suoi libri: Figurazioni del possibile. Sul contemporaneo tra arte e filosofia (Cronopio 2007); Filosofia dell'eros (Bollati Boringhieri 2007); L'inganno di Proteo (Moretti & Vitali 2010). E' autore, regista e co-protagonista degli spettacoli teatrali Imeros e Di un pensare all'opera.



 
 
3)
 CONTRO  OGNI  REAZIONE

di  Andrea  Baffoni


LANTANA





 


4)
 CANNIBALI   D'IMMAGINI

di  Lidia Reghini di Pontremoli




  dal:   Capitolo 32
 

Identità multiple. Identità mutanti:
da
Luther Blissett a Vitaldix

 
 
Appena nasciamo c’attribuiscono un’identità socio-sessuale che sarà definita dall’evidenza d’un codice fiscale. Dal momento in cui nasciamo finiamo di vivere liberi: non più figli della natura o delle stelle ma corpi, menti appartenenti con un numero e delle cifre allo Stato. Il “noi” sociale prenderà il sopravvento ed avrà la meglio.  L’identità è in una carta magnetica, in un’impronta digitale e giù fino ad arrivare alle nostre viscere di DNA. L’identità concepita come insieme di regole fisse e stereotipate impedisce all’individuo una qualsiasi via di fuga, obbligando i più ad un’esistenza senza coscienza né immaginazione, invischiata all’interno di un  sistema fatto di logiche e/o convenzioni aberranti.  Alla metà del secolo scorso, sulla scia dello spostamento zonale introdotto dal Situazionismo di Guy Debord, prese corpo l'ipotesi della nascita d'altri territori, caddero alcune certezze acquisite come il concetto di luogo che venne sostituito dal non-lieu di Marc Augé che trovò evoluzione in una concezione dello spazio della non- appartenenza dove la contaminazione linguistica non produce alienazione ma piuttosto favorisce inedite vie di fuga, percorsi alternativi per la coscienza.   Sul finire del Vecchio Secolo un manipolo di giovani studenti universitari scardinò  il sistema delle regole identitarie. Nacque Luther Blissett con le sue azioni dissacratorie ed estreme realizzate all’interno delle città Roma, Bologna, Milano.  A quei tempi ancor non esisteva Internet ed il tam-tam mediatico avveniva attraverso le fanzine, gli statements delle TAZ (Zone Temporaneamente Autonome), la controcultura nata e diffusa attraverso i centri sociali (Pirateria di Porto, Forte Prenestino) o alcune radio antagoniste come Radio Onda Rossa.  Attorno al 1994-1996 l’azione di gruppi stabilizzati come Luther Blissett Project diviene puro assalto biopsichico al concetto normativo di identità riconducibile all’assioma “Tutti possiamo essere Luther Blissett”.  L’attacco era indirizzato proprio verso quel tipo di statuto normativo rappresentato dall’identità, che venne sostituita secondo un gusto tipicamente neodada dall’epifania d’un’esistenza multipla per cui tutti potevano essere Luther Blissett, fino ad inoltrarsi in gesti dissacratori di pura provocazione, come gli attacchi bio- psichici indirizzati al cuore di Metropolis.  Idee e pratiche di questo tipo non certo piacquero all'ordine precostituito ed il gruppo venne arrestato. Solo a forza di conferenze stampa, interventi giocosi di intellettuali65 happening, la magistratura capì che non esisteva reato nel sogno del vivere un’identità collettiva e liberarono tutti.  Luther Blissett e poco dopo il volto pizzuto e furbo di Anonymus. Sono movimenti spontanei e collettivi geograficamente ramificati. Se il tam-tam di Luther avveniva tramite emittenti radiofoniche alternative, Anonymus con il vantaggio del tempo ha saputo gettare la sua sfida a livello planetario attraverso Internet chiamando a raccolta le differenti correnti antagoniste seguendo l'itinerario di appuntamenti inattesi, comunque destabilizzanti, comunque antagonisti.  Sulla scia di Luther Blissett e del successivo Wu Ming Foundation,66 agli inizi del Nuovo  Secolo  l’apoteosi  dell’iperindividualismo  è  segnata  dalle  azioni ironiche,dissacranti e provocatorie di Vitaldix67 che si muove oltre lo spirito Dada,  segnando il territorio con una serie di interventi “irregolari” del singolo che si muove ad agisce all’interno d’un plurale sociale, introducendo campiture antropo-rituali del bianco. L’ulteriore coniugazione di Vitaldix T Rose68 è onda sonora che recepisce stati multisensoriali, incontrati in perlustrazioni notturne oppure còlte con azzardo col volo d’un paracadute serrando una rosa rossa tra i denti (il video è su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=7G7cjK0bxM4).  Azioni del corpo e dell’anima oltrepassano lo spiazzamento, lasciando scorgere il profilo di verità appena nascoste dietro il crinale d’una montagna
 
Vitaldix
e
basta
(2014)
 
 
Se Luther Blissett e Wu Ming alla metà degli anni ‘90 si configuravano come identità multiple guidate da un pensiero collettivo, oggi l’io mutante di Vitaldix T Rose aleggia tra noi sul Web, in azioni performative, convegni, ebooks, pratiche e linguaggi multimediali che fanno di lui un qualcosa a se stante nel campo della cultura.  Azioni performative eclatanti (come “Paracadutismo estremo con rosa rossa”, 2009), performance percepibili solo attraverso l’olfatto (come nel caso dell’arte invisibile e vaporizzata Orte, 2013)71. affermano - in nomine domine - vitalisticamente la natura d’uno spirito sovversivo che strizza l’occhio - solo se e quando gli va - con la debita distanza dell’ironia al nonno Russolo per poi accoltellarlo e fuggire sopra le nuvole. Oltre la linea d’ombra il gusto épater le bourgoise, oltre lo schiaffo al gusto del pubblico, Vitaldix stringe tra le mani la maschera pizzuta di Anonymus si diverte a scompaginare le carte buttate sul tavolo da gioco della c.d. cultura ufficiale, proponendo uno sguardo che va oltre le banali facezie contemporanee.   Vitaldix è il potere compresso di un’azione iperindividualista e ipersoggettiva. E’ l’agghiacciante je accuse che afferma la preminenza del sé: Homo faber agisce spavaldo nell’ombra, sbuca da dietro il muro della consuetudine giocando a rimpiattino con l’azzardo e la provocazione, sempre e comunque in prima persona, senza mai nascondersi o rinnegare il proprio passato. Anzi.  Per i benpensanti, per i critici curatori (che non curano ma danno un colpo di scure al fisico già provato dell’arte) che vanno avanti solo in virtù d’un sentito dire intriso d’ovvie banalità e stereotipi preconfezionati da manualino di storia dell’arte. E' difficile inquadrare il pensiero, l’identità caosmogonica di Vitaldix visto che le sue azioni sono puro attentato alle certezze acquisite. Sembra di sentire da lontano alcune voci: - “Ma chi è costui?, un artista?, un incosciente?, uno scrittore? un narciso esibizionista oppure solo un poeta dagl’occhi azzurri?” - Vitaldix è il timore armato della concorrenza degli scribacchini, artisti senza concretezze né domani, poveretti condannati al vivere senza sorprese né speranze di cambiamento. Difficilmente inquadrabile - stile?, tendenza? - a poco serve nel Duemila e passa, Vitaldix non ha bisogno di gallerie perché il pubblico impellicciato fuggirebbe via atterrito incontrando all’improvviso le proprie ombre; ogni spazio sarebbe inappropriato per colui che corre in salita contro corrente.

Vitaldix non vuole né accetta risposte perché è sopra il gioco delle parti e giocando ricostruisce un mondo, destabilizza ruoli e posizioni secolari.  Ricorderemo io e Vitaldix quelle notti durante le nostre bagnate battute di caccia metropolitane. Vitaldix ama la notte e si ciba delle tenebre, sprofonda nel clamore del bianco per assaporare l’ultimo infinito lembo di buio. Fino all’aurora che verrà.
 
 
Note al Testo
 
Nota 67 - v. L.Reghini di Pontremoli, “Vitaldix e basta” nella sezione Bradisismi. Vitaldix è l’avatar di Vitaldo Conte, teorico, performer, etnomusicista, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Roma.
 
Nota 68 - Vitaldix nelle azioni e nell'azzardo diviene altra identità: Vitaldix T Rose negli eventi sonori, in particolar modo nella danza antro-sciamanica e nelle alchimie del colore (Salento). Introduce l'elemento femminile che diviene nel buio d'una radura la personificazione di Dioniso con le sue Baccanti, musico errante immerso  in una condizione che oltrepassa lo stereotipo maschile/femminile dell'arte (v. le azioni a Nettuno e Orte visibili su YouTube). Al pari di Luther Blissett le partecipanti entrano nella condivisione del Ritual dell'evento divenendo tutte T Rose come nell'azione trangender con Helena Velena e in una dimensione ultrateorica dell’azione    

(v. l’azione Regh+Carlo,  Orte 2013 (https://www.youtube.com/watch?v=5jVW1UYwzvs). Ulteriore, ultima identità è quella di V Rose nelle estensioni estreme della scrittura erotica.
 
Nota 71 - Per l'azione di Vitaldix ad Orte come arte invisibile e vaporizzata si rinvia al link:MAV:http://movimentoartevaporizzata.blogspot.it/ http://movimentoartevaporizzata.blogspot.it.
 

5)
 PAR  DELA'  NIETZSCHE

di  Julius Evola

Aragno, 2015.




Introduzione di:
Alessandro Giuli

scritti di:
Giovanni Sessa,
Julius Evola e la metafisica della gioventù.
Andrea Scarabelli,
Evola e Nietzsche,
ovvero sulle audaci affermazioni di un "giovane scrittore".





 

6)
 DIOCLEZIANO

di  Umberto Roberto

SALERNO EDITRICE, 2014.



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La presenza di questa convinta segnalazione è dovuta al fatto che il libro in questione può essere una potente suggestione a riflessioni inconsuete.  Al di là infatti di un procedere argomentativo del tutto sorvegliato e privo di ogni fuga per la tangente ideologica, conscia od inconscia, che ha fatto invece nel tempo la fortuna di molte altre indagini pur esemplari, ed al di là del riconosciuto taglio specialistico, privo di tensioni ad effetto e ricostruzioni di tipo romanzesco, ciò che si impone, per forza stessa della successione documentativa, è uno sguardo nuovo su quel lungo periodo di manus ad ferrum che caratterizza l’epoca della crisi ed i mille conati di reazione, sempre tragici ma spesso risolutivi.  La cosiddetta “scuola di Probo”, che poi è solo un tratto caratteristico dell’epoca ben più lunga, in esame, ove la figura di Diocleziano, esempla e racchiude tutto un percorso, rimette in discussioni molte rappresentazioni scontate su quel periodo storico.  Se è ben plausibile, come sottintende ironizzando qualcuno, che la “storia sia maestra di vita ma abbia in genere pessimi scolari” ... proprio riguardo a questo periodo si manifesta potentemente un paradosso che schiaccia l’interpretazione corretta, che noi quasi sempre costruiamo verso il passato ed, a specchio, anche verso il presente ed il futuro, ovvero che il massimo della contrazione civica, il catafratto barricarsi entro categorie di distanza e di chiusura non possa poi corrispondere al massimo di democrazia rispetto al più alto ed efficace potere.  Infatti né prima né dopo, in quasi nessuna struttura civile, se non in imparagonabili e tragiche circostanze sempre sostanzialmente evenemenziali, ci risulta la possibilità di un accesso così strutturalmente possibile (sappiamo, ovviamente, all’interno di quale strumento, ma comunque con chiara potenzialità) di ceti, anche umilissimi, alle massime cariche decisionali.  In più si ridicolizza implicitamente la vulgata del clinamen obbligato (ed obbligatorio), senza per questo ovviamente prescindere dalle connotazioni, anche brutali, richiamate.  Un libro che si consiglia quindi per la sua forza intrinseca e per i suoi infiniti, impliciti, rimandi al tempo presente e forse, ancor più, a quello che verrà...  (S. G.)
 

7)
 LA CAPITALE DEL TEMPO
romanzo di 
Sandro Giovannini

NovAntico Editrice,
Pinerolo, 2014.


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 (da PAG. 76  a  PAG. 78):

"...Giovanni mi segue come un cane, come fosse il cane del Signore, forse...  Mi viene da sorridere...  Saliamo su un masso altissimo, ai limiti del pianoro e della forra e guardiamo il campo nostro, attivo, pulsante, e la nostra bandiera che flotta, e di là, questa specie d’immensità sospesa, assoluta, avendo dentro, io, invece un coacervo di cose strette, contorte, violente, carnali.  O forse sottili.  Ma il sorriso di Giovanni, non il mio, non il mio sorriso… lui, l’amico, quello che non deve nulla, né parlare, né essere intelligente per forza, né colto o sensibile, è come una frusta, una secca frustata, per me. 
 
 
 
***


Cerco di trattenere il pensiero contro il desiderio di lei.  Il pensiero educato al dominio dell’io ondeggia di fronte alla sua gonna a pantalone beige ed a quella maglietta a righe attillata e scollata ed a quel leggerissimo velo...  Tutto si confonde perché io mi chiedo il rimprovero di chi ha saputo accusarmi in passato, ero al Corso, ero a Roma, me lo ricordo bene perché mi ha molto colpito ed è stata la conferma esterna di una mia domanda interiore, di una freddezza e di un distacco e di un seguire un fine con una determinazione chiara ed evidente.  La massima mia apertura al mondo, dentro e fuori di me, mi diceva allora qualcuno,  si compiva nel seguire un'idea che potesse apparirmi un progetto di vita e l’avevo trovata giovanissimo nell’universo oscuro e splendente, torbido e chiaro della tradizione... Tutto il resto che pure seguo ammiro e che determina il mio mondo era ed è solo superficie, sia pure sappia che come me non molti siano in grado di distaccarsi, di farsi partecipi ed allo stesso momento estranei.  Ma perché la opponevo a me?   Perché la sua bellezza, il suo fascino dovevano ora apparirmi come degli ostacoli, delle deviazioni potenziali da un insondabile centro e non, come prima, come all’inizio,  un potenziamento, uno scoprire rive ed approdi ed orizzonti nuovi,  proprio io che ho sempre teorizzato il servirsi di tutto ciò che non sia o non divenga tossico od il medesimo tossico divenga il filtro attraverso cui si debba passare, prima o poi?  E’ proprio vero che è la visione che ti straccia le idee, che ti mette addosso questa fame di capire le cose per quello che realmente sono, e non le opinioni che ti fai di volta in volta. E la visione nasce dalla più semplice, qualcuno crede la più banale, ma è la più semplice delle suggestioni, che muta lo sguardo che ti incatena, ora, a qualcosa che prima, magari, non avresti neanche osservato.  Il suo muoversi vicino a me, lungo questa via, io a qualche metro dietro a lei, spesso fermata un poco, lei davanti ai negozi, ed io a superarla in un gioco insistito, io in borghese, con addosso solo una camicia e dei pantaloni cachi, quasi di servizio, senza giacca, anonimo, ma con una strana sciarpetta che uso certe volte in volo, per il sudore.  Lei con il suo muoversi che è già per me un prenderla compiuto, un seguirla per osservarla ed appropriarsi di queste forze e quelle forme, che mi incantano.  Sorrideva, a volte, quando le accennavo a questa fascinazione esterna, superficiale, tutta giocata sull’assurdo dell’apparire e del mostrarsi e dell’inganno dell’attimo, ma so che potrebbe forse non comprendere che non è la stessa cosa che lei, od ogni donna, possa pensare al riguardo.  Quante di loro si consumino nella fascinazione esterna non è un argomento di cui io e lei si sia discusso a fondo, ma intuisco, so, che forse divergerebbe il giudizio. Potrebbe credere che io confonda i due stati. Il suo ed il mio. Ma il mio procede a prendere il bello per ciò che è, che si mostra, magari volendo  e chiedendo anche di più, se si può, ma sapendo che è perfetta anche la presa parziale; è piena anche l’apparente limitazione che si mostra solo come l’ombra  di un possesso completo. In quell’ombra invece si può immaginare il tutto, appena si possegga quella forte disposizione  a vedere il mondo per ciò che esso è realmente: gioco di specchi, rifrazione delle essenze.  Che  si nascondono più noi le inseguiamo e che ci sfuggono più noi crediamo di stringerle.  Il mio godere pieno della sua immagine, quindi, anche della sua immagine evanescente di ora, che va lungo un marciapiede ed accanto le vetrine sulla via tra la gente, con il taglio degli sguardi che fugge, ed il lavorio dolce appena accennato delle sue membra in movimento, non lo sento come una parvenza, un’ombra.  E non solo perché so che potrà esserci un’altra maniera, più assolutamente dedicata, più feroce, per averla, magari fra poco.  Ché allora sarebbe l’inquietudine a tenermi, a prendermi, e non  questa calma abbandonata e sapiente di ora simile a quando, in volo,  sorvolo la distesa liquidamente immensa del lago e tutto attorno non è che pace  che quasi si tocca e ti mette dentro una gioia  lunga e  chiara.  Il suo credermi così invece… potrà farle pensare solo ad un preliminare, ad una specie di attesa protratta e forzante se stessa, per il dopo, per l’amore.  La offenderei pensandola incapace di credere  che io possa anche contentarmi di questo gioco di sguardi e di movimenti, come una rappresentazione perfetta?  Completa? E non infantile, ma matura? Se gli dicessi così, sì, certo l’offenderei, colpita a tradimento, da me, tra l’attesa ed il piacere del dopo, felice, come ogni donna, di sperarmi o di sapermi, perso, in lei.   Ma questa vetrina, ora, di Corso del Re, con questi abiti più discreti e più vicini alla nostra sensibilità di questo momento, ci fa vedere in giro molti residenti, alcuni belli, decisamente eleganti, altri ridicoli, alcuni tronfi e lenti, altri mossi a mille cose da fare che vanno verso qualche destino che magari conosco  che  ora in realtà magari mi potrei pure immaginare, ma che ora proprio non voglio rappresentarmi affatto, così diretto come sono dall’esperienza d’amore e di guerra, sì, di guerra, anche se qui impera la pace che tutti vogliono godere così apertamente e questa guerra così strisciante che facciamo solo noi, i professionisti, i votati, mi prende a volte alla gola, e se non ci fosse lei, vorrei dirla, in mezzo a questa via e di fronte alle vetrine, la lateralità di questa guerra, che però in realtà è piena e feroce come ogni guerra, sia pur strisciante, che quasi mi soffoca...

 

8)
 LABIRINTI

di  Patrick Conty


PIEMME
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Prefazione
 
Essendo fin dall’infanzia affascinato, come molti, dai miti elaborati sui labirinti - di cui la storia di Arianna, di Teseo e del Minotauro è l'esempio più noto nella cultura occidentale - quando ho ricevuto questo manoscritto ho cercato subito di scoprire l'esegesi  dell'autore.  Cosi, mi sono tuffato in un dedalo di esempi, di commentari e interpretazioni che non mi hanno solo soggiogato, ma anche sconcertato: le intuizioni e le serrate dimostrazioni di Patrick Conty, appassionato studioso di etnologia, di fenomenologia strutturale e di esperienze interiori, non si limitano a illuminare le fondamenta stesse di ogni mitologia grazie alla sua visione geometrico-filosofica del sapere iniziatico elaborato sui labirinti da tutte le tradizioni culturali, ma tracciano anche delle piste da esplorare per il ricercatore moderno che si interessa alla fisica dei quanti e alla spiritualità in senso ampio. 
 
Peraltro, potremmo affermare che tutto è labirintico, a partire dal corpo umano, con le circonvoluzioni del cervello e le anse intestinali, col groviglio delle vene e delle arterie e la rete del sistema nervoso, per non parlare dei meridiani energetici dell'agopuntura, fino ai meandri della mente che si perde nei sogni e nei pensieri.  Tutto e composto da nodi, e questo il tessuto della vita.   Sta a noi non farci invischiare nei lacci e nei reticoli ed è nostro dovere scoprire e tracciare  una strada che sia chiara per tutti.
 
In tale ottica, lo studio ermeneutico che vi apprestate a leggere è un’opera fondamentale per la ricerca del senso.  Un libro visionario in cui l’antica scienza dei nodi e degli intrecci dedalici rivela una scienza dello spirito e una poetica dell’universo che hanno conservato una solenne attualità: prestiamo attenzione a ciò che hanno da dire. 

Scrivendo  questa prefazione a mano e su un foglio a quadretti, scorgo un animaletto che corre sulla carta: una specie di ragno, una cosa minuscola, quasi invisibile, al massimo sarà lungo mezzo millimetro. Lo vedo nascondersi nell’inchiostro nero, e poi riemergere per perdersi nei piccoli quadretti, esitante, come se avesse paura  del mio sguardo inquisitore.  Esso sente la mia presenza poiché non appena distolgo lo sguardo riprende la corsa nel labirinto filigranato di cui io rappresento l’invisibile Minosse.  Infatti, se lo osservo di nuovo, il ragnetto si affretta a immobilizzarsi in un tratto di inchiostro o del reticolo cartaceo.  Esso vaga ma infine giunge al bordo del foglio: non volendo schiacciarlo, dato che ormai lo considero un amico, soffio sulla superficie e lo proietto in un altro spazio e in un altro tempo, in un diverso dedalo di forme, di colori e di situazioni dove continuerà a tessere la tela della sua esistenza. 
 
Anche noi viviamo così errabondi; grazie al nostro impegno, certi eventi quotidiani ci spingono al di fuori della rete delle idee preconfezionate.  Che quest’opera possa essere per voi un avvenimento illuminante.
 
MARC DE SMEDT

 


9)
 NOTTURNI

di  Autori   Vari


EDIZIONI  SETTIMO SIGILLO, 2016

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Prefazione
di Sandro Giovannini
 
Se è vero che la vera fede incontrastata “...al cui interno cresce l’intera storia dell’Occidente”  (come dice un nostro importante filosofo) è il divenire, non in qualità di un solo trascorrere o trapassare da uno stato all’altro, ma un divenire che neghi implicitamente (o che sembri negare implicitamente, e quindi ontologicamente), in quanto sovrasti, domini ed inibisca, ogni realtà eterna, immutabile, divina, allora siamo ancora ad una lettura dicotomica della notte e del giorno. Essa (questa lettura dicotomica), oltre essere onusta d’errori ed orrori, è anche una dimensione sostanzialmente antidialettica, anche se molto familiare.  Se gli opposti sono fermi nella loro assietà inderogabile, simili alle stelle fisse dell’universo costruito come una teoria stabile e non come una teoria anch’essa in divenire, probabilmente anche la nostra postura caratteriale sarà influenzata da una scelta inequivoca. La direzionalità nel tempo e nello spazio, univoca, almeno per come noi tendenzialmente (accompagnandola... subendola) la interpretiamo, non ci permette molte opzioni:  la realtà, l’interpretazione, o si muovono in un campo dialettico o tendono a sopraffarsi vicendevolmente, perdendosi per le reciproche tangenti...  Cosa tendo a dire? Forse che se si sceglie un campo dialettico, ovvero un campo ove notte e giorno, realtà ed interpretazione, si diano un sostanziale cambio, una sorta di trasmutazione di sostanza e di forma (nel passaggio muovente e smarcante del fluido e nella pietra fissante e culminante dell’arco), forse si rischierebbe meno in errori ed orrori? No. La storia dell’uomo pleromatico e di quello dialettico (tutta approssimazione... intendiamoci...), ci offre ben dimostrazione del contrario.  Ma almeno rischiamo di non assumere (in linea di teoresi... anche se questo è poco simpatico al filosofo) la spocchia di colui che la sa lunga, illudendosi ed illudendo... E nello stesso tempo sappiamo tutti che le grandi/anime erano, pure, anime/semplici...

I gialli notturni, non solo quindi gialli di poliziesco ma proprio gialli di colore, ovvero il giorno dentro la notte, il giallo del giorno conficcato nella notte come il nero della notte è conficcato nel giorno, potrebbero essere, allora, la cifra glocal di questi racconti, ben diversi tra loro e ben imprevedibili come a noi piace pensarli, ma proiettati ad un di più di vita, comunque lo si attenda, speri e creda... questo proprio perché una sana dialettica, ci riduce paradossalmente a più miti consigli mentre ci avvita su una verticale e cosmica spirale... così come precipitando (a livello del terreno), la brina del mattino accanto alla tenda (subita o voluta), afferra e consuma, nella sua gelida e vibrante chiarità, di luce su luce, una notte (che non è) mai finita...

 
 



10)
INTORNO ALLE COSE SUPREME


di  Otto Weininger


BOCCA  , 1923.
 
 
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INDICE:
'Peer Gynt' ed Ibsen
Alcuni aforismi
Contributo alla caratteriologia
Sull'irreversibilità del tempo
Metafisica
La coltura
Ultimi aforismi
Estratto degli ultimi scritti privati di O. Weininger.

 

11)
SPECIALE CENTENARIO DADA
(1916-2016)
la Biblioteca di via Senato
N° 1 gennaio 2016

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12)
GLI ARCANI DEL POTERE

Elzeviri 1960-2000
di Elémire Zolla,
introduzione e cura di
Grazia Marchianò

(BUR, Rizzoli, alta fedeltà, 2009)


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Gli elzeviri che Elémire Zolla pubblicò sul Corriere della Sera
ed altre testate nazionali tra gli anni Sessanta e la fine del Novecento,
selezionati da Grazia Marchianò e raccolti in volume
fanno rivivere
le conoscenze e le intuizioni geniali di un mastro del nostro tempo
ed offrono una chiave  attualissima d'ingresso
dietro le quinte  della commedia umana.
Miti fasulli, inganni e mistificazioni dei quali
il potere costituito si nutre
divorando  se stesso e le sue prede.
Zolla lacera la superficie della realtà visibile
- vicende storiche, intrecci mitici, dogmi e credenze di Occidente e Oriente -
e ne mette a nudo i veri despoti e registi,
gli arcani del potere.

 

13)
 ERNST JÜNGER,
a cura di
Luigi Iannone,
Solfanelli, 2016.


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14)
COME
SOPRAVVIVERE
ALLA MODERNITA’
,
di Gianfranco de Turris,
Idrovolante Edizioni, 2016.


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15)
DEMOCRAZIA,
IL PROBLEMA
di
Alain de Benoist
a cura di
Giovnni Sessa

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Questo libro di Alain de Benoist è di straordinaria importanza.  Non soltanto si confronta, sotto il profilo teorico, con una delle problematiche più dibattute e pressanti della scienza politica contemporanea, ma tenta di rispondere, attraverso la formulazione di una proposta politica concreta, alla crisi della democrazia rappresentativa, della quale nessun osservatore di buon senso può oggi dubitare.
 
Alain de Benoist è una delle figure più importanti ed insieme discusse del panorama culturale contemporaneo, a livello internazionale.  Ha all’attivo oltre cento volumi, senza contare gli innumerevoli articoli, oggi tradotti in tutto il mondo.  Vastissimo il campo dei suoi interessi, che spaziano dalla filosofia alla storia della cultura, anche se con una particolare attenzione al pensiero politico.  Viene comunemente considerato il “maestro” della Nuova Destra francese, dalla quale, tuttavia, si è da tempo distaccato, seguendo un suo (personalissimo) percorso intellettuale.  Ha fondato e diretto riviste come Nouvelle Ecole e Krisis.  È stato la vera anima del GRECE (Gruppo di Ricerca e di Studi per la civiltà europea) il cui Manifesto è pubblicato nel libro “Nuova destra, nuova Europa” (I libri del Borghese, 2012).
 
  16)
UN POPOLO DI DEBITORI,

di Miro Renzaglia
prefazione di Ivan Buttignon,
Safarà Editore, 2014,


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“Un popolo di debitori”
di
 
MIRO RENZAGLIA

"CONOSCERE L’ECONOMIA SENZA PAURA
un vero e proprio manuale di sopravvivenza economica
scritto in modo accattivante".

Qui nota editoriale di Mauro Scacchi:
 

«I liberali, che non sono tutti usurai, dovrebbero spiegarci
perché gli usurai sono tutti liberali».

Così scriveva Ezra Pound nel 1933 e così riporta in esergo il nuovo volume di Miro Renzaglia, Un popolo di debitori (Safarà Editore; Pordenone, 2014, pp 100, € 10).

Renzaglia, nato a Roma nel ’57, ha studiato Economia all’Università La Sapienza; poeta, saggista e giornalista, tra i suoi interessi rientra anche il teatro e da sempre collabora con numerosi periodici e quotidiani, sia cartacei che online.  Nel 2006 ha fondato il magazine digitale “il Fondo”, blog seguitissimo in cui si approfondiscono temi di cultura, politica e attualità.  Ha pubblicato “Controversi” (Ecdp, 1987), “I rossi e i neri” (Settimo Sigillo, 2002; con Marco Palladini), “A spese mie” (I libri de “Il Fondo” – Gruppo editoriale l’Espresso, 2010).

“Un popolo di debitori”, prefato da Ivan Buttignon, è un agevole libretto di cento pagine, un vademecum ottimo per destreggiarsi tra gli astrusi termini dell’economia.  Soprattutto, questo piccolo «manuale di sopravvivenza» riesce a spiegare con stile accattivante i meccanismi e i significati propri della finanza.  Venti brevi e illuminanti capitoli c’informano sulla Bce, sul potere bancario, sui vari tipi di capitalismo e sulle agenzie di rating, chiarendo poi l’utilità della Tobin tax e dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale, che tanto oggi farebbe comodo), fino a sondare la crisi economica nata dalla sconsiderata deregulation del mercato dei mutui negli Usa.  Una parte notevole riguarda gli istituti bancari e la capacità di stampare moneta, l’inflazione (che, se controllata, male non fa) e una critica ragionata all’euro da cui secondo l’autore non occorre uscire, quanto invece servirebbe una Bce subordinata «al servizio responsabile dell’azione del governo politico» nell’ipotesi auspicata di uno Stato federale delle nazioni unite europee.  Da leggere e rileggere: accostarsi all’economia non è mai stato tanto piacevole.

 

 

17)
UMANITA'  AL  TRAMONTO
di
Luigi Iannone

IPOC Editore, 2016


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Non bisogna cadere nell’errore interpretativo per cui la tecnica non è né buona né cattiva e che l’efficacia o gli svantaggi dipendano da come la si utilizzi.  La tecnica ci domina. Non necessita di alcun principio etico, e tantomeno della politica, perché rappresenta la forma più evoluta di totalitarismo.  Non produce caos ma ordine.  Pronta a colonizzare, grazie anche al capitalismo, ogni ambiente e a diventare fattore regolativo dell'intera esistenza sociale e individuale.  Ma se Dio è morto e la filosofia non può più “pensarsi”, allora non sembrano intravedersi molte speranze per l’umanità.  Una nuova alba potrà presentarsi solo con una “frattura della Storia”, perché il tempo della fine e dell’inizio si svelerà solo quando avremmo attraversato il massimo pericolo nichilistico... 

Nel sito della casa editrice è possibile leggere in anteprima la prefazione di Roger Scruton e l’indice del volume.

 
 

18)
Miro Renzaglia
La parola a Ezra Pound
e altre maschere d’autore

 
Circolo Proudhon
www.circoloproudhon.it
Euro 13,50, aprile 2016
 
www.mirorenzaglia.org

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Indice:
 
Nota dell’autore
 
Avvertenza
 
La parola a Ezra Pound
Perché Pound ci parla ancora?
 
Altre maschere d’autore
(in rigoroso ordine alfabetico):
 
Fulvio Abbate.  Un poeta monolocale
Lucio Battisti.  Tutta un’altra musica (e testi)
Carmelo Bene.  “Lei è morto... e io non parlo con i morti”
Enrico Berlinguer.  L’anticomunista.
Nicola Bombacci.  L’apostolo della socializzazione
Albert Camus.  Se per assurdo la vita avesse senso.
Lewis Carrol.  O del “sillygismo
Louis-Ferdinand Céline.  Come non lo avete mai letto.
Quell’anarchico di Céline, quel fascista di Hemingway.
Bettino Craxi.  Sigonella: ultimo sussulto di sovranità nazionale.
Guy Debord.  Dalla società dello spettacolo alla società dello psicodramma
Diabolik.  Il nichilista
Julius Evola.  Ovvero: “Io, cioè: chi?”
Elvio Fachinelli.  Chi ha paura del desiderio dissidente?
Gianfranco Fini.  Chi di governabilità ferisce di governabilità perisce.
Ennio Flaiano.  Tempo di uccidere
Carlo Michelstaedter.  Ovvero: niente di sicuro
Eugenio Montale.  Con un fischio, non con una preghiera.
Indro Montanelli.  Il conformista.
Jim Morrison.  La lucertola brucia ancora
Elio Pagliarani.  Non avrebbe vinto Sanremo.
Pier Paolo Pasolini.  Il reazionario rosso
Antonio Pennacchi.  L’intervista impossibile autorizzata da lui stesso medesimo
Ettore Petrolini.  Un poeta.
Berto Ricci.  “Perché ero di idee contrarie.”
Max Stirner.  L’unico e la sua proprietà
Dante Virgili. La distruzione.


***

 
Non credo di averlo letto tutto di un fiato perché è libro d’amico di vecchia data...  Al di là del per me naturale interesse per un testo che non sia la solita sciarada d’opinioni più o meno prevedibili, sia pur paludate d’apparati di senso ben costruiti, si tratta di materia viva e sonante all’orecchio di chi è ancora vigile.  Certo è tenuta al guinzaglio corto da un’anima forte che non chiede convenienze d’ingresso e pertanto potrebbe apparire persino incauta, a volte, ed a volte persino sconcertante.  Ma ciò che conta è l’essenza del dire, coordinata al confronto con testi e contesti.  E qui il suo procedere è molto più profondo e più serio di ciò che potrebbe dedursi da un’apparente facilità che è invece prodotto finale e non leccatura giornalistica.  Ognuno dei testi mi è piaciuto per ragioni diverse e persino contraddittorie, sempre comunque con una capacità di sintesi notevole... e  “tra il niente di sicuro” del Carlo M., ed “il tempo di uccidere” di Ennio F., s’insinuano mille ragioni sottili, suggestive ma più che ragionevoli, oltre le mille obiezioni sempre possibili, ma mai rivolgibili all’essenza della parola.  Che dice quello che vuole dire, potendolo dire per perfetta autoreferenzialità, senza riguardi per nessuno.  “Perché ero di idee contrarie”... dirà qualcuno...  giustissimo... magari quel qualcuno che pur (per)segue Diabolik fino al suo punto d’interna totale corrispondenza al mondo nichilisticamente avver(s)ato, ma non lo condividerà mai per una potente seppur inattuale sensibilità ciclica, ma non per questo non saprà apprezzare grandemente l’ormai indubitabile radiografia di uno sfacelo, necessariamente tratteggiata con ruvida mano di poeta e non con levigata mano di funzionario...       

Sandro   Giovannini

 


 19)
LA CRISI
DEL MONDO MODERNO

di René Guénon
NUOVA EDIZIONE CRITICA,

Ed. Mediterranee, 2016.

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Presentazione
DEL LIBRO:

  

Fondazione L’Abbadia
Fondazione Julius Evola
Edizioni Mediterranee
 

Alatri, Domenica 5 giugno 2016, ore 17, 30
Sala Conferenze dell’Abbadia S. Sebastiano

 
Ore 17, 30: Carlo Fragomeni, Presidente della Fondazione L’Abbadia,
“Introduzione all’evento”
Ore 17, 45: Ruggero Andreotti Loria
“Lo Stato moderno”.
Ore 18,15: Gianfranco de Turris, Segretario della Fondazione Evola,
“Perché questa nuova edizione della ‘Crisi’ di Guénon”.
Ore 18,45: Giovanni Sessa
“La ‘Crisi’ e la “letteratura della crisi” .
Ore 19,15: Alberto Ventura
Evola e Guénon: la Tradizione contro il mondo moderno”.
Dibattito e conclusione lavori
Drink.
E’gradita la puntualità.    Info:  333/8289088
 

20) LIBRI:
GIOVEDI’ 16 GIUGNO a ROMA,
a PALAZZO FERRAJOLI,
presentazione di  
“DEMOCRAZIA IL PROBLEMA”,

il saggio di ALAIN DE BENOIST,
a cura di
GIOVANNI SESSA.

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 “Democrazia il problema”,
il fortunato saggio di Alain de Benoist uscito in Francia nel 1982 ed oggi in Italia grazie alla volontà dell’editore Luciano Lucarini che ha deciso di pubblicarlo per la collana de “I libri del Borghese”, a cura di Giovanni Sessa, sarà presentato a Roma giovedì 16 giugno, alle ore 17.30, presso Palazzo Ferrajoli, piazza Colonna 355.

Negli ultimi anni, nell’ambito della scienza politica, si è riacceso il dibattito intorno alla crisi della democrazia. Sul tema sono stati pubblicati moltissimi libri e sono state proposte soluzioni politiche disparate. La crisi della rappresentatività democratica si è trasformata nella sottrazione della sovranità politica ai popoli che, in tale sistema, dovrebbero essere i reali detentori del potere.  A farci riflettere su quanto sta avvenendo e a proporre fattive soluzioni, contribuisce la nuova edizione di un volume di Alain de Benoist.  Il libro rappresenta un momento significativo del percorso articolato e complesso del filosofo transalpino, caratterizzato, fin dagli esordi, da una certezza irrinunciabile: la critica radicale del liberalismo.  Con Democrazia, il problema, de Benoist ha anticipato la profondità della crisi che viviamo, sia sotto il profilo politico che antropologico.  Come ricorda nel saggio introduttivo Giovanni Sessa, la crisi della democrazia rappresentativa liberale, si accompagna alla più generale crisi del progetto moderno, storicamente incarnatosi nella volontà totalizzante della ratio illuminista e negli apparati della tecno-scienza. La fatica di de Benoist, in tal senso, lancia un appello accorato all’Europa perché ritrovi se stessa.  

Interverranno: Paolo Borgognone saggista e membro del Comitato Scientifico del CIVG; Giuseppe del Ninno, giornalista e scrittore; Giovanni Sessa, autore della prefazione e segretario della Scuola Romana di Filosofia politica.  Modererà l’editore Luciano Lucarini.


 


21)
FUTURISMO RENAISSANCE.
Marinetti e le avanguardie virtuose”,

a cura di
Pierfranco Bruni e  Roby Guerra,
Deleyva editore, Roma, Aprile 2016.
info@deleyvaeditore.com


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Il futurismo è ancora vivo?  È possibile rintracciare una continuità tra il "futurismo storico" e le operazioni allestite da chi afferma di recuperarne l'eredità?  "Futurismo Renaissance" è una ricognizione a 360° sul futurismo contemporaneo, tornato alla ribalta in tutto il mondo dopo la grande mostra retrospettiva allestita al Guggenheim Museum di New Work nel 2014. Oggi, questo movimento artistico, culturale e filosofico viene rilanciato in dis-continuità concreta con il futurismo storico attraverso la nascita ed il lavoro di nuovi gruppi sinergici di artisti, scrittori, sociologi, nuovamente operativi.  Ritorno in generale delle avanguardie anche oltre al nuovo futurismo, con altrettanti nuovi gruppi artistici e futuribili in primo piano nella cultura italiana del nostro tempo.  Oltre 50 autori protagonisti:
 
Saggi di:
Adriano V. Autino, Giovanni Balducci, Stefano Balice, Lorenzo Barbieri, Sandro Battisti, Mauro Biuzzi, Mary Blindflowers, Pierfranco Bruni, Luca Calselli, Riccardo Campa, Tonino Casula, Ada Cattaneo, J. C. Casalini, Pierluigi Casalino, Elena Cecconi, Graziano Cecchini Rosso Trevi, Mimmo Centonze, Vitaldo Conte, Daco, Sylvia Forty, Maurizio Ganzaroli, Zoltan Istvan, Zairo Ferrante, Antonio Fiore Ufagrà, Davide Foschi, Marcello Francolini, Antonino Gaeta, Giorgio Levi, Luca Gallesi, Sergio Gessi, Sandro Giovannini, Roby Guerra, Priscilla Lotti, Stefano Lotti, Giuseppe Manias, Paolo Melandri, Donatella Monachesi, Achille Olivieri, Roberto Paura, Vanessa Pignalosa, Emmanuele Pilia, Cristiano Rocchio, Gennaro Russo,
Antonio Saccoccio, Tina Saletnich, Grazia Scanavini, Fabio Scorza, Giovanni Sessa, Luigi Sgroi, Luca Siniscalco, Luigi Tallarico, Marco Teti , Vitaliano Teti, Bruno V. Turra, Stefano Vaj
.


 

22)
ARTICOLO:
L’agonia della Dalmazia italiana
Sotto Francesco Giuseppe

di
Marco Vigna

 
da:
www.nuovomonitorenapoletano.it
di domenica 20 Ottobre 2013
 
 
 
Lo scrittore e critico letterario Claudio Magris ha coniato la fortunata espressione di “mito asburgico” per esprimere l’immagine, sorta in ambito letterario presso alcuni scrittori della Mitteleuropa, d’un impero asburgico ordinato e cosmopolita, capace d’assicurare la convivenza fra i suoi vari popoli componenti.
 
Si tratta però appunto d’un “mito” d’origine letteraria: la realtà storica era ben diversa.  Il Magris stesso ha dichiarato che il suo libro nasce appunto come critica e demolizione del mito stesso, nonostante esso sia stato ben presto frainteso e considerato da certuni quale una sua esaltazione.  L’impero austriaco ha avuto nel secondo dopoguerra una ricostruzione letteraria che ha colpito l’immaginario collettivo, ma che trova ben poca corrispondenza nella realtà storica.  Il divario esistente fra la storia effettiva della compagine statale asburgica e la sua visione immaginaria corrisponde, all’incirca, quello fra storiografia e letteratura.  D’altronde, come ha osservato Magris stesso, la medesima letteratura che ha creato il “mito asburgico” si presenta in modo caratteristicamente ambivalente nel suo giudizio sullo scomparso stato imperiale, tanto che il suo autore più rappresentativo, il Musil (1), nel suo L’uomo senza qualità, evidenzia il sostanziale vuoto su cui poggia l’impero nel vano tentativo del comitato creato per i festeggiamenti dell’anniversario di Francesco Giuseppe di reperire un valore unificante.  Questo testo offre un’immagine tagliente dell’impero asburgico prossimo al tracollo, in una trama in cui all’uomo senza qualità del romanzo s’affianca il finto perno dell’azione (o meglio inazione) drammatica, l’inconcludente “Azione parallela” volta a celebrare i settant’anni di regno di Francesco Giuseppe (ironicamente, Musil immagina che i preparativi incomincino prima della guerra, in attesa del 1918, data del “giubileo imperiale” suddetto, e che sarà invece quella della dissoluzione dell’impero), sullo sfondo di un’entità statale amletica, che non sa chi è e che cosa vuole fare.  È rimasta giustamente celebre la descrizione della “Cacania”, ossia dell’Austria-Ungheria (Cacania è un neologismo musiliano creato da kaka, pronuncia dell’abbreviazione K.K. di Kaiserlich-Königlich, “imperial-regio”) offerta da questo grande scrittore viennese, con la sua intelligente e corrosiva ironia:  «Questo concetto dello stato austro-ungarico era così stranamente congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza.  Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si completavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austro-ungarico, e quest'ultimo stava di casa in Austria, per cui il concetto statale austriaco era in fondo senza patria.  L'austriaco esisteva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austro-ungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un austriaco più un ungherese meno quest'ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un'idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non potevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più complicata.  Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni» (2).  Il “padre nobile” della storiografia americana sull’Austria, Arthur J. May, nella sua importante ed influente opera The Passing of the Habsburg Monarchy è reciso nel giudicare lo stato austroungarico una realtà istituzionale in preda ad una grave crisi interna.  Egli inoltre respinge il mito asburgico, non avendo problemi a riconoscerlo come una realtà posteriore all’impero ed indotta da cause accidentali ed esterne allo stesso.  May ritiene che questa rievocazione nostalgica ed immaginosa dello scomparso stato asburgico sorga soltanto quando Stalin s’impadronisce, al termine della seconda guerra mondiale, di gran parte dei vecchi territori imperiali (3).   In Italia è abbastanza conosciuto il ruolo dell’Austria asburgica nel mantenere l’Italia divisa al suo interno e sottomessa allo straniero.  È invece meno diffusa la consapevolezza di come l’impero abbia direttamente attentato all’identità nazionale italiana, proponendosi obiettivi di snazionalizzazione e di vera e propria sostituzione etnica.  Già il Lombardo-Veneto si trovò sotto il dominio asburgico in condizioni di crescente dipendenza dal governo centrale viennese (4) e di sua germanizzazione imposta dall’alto, come denunciavano i suoi stessi rappresentanti politici e la sua società civile (5).  Questo avvenne per la struttura interna stessa dell’impero asburgico, poiché non fu un evento accidentale od una misura secondaria, ma corrispose alla dinamica naturale di questo tipo di stato.  In sostanza, l’autorità imperiale cercava d’inserire il Lombardo-Veneto all’interno di un’area storica, geografica, culturale ed etnica ad esso estranea, la cosiddetta “Mitteleuropa”, subordinandone l’economia e la società agli interessi di quella austriaca ed imponendo leggi e misure contrarie alle sue tradizioni ed interessi (6).  Significativamente, esso veniva sottoposto ad un intensissimo sfruttamento economico da parte del potere centrale viennese, che si serviva delle risorse locali, drenate con la tassazione, per finanziare le regioni d’oltralpe (7).  Il feldmaresciallo austro-boemo Josef Radetzky giunse a minacciare gli abitanti del Lombardo-Veneto di far ripetere in Italia le cosiddette “Stragi di Galizia”.  In questa regione asburgica una grave crisi agraria determinò nel 1846 un’estesa insurrezione di contadini ruteni, che condusse al massacro di diverse centinaia di proprietari terrieri polacchi.  La rivolta non incontrò nessuna efficace resistenza dalle autorità militari e di polizia asburgiche e si sospettò che gli amministratori imperiali avessero fomentato e favorito l’insurrezione, per poter meglio controllare la regione galiziana aizzando tra di loro le sue diverse etnie.  Anche nel Lombardo-Veneto vi furono nel 1846-1847 diversi tumulti provocati dalla crisi agraria, che furono attribuiti da buona parte dell’opinione pubblica all’azione sobillatrice del governo (8).  Scrive uno studioso competente sulla materia come lo storico Marco Meriggi:  «La definizione di germanizzazione, che i contemporanei coniarono e che quasi tutti gli storici hanno ripreso, trovandosi a descrivere la caratteristica saliente delle dinamiche politiche dell’Impero nel periodo in questione, è sicuramente fondata» (9).  Il “regno” del Lombardo-Veneto chiudeva la propria esistenza nel 1866. Rimanevano però sotto il dominio asburgico altre regioni abitate da italiani: il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, la Dalmazia.  L’imperatore Francesco Giuseppe decise pertanto di procedere alla loro de-italianizzazione, tramite la sistematica “germanizzazione e slavizzazione” di queste terre.  La sua decisione in tale senso fu formalizzata nel Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il verbale recita testualmente:  «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno» (10).  L’ordine imperiale è abitualmente tanto conosciuto dagli storici quanto sconosciuto al grande pubblico, ad ulteriore riprova del contrasto fra la realtà storica ed il falso “mito asburgico”.  La citazione del verbale del consiglio dei ministri asburgico del 12 novembre 1866, con l’ordine categorico di procedere alla germanizzazione e slavizzazione delle popolazioni italiane suddite dell’impero, si ritrova in innumerevoli studi, compiuti da storici di differenti nazionalità, in anni diversi e nel corso di studi indipendenti fra loro (11).  Si può riportare a suo commento il parere espresso dal professor Luciano Monzali nel suo fondamentale studio sugli italiani di Dalmazia:  «I verbali del Consiglio dei ministri asburgico della fine del 1866 mostrano l'intensità dell'ostilità antitaliana dell'imperatore e la natura delle sue direttive politiche a questo riguardo.  Francesco Giuseppe si convertì pienamente all'idea della generale infedeltà dell'elemento italiano e italofono verso la dinastia asburgica: in sede di Consiglio dei Ministri, il 12 novembre 1866, egli diede l'ordine tassativo di “opporsi in modo risolutivo all'influsso dell'elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo”» (12).  La decisione di Francesco Giuseppe non segnava comunque una frattura radicale con la politica austriaca del recente passato, sia perché, come si è visto, già nel Lombardo-Veneto s’erano attuate politiche di germanizzazione, sia giacché questo famoso verbale del 1866 dava corpo a progetti coltivati in precedenza da altissime personalità dell’impero.  Ad esempio, già il feldmaresciallo Radetzky aveva progettato una pulizia etnica in Dalmazia, affermando:  «Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione» (13).  Minacce analoghe contro gli italiani erano giunte ben prima del 1866 anche da un governatore di Trieste, il generale Ferencz Gyulai (poi feldmaresciallo, vicerè del Lombardo-Veneto e comandante l’esercito austriaco nella guerra del 1859).  Nel 1848 fu pubblicato sul giornale ufficiale governativo l’Osservatore Triestino un articolo di sua ispirazione, in cui s’avvisava in termini minatori che era possibile incitare le masse slave dell’Istria contro gli italiani, provocando una guerra civile (14).  L’idea espressa dal Gyulai era quindi analoga, ancora una volta, allo schema delle “Stragi di Galizia”, con il proposito di sobillare un’etnia più fedele all’impero per aggredire un’altra che desiderava l’indipendenza.  Per gli intenti di snazionalizzazione prefissi dal consiglio dei ministri imperiale nel 1866 più che di novità si può pertanto parlare di continuità.  Questo indirizzo politico si manifestò in Venezia Giulia e nel Trentino in misure ed iniziative che interessarono specialmente il settore scolastico (favorendo gli istituti in lingua tedesca o slovena, non aprendo oppure chiudendo istituti scolastici italiani) ed il pubblico impiego e la burocrazia (avvantaggiando le assunzioni e promozioni di slavi, la cui immigrazione era fortemente favorita, mentre al contempo si procedeva ad espulsioni d’italiani), mentre nella stampa s’adottarono restrizioni contro i giornali liberali (ad esempio, in un caso Il Piccolo fu soggetto a sequestro, mentre L’Indipendente fu colpito da sospensione).  La comunità italiana, talvolta per tramite del comune di Trieste o dell’episcopato di Trento, criticò sovente le scelte delle autorità statali, contestando anche la politica religiosa (con la nomina di vescovi slavi per Trieste e l’aumento d’ecclesiastici sloveni e croati, spesso sostenitori dei rispettivi movimenti nazionali, oppure le politiche di germanizzazione con connotazioni anticattoliche e vagamente protestanti nel Trentino) e l’attività della polizia (accusata d’arbitri a scapito degli italiani).  S’ebbero anche accuse di germanizzazione o slavizzazione dei nomi geografici e dei cognomi, con pubbliche proteste e denunce per iscritto.  Il contrasto politico fra l’autonomismo degli italiani ed il centralismo dello stato, in cui era egemone l’establishment austriaco, s’intersecò in tal modo alla rivalità nazionale fra italiani da una parte, austriaci e slavi del sud dall’altra (15).  Uno dei più grandi storici italiani, Ernesto Sestan, nel suo classico studio sulla Venezia Giulia ha dato risalto alla duplice azione di difesa condotta dagli italiani di tale regione sia contro la germanizzazione proveniente dal centralismo statale sia contro la slavizzazione operata dai nazionalisti slavi e croati.  Germanizzazione e slavizzazione, ossia potere centrale e nazionalismo slavo, erano alleati fra loro, in parte perché Vienna riteneva più fedeli sloveni e croati, in parte perché il senso nazionale di questi ultimi trovava spesso espressione nel cosiddetto austro slavismo, un’ideologia politica che si prefiggeva il raggiungimento delle finalità nazionalistiche degli slavi del sud all’interno della compagine statale asburgica e con l’appoggio dell’impero (16).  Un recente studio di Gerd Pircher contribuisce invece a documentare quale destino si progettasse per il Trentino durante il primo conflitto mondiale: una volta ottenuta la vittoria si doveva conservare parzialmente la giurisdizione militare, proclamare il tedesco come unica lingua ufficiale, imporre il tedesco nelle scuole, procedere ad una epurazione dell’amministrazione, germanizzare i toponimi e le insegne (come già s’era iniziato a fare), favorire l’immigrazione austriaca con fini di colonizzazione eccetera.  Questi piani erano sostenuti da una cerchia di militari, capeggiati dall’arciduca Eugenio e dai generali Alfred Krauss e Viktor Dankl, che si proponevano la snazionalizzazione del Trentino e la sua germanizzazione, ritenendo praticamente ogni italiano un individuo potenzialmente ostile all’impero ed internando o deportando chiunque fosse ritenuto politicamente inaffidabile (17).  Anche se coinvolse pesantemente pure il Trentino e la Venezia Giulia, la snazionalizzazione degli italiani ordinata dall’imperatore raggiunse comunque il massimo della sua pressione in Dalmazia.  Lo strumento principale per slavizzare la regione fu la cancellazione sistematica della cultura italiana nelle scuole.  Osserva il professor Monzali:  «Da questi presupposti ideologici, che negavano una realtà di fatto esistente, quella delle città dalmate bilingui e multietniche […] il passaggio ad una politica di snazionalizzazione e assimilazione nei confronti dei dalmati italiani e italofili fu rapido.  La questione scolastica divenne ben presto centrale, con l’abolizione dell’italiano come lingua d’istruzione nelle scuole dalmate ed il rifiuto delle autorità provinciali e comunali nazionaliste di finanziare con soldi pubblici le scuole in lingua italiana che sopravvivevano» (18).  A partire dal 1866 non solo nessuna scuola italiana fu aperta dalle autorità, ma finirono con l’essere chiuse quasi tutte quelle che esistevano, questo in una regione in cui in pratica da sempre la cultura scritta e dotta era stata principalmente od esclusivamente in lingua latina prima, italiana poi.  Su ottantaquattro comuni in cui era ripartita all’epoca la Dalmazia, rimasero scuole primarie in lingua italiana in uno solo, quello di Zara, mentre scomparvero in tutti gli altri: si finì così con l’avere sole nove scuole elementari in lingua italiana su quattrocentocinquantanove complessive.  Rimasero come scuole superiori in lingua italiana soltanto due istituti, oltretutto bilingui, e solo perché legati al mondo marinaresco, in cui l’impiego dell’italiano era una tradizione fortissima ed esisteva una terminologia specifica, assente in lingua croata: si trattava infatti delle scuole nautiche di Ragusa e Cattaro.  Naturalmente, non esistevano università in lingua italiana, né in Dalmazia né in tutto il resto dell’impero. In sintesi, gli studenti italiani di Dalmazia potevano avere scuole primarie nella propria lingua solo a Zara (un comune su ottantaquattro, nonostante gli italiani fossero presenti ovunque), scuole secondarie solo Cattaro ed a Ragusa (in due comuni su ottantaquattro, e si trattava di due soli istituti nautici), mentre il sistema scolastico terziario ossia l’università non vedeva in tutto l’impero una sola facoltà italiana (19).  La questione scolastica, per quanto importantissima, non fu l’unica a travagliare la comunità italiana dalmata. Un’altra forma di slavizzazione della regione fu la «croatizzazione completa dell’amministrazione statale» (20), che faceva del croato la lingua ufficiale ed in sostanza espelleva l’italiano, nonostante tentativi da parte dei rappresentanti politici italiani d’ottenere una forma di bilinguismo, che poteva essere concesso soltanto a facoltà dei singoli funzionari, che però erano quasi tutti croati (21).  Lo stesso personale politico era stato progressivamente croatizzato, con la sostituzione continua delle vecchie amministrazioni italiane con altre croate.  Nel 1861, tutti gli ottantaquattro comuni esistenti nella regione amministrativa della Dalmazia avevano sindaci italiani. Nell’anno 1900 ne era rimasto uno solo, Zara, che significativamente fu l’unico a conservare scuole primarie italiane, chiuse invece in tutti gli altri comuni.  Allo stesso modo la Dieta provinciale, che era sempre stata a maggioranza italiana, divenne a maggioranza croata.  Le sconfitte elettorali degli italiani furono dovute in misura determinante a pesanti brogli elettorali, compiuti con la connivenza delle autorità governative, in cui ebbero il loro ruolo anche forme di corruzione ed estese violenze ed intimidazioni.  Il potere centrale viennese era infatti in grado di condizionare in maniera decisiva le elezioni di Dalmazia ed aveva scelto d’appoggiare i nazionalisti croati e la loro politica italofoba (22).  Questo accadde anche aggredendo le tradizionali ed antichissime prerogative giuridiche della Dalmazia, le cui città, latine sin dal II-I secolo a. Cristo, avevano conservato sino al secolo XIX alcune norme e leggi risalenti all’Alto Medioevo, che ne riconoscevano determinate forme d’autonomia ed autogoverno.  Siffatte prerogative, che erano state rispettate nel corso della lunghissima dominazione veneziana, furono invece cancellate in poco tempo sotto l’impero asburgico.  Soltanto in questo modo fu possibile, nel giro di pochissimi anni, portare la Dalmazia, regione nella quale gli italiani avevano sempre avuto il ruolo di classe dirigente anche politica, grazie ad un’indiscussa superiorità culturale ed economica, ad un predominio degli croati, che se ne servirono per slavizzare a forza l’intera area.  Anche la slavizzazione della toponomastica e dell’onomastica in Dalmazia fu parte integrante del tentativo d’assimilare interamente il gruppo etnico italiano.  La toponomastica dalmata era abitualmente italiana sulla costa e sulle isole, slava all'interno, tuttavia, essendo sempre stata quella italiana la lingua di cultura, tradizionalmente anche i nomi croati erano trascritti in forma italiana.  Bisogna ricordare inoltre che l’intero territorio dalmata ha avuto un plurisecolare insediamento latino ben prima che vi giungessero e s’infiltrassero, lentamente, gruppi d’invasori od immigrati slavi.  In breve, fin dal II secolo a.C. queste aree erano interamente latinizzate, mentre invece le prime presenze slave in Dalmazia risalgono al VII secolo d.C. e rimangono piuttosto deboli sino al secolo XIV.  La toponomastica latina ossia italiana era quindi originaria ed anteriore di gran lunga a quella slava.  La snazionalizzazione in corso dopo il 1866 condusse ad una cancellazione di nomi italiani oppure all’imposizione d’un bilinguismo anche laddove ci si era sempre serviti della forma italiana.  La Luogotenenza della Dalmazia giunse al punto d’emettere un decreto, nel 1912, che dichiarava abrogati per sempre i nomi italiani di trentanove località che erano state interamente croatizzate.  Lo stravolgimento della toponomastica riguardava gli atti del catasto e le stesse carte geografiche, con una slavizzazione pervasiva (23).  Al contempo si procedeva ad una trasformazione in forma slava persino dei cognomi. Scriveva lo storico Attilio Tamaro, autore fra l’altro d’una monumentale Storia di Trieste:  «Cooperavano a questo sistema di snaturamento dei lineamenti storici ed etnici della Regione Giulia e della Dalmazia i preti.  I vescovi delle provincie, fuorché quello di Parenzo, ligio però con cieca devozione al Governo austriaco, erano tutti slavi, per espressa volontà di Vienna.  Come tali, per mezzo dei seminari vescovili e per mezzo delle loro relazioni con le provincie dell'interno, aumentarono con grande intensità la produzione di sacerdoti slavi e, approfittando dello scarso numero di preti italiani che le provincie potevano dare, empirono con quelli tutte le parrocchie, anche le italiane.  Tengono i parroci in Austria i registri dello stato civile. Gli slavi, non curanti delle proteste degli abitanti, forti della protezione del Governo, con cui erano organicamente collegati nell'opera e nel fine, slavizzarono i cognomi nei libri delle nascite, in quelli matrimoniali ed in quelli delle morti.  Il fine era di ottenere dei dati statistici, dei documenti ufficiali che, per una dimostrazione necessaria alla politica del Governo, sembrassero comprovare o la non esistenza o la graduale estinzione dell'italianità» (24).  Un’altra forma ancora di slavizzazione riguardò la chiesa cattolica stessa, con la liturgia, i testi sacri, il clero.  Il legame fra trono ed altare era stretto nell’impero, specie dopo il concordato del 1855 che concedeva all’imperatore notevole ingerenza negli affari ecclesiali, e gli ecclesiastici si potevano considerare in una certa misura funzionari imperiali.  Inoltre, i croati ebbero per tutto il secolo XIX come capi del proprio movimento nazionalista proprio preti e vescovi.  L’aspetto più visibile e più sentito da larga parte della popolazione italiana di tale operazione di slavizzazione fu l’introduzione forzata d’un rito in lingua slava, il cosiddetto glagolitico.  Si trattava d’una forma di liturgia sorta in era moderna in ambito cattolico ma per imitazione della liturgia ortodossa, che era stato tacitamente tollerato dalle autorità ecclesiastiche della Chiesa ma era rimasto limitato a piccole zone.  Nel secolo XIX esso era comunque praticamente scomparso, quantomeno nelle terre di popolamento italiano della Venezia Giulia e della Dalmazia.  La Curia pontificia, per essa i papi Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito latino e li diffidarono dalla reintroduzione della liturgia paleoslava laddove non fosse mai stata praticata.  Nonostante l’opposizione delle popolazioni italiane della Dalmazia e la diffidenza dell’autorità pontifica stessa, la liturgia romana in lingua slava (anziché latina) finì con l’essere introdotta sotto la pressione del clero nazionalista croato.  La diffusione della liturgia in lingua slava, che s’accompagnò anche a prediche, canti eccetera in croato, fu un modo con cui questi nazionalisti tentarono di slavizzare a forza le popolazioni italiane.  Il culto glagolitico non solo fu reintrodotto, ma venne imposto anche in località che non l’avevano mai conosciuto ed in cui gli abitanti erano in stragrande maggioranza italiani. Il malcontento fu naturalmente molto forte fra le popolazioni, che sovente preferirono abbandonare le funzioni religiose in rito glagolitico.  L’isola di Neresine fu teatro di ripetuti tentativi di slavizzazione nel culto religioso, in contrasto all’ortodossia cattolica, alle consuetudini ivi vigenti ed all’esplicita volontà degli abitanti.  Un frate croato, tale Smolje, pretese di celebrare la messa in glagolitico nella parrocchia di Neresine, la domenica 22 settembre 1895, determinando l’abbandono della cerimonia da parte di tutti i presenti e l’inizio di un vero tumulto.  Questo stesso sacerdote pretendeva d’impartire il battesimo in croato, in modo da slavizzare i nomi, rifiutandosi di farlo in latino anche qualora fosse direttamente richiesto dal padre del bambino.  Il padre guardiano del convento francescano di Neresine, Luciano Lettich, pretese d’imporre il croato alla cerimonia di sepoltura delle salme dei coniugi Sigovich, Antonio e Nicolina Sigovich, provocando da parte dei parenti e degli altri fedeli l’abbandono volontario del rito. Si può citare un altro episodio fra i tanti, accaduto nella seconda domenica d'aprile de1 1906, quando un frate croato pretese di celebrare in rito glagolitico nella chiesa di San Francesco di Cherso, isola prettamente italiana di storia e cultura.  I fedeli, dinanzi a questa celebrazione, che appariva loro come un abuso nazionalistico, abbandonarono in massa l’edificio religioso, lasciando da solo il frate croato.  Dopo queste ed altre vicende simili, gli abitanti di Neresine e di altre località minacciate di slavizzazione forzata (Ossero, Cherso, Lussinpiccolo) s’appellarono inutilmente al vescovo di Veglia, Mahnich. Vista l’inanità dei loro tentativi presso il presule slavo, decisero di fare ricorso direttamente a Roma.  La gravità dei fatti riferiti spinse Pio X ad intervenire, rimuovendo Mahnich dal suo incarico di vescovo.  Anche in seguito il Vaticano dovette intervenire direttamente per denunciare e condannare sia l’abuso liturgico del ricorso al rito glagolitico, sia l’appoggio diretto di sacerdoti slavi al nazionalismo sloveno e croato, come avvenne ad esempio il 17 giugno 1905, quando il Cardinale Segretario di Stato, per ordine del papa Pio X, trasmise una lettera dura e preoccupata al ministro generale dell’ordine dei frati minori francescani, con l’ordine preciso d’intervenire in modo energico per porre termine al comportamento dei francescani croati in Dalmazia, che operavano per introdurre la propria lingua nazionale nella liturgia.  La stessa chiesa cattolica non vide per nulla con favore la pretesa dei nazionalisti croati di ripristinare il rito glagolitico, sia per ragioni strettamente liturgiche, sia perché spesso tale richiesta proveniva da panslavisti con palesi simpatie per il cristianesimo greco-ortodosso. In conclusione ed in sintesi, il glagolitismo ricomparso dopo il 1848 fu quindi un’innovazione liturgica imposta da nazionalisti slavi con cariche ecclesiastiche, che ferì profondamente i sentimenti sia nazionali, sia religiosi dei cattolici italiani di Dalmazia, i quali si videro obbligati a riti in lingua straniera e di dubbia conformità all’ortodossia cattolica (25).  Le persecuzioni rivolte agli italiani per cercare di costringerli ad assimilarsi ai croati compresero anche l’esercizio della violenza, che divenne praticamente endemica nei loro confronti, con aggressioni quotidiane alle persone od alle proprietà italiane:  «Nel 1910, a Cittavecchia, gente sconosciuta penetra di notte nei locali dell'Unione italiana dalmata, scassinando le porte: ruba e getta in mare qualche specchio, due quadri veneti storici, un busto di Dante, la lampada, un orologio da muro. È un vandalismo che urta. A Sebenico, un operaio regnicolo, che, interrogato per via in croato, risponde in italiano che non capisce, è aggredito e malmenato. Per questi usi il podestà di Sebenico ha potuto un giorno consigliare i croati di Zara: “Fratelli zaratini! Fate come noi a Sebenico: scendete nelle strade, con le pistole in pugno, e sparate. Gli italiani saranno buoni. Se c'è bisogno di me chiamatemi: verrò con voi”. Sono episodi di ogni giorno» (26).  Le testimonianze sulla diffusione massiva della violenza contro gli italiani da parte dei nazionalisti croati nella Dalmazia asburgica sono numerose e dettagliate, descrivendo un contesto nel quale anche la polizia era connivente con le aggressioni italofobe, talora mortali:  «La pubblica amministrazione era terrorizzata; la polizia dei vari municipi era un congegno di partito. A Spalato un poliziotto del Comune ha ucciso con un colpo di rivoltella un pescatore chioggiotto; e l'omicida fu salvato dallo psichiatra; a Sebenico, un poliziotto di quel Comune ha tagliata, netta, la testa a un cittadino; a Traù un poliziotto, certo Macovan ha freddato con due sciabolate un povero operaio, di partito avverso a quello del Comune, che si trovava in istato di completa ubbriachezza. II partito croato scusava la persecuzione col dire che gli italiani rifiutavano di riconoscere il carattere nazionale croato della Dalmazia» (27).  L’archivio storico del Ministero degli Esteri italiano serba un’ampia documentazione sui moltissimi incidenti che avvennero ad inizio Novecento non solo in Dalmazia, ma anche in Trentino e Venezia Giulia (28).  La finalità era quella di spegnere ogni vita politica e culturale autonoma ed obbligare gli italiani dalmati a croatizzarsi.  L’impatto di questa serie combinata di misure contro gli italiani fu devastante, determinando una rapidissima diminuzione del gruppo etnico italiano di Dalmazia.  Scrive il professor Monzali:  «Nei primi studi statistici austriaci non ufficiali compiuti negli anni Sessanta e Settanta, il numero dei dalmati italiani variava fra i quaranta e i cinquantamila; nel censimento ufficiale del 1880, il loro numero scendeva a ventisettemilatrecentocinque, per poi calare drasticamente nei decenni successivi; sedicimila nel 1890, quindicimiladuecentosettantanove nel 1900, diciottomilaventotto nel 1910 (su una popolazione dalmata complessiva di cinquecentonovantremilasettecentottantaquattro persone nel 1900, di seicentoquarantacinquemilaseicentoquarantasei nel 1910)» (29).  Dati parziali riferiti a singole località esemplificano egregiamente l’andamento demografico complessivo sopra enunciato ed il tracollo della popolazione italiana. Si può riferire brevemente del caso di Lissa.  Questa piccola isola, latinizzata in epoca romana, rimase per lunghi secoli popolata quasi esclusivamente da dalmati autoctoni, quindi da una popolazione neolatina, prima d’entrare a far parte dei territori di Venezia, a cui appartenne ininterrottamente per molti secoli. Sino al 1797 ed a Campoformio, gli abitanti di Lissa parlavano praticamente tutti il cosiddetto “veneto da mar". Il censimento tenutosi nell’epoca napoleonica calcolava, anche se in maniera approssimativa, gli italiani quali l’80% della popolazione di Lissa.  Rispetto a tale cifra, il primo censimento asburgico accurato, quello del 1880, vedeva già un netto declino dell’etnia italiana, che però rimaneva nettamente maggioritaria: essa era valutata al 64% del totale.  Ma dopo solo vent’anni gli italiani di Lissa apparivano quasi scomparsi. Secondo il censimento asburgico dell’anno 1900 gli abitanti di Lissa erano per il 97% slavi e solo per il 2,4% italiani.  Il censimento asburgico dell’anno 1910 confermò che il gruppo etnico italiano era ridotto al lumicino nell’isola, poiché contava solo un 2,5% degli abitanti. Riassumendo, gli italiani di Lissa erano passati dall’80% circa all’inizio del XIX secolo al 64% del 1880, infine al 2,4% del 1900.  Spicca particolarmente la differenza fra le dimensioni del gruppo etnico italiano nel 1880, con 3.292 unità (il 64%) e quello di soli vent’anni dopo ridotto a sole 199 (il 2,4%), con un calo del 94%.  Stime analoghe della diminuzione del gruppo etnico italiano si possono rintracciare in molte altre località della Dalmazia: dal 1880 al 1900, sempre sulla base dei censimenti asburgici, gli italiani calarono nell’isola d’Arbe da 567 a 223, a Cittavecchia di Lesina da 2.163 a 169, a Comisa dal 1197 a 37, a San Pietro della Brazza da 421 a 43, in una città di medie dimensioni come Spalato da 5.280 a 1.046, a Traù da 1960 a 170 eccetera.  Sempre nello stesso periodo i documenti amministrativi asburgici segnalano la totale scomparsa degli italiani in una serie di località: Bua, Isto, Meleda, Sestrugno, Zirona Grande eccetera.  Un’enumerazione completa dei dati statistici che descrivono il crollo della presenza italiana in Dalmazia sarebbe troppo lungo e d’altronde inutile, poiché sfonderebbe una proverbiale porta aperta: si tratta di fatti da tempo noti (30).  Per farla breve, il numero dei dalmati italiani aveva subito in pochi anni un tracollo, sia in termini numerici assoluti, sia nel rapporto percentuale con la popolazione complessiva, come si può affermare sulla base delle stesse fonti statistiche dell’impero asburgico.  L’esito imponente di questo processo di snazionalizzazione può essere così riassunto: nel 1845 una stima delle autorità calcolava gli italiani essere il 19,7% della popolazione della Dalmazia; il censimento asburgico registrava nel 1865 un totale di 55.020 italiani, pari al 12,5% degli abitanti; il censimento del 1910 ne contava più solo 18.028, pari al 2,7% dei dalmati.  Dal 1845 al 1910 gli italiani di Dalmazia erano quindi passati dal 19,7% al 2,7% della popolazione (31). In rapporto alla popolazione dalmata totale, la percentuale d’Italiani del 1910 era all’incirca 1/7 di quella del 1845.  La diminuzione del gruppo etnico italiano in confronto a quello dell’insieme complessivo degli abitanti di Dalmazia era stato quindi di 6/7: dal 19,7% del 1845 al 2,7% del 1910.  Il professor Luciano Monzali può parlare esplicitamente per il periodo 1866-1914 di «snazionalizzazione» subita dagli italiani di Dalmazia sotto l’azione congiunta dello stato imperiale e dei nazionalisti croati locali (32)Mutatis mutandis, questo giudizio può essere applicato anche alla sorte degli italiani della Venezia Giulia e del Trentino nello stessa fase storica, giacché le misure adoperate contro i dalmati di nazionalità italiana furono all’incirca le medesime di cui ci si servì anche contro giuliani e trentini.
 
 

NOTE
 
(1) C. Magris, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino 1963.
(2) R. Musil, L’uomo senza qualità, Torino 1972, p. 162.
(3) A. J. May, The Passing of the Hapsburg Monarchy. 1914-1918, Philadelphia (Penn.) 1966.
(4) M. Meriggi, Il regno Lombardo-Veneto, Torino 1987, p. 268.
(5) Ibidem, pp. 269-270.
(6) Ibidem, p. 100.
(7) Ibidem, pp. 271 segg.
(8) C. A. Macartney, L’Impero degli Asburgo, 1790-1918, Milano 1976., pp. 356-359; Meriggi, Il regno, cit., p. 327. Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. III, “Il generalissimo Radetzki, attorniato da uno stato maggiore di teutomani, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek, e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl?”.
(9) Meriggi, Il regno, cit., p. 100. Uno dei molti osservatori diretti di tale opera di germanizzazione, il Cattaneo, non ha avuto dubbi nel definire l’impero quale una “potenza tedesca”, che perseguiva intenti nazionalistici germanici. Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. I.
(10) La versione originale in lingua tedesca è la seguente: «Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, dass auf die entschiedenste Art dem Einflüsse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementen entgegentreten durch geeinignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluss der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Plifcht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.» Essa si ritrova in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297.
(11) Senza pretendere d’indicare esaustivamente tutti gli studi in proposito, bastino qui alcuni riferimenti essenziali: G. Novak, Političke prilike u Dalmaciji g. 1866.-76, Zagreb 1960, pp. 40-41; A. Filippuzzi, (a cura di), La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri, Padova 1966, pp. 396 segg.; C. Conrad, Multikulturelle Tiroler Identität oder 'deutsches Tirolertum'? Zu den Rahmenbedingungen des Deutschunterrichts im südlichen Tirol während der österreichisch-ungarischen Monarchie, in J. Baurmann/H. Günther/U. Knoop, (a cura di), Homo scribens. Perspektiven der Schriftlichkeitsforschung, Tübingen: Niemeyer, 1993, pp. 273-298; U. Corsini, Problemi di un territorio di confine. Trentino e Alto Adige dalla sovranità austriaca all’accordo Degasperi-Gruber, Trento, Comune di Trento 1994, p. 27; H. Rumpler, Economia e potere politico. Il ruolo di Trieste nella politica di sviluppo economico di Vienna, in R. Finzi-L. Panariti-G. Panjek (a cura di), Storia economica e sociale di Trieste, vol. II, La città dei traffici: 1719-1918, Trieste 2003, pp. 87-88; A. Cetnarowicz, Die Nationalbewegung in Dalmatien im 19. Jahrhundert. Vom «Slawentum» zur modernen kroatischen und serbischen Nationalidee, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, Bruxelles, New York, Oxford, Wien, 2008, p. 110.
(12) L. Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011, p. 69.
(13) M. Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia. 1866-1943, tesi di laurea, università degli studi di Milano.
(14) B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno 1997, pp. 480 segg.
(15) La bibliografia su questi temi è sterminata, cosicché ci si limita qui ad alcune indicazioni: B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno, 1997; B. Coceani, Un giornale contro un Impero. L’azione irredentistica de “L’Indipendente” dalle carte segrete della polizia austriaca, Trieste 1932; U. Corsini, La questione nazionale nel dibattito trentino, in A. Canavero- A. Moioli (a cura di), De Gasperi e il Trentino tra la fine dell’’800 e il primo dopoguerra, Trento 1985, pp.593-667A. Fragiacomo, La scuola e le lotte nazionali a Trieste e nell’Istria prima della redenzione, in “Porta orientale”, 29, 1959; M. Garbari, L’irredentismo nel Trentino, in R. Lill-F. Valsecchi (a cura di), Il nazionalismo in Italia e in Germania fino alla prima guerra mondiale, Bologna 1983; V. Gayda, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914; A. Sandonà, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, voll. 3, Bologna 1932-1938; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; A. Tamaro, Storia di Trieste, Roma 1924; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984.
(16) E. Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997, pp. 91, 95-103; A. Moritsch, Der Austroslawismus. Ein verfrühtes Konzept zur politischen Neugestaltung Mitteleuropas, Wien 1996.
(17) G. Pircher, Militari, amministrazione, e politica in Tirolo durante la prima guerra mondiale, Società di Studi Trentini di Scienze Storiche, Trento 2005. Essa è la traduzione in italiano dell’opera originale Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Universitatsvelag Wagner, Innsbruck 1995.
(18) Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.
(19) G. Deuthmann, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; A. Ara, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973, pp. 52-88, 252-280.
(20) Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 300.
(21) Ibidem, pp. 297-301.
(22) G. Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981; Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 138 segg., 168-178.
(23) G. Dainelli, Carta di Dalmazia, Roma 1918; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915.
(24) Tamaro, Le condizioni, cit.
(25) A. Cronia, L'enigma del glagolismo in Dalmazia dalle origini all'epoca presente, in “Rivista Dalmatica”, Zara 1922; M. Lacko, I Concili di Spalato e la liturgia slava, in A. Matanić (a cura di), Vita religiosa, morale e sociale ed i concili di Split (Spalato) dei sec. X-XI. Atti del Symposium internazionale di storia ecclesiastica (Split, 26-30 settembre 1978), Padova 1982, pp. 443-482; S. Malfer, Der Kampf um die slawische Liturgie in der österreichisch- ungarischen Monarchie - ein nationales oder ein religiöses anliegen? in “Mitteilungen des Österreichischen Staatarchivs”, 1996, n. 44, pp. 165-193; J. Martinic, Glagolitische Gesange Mitteldalmatiens, Regensburg 1981; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984.
(26) V. Gayda, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914, p. 297.
(27) R. Deranez, Alcuni particolari sul martirio della Dalmazia, Ancona 1919.
(28) Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 239.
(29) Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 170-171.
(30) D. De Castro, Cenno storico sul rapporto etnico tra italiani e slavi nella Dalmazia, in Studi in memoria della prof. Paola Maria Arcari, Milano 1978; G. Perselli, I censimenti della popolazione dell'Istria, con Fiume e Trieste, e di alcune città della Dalmazia tra il 1850 e il 1936, Trieste-Rovigno 1993; O. Mileta Mattiuz, Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia (1850-2002), Centro di Ricerche Storiche di Rovigno-Ades, 2005; Scaglioni, La presenza italiana, cit.
(31) Š.Peričić, O broju Talijana/talijanaša u Dalmaciji XIX. stoljeća, in Radovi Zavoda za povijesne znanosti HAZU u Zadru, n. 45/2003, p. 342.
(32) Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.
 


 
 
 
 
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